Questo è il blog provvisorio di Mushin. Leggi qui per saperne di più.

Normale

Ci sono persone pazze, che vivono senza mettere in discussione una normalità evidente solo a loro. Che è anormale per molti altri. E poi ci sono persone che esplodono di normalità. Sono spesso stigmatizzate come folli anch’esse, ma non si costruiscono una normalità alternativa a quella dominante. Semplicemente si ammalano di normalità. La assorbono ogni giorno a piccole dosi, per anni, continuamente. Finché un bel giorno, un giorno qualunque, superano la massa critica oltre la quale tanti granelli adagiati l’uno sull’altro diventano montagna. In quel giorno compiono un gesto eclatante, dirompente, dalle conseguenze tanto ineluttabili quanto irrimediabili.

Si fa in fretta a sostenere che è la pazzia ad averle mosse. Un elemento esterno deve avere influito. Una sorta di malattia: qualcosa di invisibile ed estraneo che si insinua in quell’ecosistema che funziona da sé che è l’essere umano. E lo rompe. In un attimo e completamente.

Eppure in fisica come in metafisica, le spiegazioni più solide sono spesso quelle di occamiano vigore: le più semplici. Forse non è pazzia improvvisa. Forse non è un senno smarrito da andare a recuperare sulla Luna in sella ad un ippogrifo. Forse banalmente è che la normalità uccide.

Ci sono persone che fingono. E ci sono persone che imitano. La differenza è sottile, ma esiste. Le prime mentono, a volte neppure consapevolmente. Le seconde sono alla ricerca di un’autenticità che sperano di rubare agli altri. Ripetono gesti, frasi, parole e scelte. Ma sfiorano solo la superficie di una normalità che a loro sembra negata.

Si potrebbe dire che il loro errore sia quello di non vivere secondo le loro attitudini. Ma la verità è che sono persone sfortunate. Come quei bambini che vorrebbero giocare a pallavolo quando tutti sono ben contenti di giocare a calcio: si devono adeguare perché non possono giocare da soli.

E allora imitano e aspettano. Aspettano un’occasione o qualcuno per cui poter smettere di giocare nel ruolo, e potersi permettere il lusso di pensare solo a sé. Un complice per un delitto che è uxoricidio dei doveri quotidiani a cui siamo sposati.

Non per forza si deve arrivare a tanto. Basta saper volare come i gabbiani: un po’ di navigazione che segue il vento, un po’ di ali che mescolano i destini invisibili dell’aria. Che diventa uragano altrove.

Due mani che si stringono non arrivano necessariamente lontano. Ma la strada che percorrono insieme è l’antidoto alla normalità.

A(t)Tendere

Il respiro non consuma aria, neppure quando è in affanno. L’amore perduto non consuma il cuore, neppure quando lo inchioda a legni incrociati.

Alcuni tagli abbattono l’albero, altri lo sfrondano rendendolo più forte.

Perdere e acquistare non consumano se sono fasi dello stesso respiro. Ma una sola di esse rende asfittici come se ci si concentrasse solo ad inspirare o espirare.

Sono dietro un vetro e volgo lo sguardo fuori. Ma il vetro, per quanto trasparente, mi restituisce in parte la mia immagine, mi mostra il dentro senza negarmi il fuori.

Il tempo fuori seduce la mia voglia di primavera mostrando colori che come iridi incrociati per caso sussurrano inviti senza nominarli. Poi le nuvole mi riportano alla realtà delle promesse: boccioli ancora chiusi, su cui copiosa cade la pioggia delle nostre migliori speranze. La primavera sta arrivando. Ma non è qui. Non ancora.

Non sono io, non è la strada la fuori. È un vetro che sovrappone le due cose. Ma non vuole farsi beffe di me. Forse suggerisce verità più profonde di quelle che puó sondare l’occhio.

