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Never Give Up

«Non mollare mai».

Sempre più spesso sento circolare questa frase come soluzione a tutti i problemi. La formula ultima del successo. Spesso fa rima con «pensa positivo». Non so davvero quanto da queste due convinzioni discenda il successo nel lavoro o nella vita privata. Ma le ho sempre trovate curiose. Nuotando (affogando?) fra gli stream di Facebook o Twitter, questi due assunti più che convinzioni sembrano epidemie: si diffondono e contagiano profili dopo profili con la puntualità di un Napoleone verso la sua Russia.

Il fondamento del «pensare positivo» sembrerebbe essere che a pensare negativamente ci si attiri addosso solo sventure. Ciò mi trova d’accordo. Ma non giustifica il pensare positivamente come soluzione*. Esiste infatti la terza via: pensare e basta. Che nella sua accezione naturale significa vedere il bicchiere e il suo contenuto senza focalizzarsi sul mezzo vuoto ma neppure sul mezzo pieno: è solo un dannato bicchiere.

Ma in fondo che male c’è ad essere campioni di pensiero positivo e celebrazione automatica di tutto quello che si è fatto? Niente, mi verrebbe da dire. Ok, forse un po’ stucchevole alla lunga parlare con qualcuno sempre entusiasta**. Se non fosse che il costo c’è ed è occulto. Si tratta del diffondersi di una cultura di ostracismo verso la critica. Il «pensiero positivo» si può infatti applicare a qualsiasi cosa a priori. Il bicchiere è sempre pieno. Se non a metà, almeno a un ditino. Se non pensi positivamente, – che ripeto: è cosa ben diversa dal pensare negativamente — se sollevi un’obiezione, ecco che immediatamente puzzi. Puzzi di disfattismo, cugino del pessimismo, acerrimo nemico del pensare positivamente. Il problema non è l’ottimismo. Né il pessimismo. Diventa il dogma. L’utilizzo di un approccio a priori, comunque e sempre. Siamo tutti una grande famiglia. E staremo insieme fino alla morte. Ciò è eroico. Profuma di titanismo alfieriano. Chi critica non mette in discussione il pensiero dominante e condiviso. Mette in discussione l’unione. In quanto tale, l’atto di critica è eversivo di un ordine chiamato casa. E se vuoi portarmi via la mia casa, sei mio nemico. Anche se lo fai perché convinto che presto o tardi quella casa dalle fondamenta fragili, mi collasserà sulla testa mentre dormo coperto di serenità.

Il figlio maggiore del «pensiero positivo» è «never give up». Mai mollare. Perché? Perché il requisito necessario per avere successo è crederci. Crederci contro tutto e tutti, se necessario. Ed ecco che il «credere» diventa «creduloneria». Eh no, viene da dire a qualcuno. Qui è facile dimostrare l’errore. Si possono fare nomi e cognomi. Steve Jobs. Jeff Bezos. Gente seria. Che ha dimostrato la validità del «non mollare mai». Come? Non mollando e riuscendo. Contro tutto e tutti.

Vero.

Molto vero.

Forse. Infatti se è indubbio che siano tutti campioni al gioco del «never give up», non è poi altrettanto indubbio che da questo sia dipeso il loro successo.

Quando per la prima volta entrai in una scuola di Ashtanga Yoga, fui colpito da due cose. La prima: l’Ashtanga è una disciplina oggettivamente complicata e sfidante (per il corpo umano). La seconda: i praticanti con un’esperienza di oltre 5 anni hanno dei fisici incredibili. A dispetto dell’età. «Semplice» mi dissi «devo solo resistere per 5 anni». Cinque anni di never give up. Più in là negli anni ho cominciato a coltivare un secondo pensiero (oddio! Critico!): e se avessi invertito il nesso di causalità? Cioè se non fosse la pratica continuativa di 5 anni anni a determinare il corpo, ma fosse la dotazione fisica iniziale a determinare la permanenza nella disciplina? Intendo: se i praticanti anziani anziché avere un corpo super (in termini di forza ed elasticità) perché hanno praticato a lungo, avessero in partenza un corpo predisposto (che l’esercizio ha migliorato, senz’altro) e che chi non fosse predisposto semplicemente non arriva a superare i 3-4 anni?

Ciò mi ha sempre affascinato del «never give up». Quanti Steve Jobs per determinazione e cocciutaggine esistono al mondo? Io ne conosco tanti. Quanti hanno fatto una Apple? Uno. Se semplicemente fosse il successo casuale (determinato da molteplici fattori, la cui interrelazione è fuori il reale controllo umano) ad avere rafforzato in Jobs la convinzione di essere nel giusto? E noi ad essere convinti che quella sia la via solo perché confondiamo l’esito di un processo di selezione (il successo) e un attributo personale (la determinazione) come variabili in relazione effetto-causa? E se la relazione fosse causa-effetto?

Non penso positivo. E sono convinto che a volte mollare non sia profanazione. Sia intelligenza. Mi piacerebbe vivere in un mondo semplice dove basta inghiottire tre pensieri positivi al giorno e non smettere mai di credere in quello che si sta facendo per arrivare. Ma la verità è che la vita non è fatta così. È come respirare. Inspiro-espiro. O le due fasi avvengono insieme e armonizzate, oppure sei morto comunque. Deciso e focalizzato verso la meta. Dubbioso e sensibile alle alternative. Non sono due modelli in lotta. Sono due momenti dello stesso respiro.

E la responsabilità è tutta nostra: il dramma è che ogni giorno dobbiamo trovare l’equilibrio su una fune sottilissima tesa sul baratro. Mi piacerebbe essere pessimista e fermarmi per trovare rifugio nel disfattismo. Mi piacerebbe essere ottimista e trovare conforto nel camminare, agire sempre, qualsiasi cosa accada. La verità è che a volte corro in una direzione, a volte mi fermo perché non so dove andare. A volte sudo entusiasmo. Altre impreco.

Arrendersi è un’opzione. Perché cambiare sentiero è forse meno onorevole che arrivare fino in fondo a quello sbagliato. Ma di certo è meno stupido.

Perché per arrivare alla montagna esistono molte strade, è vero.

Ma esistono anche molte montagne. E oceani, e valli e fiumi.

 

 

*Al massimo mi sembra giustifichi la necessità di non pensare negativamente.

