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Le Parole e i Dettagli

Il diavolo si nasconde nei dettagli. Dettagli piccoli come fessure, che ingannano l’occhio come sfumature.

Le parole sono scosse che partoriscono montagne e lacerano conteninenti. Ma le parole sono anche tagli, che cesellano, rifiniscono, operano separazioni chirurgiche invisibili ad occhio nudo ma evidenti nelle possibilità che fanno fiorire.

Le parole creano varchi in cui a volte leggiamo la promessa di qualcosa di più del fugace passaggio. Le parole sono bolle di sapone tremanti che proteggono lo spazio dei sogni dallo spazio della realtà, prima che questi si riuniscano.

Nel regno delle parole l’equivalenza è in esilio. La bugia dei sinonimi è colore solo per le tele di chi non distingue le sfumature di buio della notte. L’architrave all’ingresso di questo reame recita: «Ciò che non vuoi perdere non è ciò che vuoi avere». Nel dominio delle parole, anche l’opposizione è sconosciuta: «amare» e «odiare» sono figli della stessa madre. 

Lo vedi il demonio? È proprio lì, accovacciato fra la «paura di perdere» e il «coraggio di avere». 

Nel dominio delle parole «senso di colpa» è un’eco e «infinita mancanza» solo una lunga serie finita di lettere. «Nostalgia» si può rivolgere al futuro non ancora vissuto e «ho cambiato idea» descrive solo il ruotare di qualcosa su un perno.

Nel mondo delle parole è bello giocare a nascondino, ma non ci si nasconde mai realmente. Copriamo la verità, di veli. Come si veste la notte di buio: senza sarebbe difficile vederla arrivare.

Senza la carezza del velo della parola, sarebbe impossibile per noi abbracciare l’impeto del vento.

Nel dominio delle parole il demone che vive nella fessura tra i significati sa che due coste divise da un’oceano, sotto continuano ad essere una cosa sola.

Abitare in Mongolfiera

Ho dovuto lasciare andare pezzi di me: il Dio del viaggio è vorace e non ama sacrifici che non siano amputazioni di sé. Un sacrificio orribile prima di essere compiuto ma che il tempo cicatrizza rendendolo quasi dovuto, quando rievocato nel ricordo. Al momento è una rinuncia che passa quasi inosservata, nell’eccitazione del passo successivo verso una meta che solo dopo scoprirò inesistente. Ma non sarà un naufragio, solo un’odissea: la meta raggiunta non basterà a placare la sete di viaggio e la fame di confini. Il mare diverrà l’ossessione, la costa all’orizzonte solo una pausa.

I viaggi dell’adolescenza sono questo: rotte per mare. La volontà si dispiega su una superficie che non può opporre ostacoli alla rotta determinata e diritta, tracciata nella mente e orientata dalle stelle. Ciò che non ho portato con me l’ho lasciato indietro, lontano alla vista e scolpito nella mente senza possibilità di vecchiaia. Come il profumo della partenza, nel primo porto.

Ma quel modo di viaggiare è facile, la testa è sempre volta avanti e solo la notte distrae dai problemi dell’avanzata. Ciò che è stato preoccupa meno di ciò che sarà. Il confine non ancora spezzato seduce, quelli già attraversati sono evocati solo per giustificare questo, come stelle che si ignorano nelle distanze del cielo, costrette dal capriccio dell’uomo a condividere la stessa forma in una costellazione.

Il modo di viaggiare degli adulti è un viaggio in mongolfiera. Per arrivare dove vuoi devi saper pazientare: la rotta è un insieme di curve che sembrano allontanarti dalla destinazione. La dimensione è l’ascesa, non abbandoni la terra ferma correndo verso un’altra costa ma compi un salto sperando di non ricadere a terra. Navigare nell’aria richiede ben più di un sacrificio ad una divinità affamata: la capacità di diventare pesanti e leggeri all’occorrenza. Di trovare zavorre e ricordare della terra da cui provengo, di mollare senza indugio tutto quello che mi impedisce di salire ancora più in alto.

In questo viaggio in mongolfiera non visito nuovi posti. Sotto di me il paesaggio è lo stesso. Ma man mano che salgo cambia il modo in cui lo guardo. Quello che prima mi sembrava grande e incombente, ecco che diventa minuscolo e insignificante. Guarda: posso coprirlo con un dito. Ciò che era invisibile tanto era certo: ecco, ora ne vedo i contorni. Ha una fine e io la vedo, anche se non sono ancora la.

La nostalgia di un luogo che non esiste più. Non è rimpianto. È il ricordo di quel pezzo di me che il passato ha inghiottito. Insieme a quel luogo, in quel tempo, che mi sono lasciato alle spalle. Qui, sulla mongolfiera, il passato dei ricordi è una lente che mette a fuoco il paesaggio che osservo oggi. Non sono più le stelle e gli ideali ad orientare il percorso, ma i luoghi laggiù che conosco bene. Ecco: si trasformano ad ogni metro di distanza, pur restando sempre uguali.

Non è più la promessa del domani a muovermi, né la fuga da ieri. Oggi, sulla mongolfiera, non cerco nulla e non vado da nessuna parte.

Cerco un modo di abitare me stesso, mentre salite e discese si succedono senza sosta.

30, 2014

E quindi sono trenta.
Inutile ormai introdurre la mia consuetudine di scrivere il post del mio bilancio annuale (se sei nuovo: 2013, 2012, 2011, 2010)

Per prima cosa: una nota agli affezionati. Dal titolo ho eliminato il numero di anni che sono a Milano. A dicembre sono diventati 6. Ma ho deciso di non contarli più. Mi sono sentito sempre di passaggio in questa città. Mi sono sempre chiesto se fosse davvero questo il posto per me. Non ho trovato la risposta. Ma alla domanda, esattamente come ai rintocchi del campanile dietro casa, non faccio più caso. Per cui è ufficiale: la questione non ha cessato si esistere, ma da tornado incombente è stato declassato a pericolo di pioggia.