18

Ci si può sentire mai soli anche sulla cima del monte più alto. Ti senti centro dell’Universo, un tutt’uno con l’aria che fa gonfiare il petto ritmicamente, con il sole che si spalma sulla tua pelle. Sei solo, eppure sopraffatto da lacrime di commozione per sentirti parte desiderata e amata di una famiglia: i pochi fiori, gli insetti, financo i sassi.

Si può essere soli anche in mezzo a tanta gente. E credo sia il tipo di solitudine peggiore in assoluto. Perché in fondo non è solitudine, è isolamento. E’ non riuscire a sentirsi parte di qualcosa. Peggio: non riuscire a sentirsi parte di qualcosa, pur avendo il desiderio di esserlo e pur se nessuno intorno nutre desideri contrari.

Cacciamo sorrisi bradi come bufali che misurano praterie mai sazie di orizzonte. Tratteniamo il respiro per immersioni in profondi e oscuri sguardi di cui fondo le nostre dita hanno ossessione fremente. Ma non sempre sono per noi quei sorrisi. Non sempre sono nostri questi sguardi.

E ti assale questo isolamento di chi è senza casa, ancora costretto a camminare. Una solitudine curiosa, perché è sentirsi soli pur facendo parte della numerosa famiglia di coloro per cui quel sorriso non scalda. Anziché sentirsi a casa per il fatto di essere il solo per cui quel sorriso è stato disegnato.

Forse per non essere soli, serve sentirsi la cosa più importante per qualcuno che consideri la cosa più importante.

Sono questioni difficili.

Per questo ho imparato a vivere con la solitudine anziché cercare risposte a domande che non abbiamo diritto di porre.

Learning by Choosing

Mentirei se dicessi che la mia vita non è ricca di doni. Alcuni di questi sono stati costosi, pagati in lacrime e neuroni. Mi sento ricco. Non per quello che ho avuto, ma perché averlo non mi ha impoverito: ho ancora sinapsi e occhi per tentare la sorte a questa impietosa roulette dei sentimenti che non fa credito a nessuno.

Non sono uno speculatore. Non cerco di ottenere più di quello che dono. Non sono neppure un altruista: tutto quello che ho dato è stato prima di tutto piacere personale, e solo dopo piacere per qualcun altro.

Sulla strada che percorriamo tra la nascita e la morte è facile indurirsi: è forte la tentazione di ripararsi dai giorni di pioggia gelida e battente avvolgendosi nel mantello scuro della diffidenza. Ripara dal gelo, ma scherma anche dal calore.

Ma la cosa che personalmente ho trovato davvero complicata è stato il dover imparare – mio malgrado – come la difficoltà di sentirsi dire/dare quello che si desidera sia solo una piccola difficoltà. La vera sfida è riuscire a staccarsi da quello che si desidera quando questo non è quello di cui abbiamo bisogno. E’ facile comprendere ciò che si desidera. Molto meno capire se ciò sia giusto. Cos’é giusto? Cos’é opportuno? Come quando si fanno domande circa una strada intrapresa: da lontano non puoi saggiarne il fondo da percorrere, ma finché non te ne sei allontanato non puoi dire dove conduce.

Cosa fare? A chi chiedere? Se in fondo chiunque non può che avere una visione parziale delle cose, circa le scelte della tua vita vuoi lasciare alla visione degli altri la scelta della strada intrapresa? Se rispondi di no rischi di essere osteggiato come arrogante. Se rispondi di si, compatito come vigliacco. Sulla mia vita io non scelgo mai in conformità ai consigli altrui. Se non quando sono concordi con il mio parere. E non la reputo una risposta arrogante. In fondo ad essere sbagliata è la domanda: lo scopo delle scelte non è arrivare ad una soluzione. Ammesso che esista. Ma imparare dal dover fare una scelta. E solo seguendo il proprio istinto/ragionamento si opera la scelta giusta: è giusta la scelta che mi conduce un passo avanti, in qualsiasi direzione. Ma se camminassi sui piedi degli altri, non avanzerei di nulla, seppur accorciando la distanza che mi separa dalla meta.