**No, la verità è che è una gran rottura di coglioni: se essere pessimisti è come dipingere un quadro usando solo nero e grigio, essere ottimisti sempre è come fare lo stesso quadro solo di giallo e rosso.

Uguali

È pensiero comune che il genere umano si divida in riusciti e falliti. Forse è perché spesso i nostri genitori trasformano l’amore da compagnia in direzione. Reiterando un errore a fin di bene che risale probabilmente alla nascita dell’uomo. L’idea che la riuscita abbia a che fare con un incremento di posizione sociale che si tramanda come dovere da una generazione all’altra. Da qui i falliti: quelli che non riescono in questo – apparentemente naturale – incremento.

Peggio dei falliti sono gli emarginati. Coloro che semplicemente rifiutano il meccanismo. In una parola: che se ne fregano. Sono peggio dei falliti, agli occhi del sistema, perché non tentano neppure. la loro sola esistenza mette in discussione in sistema stesso. L’idea del progresso continuo come necessità naturale.

Guardo uno di questi emarginati, accanto a me a far roteare in aria birilli. Questa piazza è casa sua, il cielo il suo tetto. Chiacchiera con il suo accento sardo, chiacchiera con altri accenti sardi.

Parla di problemi che io – un riuscito, per il sistema – non ho.

Eppure: sono tentato di scambiare la sua umanità con la mia capacità di pianificazione. È ricco in un modo diverso da me.

E mi mostra la fallacia del sistema: in fondo il rapporto fra ricchezza e problemi è costante. Questa è la vera uguaglianza dell’uomo.

Il ROI di una Cena.

Premessa: è un post molto lungo. Ma è anche molto corto: in fondo contiene una collezione di fatti miei grande 6 anni.

Il 6 Marzo del 2008 varcavo per la prima volta il portone del civico 150 di Via Umberto. A Catania. Era l’inizio ufficiale della mia avventura nel digital: ero diventato il Blog Network Manager di Bloglist.

Da qualche giorno sono quindi entrato nel settimo anno da libero professionista. In un mondo non troppo più vecchio della mia età professionale. In qualsiasi modo io misuri questi sei anni (introiti, soddisfazioni, stimoli) resto molto soddisfatto.

Vorrei raccontare di questi sei anni per un motivo: sono l’esempio che il successo si ottiene investendo (soprattutto) in cose non misurabili. Che intendo? In questi sei anni mi sono spesso sentito chiedere di come io abbia fatto a raggiungere i miei traguardi professionali partendo da una laurea in Scienze Politiche e una dipendenza da WinMX. Per la prima volta ve lo voglio spiegare. Con questo post.

È vero: sono partito da studente di Scienze Politiche a Catania. Dopo il Liceo Scientifico una sola cosa mi era chiara: quello che non volevo fare. Così eliminando una dopo l’altra le alternative universitarie che non mi piacevano, scelsi quella che restava. Senza neppure sapere bene cosa c’avrei fatto. Ed eccomi matricola alla triennale in Relazioni Internazionali. Nel frattempo la mia adolescenza da ribelle rompipalle mi aveva portato a tentare qualcos’altro di cui ancora non avevo ben chiari i contorni: l’esame per la Scuola Superiore di Catania. Lo passai e quindi nel 2008 ero già studente all’Università di Catania e anche alla Scuola Superiore di Catania (SSC). Un posto da cui sono usciti cervelli che oggi insegnano al MIT, Berkley, Stanford. O gente come Daniele (Virgillito. Questo Daniele) o Luca (Naso. Questo Luca). Ma soprattutto un posto che funziona per un motivo banale: se metti cervelli iscritti a tutte le facoltà nello stesso dormitorio, gli dai Internet e un campo da calcio, non possono che venirne fuori grandi cose.

Arrivare alla SSC fu per me entrare nel paese dei balocchi: l’infrastruttura informatica del Collegio era all’avanguardia. Io arrivavo da un’ADSL casalinga e avevo iniziato a scambiare CD di discografie complete in mp3 via posta. Posta vera, quella cartacea. Scaricavo di notte (la mia prima tariffa era gratuita nelle fasce orarie notturne) e spedivo pacchi di giorno. Ci dovevamo ingegnare, la banda siciliana era quella che era. Per cui newsgroup e winmx con una buona dose di IRC.

Grazie all’infrastruttura informatica dell’Ateneo e al suo responsabile di allora, venni in contatto con il mio primo CMS. Era pomeriggio ed incrociando Ennio (Li Volsi) in corridoio mi sentii chiedere: «Conosci PHP Nuke?». L’ovvia risposta fu il diniego. A cui segui un regalo: un centinaio di pagine del manuale di utilizzo del PHP Nuke 4. Il mio primo contatto con il web. Su carta. Fu un maelstrom: passai da quel manuale all’html e css, creai il primo di una serie di siti. PHP Nuke, e107, Joomla, Serendipity e poi approdai al Dio dei CMS: WordPress. Parallelamente al mio hobby crescevano anche le interazioni con chi condivideva le mie passioni: ero passato dall’essere un pirata ad essere un blogger. Senza saperlo ancora.

Fu così che mi ritrovai in un inizio estate del 2007 in un noto bar catanese insieme ad altri loschi figuri. Si trattava del primo (e che io sappia unico) Likemind catanese, organizzato dal primo imprenditore digitale catanese (ai tempi startupper non era ancora di moda): Roberto (Chibbaro). Roberto aveva fondato una community che era diventata nazionale, entrando nel programma per start-up di Mediaset (Moltomedia). Il likemind aveva lo scopo di fare il punto sull’organizzazione di un evento con un format che stava diventando molto di moda: il barcamp. Conobbi Salvatore (Sanfilippo), un siciliano che da solo contribuisce a metà delle cose fighe fatte con i bit in Italia (e ha totalizzato più exit di start-up di molti incubatori nel loro complesso), Gianni (Amato) che era già celebre in Italia in ambito sicurezza e ritrovai Luca (Marra) oltre che tanti altri che in seguito sarebbero diventati cari amici.

Fu così che nell’Ottobre 2007 grazie al supporto logistico della SSC (che non ha mai ben capito cosa stavamo facendo ma non mi negò i mezzi per farlo), si tenne a Catania il primo barcamp siciliano: il TrinacriaCamp. Oltre 150 persone e un clima galvanizzante. Roberto mi introdusse a due personaggi di cui non avevo mai sentito parlare: Stefano (Vitta) allora country manager di Fon e Tony Siino (per me Roberto ha rappresentato l’editoria digitale nella Sicilia Orientale e Tony è l’editoria digitale nella Sicilia Occidentale).

