Ieri sera ho re-incontrato il Signor M., mio conoscente di vecchia data. Salutandolo gli ho chiesto come procedesse l’analisi e quali risultati avesse raggiunto dopo otto lunghi mesi. Mentre parlava ho avuto modo di osservarlo, e di trovarlo apparentemente lo stesso, ma l’impressione che mi ha dato non è la stessa. Continua ad esprimersi allo stesso modo, a dire le stesse cose, a professarsi dello stesso pensiero. Continua ad allontanare tutto quello che potrebbe diventare importante, tutte le persone che lo spiazzano, perché lo conoscono davvero dopo il primo sguardo. Però il suo modo di vivere è meno convincente, ha perso appeal, in primis per lui stesso, sembra ormai che reciti una parte, come se neppure lui credesse più in questo modo di essere. La terapia non lo ha aiutato molto, mi dice. In fondo serve solo a prendere coscienza del problema, e lui la coscienza, l’aveva già. Anzi, è sempre stato convinto del suo modo di vivere. Gli chiedo senza esitazioni quello che non vuole sentirsi chiedere. Mi risponde, lievemente irritato. Mi risponde come avrebbe fatto otto mesi fa, ma nelle stesse parole leggo una diversità: il tono non è più lo stesso, e lo sguardo neppure. Ormai anche per M. si tratta solo di simulacri.
Egli lo sa, e sa anche che io so. E’ solo questione di tempo: il simulacro è il prodotto di un processo che erodendoti dall’interno lascia inalterato l’esterno, che sembra ancora forte e vigoroso, ma che in realtà è sottile superficie senza cuore.
La prima bambina che ci mette il dito, rischia di bucarlo, sgretolando l’involucro e liberando quello che ha sempre protetto ma anche soffocato. Il vero signor M., quello che smette di scegliere la strada sbagliata, perché quella giusta è troppo scomoda, quello che smette di parlare dell’acqua, e si ci tuffa dentro. M. ha sempre schivato questo pericolo, ma adesso sembra quasi che ne sia contento…
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