2014.

È un anno pari. E a me gli anni pari mi risultano un po’ infami. Questo lo chiamerei Colombo. Perché come il buon Cristoforo è partito pieno di certezze ed è andato a sbattere contro qualcosa di nuovo che non si è capito ancora cosa sarà. Io spero: la mia America. Ma ammetto di essere partito per le Indie.

Nel 2014 ho fatto tante cose che avevo già fatto negli anni precedenti. Sono ripassato da luoghi a me noti, eppure è stato tutto diverso. Perché io sono del tutto diverso. Ritrovarmi a decidere di nuovo di cose già provate è stato proprio il modo migliore per misurare questo cambiamento.

Il 2014 mi ha regalato anche una conferma importante: sono ancora capace di scegliere di pancia, solo perché una cosa è giusta (secondo me). Anche se non si tratta della più conveniente. Perché resto assolutamente incapace di farmi piacere qualcosa che dentro di me non è più amata. Questo atteggiamento adolescenziale è bistrattato, ma devo dire che sul lungo periodo mi ha finora regalato grandi soddisfazioni.

Nel 2014 ho toccato con mano quanto sia cresciuta la mia famiglia. Una sorella diciottenne e una sorella laureata. Un fratello che è secondo solo di nascita. Ogni tanto smetto di correre e mi trovo in mezzo ad una famiglia che è specchio della velocità a cui mi sono mosso. Se nel mio mondo tutto cambia insieme a me, nel mondo della famiglia non sono io a dettare i tempi. E mi piace godermi questa marginalità.

La fine del 2014 mi mette davanti alla stessa scelta per la quarta volta. Quattro volte in un anno: vuol dire che avevo bisogno di essere bocciato quattro volte. Io che a scuola sono sempre andato bene, ho imparato come essere bocciati non sia infamia. Può addirittura essere un favore. Capire la domanda non implica automaticamente riuscire a trovare una risposta. Ci vuole tempo. Anche per me. Spero che questo giro sia l’ultimo. Ma il peggio che può capitarmi è solo un’altra bocciatura.

Infine ringrazio il 2014 per le occasioni che mi ha offerto per restituire a Catania parte del valore che mi ha regalato in questi trent’anni. Attraverso il coinvolgimento in iniziative come TEDxSSC, il DML e Meridio News.

30.

Non voglio riassumerli di certo. Ma non riesco a fare di meno di cedere alla tentazione delle considerazioni globali.

La prima: guardavo a questo momento come ad una epifania. Pensavo che sarebbe stato lo zenith della mia vita personale e lavorativa. La summa delle cose che nella vita avevo appreso. La celebrazione delle mie vittorie. Questi trent’anni sono passati quasi in fretta. E più sono andato avanti più ho accumulato solo consapevolezza delle cose in cui mi sbagliavo. Oggi, se mi guardo indietro, la prima parola che mi viene in mente non è: successo.

Primo: scusa.

Scusa, per tutte le volte che ho tirato dritto per la mia strada. Scusa, per tutte le lacrime che ho fatto versare. Scusa, per tutte le volte in cui ero altrove. Scusa, perché ho detto troppo o troppo poco.

Beninteso: rifarei tutto. Tradirei promesse, ruberei fiducia, accoltellerei con la lingua e appiccherei fiamme con lo sguardo. Preferendo la fuga, se la vittoria non è disponibile. Sono state tutte cose importanti per me. Per essere quello che sono. Ma oggi mi scuso perché i motivi per cui l’ho fatto erano meno assoluti di quanto credessi. Chiedo scusa perché dalla mia avevo solo una lingua più tagliente e poco altro. Non chiedo scusa per quello che ho fatto. Ma perché nel farlo non vedevo le persone sedute sul lato delle conseguenze delle mie azioni. Oggi vi vedo e questa è una differenza. Ma non preoccupatevi: non ci saranno grandi cambiamenti di condotta.

Secondo: il senso delle cose è una scelta.

La seconda considerazione riguarda il mutamento del mio nichilismo fatalista. La premessa è rimasta la stessa: alla fine niente ha senso. Ma dato che è così anziché incazzarmi e soffrire, scelgo di dare io un senso alle cose. A scelta. A caso, se necessario. Facevo le bolle di sapone e piangevo perché non le vedevo durare. Oggi esplodono lo stesso ma ho imparato a capire la loro perfezione transitoria. O relativa. E apprezzarla proprio per questo. In fondo l’unico esito certo delle cose immutabili è la noia.

Terzo: non è la realtà che muta a farmi sentire in perenne stato di cambiamento. È il mio stato di cambiamento che fa essere in mutamento perenne la mia realtà.

La terza considerazione è la costanza del cambiamento. Chi mi conosce sa che parlo sempre di periodi di scelta e transizione. Oggi comprendo che ho sempre vissuto in questi periodi perché io mi sento in perenne mutamento. E non viceversa. Per questi primi trent’anni ho pensato che le cose transitorie non avessero valore e che i successi fossero punti di arrivo raggiunti con l’accumulo di fatica quotidiana. Mi sbagliavo. E se ti ritrovi sulla giostra che gira puoi scegliere di piangere perché vuoi scendere o di ridere e goderti la vista dall’unicorno rosa. Prima pensavo che uno dei due modi fosse giusto, l’altro sbagliato. Oggi penso che la più grande conquista non sia fare andare la giostra più velocemente o fermarla del tutto. Ma avere la libertà di piangere o ridere in base a come mi va di fare al momento.