Ci tengo a precisare che la mia avventura lavorativa iniziò proprio a quel barcamp. Che mi lasciò ricco di rapporti umani che non mi basterebbe un blog intero per raccontarli.

Quell’esperienza fu così elettrizzante che decisi di dedicarmi ad organizzare periodicamente delle cene fra blogger a Catania. Eravamo tanti e diventavamo sempre di più. Cene che mi fecero stringere amicizia fra gli altri con Salvatore Aranzulla, Antonio Manfredonio o Luca Conti.

Ma torniamo a me: è la fine del 2007 e io ho una grande passione per l’editoria digitale. Scrivo tanto, smanetto con (X)HTML e CSS, sono informato su tutto quello che succede nella galassia dei byte. Sono sempre connesso con chi condivide le mie passioni attraverso i forum e IRC. Mi capita di conoscere per un caso fortuito Aurora che oggi decide del digital di Jeep a livello EMEA ma che ai tempi era solo una bellissima ragazza di passaggio per una notte a Catania. Folgorazione. Decido che andrò a Milano per vivere con lei. Questo mi porta a considerare cosa fare dopo la laurea. Sono avviato verso un dottorato che mi porterebbe sei mesi a Taiwan. Non posso spostarmi a Milano senza perdere l’occasione del dottorato. Decido di fregarmene. Ma come fare a trovare un lavoro? Sono solo uno dei mille milioni di laureati italiani. Per di più in Scienze Politiche (non lo sapevo ancora, ma tutto quello che ho studiato mi è tornato utilissimo). Ed è qui che mi viene in mente il mio hobby: e se provassi a trasformarlo in un lavoro? Credo nelle mie capacità ma come far sì che anche gli altri ci credano? Ci ragiono su e mi sembra ovvio: lavorare gratuitamente. Dimostrare prima di chiedere. Una piazza, un’ora, un arancino in piedi ed è fatta: convinco Chibbaro a prendermi a bordo. Gestirò il progetto Bloglist, un blog network (era la moda del momento) collaterale a Unimagazine.

Per questo motivo il 6 Marzo 2008 varco il portone del civico 150 di via Umberto. La sede di Unimagazine (prossima UMG Media Group) e di una società di consulenza (CentoCinquanta) i cui soci avevano investito in Unimagazine (oggi parte di skuola.net). Questa esperienza mi porta a conoscere un po’ di gente tra cui Elena (Franco), Daniela (Losini – che ritroverò più tardi in Mondadori) e un giovane dall’età indefinibile (e tale ancora resta) che mi viene segnalato da Roberto. La blogger che si occupava del blog di Musica ci aveva lasciati e occorre trovare un rimpiazzo. A detta di Roberto il ragazzo ne sa di Musica, scrive già per magazine online ed è interessato al progetto. È così che conosco Rocco (Rossitto).

La mia avventura con Unimagazine si conclude, i blog network cominciano ad essere più un problema che una risorsa ma a me quei ragazzi piacciono. Amavamo quello che facevamo in un ambiente dove ad un certo punto (senza che ce ne accorgessimo) era diventato tutto un CPM, un Link Building e un monetizzare. Fu così che insieme a Luca (Marra) mettiamo in piedi BlogDo. Un blog Netowork diverso perché vuole essere solo una piattaforma che rifiuta di essere ostaggio dell’impression pubblicitaria. Il blogging per noi è prima di tutto amore per quello che si fa. Alla prima festa di BlogDo (un’altra mangiata) conosco Daniele (Bazzano) futura colonna portante di Master New Media (Robin Good, vi dice nulla?).

È passato quasi un anno e ho speso tutto quello che riesco a guadagnare con lavoretti saltuari (il mio status di primo figlio di sei mi ha regalato tantissime cose ma non una grande disponibilità economica) in bevute e mangiate.

S’è fatto novembre. Mi sono laureato e il 5 Dicembre mi trovo a Milano. Questa è l’unica cosa che andrà secondo i piani. Perdo a ripetizione casa (da qui nasce la mia tradizione di cambiare casa ogni anno) e lavoro. Sono un giovane squattrinato con la sua Partita IVA. Senza soldi, ma con tanti amici. E diventano ancora di più perché sono a Milano nel pieno della moda barcamp. E avendo tanto tempo non me ne perdo uno. Il primo è a Parma, si chiama WorkCamp ed è organizzato da Francesca (Fiorini). Al termine del mio intervento, fra gli ultimi della giornata, vengo fermato da un ragazzo che spicca fra gli altri per sorriso e sicurezza. Il classico tipo che immaginate solo a bordo di una porsche decappottabile perché nulla lo ferma se ha in testa qualcosa. Ed è davvero così, scoprii in seguito. Lui si chiama Daniele (Salamina), aveva in testa me e quello fu l’inizio di un’amicizia profonda per me molto importante perché a lui devo l’essere rimasto a Milano nell’unico vero momento in cui stavo per mollare tutto. Il seguito di questa amicizia è anche un’azienda, che vive tutt’ora e si chiama Endivia. Al WorkCamp vedo in carne e ossa molte persone di cui prima leggevo soltanto. A pranzo capito seduto con due ragazzi simpatici: uno si chiama Luca (Bove) e l’altro Piero (Babudro). L’amicizia nasce spontanea e nel futuro sarà così anche per gli affari.

Il grosso, grasso appuntamento dell’anno è il WordCamp, il barcamp dedicato a wordpress. Ormai di barcamp ne ho visti parecchi e il wordcamp del 2009 mi delude un po’. Mi trascino sconsolato verso il pranzo quando mi imbatto in un giovane blogger con cui avevo scambiato qualche email e che mi era sembrato un po’ matto. Impressione confermata dall’impatto visivo. Insieme a lui un tipo magro dalla parlantina veloce e precisa come mai avevo sentito che lavora in HP. Si tratta di Michele (Polico) e Luigi (Centenaro). A quel pranzo piantiamo i semini di molte cose a venire.