Non c’é apparente differenza fra chi sceglie di vivere la propria vita solo sui suoi passi senza curarsi della meta e chi invece cammina spedito in una direzione ignorando tutto e tutti, convinto che sia fondamentale arrivare dove vuole, a qualsiasi costo.

Calia

Calia. Marinare la scuola. Un gesto connesso ad interrogazioni fastidiose e difficili.

Ma a ben pensarci è più di questo. In fondo l’interrogazione saltata sai benissimo che è una palla di neve schivata che rotolando si trasforma in una valanga: impari presto che certe cose è poco saggio procrastinarle, perché diventano impossibili da schivare. E più violente all’impatto.

La calia è un atto di liberazione. Liberazione da un destino prefissato. Da una risposta a scelta multipla, ma pur sempre chiusa. E’ la ribellione contro il tentativo di ridurre la libertà alla probabilità anziché esprimerla nella possibilità. La calia è un atto di protesta, è rovesciare la scacchiera quando ormai la cattura del re è inevitabile.

Non è una soluzione. E non lo vuole essere. E’ una sospensione. Un fottersene. Un appropriarsi del tempo fragile come una bolla di sapone assediata dall’aria.

In fondo non ho mai perso l’abitudine della calia. Non perché ami fuggire, tutt’altro. Ma perché amo quella sensazione, simile ad eseguire con concentrazione il tuo ultimo ragtime mentre il Titanic affonda. La sensazione di interrompere quel flusso consequenziale di causa-effetto a cui siamo assuefatti. Mi piace l’idea di fare qualcosa perché mi va smettendo di pensare per un momento al resto: il prima, il dopo e il contorno.

E’ difficile da spiegare, ma pur dentro una vita che mi piace ritaglio quei momenti che non esistono. Che non sono più autentici degli altri, ma la cui meraviglia dipende dalla loro caducità anziché dalla loro longevità: sono Mandala di sabbia in cui metti la stessa cura di un Caravaggio.

Quello che vorrei riuscire a dire è che sono quelli i momenti in cui vorrei portarti. In quelle piccole cose senza motivo che insieme sono gocce abbracciate di un mare che ti accoglie solo se abbandoni i vestiti a riva. Forse uscendo da quei momenti non succederà nulla. O forse un piede incontrerà la pece per caso, sulla riva, mentre ci si riveste.

Come ad uno sguardo che barca senza albero e timone si arena pigra sulla sabbia di altri occhi, anche a quella pece basterà un momento fortuito per appiccicarsi e non una vita per sbiadirsi. Non è un Caravaggio che rende eterno un istante fermandolo su una tela. E’ un Mandala che viene distrutto in un istante, ma la cui geometria si appiccica tenace alla mente che incauto occhio ha portato in secca su simile sabbia.

Gli istanti spontanei sono spesso quelli che piantano radici più profonde nel fertile terreno dei nostri ricordi. I dettagli di un sorriso, i tempi di una battuta, il profumo della pelle: queste piccole cose sono i colori dei ritratti che vincono il tempo.

Queste piccole cose voglio coltivare.

Ma non sono figlie di volontà di avere. Ma solo di volontà di sospensione. Che è come quando da bambino mi siedevo sulla soglia di casa di mia nonna. Non era attesa e non era agire. Era calia.

E le migliori calie erano quelle che non ti coglievano solo.

Per questo ti tengo un posto, accanto a me, davanti l’uscio di qualcosa che non si sa cos’è, ma che se non ci coglie insieme non m’importa di conoscere.

O di caliare.