Infine, l’Ultima Grande Verità Transitoria.

Quarto: e se l’albero fosse più libero del lupo?

Per i primi trent’anni della mia vita ho vissuto convinto che noi uomini siamo lupi. Ho ucciso per fame o per paura. Ho mangiato a sazietà da solo e combattuto l’inverno in branco. Ho incontrato limiti perché me li sono dati o mi sono stati imposti da chi è stato più forte di me. Mi sono mosso rapido per assalire o per fuggire.

Oggi mi chiedo se l’uomo non sia più simile ad un albero.

L’albero conosce l’importanza delle radici, per arrivare lontano. Sa quanto ciò che per gli altri è sterco e di cui si disfano volentieri possa essere trasformato in crescita. L’albero non può rifiutare e per questo ha imparato ad accogliere e trasformare, gli eccessi di pioggia come quelli di sole. L’albero aggiunge uno strato alla volta, ma dentro è sempre lo stesso tenero germoglio. Se perde un ramo non insiste. Lo rigenera cercando un’altra direzione. Un albero sano cresce in altezza e sa che arriverà in alto a toccare il sole solo se avrà radici profonde nell’oscurità della terra. Un albero non ha fretta: il suo tempo è il decennio. Un albero sa che gli errori non esistono: lui si biforca per trovare nuove strade. Le direzioni sbagliate diventano comunque sostegno per crescere in nuovi tentativi.

2015.

Per la prima volta non ho aspettative, né progetti su di te. Fai come vuoi. La barca è solida, io padroneggio la pagaia e l’orizzonte è vasto. Che tu sia Poseidone adirato o Eolo benevolo, non mi importa. Qualsiasi cosa avverrà, la affronterò con la sicurezza di chi ha imparato cos’è giusto attraverso l’errore e con il sorriso divertito di chi è certo che ha ancora tanto da sbagliare.

Vorrei ringraziare tutte le persone che ho incontrato in questi trent’anni. Forse vi ho odiati, amati, ammirati, invidiati, studiati, sfottuti, compatiti, emulati. Forse mi avete deluso, maledetto, rimpianto, tediato, inacidito, sorpreso, ucciso. Chissà. Ma una cosa è certa: grazie, perché mai avrei voluto fare a meno di voi.

Mentre scrivo queste righe il 2014 mi offre un’altra grande lezione. Che come tutte le grandi lezioni è amara. Lo scorso weekend, per il mio compleanno, sono stato a Napoli. Passando qualche giorno in città ho sentito Antonio, che non vedevo da anni. Non siamo riusciti a vederci. Principalmente perché non mi sono sbattuto abbastanza, fra i vari piani e cose da fare. In fondo l’idea è sempre quella che «c’è tempo». Stamattina Antonio è venuto a mancare. E di tempo quindi non ce n’è più.

Che io possa fare tesoro di questa lezione, come feci tesoro a suo tempo delle cose che mi ha regalato Antonio.

Il Sogno della Montagna

Sono sulla vetta altissima di una grande montagna. Guardo in basso ma non è come dicono: nessuna vertigine mi assale. Solo stupore: non ricordo di aver fatto tanta strada. L’unica distanza che ho nella mente è quella che non ho ancora percorso. Entro sera l’avrò fatta mia e domani ripeterò questo momento. Guarderò giù e la strada percorsa mi sembrerà semplice. È quella che mi attende lassù, aggrappata al versante, a darmi la vertigine.

L’ossigeno è poco e faccio fatica a respirare. Il paesaggio è bellissimo e io continuo ad andare avanti. A salire. So che è importante ma non ricordo il perché. Più procedo più fatico a tenere lo sguardo davanti a me. Indietro ho lasciato fiori bellissimi. E so che non posso tornarvi: l’estate ha ceduto il passo all’inverno e quei fiori non sono più. La pianta avrebbe il tempo di farne di nuovi e meravigliosi, se tornassi. Ma non saranno uguali a quelli che mi rapirono con il proprio profumo.

Sono su un’alta montagna, ogni volta che raggiungo una vetta esulto, ma scopro che è la base di un’altra salita. È una montagna, ma sembra di stare in mezzo all’oceano: non fai in tempo a fissare un punto che questo è già mutato: morto e rinato. Alla fine è solo un’enorme distesa omogenea all’occhio, solo all’apparenza accogliente nella sua generosità di spazio. Ciò che mi obbliga ad andare avanti è proprio quell’abbondanza che è assenza: potrei fermarmi ovunque ma da nessuna parte c’è un posto per me. Ciò che la montagna mi offre è quel tanto che serve fino alla prossima tappa.

Lo zaino pesa, sono tentato di abbandonarlo quando il fiato di fa corto. Ma dentro di me qualcosa ha la forza di ricordarmi che dallo zaino dipende la mia forza contro gli enigmi del futuro. Soffrire adesso per cercare di non soffrire dopo. Stringo i denti e continuo a barattare una certezza per una promessa.

Di notte soltanto conosco la pace. Il fuoco caldo mi ricorda che il piacere è una noce dentro al guscio delle difficoltà: più il dente è ingaggiato da quel guscio, più la lingua trarrà vantaggio dalla noce. E poi ci sono loro: le stelle. Guardano mute e indifferenti. Ma sono sempre fedeli a sé stesse. Sono punti di riferimento, attesa mai delusa. O forse sono solo altre vette così distanti da poterle vincere con il pollice.