E’ il 2009 e io non ho (più) un cliente. Piero (Babudro) che avevo conosciuto al WorkCamp, mi propone di venire a lavorare con lui in University. Siamo due consulenti innamorati del Taiji e del Social che credono di spaccare il mondo. Il mondo spaccherà noi, dato che restiamo impigliati in un buco di bilancio da polvere sotto al tappeto. Ma sono stati mesi divertenti e assolutamente fantastici. Un giorno suona alla porta dell’ufficio di University un amico di Piero. Si tratta di un giovane studente di Parma che aveva fondato la web tv d’ateneo. Nonostante sia davvero giovane mi sovrasta in altezza. Una stretta di mano e mezzora di chiacchiera e Tiziano (Tassi) ha incrociato la mia strada. Non lo sappiamo ancora ma sarà un bel pezzo di strada insieme.

Concludo il mio giro barcamp 2009 con l’ExperienceCamp allo IULM. Passo per un’ora scarsa. Giusto in tempo per notare un tizio con un mazzo di capelli improponibile a cui io non avrei mai dato da bere: dichiarava oltre la maggiore età ma sembrava che di anni ne avesse quindici. E ancora oggi è così. Io conosco Dorian Gray. Si chiama Stefano (Mizzella) e lo ritroverò qualche tempo dopo in un’iniziativa provocatoria: nel mondo del business italiano, così gerontofilo, gli under 30 scavalcano la cattedra e insegnano. Si tratta dello Young Digital Lab. Ovviamente un’idea così non poteva che venire a Michele Polico. E’ l’inizio di un’avventura che mi farà conoscere persone stupende e che si concluderà per me proprio quest’anno, quando compirò 30 anni. La banda di matti avrà assetto variabile nel tempo, ma mi permetterà di stringere la mano a Giuliano (Ambrosio), Stefano (Besana), Andrea (Colaianni), Vincenzo (Risi) e mille altri ancora.

Nel 2009 ritrovo a Milano un mio collega della SSC: Filippo (Privitera) che mi introduce al suo più caro amico. Antonio (Tomarchio). Non ho mai incontrato una coppia così complementare e affiatata. Sono già startupper di successo, con due start-up realizzate ed una cessione (a Dada ai tempi RCS). In breve resto folgorato da una serie di stimoli incrociati e nasce l’avventura di Yoc.to insieme al fidato Luca (Marra). E’ l’epoca degli URL shortner e mettiamo in piedi una start-up all’americana: prototipo di prodotto funzionante e ricerca di un venture per scalare. È un’esperienza deludente. I tempi sono sbagliati e restiamo delusi dalle offerte: pochi soldi per troppe quote. Mai sono stato così grato ad una delusione. Da quella esperienza ne è venuto solo del bene. Decidendo di abortire il progetto ci siamo salutati e ognuno di noi ha preso la sua strada verso nuove avventure. E io mi sono ritrovato nel 2011 a prenotare un locale per festeggiare Antonio e Filippo e la loro epica impresa: vincere la competizione di start-up più importante al mondo (LeWeb) con un progetto che è oggi una solida azienda: Beintoo.

Quando ancora ero in Sicilia avevo accettato di accompagnare Roberto (Chibbaro) a Palermo ad un evento. Fu l’occasione per stringere la mano a Tony (Siino) e pranzare alla celebre Focacceria San Francesco. Seduto davanti a me un tipo un po’ new age per filosofia, che non si tira indietro quando c’è da esprimere un’opinione. Avevo davanti metà Ninja Marketing: Mirko Pallera.

Da quel pranzo nascerà una consulenza per un progetto che ho amato ma che non ha mai visto la luce. Un progetto Ninja segreto che non dispero ancora di vedere realizzato. Nel 2009 entro nella galassia Ninja e nel 2010 partecipo alla fondazione della Ninja Academy. Un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Se il TrinacriaCamp ha sancito il mio ingresso nel mondo di Internet da professionista, Ninja è stato il mio passaggio dal mondo (sfigato) dell’editoria digitale al mondo degli eccessi della comunicazione online. Tante cose potrei dire di Mirko e Alex e le nottate insieme a gente di tutti i tipi e tutte le convinzioni. Ma le serbo per me, nelle stanze migliori della memoria. Sono stati giorni felici. E ricchi di conoscenze stimolanti come quella di Matteo (Roversi), Enea (Roveda), Mauro (Rubin), Ferdinando (Vighi), Giorgio (Triani), Giulio (Xhaet) o Guido (Arata). Tutti compagni di mangiate e bevute interminabili. E in una delle innumerevoli sushi-cene, stringo la mano ad un pezzo di storia dell’internet italiano: Luca (Basilico). La sua Veryweb nel 1998 è una delle prime web agency italiane specializzata nel passaparola. Luca mi insegna molto, soprattutto è in grado di farmi comprendere una grande verità: sono un ragazzino con potenziale ma anche difficile da gestire. Funziono bene come distruttore di quello che non funziona, ma sarei in grado di essere costruttore? Lascio il ruolo di Strategist con Ninja Marketing e partecipo alla fondazione di Viralbeat come Chief Marketing Officer. Di questi sei anni, Viralbeat rappresenta finora per me il momento più importante. A distanza di due anni e mezzo imparo ancora da quell’esperienza. Come un buon vino, ho apprezzato appieno quel gruppo solo dopo averla inghiottito. Non dirò nulla delle persone con cui ho lavorato perché non sono colleghi. Ma famiglia.

Attraverso Luca capita nella mia vita Luigi (Onesti) direttore commerciale di Cemit Interactive Media, di fatto Mondadori. E’ per lui che decido di fare una scelta atipica: ho iniziato da cane sciolto, ho creato il mio branco ma decido di tornare indietro dedicandomi quasi esclusivamente ad un lavoro dentro un contesto grande e strutturato. Abbandono Viralbeat ed Endivia e divento Head of Digital di Cemit.

Facciamo un passo indietro. Fra i social network a cui sono iscritto mi dedico molto a LinkedIn (abbandonando Neurona-XING e Viadeo). E proprio grazie a messaggi scambiati su LinkedIn capitano nella mia vita professionale, tra gli altri, Francesco Mantegazzini allora al Sole 24 Ore (sul quale non dirò nulla per non rovinare sorprese in arrivo) e Luca Papa da cui mi lascerò coinvolgere nell’esperienza di Digital Coach. E sempre da LinkedIn arriva l’opportunità di fare formazione per le agenzie del gruppo Omnicom da cui nascerà una lunga collaborazione con lo splendido team di Fleishman Hillard Italia. Sempre attraverso i social avevo avuto modo di relazionarmi con una delle menti più affilate che mai mi è capitato di leggere online: Gianluca (Diegoli). E proprio grazie a lui vengo introdotto a Carlo (Branzaglia) che mi porterà ad insegnare allo IED, esperienza raddoppiata l’anno successivo quando poi avrò il piacere di essere chiamato anche da Antonio (Incorvaia).

