Sono contento perché ho davvero imparato il meccanismo. Solitamente sono molto lento al primo tentativo, ma sui successivi divento progressivamente più reattivo. Così risolti i problemi con il mio passato ci ho messo solo un anno, da fine settembre a stasera, per comprendere che anche senza un futuro, una direzione, non saprei chi sono.
O meglio in realtà sarebbe più corretto dire che io sono sempre io, ma mi accorgo di quello che sono soltanto quando lo esprimo. Accettare quello che sono (il passato) è importante tanto quanto scommettere su qualcosa che vorrei divenire (il futuro), perché in entrambi i casi manifesto me stesso (in atto ed in potenza, direbbe il buon vecchio Aristotele).
Ed il presente non può che essere un momento magico, perché è sia di qua che di là. E’ un battito, un respiro, qualcosa che per quanto riesci a scomporre sarà fatta comunque di due opposti complementari che danzano insieme guardandosi negli occhi.
Tutta questa menata per dire che senza una persona particolauromente speciale adesso starei probabilmente in crisi d’identità per tergiversare circa la scelta della forma da dare al mio futuro, stretto nella mia personale fobia di definire le cose in modo nitido precludendomi la possibilità di stancarmi di qualcosa e cambiare tutto radicalmente.
Insomma quando capisci dove stava l’errore, ti sento sollevato no? E poi: va di moda comunicare drammi consumati e previsione catastrofiche, la piazziamo ogni tanto anche qualcosa di ottimistico? (Pare che gli esponenti di questo pensiero siano finiti tutti a dirigere i TG nazionali).
PS il nome della persona in questione non lo pubblico perché alla privacy ci teniamo.
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