Il fuoco partorisce figlie deformi con qualsiasi cosa abbia l’ardire di stargli vicino. Sono ombre familiari, che mi tengono compagnia. Ombre figlie di contorni che generano nella mia mente nuovi contorni. Di cose che furono. E danzano, queste ombre che come i miei ricordi si lasciano guardare ma non sfiorare. Mi abbandono al desiderio e cerco di afferrarle. So già cosa accadrà. Ma la delusione della mano vuota è autenticamente amara.

E prima di rimettermi in viaggio, sono già in cammino verso l’alba.

Mercato

Ci sono parole e parole. Alcune piccole ma pesanti, come «mai». Altre lunghissime ma che scivolano in fretta nella memoria, come «certamente». Alcune parole sembrano come le altre ma invece sono pericolosissime. Perché su queste parole è stata costruita la nostra Storia. Quando noi siamo arrivati loro erano già là ad accoglierci. Come tutte le fondamenta, queste parole sono tanto importanti quanto invisibili: le calpestiamo ogni giorno, le usiamo senza sosta, riempiono i nostri eloqui. Ma non le vediamo. Come l’aria, sono linfa vitale e invisibile. Queste parole alimentano pensieri, che si incarnano in comportamenti che vivono in scelte e condizionano altre vite.

Una delle più pericolose fra queste parole è: Mercato.

Mercato è contrattare: quello che puoi avere è tolto a qualcun altro. Mercato non è previsione è paura: cercare di pensare a quello che può accadere e a quello che gli altri faranno in risposta. Per evitare di subire. Mercato è tempo da clessidra: ogni secondo è un granello che va via senza tornare indietro. Se non lo usi è sprecato. Mercato è scarto: quello che nessuno è disposto a comprare non vale nulla. E il nulla è buono per le nullità. Il nulla è l’infinito che non può essere chiuso, limitato e quindi posseduto e prezzato. Senza porzione non c’è prezzo e senza prezzo non si riconosce valore.

I figli del Mercato crescono costruendo infaticabilmente, perché chi non è operoso si macchia del peggiore dei delitti. Rifiuta la necessità di acquisire per trasformare e rifiuta di avere abbondanza da barattare. Mercato è fare, non pensare. Perché i frutti delle azioni possono essere ceduti e accaparrati. O alla peggio scambiati al libero mercato del pettegolezzo, dove disprezzare prima di comprare non passa mai di moda.

I pensieri invece sono sovversivi: sono abbondanza e generosità. Vengono rubati, stuprati, arricchiti, mutilati. Ma sono sempre fecondi. Non possono essere comprati né venduti, perché per natura non appartengono a nessuno: non hanno confini. Non possono essere comprati, ma c’è chi crede ancora che possano essere imposti.

Mercato. La sua promessa è seducente: libertà ordinata. Misurabile, trasferibile, valorizzabile. Niente caos, niente sorprese. Perché il mercato vende anche assicurazioni contro l’imprevedibile. Misurate accuratamente con complessi sistemi di previsione.

Eppure a dispetto di una promessa così seducente, ciò che piace ai figli del Mercato è l’affare. Quella congiuntura di elementi che porta squilibrio nella transazione ordinata. Quell’asimmetria che fa vinti e vincitori. Perché abituati al Mercato, a pesare e misurare, cresce dentro la brama di pesarsi e misurarsi.

Di essere migliori degli altri e mai di noi stessi.

Mercato significa norma. Per evitare squilibri o per cristallizzarsi. Perché nemico del mercato non è lo squilibrio. Ma l’incertezza. E così i figli del Mercato si impegnano a confrontare sistemi di regole con l’impegno che profondono nel giudicare se sia meglio che tutti comprino mele o pere. Senza memoria del fatto che un tempo, mele e pere erano alla portata della fame di tutti.

Prima che arrivasse il Mercato.

Verde

E quindi parliamone.
Parliamone di quanto sia folle questo rincorrere. Traguardi, che diventano partenze. Mancanze, che non sono assenze. E in questo cammino scontrarsi e decidere di muoversi insieme. Senza alcuna meta, per un po’ senza sentirsi metà. Per vedere se così la corsa può diventare passeggio, riposo più che risparmio. E scoprire che invece il cammino accelera come i battiti del cuore al serrarsi delle mani. Domani, dobbiamo sempre pensare a domani. Rottami di ieri da digerire, giuramenti da rinverdire, imprecazioni da ribadire. E in tutta questa rivoluzione in tondo, fermarsi. Davanti ad un sasso, immoto senza più acqua intorno. E ricordarsi di quando fu la tua mano, a lanciare il sasso. In quello stagno che oggi, ripete le onde solo nella tua mente. Buonanotte passato, ovunque tu sia morto. Con il tuo corpo vesto il presente per lasciarlo assomigliare al futuro.

Buonanotte

Stanotte dormirò su un letto nuovo.

Dovrebbe essere una cosa facile: di letti nuovi ne ho provati tanti, ma questo è differente. Sostituisce il letto della mia adolescenza. Dopo decenni. Lui è lì, nuovo. Mi guarda. Non ci conosciamo ancora, non siamo ancora intimi. Eppure sembra dirmi «Io lo so». So che ti droghi di novità. Che cambi spesso. Che le cose nuove non sono un coraggio, ma una paura. Paura di restare, paura di non cogliere cambiamenti importanti. Muoversi sempre per non fermarsi a pensare, ballare senza freno per timore che nell’immobilità gli altri possano avere il tempo di metterti a fuoco bene, con i difetti in bella mostra.

E allora cosa mai sarà un letto nuovo?