La formazione non rende ricchi di moneta ma di persone: è il modo principale attraverso cui interagisco e conosco menti brillanti. E belle persone. La formazione mi ha portato nell’ecosistema di H-Farm con Digital Accademia. La formazione mi ha portato a conoscere Claudio (Stivala) e grazie a lui Marco (Galvagno) per una granita e quindi il progetto eMMMe e nuova formazione attraverso la quale ho reclutato Calogero-dal-cognome-impronunciabile (Sciabbarrasi), altra colonna del team Cemit. Con la formazione conosco Riccardo (Verbani) e Marco (Fontana) di Geotag e quindi attraverso di loro Valentina (Boriani), Paolo (Mamo) e tutto il gruppo di Altavia. La formazione mi ha portato a conoscere Davide (Dattoli) che a sua volta mi ha portato al TAG e al PWES dove ho conosciuto Giovanni (Zennaro) e Matteo (Montolli) di Moze, che nel 2012 mi porteranno via Sergio. Ma non fa niente, perché quando un amico trova la sua strada unendosi ad altri amici puoi solo essere contento due volte. Ma chi è Sergio?

Sergio (Panagia) è fra i primi ad entrare nel team di Cemit. Serviva qualcuno in gamba che fosse a proprio agio con la programmazione e mi ricordai di questo ragazzino taciturno incontrato ad un aperitivo di networking organizzato dall’iperattivo Luca (Panzarella. Come avrete notata la mia vita è funestata dai Luca). L’unica volta nella mia vita in cui ho dimenticato di pagare un conto.

Sergio, Calogero, Marco (amico di infanzia che ritrovo a Milano prima e in Cemit poi), Stefano e più tardi Laura e Claudia sono un pezzo della mia vita in Cemit DS. Due anni e mezzo in cui ho imparato a smantellare molte convinzioni, confrontarmi su terreni a me sconosciuti con persone di tutti i tipi, difendere il mio idealismo armandomi di pragmatismo. In breve: ad uscire da una comfort zone ormai definita. Due anni e mezzo in cui ho conosciuto persone non digitali da cui ho imparato molto.

Oggi, appena chiusa la mia avventura in Cemit sono passati 6 anni. Incredibili. E se guardo a quello che mi offre il presente non posso che confermare quanto questi sei anni mi abbiano insegnato.

È una montagna alta, questa. E mentre ascendi non te ne accorgi per nulla: hai sempre gli occhi puntati sulla salita e il pensiero al fiato che sembra sempre l’ultimo. Eppure ogni tanto ti fermi e ti volti. Restando rapito dalla bellezza del panorama. Che è una delle ragioni per cui ci va di scalarla questa montagna: un po’ per sfida con noi stessi, un po’ per la bellezza che ci regala il paesaggio. In questi sei anni queste sono state le motivazioni che hanno dato forza alle gambe nei passaggi difficili: bellezza e sfida.

Eppure oggi, seduto sul divano della mia sesta casa a Milano, rileggendo la sintesi di questi anni, ne scorgo una terza di motivazione. Che non è stata tale allora, ma lo è adesso: la compagnia. I compagni di questo lungo viaggio. È grazie a loro che sono quello che sono.

E quindi qual è il segreto per scalare questa montagna? Per essere felici, godere della bellezza, sfidarsi e vincere, guadagnare una paccata di soldi? Il segreto, per me,  è uno: la generosità. La generosità è una forma di amore autentica perché è amore che trabocca: solo nell’abbondanza puoi dare in modo generoso, cioè disinteressato e senza calcoli.

Come si fa business con la generosità? Semplice: cene e bevute. Ogni tanto anche pranzi e colazioni. E’ l’unico investimento che serve. Il ROI? Una vita piena e una professione ricca. Anche di denaro. La mia storia lo conferma e mi convince sempre di più: l’unica mia preoccupazione di investimento è passare del tempo insieme a persone che mi piacciono o mi sembrano interessanti. Aggiungendo cibo e alcol. Senza calcoli.

In sintesi: Culture eats strategy for lunch.

Quindi, la verità? Io ho sempre e solo investito in cene e bevute. E non ho mai perso dei soldi. E quando soldi non ne avevo ho sempre elargito con generosità ciò che avevo in abbondanza: sorrisi e tempo.

Grazie a tutti, menzionati qui o meno, per quello che avete condiviso con me. Grazie ai miei studenti per quello che mi hanno insegnato.

Disclaimer: questo resoconto è molto parziale perché riguarda solo una parte delle persone che ho incontrato e con cui ho fatto business e non contempla le attività illegali di cui mi sono occupato con grande piacere e profitto.

29, 5, 2013

La prima versione del mio blog risale al 2003. Molto tempo e molti chili sono passati da allora, ma in tutti questi anni di trasformazione una cosa non è cambiata: la mia avversione per i titoli. Capita che mi venga di getto di scrivere un post, lungo quanto la corsa di Filippide, ma che poi passi giorni a decidere quale manciata di parole debba rappresentarlo.

Per questo il consueto post di fine anno è piacevole: finisco di scriverlo e mi ritrovo poi a non sapere cosa conterrà il prossimo, così lontano. Ad eccezione del titolo. Ciò non vi stupirà se avete letto cosa ho scritto nel 2012, 2011 e 2010.

2013. Che dire. È stato un anno incredibilmente veloce. Iniziato sotto i peggiori auspici, ha dimostrato che ogni decadenza contiene in sé i germogli di un nuovo inizio. All’inizio del 2013 ho escluso due persone importanti dalla mia vita. Due persone a cui voglio bene. Lungo la strada del 2013 ho incontrato molti nuovi affetti, profondi e sinceri. In particolare uno, che è specchio del cambiamento che ho vissuto. La prima lezione che ho appreso è stata dunque: non importa quanto è ingente la perdita, il domani potrebbe sempre regalarti di più.

