La vita parla. Parla attraverso le cose, le persone, gli eventi. Ognuno di noi porta inconsapevolmente un pezzo del puzzle. Un pezzo che non significa niente per nessuno tranne per colui che ha i pezzi adiacenti. C’è come una strana regola di magnetismo per cui a ciascuno di noi capitano i propri pezzi.
Non sempre quello che il puzzle compone è bello o desiderato. Ma è importante comprendere. Perchè solo così con il tempo ogni cosa va al suo posto.
Oggi in modo assolutamente imprevisto ho raccolto un pezzo. Un pezzo piccolo ma importante, perchè completa un quadro che mi aiuta a credere in quello che prima era solo un abbozzo. Anche magra, pur sempre di consolazione si tratta. La consolazione di non essere pazzo ad aver pensato certe cose.
Non è la prima volta che mi succede e spero non sia l’ultima. Non so ancora quale sia l’insegnamento che questo periodo cerca di darmi. Afferro ancora solo poche parole. Ma il senso sta in come le parole sono collegate. E per quello ci vorrà ancora tempo.

Calda è la notte che ci coglie insieme, anche nell’inverno più bianco
Radiosa è l’alba che ci sorprende uniti in un’unico fiato, seppure in un giorno che minaccia pioggia.
Senza tempo il mio naufragio nei tuoi occhi, senza direzione il mio percorrerti con le dita.
Il tempo dei silenzi che parlano è diventato tempo delle parole zittite. Mai morte sulle labbra, non giungono però ad orecchio alcuno.
Ogni magia è un’illusione, ma non ogni illusione è sempre magia.
E così, a rincorrere noi nel giardino di cristallo dei ricordi, frantumo certezze ogni volta che provo ad afferrare qualcosa.
In fila, impeccabile picchetto d’onore, le parole profuse salutano meste a questo funerale delle parole mai nate.
Colorato circo di intrepide promesse invecchiate male, lupanare di rugose bellezze svendute, cena di prelibatezze servite la mattina dopo: la pena per le occasioni non colte è il ricordo di ciò che sarebbe potuto essere.
Non il vino bevuto io piango, ma le numerose bottiglie che mai condivideremo.
Anni da vivere per sbiadire istanti di felicità: passeggio per la mia vita senza fretta, solo chi non ha direzione non si perde mai.
Tu sei il tuo tempo. Gran parte del tempo che passiamo lo sprechiamo in cose inutili o poco appaganti. Vivere è come scolpire. E il tempo è il suo marmo: occorre si modellarlo come ci aggrada. Ma essere bravi richiede uno sforzo ulteriore: saper produrre meno scarti possibile.
Oggi ho fatto una pausa, per godermi l’alito di sole che irrora di luce la città freddolosa. Pensavo che fosse la giornata ideale per stare in piazza. Non mi sbagliavo. Lavoriamo per denaro, con il denaro compriamo libertà: fare quello che ci pare. Quindi ci rendiamo schiavi per essere liberi, e questo paradosso a volte diventa non senso. Quanto mi costa stare qui seduto al sole a guardare l’Arco della Pace? Non lo so. Ma so quanto guadagno.
Il tempo è prezioso e spesso lo investiamo in cose che una volta fatte o vissute non ci sembrano più così buone, come scarpe logorate dall’uso. Quante volte hai scritto o fatto cose di cui ti sei pentito? O da cui sei stato travolto? A te, fratello di notti insonni e neuroni appassiti, io dedico le mie parole.
Perchè il vero spreco di tempo non è il fallimento. Ma non aver vissuto l’impulso. L’aver soffocato dentro la voglia. A te, che come me hai fatto tante cazzate, io ergo un monu(mo)mento, perchè non hai accettato la tirannia della paura di sbagliare, la schiavitù del dovere di essere in un modo piuttosto che in un altro.
Tu sei il padrone del tempo. Sforzati di passare i tuoi momenti come ti piace.
Sogno una giornata di pioggia. Sogno un ombrello precario riparo di sogni e sorrisi, sogno sguardi mai traditi, che sfidando la strada procedono ciechi nel loro fisso guardarsi. Sogno discorsi e dichiarazioni che mai hanno offeso l’aria, sogno segreti idiomi e mute intese, mai spiegate eppure capite all’istante.