È l’ammissione che il vecchio era consumato. Carico di quei limiti dell’età, rassicuranti. Perché noti. Un luogo sicuro dove ad ogni mancanza corrisponde una lamentela pronta, dove la danza della fuga non è improvvisata ma mima un movimento che è statico, tanto è prevedibile nel proprio sviluppo. Come chi corre per non fossilizzarsi nel vecchio, ma decide infine di farlo in tondo, per ripercorrere dei cambiamenti noti, sicuri e quindi rassicuranti.

È per questo che desidero il mio vecchio letto. Anche se ormai il tempo ci ha resi diversi: me meno ragazzino che galleggia sulla paura del domani prima di abbandonarsi al sonno. Lui meno resistente al peso di un corpo agitato come una vela, anche di notte. Alla fine non c’è più scelta. Il tempo è passato e non è più possibile dormire sul vecchio materasso. Il nuovo mi servirà a desiderare il vecchio, a ricordare i momenti insieme. A fantasticare di poterlo riavere sulla guancia. E invece così pensando sarà il nuovo materasso a farsi vecchio, mentre penso al vecchio come fosse nuovo.

E sarà solo tempo che scorre, rendendo il dilemma della sospensione fra vecchio e nuovo irrilevante: mentre sto li a rimuginare su cosa è meglio, il vecchio viene sostituito dal nuovo che poi diviene vecchio a sua volta. E io non riesco a ricordare bene che poche notti insieme. E non è il mio letto a mancarmi. Ma la possibilità di potermici sdraiare sopra quando voglio, anche se tale voglia non mi è mai venuta quando ne avevo la possibilità.

Stanotte dormirò su un nuovo letto. E mi abituerò. E sarà pure meglio del precedente. Il precedente era mio. E non ne avrò nostalgia perché fu mio, ma perché adesso non lo è più. E non saranno le notti che abbiamo dormito insieme, a mancarmi. Bensì quelle che mai dormimmo abbracciati. Ora che più non è possibile.

Ritorno

Ormai da un bel po’ di anni, Catania è passata dall’essere la mia città ad essere consueta meta di viaggio. In questa periodicità non ho trovato abitudine: ogni viaggio, in ogni anno è stato diverso. Non solo perché io sono differente. Ma principalmente perché per me Catania significa essenzialmente immergermi in persone a cui voglio bene.

Per molto, per una sera passata a rimescolare ricordi. Per poco, per il momento di un abbraccio. Questo microcosmo resta saldamente ancorato a me e io a lui. Me ne accorgo ogni volta che approdo all’isola sbilanciato. Qui trovo energie ovunque: nella famiglia, negli affetti, nel cibo. Persino nell’aria e nel sole.

Torno a casa lasciando casa. Questa settimana siciliana mi ha regalato tante cose inaspettate. Tutte belle. Tutte che mi hanno riempito. Alcune certezze che mi piace credere essere eterne, alcune novità con cui sono entrato in sintonia subito.

Carico, sono pronto a muovere verso domani con un bagaglio più pesante di ieri.

H-ACK: cosa ho visto e cosa ne penso

Sono le 12:00 e mi sembrano le 18:00. Sto ancora abituando il corpo ad un ritmo più normale dopo oltre 40 ore di veglia ininterrotta. Il weekend l’ho infatti passato in H-Farm partecipando all’hackathon (o maratona di hacking) relativa al settore automotive: l’H-ACK Auto. Dopo averne sentito tanto parlare ho deciso di farmene un’idea più da vicino nel modo migliore possibile: partecipando.

Che cos’è un’hackathon? E l’H-ACK?

L’evento ha coinvolto brand dell’automotive (Texa, Jeep, Smart) e ragazzi di tutte le età (ma appartenenti soltanto a queste tre categorie: Designer, Sviluppatori, Marketer) radunatisi appositamente in H-Farm per lavorare ai brief rilasciati dai brand. Ciascun partecipante si aggrega in team su base volontaria e questi team costituiti sul momento scelgono a quale brief lavorare nelle successive (e spesso ininterrotte) 24 ore. Sì, lo so: una maratona di hacking ti fa venire in mente una stanza piena di nerd con laptop a riga di comando. E invece la minimalista serra di vetro che ci ospitava era piena di mac e molto poco di sviluppatori. Perché l’hacking (se ancora nel 2014 ci fosse bisogno di ribadirlo) è un metodo creativo con una chiara connotazione culturale. È vero: nasce fra sviluppatori (o meglio: programmatori) ma prescinde oggi il contesto di nascita e si afferma come identità culturale e produttiva (consiglio al riguardo il buon libro di Pekka Himanen)