Nel 2013 ho sviluppato un nuovo, peculiare equilibrio con i miei difetti ed i miei limiti. Per sintetizzare, prendendo a prestito le parole di qualcun altro, ho imparato a mettere a fuoco le conseguenze piuttosto che la dicotomia giusto-sbagliato. Mi sono un po’ più aperto a cose nuove e ne ho ottenuto in cambio caos, ma anche tanto calore. Non esiste fuoco che scalda e illumina senza che qualcosa bruci e venga consumata. Non è né giusto, né sbagliato. È così, e basta. La seconda lezione mi ha insegnato che: se vuoi avere di più devi avere il coraggio di rischiare. Sapendo che puoi anche perdere tutto. O anche guadagnare tutto. Ma un prezzo da pagare c’è in entrambi i casi, non solo nel primo.

Nel 2013 ho visto naufragare il frutto della mia volontà di costruire relazioni lunghe e solide. Dopo tanta caparbietà mi sento leggero. La terza lezione potrei sintetizzarla con: ci saranno anche delle cose giuste nella vita. Ma sforzarsi di averle è come leggere un libro partendo dalla conclusione. Senza il percorso, resta solo l’illusione di averle afferrate. Per cui l’unica cosa che si può fare è aspettare. Le cose ci sono o non ci sono. E anche se sono un maestro dell’imposizione di volontà, a dispetto dei miei sforzi sono come tutti gli altri. Con l’aggiunta del ridicolo. Quindi: tanto vale sedermi ad aspettare, senza fretta. Godendomi il tempo, in compagnia.

Nel 2013 per la prima volta ho vissuto qualcosa che tutti abbiamo temuto almeno una volta nella vita. È stata la mia sfida più grande di sempre. Chi mi conosce sa che in fondo amo l’esaltazione delle sfide. Ma sa anche che amo risolvere i problemi da solo, senza vincoli e considerando tutto e tutti variabili. Questa sfida è stata l’unica in cui non ho potuto fare il generale. Mi è toccato sedermi, eliminare trucchetti e diplomazia e fare sul serio quello che mi riesce peggio: trovare una soluzione condivisa con qualcun altro. Non so se il risultato può chiamarsi soluzione, la vita non ti permette il paragone con alternative che non scegli. Però una cosa la so: la pressione disumana che aveva ogni probabilità di travolgere tutto si è rivelata quella che ha fatto di due atomi di carbonio un unico diamante.

La fine di quest’anno è stata un po’ strana. Ho visto per la prima volta difficoltà non mie ma a cui però io potevo porre rimedio. O almeno contribuire. Dopo anni in cui qualcuno ha fatto molto per me, io ho potuto fare un poco per ricambiare. E quel poco mi ha dato tanto. Sempre quest’anno ho goduto del ritorno nella mia vita di qualcuno che si era reso distante. E con la gratitudine nel cuore non dispero un giorno di poter dire lo stesso di chi ancora è lontano.

In ultima sintesi direi che quest’anno ho compreso di più ciò che il 2012 mi aveva fatto intuire: non è solo una questione di dove arrivi, quanto come ci arrivi. E con chi. In fondo è solo un viaggio. Non è detto che sia un bene accorciarlo o renderlo più agevole. Perché è nell’avventura che impariamo a conoscere meglio chi siamo e dare il giusto peso a chi ci tiene la mano.

Non dico di più di questo 2013. Alla fine non mi è piaciuto, né mi ha deluso. Siamo pari, io e lui. Ci siamo presi a cazzotti, ma con rispetto.

5. Sono gli anni che vivo a Milano. È un numero strano il cinque per la mia vita. Finora ha sempre significato cambiamento. Ogni ciclo è durato cinque anni. Non so se sarà ancora così, ma di certo questo è stato il primo anno in cui ho smesso di chiedermi che ci faccio a Milano. Non sento più l’inquietudine dissimulata, come quando sai che potrebbero interrogarti su qualcosa di cui non conosci la risposta. Milano non è più un problema. O forse è solo che sono felice. E la felicità ha questa peculiarità: illumina tutto ciò che incontra, di una luce così accecante da rendere anche un brullo asteroide cresciuto bello come una stella che brilla di luce propria. Come la Luna, la mia vita è stata illuminata nel 2013 da vecchi e nuovi amici. Che mi fanno sentire ricco. Una stella.

2014. Che vuoi? Non lo so. Ti presenti bene, carico di doni e di novità allettanti. Sarà un trucco? Sarai vero? Non lo so. Ma da tempo ho assimilato la parola «scoperta» come sinonimo di «campare», per cui fatti sotto. Avevo bisogno di novità. Del resto sto scrivendo da Lecce, dopo tre anni consecutivi di Genova. Molto è nuovo dunque: il 2014 è una specie di anno di maturità. Tutto da pensare, partendo dalle persone. Quelle con cui imprendo nuove avventure.

Voglio concludere questo post citando dei sogni che ho visto nascere e diventare solidi: Caffeina, LifeMoze, Nevergiveapp e Young Digitals. Ai ragazzi dietro questi nomi dico grazie, perché ogni volta che ho un dubbio, e non è raro, guardo alle vostre storie e mi ricordo che le avversità possono anche uccidere. Ma solo se lasciamo loro l’occasione. Credendo nei propri sogni non si arriva sempre alla meta. Ma di certo si fa un bel viaggio.

In anticipo su tutti: buon 2014.

 

 

Raptus

Amai.

Amai come insegnano che è giusto amare. Amai con quella voglia di perfetto, con il desiderio di eterno, con un abbraccio saldo. Amai pensando alla felicità di domani, al sentimento che si sarebbe fatto forma nella carne di un bimbo. Amai con la fierezza di chi ogni giorno è orgoglioso di riuscire a controllarsi, a camminare diritto per la strada giusta. Quella che deve condurre alla meta. Amai come limpida acqua di sorgente che pura lascia la roccia, silenziosa per non turbare la perfezione del momento.

Amai dell’amore giusto, risposta alle domande.

Ti amo. Come è inevitabile amarti. Ti amo con quella irruenza che non si appaga, con la fretta dell’oggi che muore, con un abbraccio che è un incastro che trova casa, tremando. Ti amo pensando che tutti i domani saranno solo un altro oggi. Ti amo con il sospetto che non potrei fare diversamente, anche impegnandomi. Ti amo perché non sei la meta ma una compagna di viaggio. Ti amo come acqua che ha abbandonato la pura innocenza della fonte, conoscendo lungo il percorso ostacoli, fango e rumore. Ma che adesso torbida di foce è pronta a ricominciare annegando nel mare.

