Stasera sono stato al Fotografica 09 un evento organizzato da Canon. Al Forma di Milano c’é stato un ottimo incontro con un mio conterraneo dell’ovest: Ferdinando Scianna.
Ascoltandolo ho percepito lo scarto fra un intellettuale e un fotografo. Un intellettuale è uno che parte dalla fotografia come linguaggio per interrogarsi non soltanto sulla realtà che racconta o sul suo modo di raccontarla, ma anche sul suo personale punto di vista. Di più: le conslusioni che trae da questa sua ricerca personale non sono nulla senza uno sforzo consapevole volto a condividere questa ricerca con chi si confronta con lo stesso linguaggio.
Questo concetto secondo me è esportabile su qualsiasi situazione di comunicazione. La fotografia è un linguaggio che ha una storia adesso importante, e nel corso di questa storia ha prodotto menti che – come Scianna – hanno trasceso i confini soggettivi della ricerca personale di un senso alle cose, arrivando ad avere una funzione sociale ed intellettuale che travalica anche i confini iniziali stessi della ricerca (in questo caso la fotografia).
Confrontando con ciò la situazione dei “comunicatori” nei nuovi media – i social media – da tutti celebrati come il futuro della comunicazione, ormai già presente, resto desolato, soprattutto in Italia.1
Lo zeitgeist dei tempi che vivo e in cui sto crescendo forza la mano a considerarci non individui ma atomi, mettendo culturalmente l’accento sulla libertà solo in senso negativo (ciò che io non voglio essere) e costringendo a rifugiarsi in questa libertà negativa perché socialmente siamo privi di protezione, siamo economicamente precari, culturalmente disorientati e viviamo in un’epoca glocalizzante in cui tutto è così terribilmente vicino da sovvertire l’ordine delle cose. Non abbiamo la capacità di elaborare un progetto per domani. Quindi non viviamo alcuna dimensione positiva della libertà (quello che voglio essere).
In questo quadro di continuo mutamento e fluidità, in questa folle velocità, le alternative che vincono sono due: la prima è l’onnipresente ritorno al passato, alle vecchie certezze, simulacri di senso perché ormai si tratta di riferimenti obsoleti che non possono che essere ridicoli tanto sono inadeguati, come una gloriosa rock band oggi di sessantenni che continua a suonare.2
La seconda tendenza è il tentativo di fare a gara di velocità: tutto è veloce e noi dobbiamo essere ancora più veloci. In questo modo il senso delle cose si costruisce nell’anticipare, nel prevedere le tendenze, nel vivere sempre proiettati nel futuro. Rincorrere i mercati, rincorrere i trend, rincorrere…
In questi tempi di grande incertezza ci sentiamo oppressi da un destino ineluttabile, che chiamiamo una volta globalizzazione dei mercati, un’altra scontro di civiltà, un’altra questione ambientale. Ma dimentichiamo troppo facilmente che la forza dell’uomo non sta nel prevedere e neppure nel ricordare. La forza dell’uomo sta in quell’armonia fra le due cose che si chiama creare. Il primato dell’uomo è la capacità di costruire. E tutto quello che viviamo è costruito da noi, incubi compresi. Il senso delle cose non è altro che una ricerca in noi stessi attraverso lo spazio ed il tempo contingenti che viviamo e che fungono da specchio.
Anziché cercare di scampare alla prossima catastrofe, prevedendola o rifugiandoci nelle vecchie certezze, perché non ci fermiamo a pensare come costruire il mondo di domani? Senza condivisione di esperienze e sogni, non c’é costruzione di realtà: poiché la realtà è un film che giriamo insieme occorre che decidiamo insieme il copione.
I social media oggi in Italia sono pieni di gente affannata a prevedere o a proporre modelli tradizionali come sicuri contro l’incertezza del nuovo. Nessun intellettuale, sembra. Perché? Perché siamo spinti a giocare senza pensare che il primo movente all’azione è il perché facciamo le cose. Questo guida il come le facciamo, e le risposte che troviamo. Occorre valorizzare un progetto di ricerca personale prima della rincorsa ai mercati e ai benchmark.
