
Ieri sera ho colmato la mia lacuna in merito alla visione del film di Burton. Me l’aveva consigliato Martha, ne avevo parlato con Neon, e alla fine ieri sera Caym e Ignazio l’hanno ri-visto con me (più Ignazio in effetti
). L’ho trovato bello. Mi ha ricordato il trauma dell’uscita dall’infanzia, quando scopri che tutte le storie fantastiche e i sogni dai colori accesi, non riescono a superare i confini dell’età e restano indietro, in un mondo che negli anni impariamo a dimenticare, tanto in fretta sbiadisce.
Ho apprezzato la riflessione di Burton perché mi sembra contenga una gran verità: in fondo le storie sono solo un modo per raccontare il mondo. L’iper-realtà di cui ci circondiamo in età adulta – venata di nichilismo e a priori contraria ad ogni forma di magica poesia che finisce sempre per diventare sinonimo di infantilità – in fondo è solo un altro modo di raccontare la vita, strettamente legato (come ogni modo di raccontare) al punto dal quale la si osserva.
Se più dei "fatti" (esistono poi davvero?) ci interessa comunicare sensazioni, emozioni, intuizioni, le parole diventano solo un contenitore e la fredda logica consequenziale dell’iper-realtà diventa inadatta. Tornire le parole usando le mani della fantasia piuttosto che lo stampo freddo del raziocinio non vuol dire spacciare balle, a comunicare emozioni e sensazioni. Non è un tentativo di nascondere la verità ("ciò che una cosa è per me"), ma il metterla a nudo nella sua parte più intima.
La vita sarà anche un ponte, un tramite tra due sponde, su cui non ha senso edificare un palazzo. Ma questo non vuol dire che non si possano trovare modi divertenti, colorati, poetici e fantasiosi per attraversarlo, questo ponte.
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