Premessa: perché ho deciso di partecipare

Ho deciso di partecipare perché le maratone di hacking riguardano una domanda che mi appassiona molto. Esistono forme di organizzazione della produzione collettiva alternative alla gerarchizzazione funzionale? E se sì: queste forme possono reggere il confronto con i livelli di performance che l’organizzazione gerarchica è comunque in grado di garantire? L’organizzazione gerarchica e funzionale, tipica ad esempio del mondo da cui provengo, è una forma di organizzazione nata nel contesto della fabbrica. Ce ne lamentiamo tutti: genera steccati, silos, richiede personalità docili e tendenzialmente statiche. Attira personalità prevaricatrici e conservatrici. Eppure resta a tutt’oggi la forma di organizzazione collettiva dominante, senza che esistano modalità alternative che possano seriamente metterla in difficoltà. E non considero le start-up, i free-lance o gli atelier artistici. Neppure i collettivi: sono forme interessanti ma che presentano evidenti limiti di scalabilità. La prima cosa che fa una Start-Up (dopo la fase di Start-Up) è proprio dotarsi di una gerarchia funzionale. Il ciclo di vita di queste realtà è spesso brevissimo: sono portatrici di innovazioni dirompenti e se non vengono comprate (da qualcuno di grande e strutturato gerarchimente) diventano necessariamente esse stesse delle realtà grandi e gerarchizzate perdendo la carica innovativa (insieme spesso alle persone innovative e agli spazi di innovazione). È un processo che sembra inevitabile: sono bravo e ottengo attenzione e risorse sulla base di una promessa. Queste risorse e attenzioni non sono però gratuite e per ripagarle sono costretto a crescere per generare più valore di quello che ho assorbito (aumentato dal fattore di rischio accettato dal capitale). Ma crescendo aumento la mia necessità di risorse e la mia complessità interna. Ed ecco che il finale appare inevitabile: sono costretto a cercare nuove fonti di valore (nuovi investitori o un modello di revenue) e a strutturarmi per non perdere produttività e gestire il caos. Eccoci comunque al peggio della forma gerarchizzata-funzionale: direttori di business unit, deleghe che creano infinite catene di riporto, un capo supremo interessato non al prodotto ma a quanto questo migliori i fogli excel da presentare a chi ha investito risorse nella società. E così ecco che il mezzo (la struttura gerarchica-funzionale) per raggiungere un fine (generare valore) diventa fine esso stesso: la struttura che vive non per produrre valore ma per tenere in vita sé stessa (e i suoi membri piazzati nei punti-chiave) sviluppando avversione al rischio che invece è tipica (e necessaria) nei contesti ad alta innovazione.

Non è che mi importi dell’innovazione. Anzi: credo che se ne parli troppo: nella vita come nel business l’innovazione conta tanto quanto la capacità di conservazione. Però a contesti innovativi è spesso associata  la carica di umanità e solidarietà produttiva, divertimento e condivisione che i contesti pieni di regole tendono a non avere. Lì spesso il mezzo diventa fine e l’uomo è solo un ingranaggio: più è prevedibile, meglio è. E questa è la seconda ragione che mi ha spinto a partecipare: dopo la mia uscita dal gruppo Mondadori mi sto interrogando sulla possibilità di organizzare la creazione di qualcosa (qualsiasi cosa) senza ricorrere a modelli gerarchici spesso disumani (nel senso di non costruiti tenendo conto del singolo essere umano) o peggio nel loro opposto: i modelli di realtà costruiti attorno all’ego di una singola personalità carismatica che non imposta necessariamente una gerarchia funzionale ma che esercita la disumanizzazione attraverso una dittatura culturale*.

Terza e più importante motivazione: uscire dalla comfort zone. Mi mancava entrare in un contesto dove i successi passati non contano perché si riparte da zero, tutti allo stesso modo. Tutti necessari a tutti: perché la performance è di gruppo. Mettendosi in gioco con sconosciuti. Condividendo la passione per lo studio di un problema e l’arricchimento per il confronto con punti di vista differenti. Sopratutto per me e per il mio percorso personale di apprendimento: sono molto scarso in tutto ciò che è «fare le cose insieme ad altri» perché preferisco la solitudine quando lavoro a qualcosa e tendo a costruirmi serenità attraverso il controllo. Quindi mi andava di crearmi un po’ di sane difficoltà in un ambiente altamente caotico (nel senso di complessità incontrollabile da un singolo).

Com’è stato?

Credo che questa sia la parte più irrilevante di questo lungo post. Ad ogni modo: molto bene. Ho conosciuto persone nuove, condiviso con persone meno nuove, mi sono arricchito nell’ottica dell’hacking cioè cercando di affrontare i miei limiti soliti comportandomi in maniera insolita. Insomma: come direbbe qualcuno, sono tornato con il bagaglio più carico dell’andata. E non è tutto sonno accumulato.

Che cosa penso

Punto 1: briefing. Il brief è la parte fondamentale di qualsiasi lavoro creativo. Serve a mettere bene a fuoco il problema, la richiesta, le risorse e i vincoli. Ho spesso sostenuto che le aziende i brief non li sappiano scrivere semplicemente perché spesso non vogliono mettere ben a fuoco il problema. E non sanno comunicarlo. In un evento di hacking con tempi molto compressi centrare bene il brief è ancora più importante. La modalità adottata per l’evento è vincente: un pre-brief inviato prima dell’evento, un brief vero e proprio durante la giornata e delle sessioni intermedie durante lo svolgimento della competizione. Anche il lavoro d’agenzia beneficierebbe in fase di gara di una modalità di questo tipo. Non soltanto del rapporto continuo con chi decide poi delle proposte, ma anche di una relazione in carne ed ossa. I problemi restano gli stessi affrontati anche dalle agenzie:

  • Il cliente durante l’interazione con le proposte in corso d’opera cambia idea rispetto al brief o circa le priorità
  • Chi scrive il brief non è necessariamente chi poi giudica le proposte
  • I feedback intermedi sono fondamentali per portare l’idea avanti. E non sempre vengono affrontati con onestà

 

