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Il Gioco della Lista

Voglio proporvi un gioco. Fate una lista delle cose che desiderate.

Ordinatela secondo quello che desiderate di più. Siate sinceri, tanto la lista la vedete solo voi: ordinate le cose secondo il vostro desiderio di pancia, non secondo come pensate dovrebbero essere ordinate per fare di voi dei fighi. E se il gelato al cioccolato sta sopra crearsi una famiglia, vuol dire che avete fatto una buona lista.

A questo punto probabilmente nella vostra lista ci saranno diverse voci potenzialmente confliggenti. Del tipo «scopare X» e «arrivare vergine al matrimonio». Ma se le voci non sono strettamente alternative, tipo «mangiare X» e «mangiare Y», allora non cambia nulla comunque: perché la difficoltà è decidere su cosa mettere prima.

Già perché una cosa che non vi ho detto è che nulla garantisce che riusciate a fare tutto quello che avete messo in lista. O che domani non avrete voglia di modificarla la lista. O addirittura di aggiungere cose nuove.

In questo quadro un atteggiamento razionale sarebbe iniziare dalle cose che desideriamo di più. Perché non sappiamo. O meglio: sappiamo poco. E’ proprio questo sapere poco che comincia a confondere le cose. Cominciamo ad ordinare le cose non secondo il desiderio che abbiamo di provarle ma secondo la loro proiezione, la conseguenza, ciò che succederà. E la lista cambia, di parecchio. Posticipiamo, leghiamo, valutiamo. Ma ciò non muta il desiderio. Per cui ci troviamo con una lista che non riflette più il nostro desiderio, ma con un desiderio immutato. E così non scorriamo la lista aggiornandola secondo le cose che viviamo, ma la aggiorniamo secondo l’idea che abbiamo delle cose che dovremmo vivere. E spesso quando le viviamo siamo più concentrati a dimostrare la validità della nostra proiezione dell’esperienza, che a goderci l’esperienza stessa.

Alcuni di voi sono  fra quelli appassionati dell’ordine. Credono di poter stilare non una lista, ma LA lista. Sono sinceramente mossi da filantropia: vorrebbero trovare la soluzione alla questione della lista proponendo un ordine di voci valido per tutti. E allora agiscono appiccicando addosso agli altri le proprie conclusioni. O peggio adottano il metodo della confutazione e della dimostrazione per assurdo: se una cosa non funziona, allora il suo opposto è la scelta giusta. Questi filantropi hanno perso di vista che non è importante la meta ma il viaggio. E che lo stesso viaggio produce la stessa meta, ma significati diversi per ogni viaggiatore. E spesso anche per ogni viaggio.

Insomma: l’unica cosa certa della lista è il desiderio. La voglia di qualcosa. Tutto il resto è supposizione. Chi va in fretta compone la sua lista e inizia dalle cose che desidera di più. Perché lo scopo non è produrre una lista giusta. Ma iniziare a vivere dalle cose che consideriamo più importanti. La lista è il mezzo, non il fine.

Forse a questo punto sarete fra quelli che notano una cosa curiosa: avete vissuto un bel po’, eppure non avete neppure iniziato a cercare una delle voci della lista. O forse avete iniziato, ma dal basso, da ciò che è meno importante. Capitava spesso anche a me: le cose che più desideriamo sono anche quelle che ci fanno più paura. Perché ci fanno sentire vulnerabili e fragili. E spesso sono cose a cui non siamo abituati, che per questo spesso ci affascinano. E così preferiamo vivere una vita di sofferenza e lamenti, fatta di grandi limiti da combattere e che ci ostacolano. Ma limiti che conosciamo. E se ci portano sempre allo stesso punto finale è solo perché in realtà è ciò che vogliamo. L’assenza di certezze e di punti di riferimento ci terrorizza più dei casini che viviamo, ma a cui tutto sommato siamo abituati perché abbiamo imparato a gestirne la sofferenza.

