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Di rado l’insegnamento è veramente efficace, tranne in quei casi felici in cui è quasi superfluo

— Gibbons

Il Sogno della Montagna

Scritto da Mushin alle 19:19 del 12/10/2014

Sono sulla vetta altissima di una grande montagna. Guardo in basso ma non è come dicono: nessuna vertigine mi assale. Solo stupore: non ricordo di aver fatto tanta strada. L’unica distanza che ho nella mente è quella che non ho ancora percorso. Entro sera l’avrò fatta mia e domani ripeterò questo momento. Guarderò giù e la strada percorsa mi sembrerà semplice. È quella che mi attende lassù, aggrappata al versante, a darmi la vertigine.

L’ossigeno è poco e faccio fatica a respirare. Il paesaggio è bellissimo e io continuo ad andare avanti. A salire. So che è importante ma non ricordo il perché. Più procedo più fatico a tenere lo sguardo davanti a me. Indietro ho lasciato fiori bellissimi. E so che non posso tornarvi: l’estate ha ceduto il passo all’inverno e quei fiori non sono più. La pianta avrebbe il tempo di farne di nuovi e meravigliosi, se tornassi. Ma non saranno uguali a quelli che mi rapirono con il proprio profumo.

Sono su un’alta montagna, ogni volta che raggiungo una vetta esulto, ma scopro che è la base di un’altra salita. È una montagna, ma sembra di stare in mezzo all’oceano: non fai in tempo a fissare un punto che questo è già mutato: morto e rinato. Alla fine è solo un’enorme distesa omogenea all’occhio, solo all’apparenza accogliente nella sua generosità di spazio. Ciò che mi obbliga ad andare avanti è proprio quell’abbondanza che è assenza: potrei fermarmi ovunque ma da nessuna parte c’è un posto per me. Ciò che la montagna mi offre è quel tanto che serve fino alla prossima tappa.

Lo zaino pesa, sono tentato di abbandonarlo quando il fiato di fa corto. Ma dentro di me qualcosa ha la forza di ricordarmi che dallo zaino dipende la mia forza contro gli enigmi del futuro. Soffrire adesso per cercare di non soffrire dopo. Stringo i denti e continuo a barattare una certezza per una promessa.

Di notte soltanto conosco la pace. Il fuoco caldo mi ricorda che il piacere è una noce dentro al guscio delle difficoltà: più il dente è ingaggiato da quel guscio, più la lingua trarrà vantaggio dalla noce. E poi ci sono loro: le stelle. Guardano mute e indifferenti. Ma sono sempre fedeli a sé stesse. Sono punti di riferimento, attesa mai delusa. O forse sono solo altre vette così distanti da poterle vincere con il pollice.

Il fuoco partorisce figlie deformi con qualsiasi cosa abbia l’ardire di stargli vicino. Sono ombre familiari, che mi tengono compagnia. Ombre figlie di contorni che generano nella mia mente nuovi contorni. Di cose che furono. E danzano, queste ombre che come i miei ricordi si lasciano guardare ma non sfiorare. Mi abbandono al desiderio e cerco di afferrarle. So già cosa accadrà. Ma la delusione della mano vuota è autenticamente amara.

E prima di rimettermi in viaggio, sono già in cammino verso l’alba.

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