Punto 2: casualità dei team e performance. Questo è il punto più curioso. Le organizzazioni gerarchiche hanno un respiro ampio e la possibilità di costruire bene i gruppi. Ma sono meno flessibili, soprattutto circa la rottura dei gruppi (e conseguenti riaggregazioni). Un’organizzazione nata sul momento, in vista di un fine di breve periodo è essenzialmente guidata da logiche funzionali (chi sa fare bene cose) in cui la contrattazione fra pari non è distorta da dinamiche esterne al gruppo. È chiaro che i gruppi migliori a livello di output avevano anche delle ottime competenze al proprio interno. Soprattutto legate alla prototipizzazione. La cosa più interessante è che i migliori gruppi erano chiaramente pre-formati almeno per il 50-60% persone che si conoscevano già. In così poco tempo (24 ore) i costi di gestione e conoscenza reciproca impattano drammaticamente sulla performance. Il tempo che impiego a convincerti che puoi fidarti di me sul tema ‘interfaccia’ è tempo che devo sottrarre alla produzione dell’interfaccia stessa. Quindi in realtà la casualità del team non è un valore aggiunto. Il vero valore è la contaminazione: un nucleo rodato di competenze e relazioni che si apre a prospettive nuove (e quindi nuovi equilibri) portati da elementi estranei al gruppo. Un nuovo gruppo che nasce non per combinazione casuale (e dunque cambiamento radicale) ma per apertura al nuovo. Un nuovo che non è totale, ma che può generare mettere in crisi equilibri esistenti.

Quello che mi porto a casa: la contaminazione è un punto che importerei dentro una struttura organizzativa stabile: tende ad eliminare le rendite di posizione sia rispetto alle conoscenze acquisite sia rispetto alle persone che occupano le posizioni-chiave e che non vengono più sfidate.

Punto 3: selezione. La presentazione delle idee e dei prototipi in 3-6 minuti è molto limitante. La validazione di un’idea è un processo complesso che richiede tempo. Il meccanismo dei pitch è tipico della cultura americana e ne evidenzia la superficialità di approccio. È vero: il pitch serve solo a far scattare la curiosità e dunque è un inizio e non una fine. Però ciò è un meccanismo che funziona bene su temi legati ad oggetti, e meno su lavori legati all’idealità. Il giudizio delle idee risente troppo del modo in cui queste vengono esposte. Il rischio è che ottime idee non arrivino alla fase due perché non sono in grado di catturare sufficiente attenzione. Il meccanismo di selezione basato sulla reputazione e sulla valutazione comparativa è molto fragile.

Quello che mi porto a casa: le scelte importanti richiedono tempo. E questo non si può modificare. Il confronto veloce con punti di vista differenti sulla stessa tematica è però fondamentale per arricchire la prospettiva di chi decide. È una fonte pazzesca di pensiero laterale. Persino l’errore lo è: se qualcuno interpreta male il brief si addentra comunque su un terreno che può aprirmi nuove considerazioni. Per il solo fatto che io quel terreno non l’ho affrontato.

Punto 4: output. La prototipizzazione è fondamentale. Nel mondo in cui viviamo oggi l’attenzione è un bene raro. Il prototipo da’ forza all’esposizione di un’idea perché offre un momento di interazione all’interlocutore che garantisce maggiore attenzione e memoria. Saper fare una cosa però non è sufficiente: occorre saperla presentare. E quindi anche saper individuare le priorità rispetto alla ‘vendibilità’ dell’idea e saper attribuire le giuste priorità. Un’interfaccia graficamente più accattivante è più importante di una funzione in più, rispetto alla vendibilità in poco tempo di un’idea.

Quello che mi porto a casa: Noi siamo definiti dalla nostra faccia prima che dal nostro nome. Motivo per cui spesso non mi ricordo come ti chiami, ma mi ricordo di averti incontrato. Le organizzazioni del futuro avranno bisogno di accedere a metodologie e tecnologie di prototipizzazione rapida. Sia per attrarre sostegno interno verso lo sviluppo di cambiamenti, sia per vendere meglio all’esterno. In quest’ottica il mondo dei maker e delle stampante 3D sta portando la prototipizzazione tipica dell’analisi consulenziale anche nel mondo degli atomi.

Punto 5: ingaggio. Ho visto persone fortemente motivate ed ingaggiate. Roba che le agenzie si sognano. Roba che le aziende si sognano. L’ingaggio e la peer-review sono strumenti secondari nelle organizzazioni gerarchico-funzionali mentre sono la linfa degli eventi auto-organizzativi come l’H-ACK. E funzionano molto bene anche senza qualcuno responsabile per la pianificazione e il controllo. A patto che ci sia reale ingaggio verso l’attività e il fine.

Quello che mi porto a casa: Il livello di outuput è comparabile a livello qualitativo. Esperti pagati da una parte e appassionati ingaggiati dall’altra. Ma indovinate chi torna a casa più felice? È davvero così difficile trovare un equilibrio fra questi due mondi? Secondo me no e questa esperienza me lo ha confermato.

Funziona all’H-ACK ma non funziona nel mondo reale.

Non sono d’accordo. Il mondo reale esattamente come l’H-ACK è fatto da persone. Quello che fa compiere grandi cose all’H-ACK può fare lo stesso fuori dall’H-ACK. Si tratta di capire come.

L’H-ACK è un furto di creatività a danno dei partecipanti.