Vuoti

Abbiamo alzato mura per dare riposo alla nostra fame di relazione. Di notte cerchiamo la stessa luce da cui chiediamo protezione di giorno. Contiamo i minuti nell’attesa di momenti che ci rendano dimentichi del tempo. La pietra filosofale che trasforma tutta questa contraddizione in senso siamo noi. Tutto ruota intorno a noi.

Eccetto nei frangenti in cui siamo assaliti dalla vertigine. Una vertigine che viene dal fissare troppo intensamente il vuoto di cui siamo circondati. Un vuoto che nella sua infinità non possiamo contenere, come l’aria troppo ricca di ossigeno uccide al pari di quella che ne è troppo povera. Allora arriva la paura. Che non è sofferenza. E neppure errore. E’ paralisi. Una paralisi che non è assenza. Ma presenza simultanea di troppe cose. Il vuoto riempie, perché prende il posto di ciò che c’era prima. E il vuoto è non-senso perché in sé è infinità di possibilità: può diventare qualsiasi cosa. Può solo essere riempito, ma non si esaurisce mai.

In questa giungla di contraddizioni e non-senso, sembra di essere un rettile che muta pelle. Il dolore iniziale è poca cosa in confronto al non-senso che segue. Un non-senso che è vestire sé stessi, vivere una condizione in cui la parte di noi accarezzata dalla realtà (l’epidermide) diventa altro da noi, progressivamente. E per qualche tempo il rettile veste sé stesso. Si sdoppia. Questo sdoppiamento di sé è moltiplicazione di senso che genera non-senso, come un’altezza è meraviglia ma anche vertigine.

E in questa fecondità si nascondono tante insidie quante opportunità.

E’ come abitare quella parte più intima di una persona, dove tutto è fatto di cristallo. Il più piccolo starnuto potrebbe distruggere, eppure esistono persone che danzano tra quelle fragilità con un agio che è diritto di cittadinanza per nascita eletto a dominio.

Ogni fiato che abbandona i nostri polmoni scuote con violenza qualcosa. Spesso questa violenza è vibrare d’aria che si fa uragano mettendo a nudo in un istante ciò che è stato coperto lentamente in ere. Altre volte quello stesso fiato d’immutata violenza scuotendo l’aria diventa melodia che scopre sorrisi.

Dalla violenza del non-senso si alimentano le stelle.

Ma per essere stella devi imparare a galleggiare nel buio.

Idealismo. Adolescenza. Ignoranza.

Un giovane maestro zen viveva sulla riva di un grande lago.

Chiunque passasse da li non poteva che lodare le sue virtù intellettuali, e molti tentavano invano di coglierlo in fallo. Era certo un dono di natura il suo, a cui una saggia applicazione aveva conferito una perfezione fuori dal comune, ancor più appariscente considerando la sua giovane età. Il giovane maestro era esperto dell’acqua. L’aveva contemplata per anni e aveva studiato con tanti anziani maestri. Da loro aveva appreso il meglio. Aveva combinato poi gli insegnamenti accedendo ad una saggezza fuori dal comune.

Ormai aveva le idee chiare e conosceva molto bene l’acqua. Aiutava chiunque arrivasse fino a lui, condividendo la sua conoscenza.

Un giorno però arrivò un vecchio, che si era smarrito e per caso si trovò a passare di là. Chiese al giovane maestro di indicargli la via, ed egli gentilmente lo aiutò. Prima di congedarsi il vecchio volle sdebitarsi, e chiese al giovane come poteva essergli d’aiuto. Il giovane maestro sorrise e lo ringraziò declinando l’offerta: lui aveva già tutto quello che gli serviva e nella sua vita non sentiva necessità alcuna. Gli bastava contemplare l’acqua di cui era massimo esperto.