E’ il motivo per cui seduti sulla riva del mare, alcuni sentono forte il richiamo dell’orizzonte e partono e altri preferiscono soltanto bagnarsi i piedi e maledire il fatto di non avere le branchie.

Infine potreste essere fra quelli che hanno troppe cose da fare e pretendono più tempo. O più soldi. O più qualcos’altro. Perché la loro lista è diversa. E’ impegnativa. Eppure se per assurdo si riuscisse ad avere più tempo, questo servirebbe solo ad incrementare ancora la lista. Il tempo a scadenza è importante: perché ci costringe a selezionare davvero le cose importanti. Il fatto che la scadenza non sia nota è ancora più importante: perché ci costringe a non perdere tempo dentro cose/esperienze note, se non sono davvero appaganti.

Vi rivelo un’ultimo segreto. Lo scopo della lista non è riuscire a fare tutte le cose elencate. E neppure farne più di altri. Lo scopo della lista e trovare una voce, all’inizio, o alla fine, che ti fa venire voglia di appallottolare la lista e gettarla via. Esattamente come le posizioni di yoga: ne esistono centinaia. Solo perché tu possa scoprire l’unica di cui hai bisogno. La tua.

E come recita il mio motto sufi preferito: «l’unico modo di conoscere è assaggiare».

Dettagli e Buon 2011

Quanti gradini ha il sagrato della chiesa si San Nicolò in Piazza Dante?

Stanotte ero sdraiato su quei gradini. Come centinaia di altre volte. Amo quella piazza, soprattutto di notte.

Non mi ero mai posto il problema di quanti gradini avesse il sagrato. C’ero sdraiato sopra. Li ho contati. Sono 7. Sembra un dettaglio inutile, ma mi ha fatto pensare che non saprei dire quanti sportelli ha la mia cucina. Né quanti passi ci sono fra il bagno e il letto. E mi ha fatto venire in mente che la cosa funziona così anche con le persone. Ne tieni accanto alcune e per te sono il massimo. Sono la tua quotidianità e le ami sinceramente. Ma le hai mai guardate per quello che sono? Le conosci davvero? Ti sei mai sforzato di osservarne i dettagli? Hai mai avuto fame davvero di approfondirne ogni angolo?

In fondo piazza Dante è più di un insieme di dettagli. Vero. Ma è anche quell’insieme di dettagli. Al punto che se ogni giorno ne cambiasse uno, insignificante,  alla volta, in capo ad una settimana sarebbe un posto diverso. Migliore o peggiore, ma diverso. Come le persone che amiamo. Non prestiamo attenzione ai piccoli dettagli che cambiano ed improvvisamente nel complesso scopri che è cambiato qualcosa.

E’ da paranoici fissarsi sui dettagli. Anche perché corri il rischio di perdere il quadro d’insieme. Ma la verità sta nel mezzo: fra il dettaglio e l’insieme. E l’unico modo per coglierla è essere curiosi. Fottutamente curiosi.

Chiudo il 2010 augurandomi un 2011 di affamata curiosità, esercitata in direzione immersiva. Non voglio nuove cose. Voglio solo entrare più a fondo in quelle che ho già.

Buon 2011. Forse finirete ad una festa come tante, dove sembra che la gente sia costretta a divertirsi per legge. E a farlo bevendo fino a vomitare. Forse lo passerete in coppia con chi amate, o da soli a dormire. In tutti questi casi vi auguro di vedere la perfetta bellezza del tempo che scorre e mai s’arresta. E di comprendere quello che ci sussurra: il peccato non è fare cose di cui un giorno forse ci pentiremo. E neppure festeggiare in modo preconfezionato. L’unico peccato è stare fermi. A bordo pista, a guardare gli altri. Il mio sintetico augurio per il 2011 è: fate quello che volete, ma fate.

Violenza

Li incontri e ti rivedi.