Non possono essere i nativi digitali oggi, futuri consumatori di domani, a dirci come andranno le cose, dobbiamo essere noi oggi a scegliere come vorremmo costruirle quelle cose. Le generazioni future si formano sempre sul confronto con quelle passate. Siamo davvero così poveri di idee e di sogni da doverci affidare a quelli di chi verrà dopo di noi? L’unico modo per migliorare e migliorarsi è il confronto: le idee del futuro, quelle dei giovani, hanno bisogno di confrontarsi con l’esperienza e la disillusione dei vecchi, perché la realtà in cui viviamo è la debole pioggia di un sogno che si insinua nella durezza della disillusione, ingravidandola. La virtù sta nell’esercizio della critica e del confronto costruttivo, non nell’età e né nell’idea in sé.
Oggi siamo la frontiera fluida che solidificherà il futuro di domani. E ci mancano intellettuali, mancano riflessioni ponderate non su interessi (la previsione dei mercati) o filosofie vuote (l’autoreferenzialità del proclamarsi autorità/esperto) ma su una ricerca personale che parte dall’esperienza diretta per arrivare a significati universali che trascendono gli angusti confini di quella esperienza e possano essere di supporto all’altrui ricerca. Individui ma famiglia.
Vorrei sentire parlare meno di business plan, nativi digitali, fenomeni e guru e un po’ più di etica, senso delle cose, storia e ricerca di significato.
Si, io amo internet, ma non lo candido al Nobel né lo ritengo la soluzione ai mali del mondo. La soluzione è e resterà sempre l’uomo e il suo rapporto con il senso che decide di dare alle cose. Oggi un fotografo siciliano o un filosofo greco possono aiutarci a comprendere internet molto più di qualsiasi guru che sa a memoria tutti i brand di successo su Facebook.
Prendete questo mio pensiero che è anche parte della mia ricerca personale, smontatelo, amatelo, bruciatelo o pisciateci sopra, fateci quello che vi pare. Ma usatelo. Per alimentare la vostra di ricerca personale. Solo così miglioriamo.
Nessun pensiero simile
Sono molto d’accordo con quello che dici e ho apprezzato particolarmente:
“(..)la realtà in cui viviamo è la debole pioggia di un sogno che si insinua nella durezza della disillusione, ingravidandola. La virtù sta nell’esercizio della critica e del confronto costruttivo(..)”
I linguaggi per interrogarsi sono pressochè infiniti, quello che forse manca è l’essere interpreti di noi stessi e di quello che ci circonda.
Non mi è facile -considerando il tracollo morale nel quale sguazziamo- ma penso e cerco di essere ottimista perchè qualcosa già sta cambiando e, forse, tra non troppo tempo tutti noi potremo rappresentare meglio quella ‘frontiera fluida’ di cui hai parlato
Lo spero!
@ Martina: grazie a te per il commento.
Post molto interessante. Alcune riflessioni/domande da semiprofano del web al riguardo (forse richiederebbero un altro post come risposta, o forse no):
Non credi che gli attuali ingranaggi dei motori di ricerca favoriscano la povertà dei social media? Se sì, in che misura?
Gli algoritmi di un motore di ricerca possono “capire” la qualità? E’ secondo te giusto che cerchino di farlo? Se riusciranno a farlo, avranno il diritto di stabilire i loro criteri?
La SEO non va almeno in parte contro l’etica del contenuto?
In definitiva, ci sono secondo te aspetti della tecnologia (non solo i motori) sulla quale Internet si basa che pur nella loro “democrazia” non promuovono strutturalmente la ricerca di qualità a favore della quantità (di link, di click, di keywords etc)?
Se sì, come è possibile cambiare rotta? La tecnologia reggerà sempre il timone oppure no?
Grazie.
