Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno…
Mi sento molto Bart Simpson. Ma è un’esercizio davvero utile, perché vorrei cercare di condizionarmi (Pavlov, dove sei?) e metabolizzare questa frase. Non è poi tanto difficile ho scoperto. Anche quando ti fai delle (errate) aspettative sulle persone a cui vuoi bene, perché in fondo si tratta di persone con le loro necessità, idee, sentimenti, e non si può pretendere che il mondo giri intorno a noi.
Quello che non mi funziona è che però io continuo a sentirmi come se gli altri avessero diritto a pretendere da me. Pretendere che io non faccia questo o quello, che io stia bene, che io pensi a questo e non mi curi di quello, che io non li faccia soffrire. Beninteso: nessuno viene da me a reclamare simili diritti. Sono io che incosciamente mi autoassegno questi limiti. Si, è poco intelligente da parte mia. Anzi, è proprio da cerebrolesi. Perché l’umana natura è portata a pensare in termini di reciprocità, almeno quando si sente vincoli addosso.
Ma non mi arrendo e vado avanti: Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno, Io non posso pretendere niente da nessuno…
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