Ti ricordano com’era agli inizi. E’ impossibile non notarli, quel loro mal-di-vivere che si agita dentro, quella tensione e quella sofferenza: martello e incudine che forgiano un’arma solida da metallo reso docile dal soffrire nel fuoco. Se incroci il loro sguardo rischi di tagliarti. Se fai attenzioni noti che non respirano come gli altri, non ridono come gli altri, non parlano come gli altri. Ogni loro movimento, fino al più impercettibile moto di palpebra, esprime passione. Una passione grezza, non studiata.

Si fanno troppe domande, e non vengono placati dalle risposte.

La loro malattia si chiama Amore. Ma non amano che l’Amore. E quando finisce sono capaci di vagare in piena notte senza rassegnazione. Scrutano dentro ognuno che incrocia il loro cammino, si chiedono se ospita quello che loro cercano. Non lo sanno ancora, ma la persona è per loro un accidente. Una fontana: bella, ma è l’acqua che disseta, non il bel marmo. Li puoi prevedere, ma solo se hai già calcato i sentieri di alta quota su cui si muovono. Li osservi, con la loro pelle così sottile da essere quasi trasparente, e ti ricordi che un tempo anche la tua era così: si intravvedeva il bagliore del fuoco, la fucina in lavorio perenne.

Poi la vita, la delusione, le cicatrici fanno di quel sottile diaframma color luna un involucro resistente e opaco. Che li rende simili agli altri, a quelli spenti. Ma solo in apparenza. Perché in quel maturare come frutta al sole c’é tanta crescita. E tanta comprensione. C’é imparare a gestire e sfruttare il grande fuoco dentro, perché possa generare e non soltanto consumare.

Ed è allora che tutto quel fumo disperso diventa il vapore che muove verso nuovi orizzonti più lontani, irraggiungibili ai più.

Io guardo la tua inquietudine e sorrido. Scorgo i sentieri invisibili disegnati dal cadere delle tue lacrime e il mio dito come spada entra nel dolore del tuo cuore. Sono impietoso e gioisco del tuo dolore. Perché vedo già la farfalla che nasce.

Corse

Conobbi un tipo una volta. Finì male, ma era abbastanza prevedibile: era ciò che voleva. E i tipi come lui ottengono sempre quello che vogliono.

Coltivava un vezzo curioso. Quando era malinconico o arrabbiato andava di notte su una strada. Era lunga e diritta quella strada. Sul primo tratto era illuminata, sull’ultimo era praticamente al buio. A lui piaceva percorrerla tutta quella strada. Al massimo della velocità e della musica. Nelle notti d’inverno era strada praticamente deserta. Gli piacevano in particolare le giornate in cui aveva piovuto: la strada era bagnata ed era facile perdere aderenza. Spegneva sempre i fari nel secondo tratto, quello al buio, e appena raggiungeva la velocità massima lasciava andare la macchina in folle.

Tutto questo fino alla curva in fondo, dove poi aspettava l’ultima goccia di adrenalina per provare a reinserire la marcia e rallentare, operazione che non riusciva mai al primo tentativo. E neppure al secondo.

A prima vista si potrebbe pensare che quel tipo disprezzasse la propria vita. Ed infatti era così. Ma non era solo questo. Sosteneva che il mettersi in una situazione in cui senti che stai davvero per morire ti fa sentire meno solo. Quando questo non accade. Quando infine riusciva ad inserire la marcia e frenare, spesso all’ultimo secondo utile, non era solo sollievo quello che provava. Gli sembrava quasi che qualcuno avesse deciso che non doveva ancora morire. Gli dava l’impressione che la sua vita avesse uno scopo, un’utilità, un senso. Anche quando non lo vedeva.

Ed era proprio in quei momenti di buio che andava a chiedere all’oracolo della strada un responso.

Fatta la curva arrivava ad una rotonda, – che aveva ribattezzato l’omphalos – tornava indietro e si fermava un attimo. La strada era sul mare, e di notte andava allora a salutarlo. D’inverno la sabbia sembrava neve al tocco, diceva. Il rumore del mare – o la voce, come la chiamava lui – era più forte. Si sentiva chiamato, ma sapeva che non era saggio cedere: il mare nelle notti d’inverno è come una donna che ha amato invano, sosteneva. Sembra che sia pronta ad accoglierti, ma in realtà il suo turbinare avanti e indietro fra passato e presente, ti travolgerebbe irrimediabilmente come i cavalloni spumeggianti.