Il vecchio mostrò curiosità e chiese al giovane come mai fosse così certo di essere tanto esperto. Il giovane maestro sorrise ancora e spiegò che aveva studiato con tutti i più grandi saggi, e che nulla circa l’acqua era ormai più un mistero per lui. Aveva le idee chiare il giovane maestro: ormai poteva rispondere con facilità ad ogni domanda sull’acqua. Esperienza, la chiamò. Al che il vecchio si trasformò in volto, e in uno scatto di insospettato vigore balzò in avanti, afferrò il giovane maestro per il colletto e lo trascinò fuori in pochi battiti di palpebre. Qualche metro e lo scaraventò nell’acqua.

Il giovane maestro riavutosi dallo spavento si rese conto di non essersi mai immerso nel lago. Immediatamente fu sopraffatto dalle sensazioni che provava nello stare immerso fino al collo in quell’acqua che tanto si vantava di conoscere. Uscì lentamente e ripresosi dallo stupore notò che il vecchio aveva già ripreso la sua strada. Si rese quindi conto che i suoi studi, la sua intelligenza e abilità oratoria non solo non erano state utili ad avvicinarlo alla comprensione, ma che addirittura avevano agito come una campagna di vetro, un laccio invisibile. Credeva di vivere sereno in un magnifico giardino ed invece era solo un animale nel giardino del re.

Da allora non passò mattina e sera senza che il giovane si immergesse nel lago.

Metafore, Sogni, Verità e Bugie

Oggi ho letto questo libro. Perché sono arrivato con un’ora d’anticipo in stazione. Perché mi aspettava un viaggio in un regionale di merda, dove le prese elettriche non sono ancora state inventate. Perché lo avevo cercato senza successo due volte, ed ero infine blandamente curioso di leggerlo. Per vedere se chi lo consigliava aveva detto stronzate. E un po’ ci speravo, perché le persone che hanno ragione più di due volte sono pericolose.

Il libro è ben scritto, indubbiamente. Solo adesso però, dopo qualche ora, riesco a dare un nome alla sensazione strisciante che mi ha lasciato addosso: irritazione. Come quando qualcuno svela che menti. E ti irrita. Non tanto perché temi cosa possano pensare gli altri. Ma perché tu a quella bugia ci eri affezionato.

E’ un periodo frenetico. E’ questa è una mezza bugia. Perché è da due anni che è tutto frenetico. Ma la velocità non è un problema: diventa frenesia solo quando non riesci più a muoverti a tempo.

E’ un periodo in cui gli altri mi irritano. O mi stancano. Perché non mi toccano dentro. E questa è una quasi totale verità.

Leggere questo libro mi ha irritato perché mi ha ricordato però “la” verità. E cioé che non sto più coltivando la capacità di stupirmi. Di gioire delle piccole cose. Di fantasticare. Non mi preoccupo dei pericoli, non mi coinvolgono le beghe. Persino il mio lamentarmi o le reazioni di rabbia sono diventati simulacri perfettamente in riga di copione.

Leggere questo libro mi ha irritato perché mi ha svelato che mento. Che tutto questo non è colpa degli altri. Di quello che mi hanno fatto. Dell’avermi sradicato territorialmente ed emotivamente. No. Questa è una bugia. E mi irrita perderla perché una bugia può essere vestita da verità. Ma l’alethèia non può essere che sé stessa: per definizione non è vestita.

Tutto quello che ho dentro, o meglio che mi manca dentro, dipende da me. Sono scarico e chiuso. Non ho voglia di proiettarmi verso gli altri, gonfio come sono di delusione e disillusione. Quindi non è il mondo fuori da me ad essere freddo e cinico. Sono io. Che preferisco trascinarmi. Senza interesse. Mi sento un sole milanese: in apparenza ci sono, ma nella sostanza non scaldo.

Di certo passerà, ma in tutta onestà la verità nella verità è che adesso non ho voglia di applicarmi per farlo passare. Non perché mi piaccia. Ma perché sono stanco dentro. E in effetti ho proprio voglia di dirlo: sono stanco dentro. E non mi interessa. Continuerò a star seduto mentre siete voi a passarmi davanti. Non sono arrabbiato e neppure depresso. Non ho nulla da dare e c’ho solo voglia dei cazzi miei. Di quell’autismo fantastico in cui vivevo da bambino. Perché a volte questo vostro mondo mi riesce davvero ostico.

