Fra meno di una settimana due persone che conosco – i miei genitori – saranno in chiesa a ricordare l’inizio di una storia che mi riguarda da vicino, cominciata 25 anni fa e tutt’ora in corso. Mi sembra già di vedere quel noioso pomeriggio fatto di un tale vestito di bianco che parlerà per mezz’ora (spero non di più), delle gioie e virtù del matrimonio, lui che una donna non l’ha mai sposata.
Sono già certo che quel pomeriggio verranno scomodati Dio, i sacramenti, lo spirito santo. E so già che io dal mio banchetto coglierò con difficoltà il nesso con la realtà. Una realtà che conosco, fatta di due esseri umani come gli altri, che hanno tirato avanti giorno dopo giorno fra litigi e abbracci, pianti e risate, offese e ripensamenti, baratri guardati dal ciglio e porte sbattute in faccia. Il punto è che scomodare Dio come motivo di durata di una simile unione mi sembra – come minimo – riduttivo. 25 anni non sono passati perché qualcuno da lassù ha pisciato una benedizione, ma perché qualcuno quaggiù ha sudato l’anima ma non ha mollato.
Non so cosa li ha spinti a non mollare, ma so che sono stati loro e solo loro ad andare avanti, per scelta. E quel giorno, davanti allo stesso altare, davanti a nuovi sguardi, la domanda che avranno da farsi non sarà se è valsa la pena di aver condiviso 25 anni, ma se varrà la pena di passarne altri 25 assieme.
Le domande se le faranno loro e la risposta le troveranno, come hanno sempre fatto insieme. Io posso solo essergli grato per quello che mi hanno dato. E godermi lo spettacolo di due persone che chiaramente hanno capito qualcosa a cui io non sono ancora arrivato.
Io che mi sento così patetico solo per aver pensato per un attimo che avrei trovato qualcosa di meno freddo ed infastidito dietro quella porta…
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