Sogno il sapore di una mano che stringe l’altra, di gocce di sudore che piovono su una pelle bianca, di finestre che non mostrano fuori ma riflettono dentro, specchi di incastri che fanno di due, uno. Sogno il perdersi senza meta, il sorridere di sciocchezze, il discutere di dettagli, il confidare segreti.
Sogno, e sognando sono vicino al fiore appassito, al post it staccato, alla dedica ingiallita. All’inchiostro sbiadito su una pelle non più percorsa.
Riesci a vedere oltre quello che sembra finito? Sogno una cascata di acqua, i tuoi occhi bassi e corpo rannicchiato dietro la teca di vetro. Un vetro che mostra sofferenza ma che impedisce contatto. L’acqua sovrastra il rumore dei pensieri. L’acqua si accumula, il vetro non si rompe, l’urlo non esce. Ma ad annegare non sei tu dentro la teca, sono io fuori. L’acqua mi porta via e mi sveglio su un letto. Sono vestito, ma i piedi sono nudi, e percorrono una superficie di legno. La percorrono fino alla luce. Un terrazzo. Grande. Sei seduta davanti a me, ma non sei sola. Qualcuno, di spalle. Qualcuno a cui regali i sorrisi migliori. Non soffri più, sei felice.
E io morto.
Piove.
Mi prendo due minuti per ascoltare la pioggia. Piove, come sempre è piovuto. Piove, e piccoli laghi che muoiono fiumi si alternano sul vetro, ma non è la stessa finestra. Battito sul vetro, al ritmo di sistole, sembra un piano che percuote la corda mentre il dito accarezza dolce il tasto. I ricordi migliori sono come il buon vino: con il tempo profumano.
Piove, e stanotte è difficile far finta di nulla. Piove, e dietro la maschera che a tratti si incrina, ripenso a molti passati morti.
La pioggia distrugge. La pioggia lava. La pioggia nutre.
Ma solo se chiudi l’ombrello e ti lasci bagnare.
Granello dopo granello, si svuota la clessidra per riempirsi. Quello che riempie fugge via, lasciando un vuoto. Ogni vuoto crea un pieno, ed ecco che basta rovesciarla questa clessidra che tutto torna a riempirsi, svuotandosi.
Tutto nella norma, / tutto in un’orma: / un vuoto ben disegnato, / di scelte mai nate ornato, / sognate di notte, / in un ardore di lotte, / tra ciò che è e ciò che essere vorrebbe. / Crebbe il germoglio, / fiorì nell’orgoglio, / finì nel doglio.
Tutto ciò che inizia ha una fine, e la fine è solo un nuovo inizio. Allora è folle colui che si dispera ma anche il suo fratello che gioisce. Quindi mi chiedo: perché vivere in un mondo caduco? Perché curare, proteggere, soffrire, sforzarsi per qualcosa che morirà, lasciando posto a qualcos’altro sempre e che sempre approderà allo stesso destino?
Ombra di notte di un Edipo ignaro, / nessuno sfugge al destino amaro, / di chi riempiendo la sua metà / ha creduto nell’immunità / di una clessidra impietosa che inquieta è dentro, / ma che non offre risposte: è solo strumento.
Ci preoccupiamo del tempo che passa. Che cambia le cose. Che ne mostra lo scorrere incessante verso la fine. Ricominciamo infinite volte. Non troviamo abbastanza tempo, ne sprechiamo su cose poco importanti. E la clessidra, si svuota e poi torna a riempirsi. Così è stato, così sarà. Sempre.
L’immortal al veloce granello non è immune, / soffre e perde: anche per lui muoion le lune. / La sua clessidra non è più capiente, / solo egli la volta e mai si arrende.
L’eternità non è saper fermare il granello che fugge via. Ma l’avere voglia di girare quella clessidra ogni volta. E ancora una.
Quella voglia si chiama amore.
Prendi tempo.
Smetti di fermare il vento.
Non dire quello che non sento,
prendi tempo.
Illudi l’occhio, evita il tocco, muori dentro, esplodi lento.
Nessuno ha bisogno di una fine plateale.
Nessuno applaude: silenzio immortale.
