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Il Pazzo che persiste nella sua follia diventa saggio

— William Blake

Trasloco Senza Fuga

Scritto da Mushin alle 12:30 del 28/07/2008

Da un paio di giorni ho iniziato il trasloco. Non è un trasloco come gli altri, provvisorio e della durata di un mese, è un trasloco definitivo. Questo evento più altri che stanno capitando attorno a me, mi hanno offerto occasione di riflessione. Una riflessione che mi ha mostrato quanto questi 5 anni mi abbiano profondamente mutato.

Il trasloco mi ha "costretto" a riprendere in mano oggetti e ricordi di passati diversi. Mi ha catapultato laggiù. Mi ha fatto rendere conto di come tutto abbia un senso anche se occorrono anni per capirlo. Una delle cose in cui sono profondamente mutato è la consapevolezza che quello che ho vissuto avesse un inestimabile valore, proprio perché non tornerà. Una volta avrei invece pensato che essendo destinata a morire, un’esperienza non vale la pena di essere vissuta, neppure superficialmente. La cosa che mi piace di inscatolare la mia roba, è che in 23 anni ho sempre fatto le valigie, metaforicamente e non, sempre per fuggire, mentre oggi non scappo, semplicemente è giunto il momento di andare da un’altra parte.

Un’altro flashback interessante me l’ha fornito una chiaccherata con una persona che stimo molto. Questo salto indietro mi ha ricordato di come tendessi sempre a spettacolarizzare e a drammatizzare la mia vita per dare un senso alla mia voglia di sentirmi unico, la maschera dietro cui in fondo celavo la mia voglia di elemosinare amore dal mondo. Sentirmi parlare sposando la causa del pragmatismo ponderato, o meglio dell’armonia delle cose più che della selezione delle cose, mi ha fatto per un attimo apprezzare quanto il mio pensiero e la mia finestra sul mondo siano cambiati. Il titanismo (alfieriano) drammatico in cui mi rifugiavo, la necessità di sentirmi stoico e perseguitato, erano tutte espressioni di una ricerca sbagliata, nel senso che mirava a cercare all’esterno qualcosa che solo io potevo darmi. Gli altri che mi facevano torti, erano importantissimi per me. Perché mi davano l’opportunità di chiedere, di pretendere, affetto. E se non c’era affetto, potevo sempre scaldarmi al fuoco dei perseguitati, perché in fondo fare dell’altro un nemico da odiare è un ottimo surrogato dell’assenza di affetto. Amato od odiato esisti per qualcuno. L’indifferenza mi risultava insopportabile, perché faceva di me un’ombra, un’invisibile che non esiste. E così, nella mia incredibile fame di dire "io esisto", ho acceso un enorme cartello segnaletico alimentato a corrente alternata, in cui odio e voglia di essere amato mi facevano sentire almeno un po’ in diritto di esistere.

Quando hanno ucciso il vecchio me, morto in una lunga agonia, ho creduto che tutto fosse finito. Che il titanico tallone del destino mi avesse definitivamente trovato il posto che mi compete. E invece – sorpresa – ho scoperto che rotto il guscio del vecchio me, è uscito fuori qualcosa che non mi aspettavo. Qualcosa che ha covato indisturbato e silenzioso sotto la cenere del mio nichilismo, crescendo pian piano. "Così come il nocciolo del frutto deve rompersi perché il suo cuore possa esporsi al sole", e parimenti scoprì che l’unico nemico del mio desiderio di essere scaldato al sole, era il mio guscio, non gli altri che davanti a me facevano ombra. Insomma: è quando smetti di dimenarti incazzato e ti arrendi, che inizi a stare a galla spontaneamente.

A volte è difficile capire, ma due cose non dovrebbero mai abbandonarci: la prima è la fiducia nella possibilità di un domani migliore, la seconda è la capacità di staccare il cervello per sentire il cuore. Quest’ultima è una condizione difficile, perché spesso peggio di certe domande ci sono solo le loro risposte.

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