Prima di partire per l’H-ACK si discuteva con cinismo del fatto che eventi di questo tipo sono utili alle aziende ma non ai partecipanti. Perché regalare il mio tempo e le mie conoscenze per risolvere gratis il problema di qualcun altro? Un qualcun altro (le aziende) che possono pagarmi per avere da me soluzioni. Facendo l’H-ACK mi sono reso conto che è vero. Il contrario. Questi eventi servono ai partecipanti più che alle aziende. Creare è un atto che migliora la vita di ciascuno a prescindere dall’esito della creazione. Quando avrò finito questo post il benessere non dipenderà dalla sua pubblicazione. Ma dalle ore che ho passato ragionando per scrivere. Questi eventi servono agli appassionati per esprimere passione, ai ragazzini per imparare a fare, agli esperti per uscire fuori dalle proprie convinzioni e sfidarsi. Chi dice il contrario dovrebbe prima provarne uno. Io per primo riconosco che spesso il progredire dell’esperienza consolidata dai traguardi tende a togliere entusiasmo. Un antidoto c’é: buttarsi nella mischia dimenticandosi di sé. Le aziende si portano a casa delle belle idee, spesso prototipi. Ma non ci possono fare nulla: sono idee senza validazione, che non tengono conto del mercato ma soprattutto del contesto e della cultura aziendale dentro cui dovrebbero essere impiantate. Le persone che le hanno create potrebbero non essere per nulla interessate a svilupparle in azienda. Il vero valore che un’azienda acquisisce è la possibilità di vedere prospettive nuove. Anticipare cambiamenti esplorando nuovi punti di vista**.

L’H-ACK è una gara.

Capisco perfettamente che laddove parliamo di passione e motivazione troviamo anche delusione e rabbia. È umano. Soprattutto in un meccanismo come quello dell’hackathon, che è una competizione. Ma in realtà il valore non sta nella competizione ma nella condivisione. In questo senso l’H-ACK e gli eventi simili assomigliano più ai barcamp che ad una gara d’agenzia. È l’occasione per poter esprimenre la propria passione, condividerla. Le aziende e i brief sono solo un pretesto. Potremmo inventarceli di sana pianta. Sarebbe bello uguale. Anche senza premio finale. Perché il premio è ciò che porta alle slide e non l’applauso che viene dopo. Non è una gara e non dovrebbe essere vissuta come tale. Ok, questo lo dico io che ho un lavoro e ho passato un weekend come affronterei una vacanza. Ma dovrebbe essere così anche per chi l’ha usata come vetrina per sé e per le proprie idee. La vita è piena di occasioni. E spesso la capacità di coglierle dipende dalle delusioni e difficoltà che abbiamo affrontato in precedenza.

Inventare il futuro

Al di la del divertimento personale, osservare da vicino lo sviluppo del mondo H-Farm mi ha reso chiara una cosa. Le aziende sono strutturalmente incapaci di produrre innovazione significativa. Non è una questione di investimento. Ma di contesto e persone. La strutturazione gerarchica-funzionale a prescindere dalla declinazione specifica attira una tipologia di persone e ne respinge un’altra. Una categoria che non va d’accordo con le regole, che obbedisce volentieri solo ad un pari, che ama il cambiamento e gli stimoli nuovi. Questa tipologia di persone non può vivere in azienda e soprattutto non può essere gestita da persone che provengono da quella cultura. Chi inventa il futuro ha bisogno di un contesto opportuno e di confrontarsi con persone che siano culturalmente a cavallo fra i due mondi: quello dell’impresa e quello dei visionari. Incubatori e acceleratori non di imprese ma di persone. Ma soprattutto infrastrutture dove le aziende possono noleggiare risorse e persone per esplorare scenari divergenti da quello in cui hanno avuto successo e accelerare i miglioramenti di prodotto. Per essere meno impreparate al domani. Non è il futuro della tecnologia. È il futuro di una struttura organizzativa.

H-Fam come ecosistema di progetti (e quindi persone) d’innovazione (obiettivo: individuazione e retention dei talenti); Digital Accademia come luogo di formazione e cultura del cambiamento (obiettivo: sviluppo dei talenti); e lo sviluppo di di H-Fam come luogo d’incontro fra esigenze delle aziende  (obiettivo: brokeraggio dei talenti) rende chiaro che al centro di questa esperienza non c’è la tecnologia né l’impresa. Ma la persona e il talento.

Su cui sì, si può costruire una soddisfazione (misurata anche da introiti).

* Nota: non sto esprimendo un giudizio di valore dei due modelli in sé: dico solo che tendono ad essere disumanizzanti in due modi differenti. La gerarchia disumanizza rendendo l’uomo un atomo produttivo, disegnando confini e processi discreti laddove l’uomo è per natura ecosistema (e quindi molta complessità e poca separazione netta). La dittatura culturale è tale solo per chi non fa propria quella cultura. Quindi disumanizza solo chi non vuole (o non riesce) a vedere il mondo in un determinato modo. Si tratta di due modelli che funzionano a livello di output ma che sono longevi solo in funzione della propria capacità di reclutare all’esterno persone nuove per alimentare l’ingranaggio. Spesso piuttosto che sviluppare le risorse già acquisite queste realtà sembrano solo in grado di consumare. È la logica della fabbrica e non dell’agricoltura. È possibile una sintesi che riduca la disumanizzazione? Forse no. Ma mi va di cercare la risposta.

**In quest’ottica, ripensandoci, tendo a dare ragione alle aziende che affrontano eventi di questo tipo con brief/richieste ampi e poco definiti.

Attesa

Vento, silenzioso a scompigliare capelli. È un ricordo? O si è insinuato tra i ricordi e lì ancora vaga senza riposo?

Sussurra, tintinna, descrive senza voce. Ora spinge o tira, ma senza direzione. Cosa vuole? La risposta è al riparo dalla memoria. Dove vuoi condurmi? Voglio avere anch’io una ricca seduta da cui contemplare. E invece è sabbia che mi fa da cuscino sotto i piedi, mentre ti seguo. O ti inseguo. Mentre urli senza farti capire o mi bisbigli senza farti udire. Rido del tuo gioco, piango della tua beffa. E ne riderò ancora quando stanco l’avrò dimenticata.

È un destino? È un miraggio?

Non capisco. Posso solo aspettare. E nel frattempo continuare a lasciare orme profonde nella sabbia.