Salutato il mare, si rimetteva in macchina. Non lo infastidiva la sabbia. Sapeva che anche i ricordi più persistenti sono spesso quelli piccoli come granelli. Ma è solo una questione di tempo prima che si stacchino via come polvere.

E tornando spesso sorrideva. Aveva lasciato al mare la sua rabbia e il suo vuoto.

Era un tipo che pochi capivano. Ma era per quei pochi che infine aveva sempre mosso il braccio per innestare la marcia prima della curva.

Artifici Inutili

Costruiamo muri con la speranza che qualcuno li valichi. Facciamo cose per dimenticarne altre. Chiudiamo per bene a chiave verità solo perché speriamo che qualcuno possa trovarle. I tesori più importanti non li conquisti con la punta della spada, ma con quella della vanga. Gli uomini che trovano la loro fortuna non attraversano la folla che li acclama, ma si muovono di notte furtivamente.

Quest’anno ho avuto conferma di una cosa che avevo osservato già anni addietro: se acquisti senza fatica qualcosa, o è rubata a qualcun altro o non è di valore. Senza sudore non si conquista nulla di duraturo.

Costruiamo alte torri in attesa che qualcuno le scali. Rinforziamo le nostre porte solo per misurare la determinazione di chi le abbatte. Ci rendiamo difficili per essere costosi.

Le cose di valore hanno un prezzo alto.

Ma non tutte le cose costose, sono di valore.

Non voglio scoprirti uccidendo draghi, o sopravvivendo a labirinti mortali. Le cose semplici non sono meno difficili delle artificiose. E’ più difficile trovare la tua foglia in un bosco, che dentro un labirinto costruito apposta. E’ più difficile sbucciare l’arancia giusta che perquisire un castello. Sfiorarsi è più difficile che rincorrersi.

I migliori versi d’amore non stanno nei sonetti. Ma sulla punta delle labbra.

Ed è li che è più difficile andarli a prendere.

Tavolo Tondo

Se l’Universo avesse un centro, questo assomiglierebbe ad un tavolo tondo. Uno spazio costruito per unire, un baricentro attorno a cui mutevoli come tempeste si aggregano conversazioni. Un terreno di contesa su cui duellanti incrociano sguardi nel tentativo di affondare il colpo al cuore. Una caverna buia dove ciechi piedi scomposti si incontrano senza sapere chi hanno sfiorato.

L’aria è carica, ma non sai di cosa, il frastuono è continuo ma disomogeneo. Ecco una risata che come tuono si impone, ecco una frase che come legna alimenta il fuoco, che reagisce di fiamma. Attorno a tutto questo calore, insieme ci scaldiamo, piegando il tempo come un buco nero.

E non ricorderemo la tempesta, né il terreno, né la grotta. Non ricorderemo dove e quando. Ma ricorderemo che ci siamo scaldati un po’ insieme, allo stesso fuoco.

Se penso a quello che ci attende, ho le vertigini. L’unica cosa che mi fa restare saldo e non impazzire, è il calore di chi condivide con me la strada, anche solo per un momento. Fra tutte le cose di cui potrei fare a meno, non ci sei tu, sconosciuto compagno incrociato per un breve cenno lungo la via.

Se l’Universo avesse un centro, questo assomiglierebbe ad un tavolo tondo. E a quel tavolo, vorrei scegliere io il mio posto. C’é troppo poco tempo per sedersi davanti ad una persona che non trafigge.

Prototipi

Una formica può volare?

Cosa c’é di così sconvolgente nel pensiero che il destino di ciascuno di noi sia abbozzato nei nostri geni? Che quello che siamo, le risposte che diamo, le strade che prendiamo dipendano dalla forma che abbiamo.

