Dopo ferragosto è morto un mio ex-compagno di classe. Frequentavamo le elementari insieme, ci siamo ovviamente persi di vista da allora. Non eravamo particolarmente amici, ma a quell’età sei amico di tutti e di nessuno. Era un ragazzo semplice, come se ne incontrano tanti dove sono cresciuto io: arrivano presto a farsi una famiglia, lavoro non specializzato e macchina. E lui in macchina c’é morto, con la moglie e la figlia.
Ma questo non è un post sulla morte, né sul mio ex-compagno. Non è un post sulla velocità corretta da tenere né sulla difesa di chi vive in maniera semplice senza chiedere troppo alla vita (e neppure un post sull’assurda palese e costante incompetenza di chi a La Sicilia si autodefinisce giornalista senza neppure rileggere quello che scrive).
Questo post è un ragionamento. Salvatore Muzzetta è morto a 24 anni, quanti ne avrò io a Dicembre. Lui aveva moglie e figlia. A prescindere dall’opportunità o meno di avere una famiglia a 24 anni, e delle stronzate associate, il punto è che a 24 anni Salvatore aveva costruito qualcosa. Beninteso: questo non è un inno alla famiglia. Il punto è un altro.
Quando ho appreso la notizia, ho avuto una strana sensazione. Ho avuto molte più opportunità di Salvo di andare avanti nella vita. Vivo sicuramente in maniera più confortevole e ho prospettive che mai lui avrebbe raggiunto. Eppure non ho nulla. Se la morte mi cogliesse domani, non lascerei nulla. Non ci sarebbe nulla. Si porterebbe via soltanto il mio potenziale. Quello che sarei potuto diventare. Salvatore Muzzetta forse non sarebbe diventato qualcosa di diverso anche vivendo fino a 90 anni. Eppure lui aveva costruito già qualcosa.
Non voglio essere frainteso: non è una questione di scelta giusta o sbagliata, ma solo di domandarsi: per cosa vivo? A me piacerebbe lavorare con il web, avere abbastanza soldi da poter viaggiare, avere abbastanza tempo per poter leggere e crescere dei figli, approfondire sempre di più lo studio del Tao e del Taijiquan. Eppure nel momento in cui penso a questi obiettivi, in automatico il mio cervello inserisce fra me e loro una serie di step automatici: studio-laurea, lavoro, persona-giusta-famiglia, realizzazione personale-e-dopo-figli, ecc. ecc. Come se i miei (attuali) obiettivi dipendessero da questi passi intermedi. Ma in fondo chi lo dice? Chi mi costringe a seguire questa catena interminabile di passi intermedi?
La verità è che vivo in una merda di società da fast food, dove l’importante non è quello che fai ma fare qualcosa di figo. L’importante non è come fai le cose ma quante ne fai. L’importante è aspettare per evitare di sbagliare. L’importante è farsi i cazzi propri perché sopportare le rogne di oggi è sempre meglio che tirarsene addosso altre cercando di cambiare le cose. L’importante è tirare dritto ché in fondo se la disgrazia capita a lui è meglio perché non può capitare a me.
Così ti svegli una mattina che sei vecchio e stanco e ti accorgi che hai vissuto una vita di eterna preparazione e potenziale, come un atleta in perenne allenamento per una grande gara che non farà mai. Oppure hai realizzato i tuoi obiettivi, ma soltanto per passare ad altro, vivendoli giusto il tempo di passare una riga sopra la voce nella lista.
Vedo in giro troppi vecchi decrepiti, troppi anziani che vengono chiamati giovani e troppi giovani che pensano di essere bambini immaturi solo perché ancora non hanno 40 anni. No, non siamo noi nel giusto. Non può essere nel giusto un paese che ti mette in gioco quando ti è passata la voglia di giocare e ti accontenti di sopravvivere.
Salvo è morto e io sono vivo. O forse la verità è che lui è morto da vivo, e io di questo passo morirò da morto, dentro una vita pianificata dai ritmi di una società che ti costringe a scegliere fra te e gli altri, e ti da speranza di esprimere la voglia di essere solo quando non ne hai più. Non ce l’ho coi vecchi che si trascinano dentro i confini di una vita decisa in gioventù: è il destino di tutti. Ce l’ho con il fatto che i giovani (che a scanso di equivoci sono tali fino a 30 anni) siano costretti a buttare le proprie energie in una merda di lavoro in nero, senza prospettive e senza soddisfazioni.
Non vorrei emigrare. Ma nuclearizzare la penisola, ricominciando da capo. Forse sono matto, forse sono sbagliato, forse sono futurista. Ma almeno sono. In un mondo dove essere saggi è diventato rinunciare ad essere. Quella è sempre stata solo furbizia e vigliaccheria (quanto ci vorrebbe una azione ispirata ad una moderna dottrina dello zhengming).
come lo eri tu anche io ero un compagno di casse di salvatore muzzetta andavamo insieme al professionale bravissimo ragazzo ancora oggi mi piange il cuore
@ alessandro nicolosi:
Già. Siamo cresciuti nello stesso quartiere, stesse scuole e classi dall’asilo alle medie.
Uno buono dentro.
Cercavo qualcosa sulla morte di Salvo,dato che io in quel periodo ero incinta e non mi hanno fatto vedere nessuna foto sul giornale e nessun articolo…sono capitata qui…io sono una cugina di Salvo…precisamente Salvo era il cugino di mio marito. Non possiamo darci pace su quello che e’ successo,e’ come se fosse stato ieri!!…non si puo’ morire cosi’!!!!!….erano dei bravi ragazzi!!!…semplici!!
@ Rosaria:
Nel passato non ci sono mai le soluzioni. Sono sempre nel futuro. Un abbraccio.
@ Mushin:
Hai ragione,ma non e’ semplice!!!…soprattutto per i miei zii e le mie cugine non c’e'nessuna soluzione…e’ brutto da dirsi,ma e’ cosi’….ogni giorno che passa stanno sempre peggio!!..vorrei tanto che ci fosse una soluzione nel futuro,come dici tu….un’altro anno e’ quasi passato(il 15),e le ferite si riaprono!!