Stenditi bene e osserva le stelle: il riposo è orizzontale,
come la morte che né improvvisa né lenta arriva.
Che non arriva.
Che non salva.
No: la condanna è una nuova alba.
Il mio domani certo, il tuo oblio in petto.
Muore il sole ogni tramonto, risorge il dì seguente,
Innumerevoli suoi ritorni conto, nei più belli non eri assente.
Prendi tempo, ma resti impotente.
«Nonno raccontami una storia» chiese Lemi.
Il nonno, mai assuefatto a quel rito serale consueto, assaporò il breve silenzio rotto solo dall’impercettibile separarsi delle labbra, incipit di ogni narrazione. E così disse:
«Piccola mia, la storia che voglio raccontarti oggi è la storia di Nami il cercatore d’acqua. Il lavoro di Nami era quello di scavare per trovare l’acqua, un lavoro importante perché l’acqua è indispensabile per vivere. Nami era giovane ma prendeva molto sul serio il suo lavoro, eppure i suoi risultati non eguagliavano la sua passione. Nami scavava e scavava, riusciva a fare buche ovunque, ma l’acqua che raccoglieva era sempre poca. Un giorno, mentre nascondeva il suo sconforto all’ombra di un’enorme palma, attirò l’attenzione di un vecchio che da li si trovava a passare. Il vecchio, colpito dal visibile malessere del giovane Nami, volle accostarsi a lui all’ombra della palma e gli chiese quale fosse il motivo di tanto malumore in una giornata così ricca di sole.
Nami, inizialmente reticente, finì con il raccontare al vecchio di come nonostante provasse e riprovasse con dedizione e passione, applicandosi con costanza, non riuscisse mai a trovare se non un po’ di acqua. Con un gesto della mano mostrò il campo così pieno di buche scavate fin dal giorno prima. Amareggiato, fece notare al vecchio come da ogni buca non avesse cavato che pochi pugni d’acqua. Allora passava a scavarne subito un altra, e poi un’altra e un’altra ancora. Credendoci sempre. Ma il risultato non cambiava.
Il vecchio sorrise, e disse a Nami che forse il problema non era così impossibile da risolvere. Nami si irrigidì, e colmo d’ira disse al vecchio che lui non capiva. Nami era profondamente offeso per il sorriso del vecchio, che viveva come una derisione dell’importanza del suo problema. Un problema serio, richiede gravità dopotutto. Il vecchio viandante però non si lasciò sfiorare dall’improvviso moto d’ira che gli fu scagliato contro, e con la calma di chi è sicuro dei fatti espose a Nami la soluzione.
E’ impossibile trovare tanta acqua se non si scava a fondo, disse il vecchio. La scelta del luogo dove scavare è importante, ma è solo la prima parte del problema. Anche se si è scelto un luogo buono e ricco di acqua, la quantità di acqua che si trova dipende solo da quando andiamo a fondo. Andare a fondo è difficile e frustrante, perché si incontrano tante difficoltà, mentre all’inizio è facile scavare perché l’entusiasmo e l’eccitazione della scoperta di un terreno vergine rendono salda la mano che rapisce la roccia. Eppure se è l’acqua e non l’eccitazione quella che cerchi, allora la troverai solo andando a fondo, quando la profondità renderanno meno ampi e sicuri i movimenti, quando la mano da artiglio diventerà carezza. Quando ogni movimento toglierà sempre meno terreno, ma produrrà sempre più acqua.
Il vecchio concluse dicendo che andare a fondo significa non fermarsi pensando di ricominciare per fare meglio. Perché a meno di grandi errori, in ogni buca seppure così diversa e unica, si deve andare a fondo per trovare l’acqua. E’ l’unico modo. Ricominciare significa solo ritrovarsi davanti allo stesso problema. E l’unica buca che si scava da sola è una sabbia mobile che ti inghiotte e uccide. Concentrare i propri sforzi per scavare a fondo, e non fermarsi alle prime difficoltà della profondità: questo è il segreto dei cercatori d’acqua. Nami era confuso. Si rese conto che la sua dedizione lo aveva portato ad essere bravissimo a scavare, ma non a trovare.»