Ma se anche così fosse non sappiamo nulla di noi. Partiamo da una totale inconsapevolezza. E acquistiamo consapevolezza solo vivendo. Agendo. Sbagliando. Un po’ come il faro della bici che illumina solo se ti muovi. E in questo movimento impariamo che forma abbiamo, ma contemporaneamente la modifichiamo, perché siamo esposti ai fallimenti e ai desideri. E’ lo stato di proto-tipo. Sul prototipo agisci continuamente per migliorarlo, perché sarà l’elemento su cui produci la serie. Siamo abituati a pensarlo come una prova, una sorta di stato ibrido fra il nulla e la perfezione, un equilibrio sub-ottimale.

E invece un proto-tipo non viene mai finito: è sempre in fieri. E’ sempre alla ricerca di sé stesso. Ha la sua identità riconoscibile ma può essere nuovo ogni giorno. Diventa proto nel senso originario del termine: è il primo. Primo non perché migliore degli altri. Primo perché è nuovo. E’ diverso e unico. Forse dopo ne verranno altri simili. Ma la prima alba è sorta per lui. Non è una versione incompleta di qualcos’altro. E’ sempre sé stesso ed è incompleto solo perché sta diventato sé stesso. Non è una tautologia, ma più autopoiesi. Il prototipo è il primo ad affondare l’impronta sulla nevicata immacolata.

Alla formica in sorte è negato il volo. E anche all’uomo.

Ma l’uomo non accettando il suo destino si è fabbricato ali, polmoni d’acciaio e ruote, per andare lontano. Per capire di più di sé. E della sua forma. E solo questo divieto della natura, questo costante e frustante scoraggiarlo, ne ha temprato carattere e sogni, portandolo lontano. Gli aristoi non sono tali per nascita, ma per cittadinanza. Non sono quelli che hanno scampato la rupe alla nascita. Sono quelli buttati giù dalla rupe e risaliti centimetro dopo centimetro, unghia spezzata su unghia spezzata. Gli aristoi sono quelli che si oppongono agli ostacoli, anche se non sanno ancora dove questo li porterà. Sono Prototipi. Si muovono e si muoveranno sempre, perché sanno che l’importante non è la meta ma il viaggio. E sanno essere grati all’odio, edificando cattedrali con i sassi che vengono loro tirati.

I prototipi hanno una forma, che è il loro destino. Ma è una forma che non esclude altre forme. E’ una barca che se non c’é vento viaggia a remi. Ma viaggia sempre.

Forse il destino di tutti noi è scritto. Ma se è così per i prototipi ne esiste più d’uno.

Auguro ai prototipi di non raggiungere mai una forma definitiva. Ma anche di non rifiutare di assumerne una. Auguro ai prototipi di non smarrire mai la passione per questo gioco e la fame di nuove frontiere da conquistare.

Stella del Mattino

Fra i regali di Natale ho ricevuto il live di Ludovico Einaudi alla Albert Hall di Londra.

Einaudi ha eseguito insieme ad altri musicisti (tra cui i Virtuosi Italiani). Ho ascoltato tantissime volte tutti i brani che Einaudi ha suonato alla Albert Hall. Ho tutti i suoi album e sono stato a diversi suoi concerti. I pezzi del disco rosso sono sempre presenti all’appello delle sue esibizioni.

Eppure, Stella del Mattino è in una versione meravigliosa. La migliore di sempre. E gli altri brani ne escono trasformati.

La cosa che mi commuove è che un brano sentito centinaia di volte possa ancora esprimere e regalare emozioni. Possa ancora essere sé stesso ma suonato in modo da essere nuovo. Trovare il nuovo in ogni riproduzione di un brano fedele a sé stesso. Non immagino ricchezza più grande per un musicista.

Trovare il nuovo in un rapporto che dura da anni. Non immagino ricchezza più grande per un uomo.

E questo regalo mi ha fatto sentire ricco.

Un Occhio Chiuso e Uno Aperto

Un occhio chiuso ed uno aperto. Guardi ma non vuoi vedere, allo stesso momento.