Infanzia: quando tutto è meraviglia. Non perché lo sia, ma perché i nostri occhi la riversano ovunque.

A volte provi in tutti i modi, ma poi desisti. Perché sei stanco. E capisci che l’unica chance – per nulla esaltante – è aspettare. E questo farà incazzare qualcuno probabilmente. Ma ci sono volte che davvero non ti importa. Di nessuno. Sono quelle volte che capisci di essere un deserto. Forse un giorno qualcuno arriverà esaltato perché vedrà tanto spazio per edificare una piramide. O forse resterà tutto deserto. Perché in fondo le metafore sono tutte stronzate. Cioé un modo elegante di allungare discorsi.

Ed io ultimamente riesco solo ad inventare metafore, anziché sogni.

Incerscelte

Le scelte più difficili della nostra vita non sono quelle rischiose. La presenza del rischio, elevato o meno, presuppone certezza. Il rischio infatti per esistere deve essere calcolabile: le scelte rischiose sono quelle per cui puoi calcolare le conseguenze del verificarsi di un evento. Sai quali sono gli eventi possibili. E fra questi riesci magari a calcolare i probabili. Non sai è quale effettivamente si verificherà.

Le scelte più difficili sono quelle incerte. Quelle cioè per cui non puoi neppure calcolare il rischio. Perché sono aperte, perché hanno conseguenze inimmaginabili.

Innanzi a questo caos fertile mi sono spesso sentito smarrito. E ho sempre trovato tanti consigli, tutti offerti con le migliori intenzioni. Ma spesso tutti contrastanti: la vita è un cielo stellato su cui ognuno si diverte a tracciare costellazioni uniche, con la punta del dito.

Molti possono aiutarti a capire cos’è l’acqua, descrivendotela al meglio delle loro possibilità. Ma il contributo più utile resta un calcio ben assestato che ti spinge giù, proprio nell’acqua.

È per questo che seppure con il terrore nel cuore, mi lancio nel caos. Prendendo la direzione opposta a quella consigliata. In fondo ad essere pericolosi sono i consigli «giusti», quelli che anticipano l’esperienza privandoti del viaggio. I consigli «sbagliati» sono invece una costosa benedizione: sono sempre l’inizio di un viaggio.

Accetto sempre di ascoltare consigli. Ma di rado li seguo. Non perché spesso non anticipino correttamemte le cose. Né perché io creda di essere migliore di chi li dispensa. Solo perché a me piace viaggiare, non essere teletrasportato alla meta.

Mani Abbracciate

Ci sono dei momenti difficili. Ci pongono sfide nuove, spesso uniche. E in quei momenti la cosa difficile non è solo la sfida, ma il fatto che ci sentiamo soli ad intraprenderla. E’ forse il vero motivo per cui sono difficili. In questi momenti però capita di avere persone accanto. O di volerle. Forse i compagni di una vita, forse qualcuno che passava di là, compagno di strada, per quel tratto. Anche per queste persone il momento è difficile.

Perché vorrebbero penetrare quel muro di solitudine, vorrebbero essere lì non con te, ma al posto tuo. Non sanno neppure cosa fare. Non sanno come essere. Non sanno di cosa hai bisogno, e se anche lo riuscissi a spiegare non saprebbero forse quale possa essere il modo di dartelo.

In questo casino Dio ha inventato il camminare per mano.

Intrecciare le dita è un modo per spiegare tutto questo caos senza usare le parole. E’ un piccolo miracolo, perché mentre stringi la mano di qualcuno per fargli sentire che non è solo con la sua paura, contemporaneamente è anche la tua mano ad essere stretta e ti senti meno solo nella tua di paura.