
Gli eventi della serata mi hanno riportato alla mente un vecchio racconto di Asimov. In questo racconto – brevissimo – Asimov ipotizzava entità incorporee in grado di comunicare le emozioni e le sensazioni senza dover passare dal linguaggio. Lo poneva come una sorta di stadio avanzato di evoluzione. Un meno noto Alfieri apre un suo intervento sui diritti umani sostenendo provocatoriamente che al contrario di quello che siamo abituati a credere, forse gli esseri umani riescono a convivere non in funzione della loro capacità di capirsi attraverso il linguaggio, ma proprio della capacità del linguaggio di creare fraintendimenti: se il linguaggio ci consentisse di capirci perfettamente, è probabile che nessuno vivrebbe in società.
Trovo preziosa questa capacità del linguaggio di creare fraintendimenti. Da un lato perché spesso è vero che riusciamo a compiere un percorso insieme a qualcuno perché in realtà diamo per scontate delle cose che così non sono. Ma soprattutto: in un mondo come quello ipotizzato da Asimov, tutti conoscerebbero tutto di tutti senza fatica. Eppure trovo che spesso la poesia nasca da quel movimento dialettico che il linguaggio partorisce per forza di cose. Lo sforzo di ravvicinarsi a qualcuno/qualcosa, o al contrario di contrastarlo attraverso il linguaggio, apre una finestra che rivela molto di sé e dell’altra persona. Lo sforzo di collimare pensieri e comunicazione dal proprio lato e poi di nuovo confrontare tutto con la comunicazione dall’altro lato cercando di ricostruirne i pensieri, è un processo probabilmente mai perfetto, ma altamente affascinante. E’ uno dei motivi per cui lo studio delle arti marziali in Cina era affiancato allo studio del linguaggio. In entrambi si realizza il mutamento di quiete dinamica dello Yin-Yang.
La cosa che troppo spesso si dimentica è però che il linguaggio è il dito che indica, non la luna. Come ogni mezzo può essere usato anche per esprimere qualcosa come un negativo. Si costruisce o si dipinge una realtà usando il linguaggio non come uno scalpello che sferza una statua, ma come un calco che materializza il suo opposto (e visto che siamo nello spandere, qui ci potremmo ficcare Parmenide che forse al contrario di Laozi non aveva passato sufficiente tempo coi calchi).
Sicuramente questa riflessione non era estranea a Socrate quando si riferiva alla maieutica, ed il fatto che i sofisti abbiano sistematizzato un uso programmatico del linguaggio in senso differente e contrario, ci dice solo una grande ovvietà: gli effetti del linguaggio, come di ogni strumento, non possono essere considerati a prescindere dall’utilizzatore e dal contesto.
Insomma: è un tal casino in termini di complessità capirsi e farsi capire, che quando qualcuno ti capisce ed è sulla tua lunghezza d’onda, puoi stare certo di trovarti davanti a qualcuno/qualcosa di speciale, che merita di essere difeso perché raro e quindi prezioso.
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