@ Daniele V:
Le tue domande mi fanno piacere perché tocchi dei punti che mi stanno molto a cuore. Il mio personale punto di vista al riguardo parte dalla convinzione che la tecnologia non regge il timone. Forse siamo noi che rinunciamo a reggere il timone e quindi il timone va da solo, perché la tecnologia è il timone. La mia posizione sulle tue domande si trova in massima parte condensata nel Manifesto di Blogdo, che ho scritto insieme a Luca (Marra). Io credo che il male non stia nel motore di ricerca in sé, e nelle sue logiche proprie, ma nella predominanza monopolistica che il motore ha rispetto all’accesso ai contenuti. Persino con la semantica le cose non cambiano: per quanto possa progredire nell’interpretazione dei contenuti, un motore rappresenterà sempre e soltanto un punto di vista. La qualità e la rivoluzione del web sta nel fatto che milioni di contenuti possono essere mescolati da milioni di punti di vista diversi. Se costruiamo tutto in funzione di un punto di vista predominante – che sia anche il meno peggiore – stiamo impoverendo le potenzialità del mezzo.
Il motore di ricerca può capire la qualità ed è giusto che cerchi di farlo, ma la qualità stessa è relativa, come la bellezza o cosa dell’informazione diventa conoscenza. Per questo abbiamo bisogno di salvare l’ecosistema diffuso di punti di vista dal monopolio concettuale del motore di ricerca. Il motore è il timone, non il capitano, deve restare uno strumento di cui comprendiamo i limiti e i pregi, non possiamo lasciargli il monopolio dell’accesso al web, o lo impoveriranno.
La SEO come ho detto più volte è uno strumento relativamente misterioso per me perché letteralmente dovrebbe essere un’ottimizzazione, cioé un ulteriore modifica (tecnica) al contenuto che in modo paretiano non ne tocchi minimamente la qualità. In realtà oggi il SEO lo vedo usato più che come strumento come fine, e questa cambia in modo non paretiano addirittura il destinatario del contenuto: dalle persone al motore di ricerca. Inutile dire che per me questo è il male (quasi) assoluto.
Secondo me non esistono in assoluto tecnologie antidemocratiche in sé ma solo utilizzi di queste che sono antidemocratici. Oggi si parla di Internet Nobel per la pace. Ma domani potrebbe essere il migliore strumento di controllo sociale mai realizzato. Come la storia sembra insegnare il prodotto dell’utilizzo di uno strumento è responsabilità dell’utilizzatore.
E questo lo trovo meraviglioso: perché vuol dire che siamo artefici del nostro destino.
A margine aggiungo solo che vedo nei social media la possibilità, come in parte avviene, di dare meno peso alla tecnologia a favore dell’uomo: il meccanismo di creazione e diffusione del contenuto passa per un processo di diffusione fra reti di pari legate dal concetto di fiducia. Una cosa più “umana”. Ma anche qui la virtù sta sempre nella possibilità di avere in simultanea più punti di vista sullo stesso contenuto. Per farla breve credo che l’antidemocraticità si abbia sempre e solo in presenza di un monopolio/concentrazione. E questo può realizzarsi anche dentro esperienze metodologicamente democratiche (come internet o l’Italia). Dobbiamo lottare per mantenere un ecosistema di diversità, non per affermare un punto di vista sull’altro.
@ Mushin:
Rispondo a questa frase:
“Oggi si parla di Internet Nobel per la pace. Ma domani potrebbe essere il migliore strumento di controllo sociale mai realizzato.”
Non confondiamo gli strumenti che abbiamo a disposizionoe, con l’incapacità di utilizzarli; lo web, internet, i motori di ricerca, le informazioni che girano velocemente intorno a noi, non sono altro che strumenti messi nelle nostre mani, strumenti di comunicazione, che ci collegano immeditatamente con delle realtà che possono esserci distanti (sia per geografia, sia per modo di vedere), che ci danno la possibilità di vedere passare quelli che sono gli avvenimenti (privati e non) in ogni parte del mondo.
Lo web non è raziocinio, non è intelleto e non potrà essere strumento di controllo fino a quando ci saranno delle “menti pensanti” che saranno in grado di discernere il buono e di rarre beneficio da esso.
“Il buio della mente genera mostri”, non gli “oggetti” che abbiamo a disposizione.
@ Francesca:
Infatti e’ proprio quello che ho scritto. Proprio perche’ Internet e’ uno strumento – e quindi i suoi frutti dipendono dall’utilizzatore – non ha senso dargli un Nobel.