Risulto in genere incredibilmente prolisso, soprattutto in periodi in cui le cose girano male. Effettivamente mi accorgo che – come ho ripetuto fino alla noia – le cose che mi fanno star male preferisco buttarle fuori, ed in questo consiste la terapeuticità di questo piccolo spazio virtuale.
Ebbene adesso mi sento bloccato, un blocco produttivo che mi deriva dal fatto che sento dentro cose affascinanti e al contempo vertiginose, portentose e pure terribili, attraenti ma anche caute. Tutti rami di uno stesso albero, che affonda le radici giù, in una profondità di me che neppure riesco a scorgere. Mi scopro affascinato dal fatto che le cose belle, al contrario di quelle dolorose, preferisco tenermele dentro ancora un po’, non potendole urlare in faccia al mondo. Le sento muoversi dentro, e resto immoto fuori, quasi senza fiatare, per paura che loro, così fragili, possano volar via al primo fiato come ali spaventate dal vento.
Mi scopro dentro ardita fragilità e cautamente impulsivo mi godo l’ottimismo disfattista che è in me.
Non so dove arriverò ma so da dove sono partito, non so cosa mi muove ma so che mi muovo. E soprattutto ho smesso di pensare in termini duali che nelle esperienze o mi metto a pensare a cosa sta succedendo senza viverlo o vivo quello che mi succede senza pensare. Vivo e penso. Penso che voglio vivere. In un certo modo. Non voglio che tutta questa delicata bellezza appassisca come una rosa selvatica esposta al capriccio del tempo. Voglio coltivarla, dedicarmici, proteggerla e nutrirla. Forse significherà soltanto ritardarne la fine. E sia. Foss’anche così accetterei di ritardarla soltanto. Che appassisca pure tutto questo, non si può evitare.
Ma io voglio che questo accada un secondo dopo che sarò appassito io.
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