Ti amo dell’amore che è domanda, incertezza, oscillazione.

Sono stato insignificante come goccia, ho corso veloce verso la meta come fiume, sono pronto ad abbracciare l’orizzonte in tutte le direzioni, da pigro oceano. Come un’onda lenta che non conosce avanti o indietro, sbriciolo l’eternità della roccia semplicemente oscillando fra equilibri diversi. Sono puro movimento che mai lascia la propria posizione.

Tutto questo apprendere, per imparare a perdermi. Nel blu.

 

 

 

Oggi Non Posso, Sto Lavorando

La strada è stretta e leggermente in salita, come in salita è la città che la ospita. Catania. Questa piccola ondulazione del terreno porta ad un incrocio, ma prima si infila snella tra una facciata e una parete di roccia lavica, di pari altezza. Da bambino passando attraverso queste improvvisate Colonne d’Ercole, immaginavo che il muro di lava fosse il tentativo del terreno di scostarsi di dosso l’uomo e il suo cemento, con fastidio. Sarò passato da lì centinaia, migliaia di volte. Rallento sempre in prossimità dell’incrocio, noto per il suo inaffidabile invito a mantenere la consueta fretta, invito infido perché offerto a chiunque, in qualsiasi direzione.

Non ricordo con esattezza la mattina, ma ricordo quella sensazione sgradevole di rottura, come una nota stonata che interrompe una melodia ben anticipata con la mente. Il paesaggio – proprio in prossimità della croce d’asfalto – non è come dovrebbe. Una spianata, su uno degli angoli. Dove prima solo rovi prendevano il sole, oggi degli esseri umani calpestano tutto con l’autorizzazione universale del progresso: edificano. A giudicare dalle dimensioni del cantiere e dall’aspetto dell’esiguo numero di operai, riconosco senza fatica che si tratta di qualcuno del mestiere che sta costruendo la propria casa. Il mio sguardo viene catturato in particolare dall’aspetto di un uomo. A prima vista sembra un ragazzo di sedici anni: basso e magro. Ma qualcosa nella sua postura curva tradisce il peso di un’esperienza, come carico invisibile su spalle mai cresciute. Guardarlo da vicino non lascia alcun dubbio: è un uomo bello e fatto nel corpo di un ragazzino. Le rughe sul volto e i capelli ingrigiti non solo dalla calce. La sigaretta appesa ad un angolo della bocca suggerisce la possibile spiegazione al prodigio: fumo precoce, un vizio poco raro quaggiù.

Giorno dopo giorno partecipo con la vista allo sforzo titanico di creare ordine nel dominio della natura. Primo piano, poi un secondo. Aperture, piastrelle, mura e inferriate. Capisco che il vecchio ragazzino è padre del parto. La casa è grande, spazio e mura non devono contendersi nulla. Lui inizia ad abitarla non appena un piano è pronto. E nel frattempo, da solo, lo si vede faticare sulla struttura dell’altro. La casa è quasi finita. Un paio di mesi sono passati. Le mura che cingono la proprietà sono alte e negano l’ormai familiare rito dell’occhiata alla vita dell’altro, di passaggio.

Passa qualche settimana e nell’incrocio mi imbatto di nuovo nella faccia del vecchio ragazzino. È su un cartello bianco incorniciato di nero e fresco di colla. È morto. Aveva quasi finito la sua casa. Adesso chissà chi la abita.

Mi ricapita di passare da via Mandrà, quasi ogni volta che sono a Catania. È una strada anonima e trafficata. Una di quelle il cui nome non ti chiedi neppure. Anche se la percorri ogni giorno. Eppure, dopo aver visto la faccia di C. – infine seppi dunque anche il suo nome – fissarmi dal muro su cui era appesa, non mi riesce più di essere sovrappensiero approssimandomi alla sua (ex) casa. Una vaga inquietudine mi prende, e tutto ciò in cui sono assorto mi appare per un momento – quello del transito – privo di senso. Quell’incrocio è un Triangolo delle Bermuda che risucchia per pochi minuti la fede nelle conseguenze inevitabilmente positive delle nostre azioni di accumulo. Risucchia la fiducia cieca nel fatto che ci sia un ordine universale che premia impegno e pazienza dei giusti, fustigando impietosamente gli empi.

In questo Triangolo naufrago nell’oceano violento e sordo del caso, senza il conforto delle storie che l’Umanità ama raccontarsi. Per quanto misere, queste sono gradite come i resti di un relitto a cui aggrapparsi.

Gli Alberi Nemici del Bilancio

Era invisibile. Prima che scomparisse. Ogni giorno mi offriva ombra tutte le innumerevoli volte che percorrevo il vialetto fino al cancello. Era un albero maestoso. Eppure era invisibile. Sarò passato sotto la sua presenza migliaia di volte senza notarla davvero. L’evidenza della sua assenza la vedo senza aprire gli occhi, grazie al sole non più occultato dallo stormo di foglie assiepate sui rami, in attesa d’autunno. Era un albero antico, come tutti i vecchi richiedeva cura e rispetto. Tagliarlo risparmia al governo locale una rogna e alla collettività una spesa.

Austerità la chiamano. Necessità di far quadrare i conti. Risparmiare su spese non necessarie. Abbiamo delegato la gestione di quello che in comune abbiamo ereditato nel tempo. Ma quando abbiamo iniziato anche a delegare l’interpretazione della parola «necessario»?

Quell’albero una mattina di qualche mese fa distrusse la Punto di mia madre. Perse un ramo, strappato via dal forte vento. Era di scarso valore economico, quell’auto. Ma erano pur sempre quattro ruote in più. Da allora la mia famiglia ha dovuto imparare a farsi bastare un’unica macchina. Austerità.

Eppure questa apparente vendetta dell’uomo sulla natura attentatrice non ha risolto nulla. La mia famiglia non ha l’auto. Il Comune non ha rimborsato il danno (che poteva evitare). Il vicinato ha perso tre alberi. Tagliare gli alberi impedirà che altri rami distruggano altre auto. Una soluzione tanto quanto evitare di uscire di casa impedisca di essere vittima di incidenti stradali.

