Foto: problemata
Ho passato 20 anni cercando di reprimere quell’innato senso di compassione che mi fa identificare con la sofferenza altrui, conoscenti od estranei, che mi faceva piangere per ore, senza motivo. Da deboli, mi dicevo. Inutile, ho sempre pensato. Che poi a tendere la mano, si viene sempre morsi. Ieri, irrompe potente, quasi avessi ancora quei maledetti 6 anni.
E imparo.
Imparo che è quando più abbiamo bisogno di un silenzioso abbraccio che respingiamo le persone da cui lo vogliamo. Perché sentirsi indifesi, non piace a nessuno. Ed è proprio quando le persone che amiamo ci fanno soffrire, che ci infliggiamo i mali peggiori: non potendo prendercela con loro, a causa del nostro amore, rivolgiamo l’odio e la rabbia contro noi stessi, nel tentativo di porre fine alla sofferenza ponendo fine all’esistenza. La sofferenza insegna sempre, a chi sa ascoltare, altrimenti sei condannato a riviverla.
Ringrazio mio padre, che mi ha trasmesso la differenza fra sentirsi nella merda, e sentire noi stessa merda. Dalla prima si esce, seppur con fatica, ma se commetti l’errore di identificarti con la merda, diventi tu stesso merda, e non troverai nessun luogo dove rifugiarti per non sentirne il tanfo.
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