Stamattina mi sono svegliato senza alcuna particolare idea in testa. E’ una domenica come tante. O meglio lo era. Lo era fino a dieci minuti fa, quando ho improvvisamente interrotto quello che stavo facendo, e senza particolare motivo ho riempito tre facciate con qualcosa che non avevo mai detto a nessuno. Neppure a me stesso. Ho imprigionato in quei fogli di carta la mia più grande paura e soprattutto qualcosa che mi fa schifo di me. Così tanto schifo da accettare di tenermela dentro per 23 anni per paura che qualcuno mi vedesse come mi vedo io. Il frutto di questa mia sincerità lo consegnerò a quella persona che considero il rappresentante del mondo. Il mondo che per me conta. Che altro non è che il mondo per il quale vorrei contare.
Non mi sento più leggero. Non ho meno paura. Penso di aver fatto una cazzata, ma a differenza del passato, non lo penso adesso che ho smesso di scrivere. L’ho pensato fin dalla prima sillaba scritta. Non c’era motivo di sollecitare un rapporto così bello sottoponendolo alla sincerità totale. Non era certo mia intenzione metterlo in discussione. Eppure, è un prezzo da pagare, perché quando decidi di mettere in discussione te stesso, inevitabilmente significa che metti in discussione tutto.
Oggi sedici marzo, una data insignificante ed insulsa. Oggi, che ho dovuto controllare pure che giorno era, mi sono ficcato quella maledetta pistola in bocca, come tante altre volte. Ma oggi ho avuto il coraggio di vedere di che colore è il mio cervello.
Il mondo non ha bisogno delle mie verità per vivere felice. Ma io si. Per una volta vivo fuori dalla sicurezza di ogni calcolo. Un suicidio in piena regola.
Oggi Mushin dichiara la sua bancarotta fraudolenta.
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