Siamo nell’epoca dell’Austerità. Non vedo nulla di nocivo nell’evitare di vivere al di sopra delle nostre possibilità. Ma cos’è che questa Austerità ha di diverso rispetto a quella che i miei nonni vissero sulla propria pelle durante e dopo la guerra? Questa austerità è nociva perché non guarda al futuro. Non risolve problemi. Cerca maldestramente di evitarli. Ciò che l’albero tagliato – obelisco eretto a memoria di inettitudine – ci rivela è che il mezzo (il bilancio in ordine) è diventato esso stesso fine.

Qualche albero in meno non è un dramma. Ma cosa mettiamo al suo posto? E cosa faremo con gli alberi in generale? Li taglieremo tutti per evitare la manutenzione?

La sfida dell’Austerità non è l’aumento delle tasse da pagare. Ma le domande che pone: è giusto che le nuove generazioni paghino la condotta scellerata delle precedenti? E ancora: in che mondo vogliamo vivere? Un bilancio in ordine e una città senza alberi sono davvero finalità in cui si dovrebbe esaurire il nostro vivere in comune?

Il sindaco di Catania è appena cambiato. Anche se l’avvicendamento richiama alla mente tutto eccetto la novità: vent’anni fa il nuovo sindaco era per la prima volta davvero «nuovo». Questa è forse l’altra faccia dell’Austerità: rispondere a sfide nuove con i campioni delle soluzioni vecchie. Psicologicamente rassicuranti.

Quell’albero tagliato non è stato sradicato. Solo segato. Un problema non affrontato, solo sterilizzato nei suoi effetti. Ma questa non è una soluzione. Si chiama rifiuto di affrontare la questione. Anche se i suoi rami mi hanno causato un problema, l’albero ha visto molti più decenni di me. Non meritava di essere segato. Solo potato.

Festa della Mamma

Fin da bambino fui affascinato dagli alberi. Ero inconsapevolmente d’accordo con Ovidio già allora: essere pianta doveva essere una gran maledizione.

Inchiodato al terreno, sei preda della ciclica volubilità delle stagioni. Indifeso contro tutto ciò che sulla terra ha dono di movimento, persino gli insetti possono arrecarti danno. Ti è necessario ciò che, troppo pesante per vivere in cielo, viene concesso giù con gran fragore. Tuo nutrimento è ciò che resta dei pasti degli altri: persino ciò che è infimo è prima lasciato ai vermi.

Neppure la maestosa sequoia può influenzare ciò che le accade. Eppure vive più di un uomo, il più abile tra gli animali. Non può scegliere, ma ha imparato a trasformare. L’urina in fiore odoroso. L’insetto in emissario. La carcassa di chi fa preda dei germogli diventa centimetro che avvicina al cielo. Per arrivare più in là degli altri, vincendo la gravità e contro il tempo.

Di queste virtù, una sola ne bramo: possa io sempre saper fiorire teneramente, anche dopo l’inverno più rigido.

Perché gli adulti smettono di giocare al pallone?

La sabbia volava negli occhi. Non era vento a muoverla. Ma calci scomposti, come lampi in una selva di piedi. Il loro tuono erano grida di gioia sudata. Ero un bimbo e guardavo gli adulti giocare al pallone, sulla spiaggia. Era vigilia d’estate, forse il 25 Aprile. O il 2 Giugno. Non ricordo la data ma è rimasto il momento. Come un fossile, che della conchiglia cattura la forma ma non il contenuto.

Non era una partita di calcio, era quasi una rappresentazione: si evocava una giovinezza recitata a memoria, con la sicurezza di chi l’ha già percorsa, con la passione di chi ne ha nostalgia.

Guardavo quegli adulti con i miei occhi di bimbo. Conservavo a mente l’ennesimo quesito che solo anni più tardi avrebbe sposato la sua risposta: perché gli adulti smettono di giocare al pallone?

Non sapevo ancora come le grandi domande che ci sconvolgono da bambini, siano futili ingenuità per gli adolescenti che diventiamo. Né avevo ancora imparato come una volta divenuti adulti quelle stesse domande schiudono i doni migliori, come il vino che ha saputo invecchiare.

Rivedo quegli uomini sulla spiaggia. Rivedo la gioia con cui si rincorrono, non per vincere ma per giocare. Adesso so perché davano quel valore spropositato a qualcosa che faceva parte della mia quotidianità d’infanzia.

Io ero solo un bambino, con la fretta di lasciarsi dietro l’infanzia per entrare nel mondo degli adulti. Loro erano adulti che cercavano di tornare a sudare come solo i bambini sanno fare: senza chiamarla fatica.

Tutto giù per terra

Non capivo. Mentre la mia mano serrata incontrava il tuo volto. Non capivo. Mentre cercavo di arrivarti al cuore con la punta della scarpa. Non capivo. Anche mentre sputavi i denti per non soffocare. Non capivo perché mantenessi la calma.

Ardeva, questo mio non capire, trasformando i pensieri in rabbia. E la rabbia in violenza. Ma più mi accanivo su di te, più non capivo. Eppure, era semplice. Evidente. Ma non lo fu in quel momento. Non lo fu neppure mentre varcavamo la soglia della stanza per uscire all’aperto, sul terrazzo. Io e te, due gocce d’acqua.

Forse avrei potuto accorgermene allora, mentre ti trascinavo fuori per i capelli con l’intimo desiderio di spiccarti la testa dal busto. Ma di certo non avrei potuto capirlo mentre tiravo su a forza quello che di te era rimasto, per metterti in piedi un’ultima volta. Allora sferrasti il tuo colpo finale: quel tentativo di sorriso beffardo con ciò che restava del tuo viso.

Ed andò a segno quel colpo. Prima di accorgermi della rabbia avevo già affondato le dita nel tuo collo. Il ginocchio si mosse da solo verso il tuo inguine. E infine quasi non provai sollievo tanto velocemente ti scaraventai giù, incontro all’asfalto scuro della strada.

Fu allora che la comprensione m’illuminò come un lampo nella notte di tempesta. Mentre scivolavi oltre la balaustra. Mentre il tuo sorriso si allargava. Mentre mi afferravi sotto il braccio. Mentre specchiavo il mio malessere nelle tue iridi.

Credo di esserci arrivato poco prima di raggiungere l’asfalto. Avevi vinto. Ti avevo ammazzato. Ma avevi vinto tu. Perché era questo che volevi: condividere con me la caduta.