Un occhio chiuso ed uno aperto. Non scegli e resti sospesa. L’azzurro illuminato d’estate alle spalle, l’incognita di uno sguardo a metà sul mondo che ti osserva. Un occhio chiuso ed uno aperto, ammiccare per celare, un celare che dice molto di quello che vorrebbe occultare. Un paravento su cui il non detto disegna parole d’ombra, che parlano di quello che non si dice, ombre cinesi su teli cremisi.

Un occhio chiuso ed uno aperto, un compromesso responsabile fra tentata volontà e ordinata responsabilità.

Un mondo a metà, o almeno così furbescamente credi, un tentato tentativo tenace nel tentennio: al massimo diverrà una mezza colpa.

Ma il mondo con mezzo paio d’occhi ti entra dentro tutto, ugualmente. E quando uccidi il tentativo serrando la palpebra, per quanto repentino il moto è già tardo: è un adulterio a cui la volontà, moglie del dovere, lasciando il tempo di un tocco ha dato respiro eterno in un pensiero gravido di fantasia che a occhi chiusi dipinge quella realtà leccata ma mai addentata, temuta ma accarezzata.

Un occhio aperto ed uno chiuso. E mentre ti chiedi si apriranno entrambi o entrambi presto saranno serrati, ecco che è già tempo di passare oltre: ci siamo osservati da dietro il vetro, e nessuno ha avuto il coraggio di aprire quella porta chiusa senza convinzione.

NOTA: questo post qui sopra l’avevo scritto a Marzo. L’ho ritrovato per caso facendo pulizia tra le bozze. Parla specificatamente di una persona, e per questo motivo avevo deciso di non pubblicarlo. Non pubblicarlo significò per me rinunciare a forzare il corso degli eventi. Un corso degli eventi che mi appariva misterioso. Oggi non sussiste alcun motivo più per cui io non debba pubblicarlo. Ma non sussiste neppure un motivo per pubblicarlo. Decido quindi per la pubblicazione solo perché è bello accorgersi di come comunque certe cose vadano come devono andare. Ed è in queste occasioni che ti sembra di scorgere quella cosa che chiamiamo Dio o destino, che come impararono Giona ed Edipo a proprie spese, sembra condurci dove abbiamo paura di andare proprio attraverso la strada che scegliamo di prendere per allontanarci. Questo post è un promemoria: a volte sbagliarsi è la cosa migliore che potesse capitarci.

Minchiate

Questo è il primo caso di post su titolo forzato. Nel senso che sono obbligato a scrivere un post con questo titolo, per riabilitare una cosa che in allegria si diceva qualche sera fa. Quindi in sé questo post è una minchiata e la sua lettura può essere interrotta seduta stante senza motivo di rammarico.

Ora il tutto nasce dalla considerazione (che so essere abbastanza condivisa) che il sottoscritto scriva – per l’appunto – di minchiate. O quantomeno di cose patetiche tendenti al non senso (o alla masturbazione stilistica, se preferite). In effetti do spesso l’impressione di prendermi sul serio. Ma non temete: è appunto solo un’impressione (e forse in realtà dovreste per questo motivo temere). Le poche persone che mi conoscono da vicino sanno… che cosa? Dovrebbero essere loro a dirlo, ma suppongo di poter sostenere che dovrebbero sapere che non mi prendo affatto sul serio. Ma non sono neppure schiavo dell’opposto, cioé di quel dover sempre evitare di prendere posizioni nette, perché fa figo essere possibilisti. Quindi in sostanza: non mi prendo sul serio e proprio per questo mi butto con convinzione sulle cose (laddove mi riesce di averla la convinzione).

Ecco. Ho assolto ai miei doveri. E giusto per non smentirmi direi che: ‘il saggio ha una giada nascosta nel petto’. Che è la sintesi di tutto questo post. Non nel senso che è una frase senza senso, ma nel senso che riassume tutto quello che ho detto. In fondo le alternative sono sempre le solite due: o io dico minchiate, o tu non arrivi a capire quello che dico. Chissà ;)