Come sempre Lemi si era addormentata prima di sentire la fine della storia. Come sempre il nonno le passò una mano tra i capelli, le accarezzò una guancia e ne percorse il viso sotto l’occhio tracciando un piccolo arco con il pollice. E sorridendo pensò per un attimo a quante buche aveva scavato, prima di imparare ad andare a fondo nelle cose. Come in ogni cammino, il buon viaggio non è cambiare sempre direzione per vedere cose nuove. Ma vivere le cose che mutano da sé mentre si va in una direzione ben precisa. Si sfogliano pagine sempre nuove ma ma nel frattempo si avanza anche nella storia. Si gode della novità ma non si rinuncia a costruire qualcosa. Qualcosa che scalda come un focolare accogliente, quando non si è più in grado di camminare, come un pozzo regala acqua sempre a chi ha saputo scavare a fondo.
Amo il surf. Perché mi ricorda che le cose mutano a prescindere dalla nostra volontà. Come le onde del mare. Ma il compito del buon surfista è stare in equilibrio sul cambiamento godendosi gli alti e bassi. Ma non è un dovere: è il piacere di una vita da surfista. Un piacere che ha bisogno del mare ideale ma che vive anche di violente mareggiate. Chi si ferma alla prima caduta e interrompe perché è stanco e surfare non lo eccita più come nelle prime ore, si perde delle cose per strada. Più che amare il surf, ama l’idea di essere un surfista. L’idea è sempre totale: o sei o non sei. Il vero surfista non si preoccupa di quello che è. Surfa e basta. Perché sa che dopo grandi gioie irripetibili viene la stanchezza, la sofferenza, a volte anche la rabbia e la delusione. Forse si prenderà una pausa dal surf. Ma ogni giorno sarà in riva al suo oceano, con la sua tavola sottobraccio, perché può prendersi qualche tempo per smaltire le sensazioni negative e le paure, ma sa che non smetterà mai di surfare. Perché è fatica e non sempre è facile. Ma sa anche che nella vita si suda comunque. Puoi solo scegliere per cosa. E quando trovi qualcosa come il surf, che ti ha fatto provare certe emozioni, sai che non lo abbandonerai mai, perché vuoi investire ogni goccia del tuo sudore nell’andare sempre più a fondo. Anche se ogni giorno le cose cambiano, anche se non è sempre e solo eccitazione. Perché ricominciare non ha più sapore, è un piatto già mangiato a sazietà. Solo nell’andare a fondo si trovano nuovi stimoli. E’ questa l’essenza che lega il surfista al mare: si amano davvero e hanno scelto di stare insieme per sempre, anche se sanno che ogni giorno sarà nuovo e non sempre piacevole. Ma ogni tuffo in acqua è un abbraccio, un abbraccio che come una stretta di mano rinnova un patto d’amore: la sensazione di quell’abbraccio è la conferma che il surfista e l’oceano si sono scelti.
Brendon Walsh – L’Arte del Self
La cosa bella di avere un blog è che ti bastano 2 click per ricordare. Ricordare cosa vivevi e cosa pensavi. Oggi mi sono messo a spulciare gli archivi di questo blog per vedere cosa scrivevo in questo periodo, due anni fa. Parlavo di Amore eretico, di unicità dei momenti e di come spesso vivendo le cose cambiamo idea su di esse.
Stamattina non riuscivo ad accedere al mio account di home banking. Non riuscivo a ricordare il codice che digito quasi quotidianamente da oltre 1 anno. Capita a volte di avere dentro di sé ciò che serve. Ma di non ricordare. La speranza è di riuscire a ricordare in tempo utile, soprattutto per le cose che vissute quotidianamente ci sembrano ormai scontate o banali, le lasciamo scivolare in fondo, e poi quando non le ricordiamo e le perdiamo, improvvisamente ci rendiamo conto del loro peso. In fondo, è il tempo la differenza fra una cosa di valore e una di poco conto. Il tempo di chi non sa coltivare gli attimi è solo deserto che avanza distruggendo ogni cosa.
Due anni fa ho imparato delle cose. Oggi le ho ricordate.
Oggi ne ho anche imparate di altre. Tra cui: non serve a un cazzo tutto quello che ho imparato. Perché la cosa bella è imparare insieme. E quindi ogni volta è una cosa nuova. Giusto o sbagliato, l’importante è condividerlo.
DQMM