Ho sempre diviso il mondo in modo manicheo. Solo coglioni o geni. Lascio a voi intuire quale sia per me il raggruppamento più folto. Si tratta del rimasuglio di un modo di pensare (il mio) fortemente estremista, che negli anni si è addolcito come una vetta aguzza resa liscia dagli schiaffi del vento.
Ciarlando di film mi sono trovato a giocare nel ruolo opposto di chi subisce una prospettiva radicale. La cosa mi ha fatto sorridere perché ho riconosciuto l’antico dualismo mio proprio. E ciò mi ha dato da pensare. Può una cosa essere bella o brutta in sé? Tendenzialmente ci comportiamo come se ciò fosse possibile, generando quindi un cosmo popolato solo da coglioni o geni. Il difetto di questo mio antico modo di pensare è che a furia di tendere al meglio ti trovi in un mondo dove i coglioni sono estremamente numerosi e i geni perdono inesorabilmente unità giorno dopo giorno. In un mondo così si vive assediati e c’è presto poco da scoprire.
Anni fa mi sono imbattuto in uno dei simboli più antichi dell’umanità, il Taijitu, il cui studio di significato potrebbe riempire una Treccani aggiornata. Da lì ho compreso che esistono modi alternativi di vedere la (stessa) cosa, c’è sempre un po’ di “buono” in tutto.
Come disse una persona che stimo, è davvero difficile parlare male di un prodotto. Complessivamente i difetti possono essere più dei pregi, ma è davvero difficile non trovare almeno un pregio. Se non da ammirare, almeno da apprezzare. Applicato alle persone, questo modo di pensare, non elimina i coglioni. Ma rende il mondo un luogo meno triste e solitario: da qualsiasi esperienza puoi prendere qualcosa che ti arricchisca.
Sta a te trovarla.
Il mio rapporto con Catania è inevitabilmente di amore e odio. Dico inevitabilmente perché lei è come una vecchia amante, di quelle che ricorderai per sempre perché insieme avete scoperto il vero piacere. Ma anche il colore del sangue. Pensavo a lei qualche giorno fa, in occasione di un concerto vicino casa mia. Un crogiuolo di facce, idee e sonorità che farei sorvolare dall’Enola Gay senza sentirmi in colpa. In fondo – pensavo – la maggioranza di questa città è quella in piazza, non sono io. Una considerazione amara come quando vedi la donna che ami e che ti ha amato, passeggiare felice mano nella mano con un altro, sapendo in cuor tuo che lui è più adatto di te.

Ieri sera poi, cercando verità incollate al fondo di un boccale di birra, fra una invertebratrice di uomini e una lanciatrice di freccette che rifuggono il bersaglio, esce fuori la dittatura della maggioranza e il diritto al dissenso esibito. Un vessillo che oggi è pozzanghera ma che domani potrebbe diventare oceano. Perché in fondo si dovrebbe perseverare a prescindere dal voler convincere gli altri a cambiare posizione. E levando gli occhi sulla città, così in difficoltà, così vecchia, ne scruto i segni della passata bellezza. Come una donna bellissima su cui il tempo, come vento, ha rivendicato luoghi dove baci si sono infranti e su cui dita hanno planato, agili. E così mi sorprendo a pensare che le città – come i libri – si sfogliano dagli angoli, ad ogni giro nelle vie strette e nere si schiude alla vista progressivamente un palazzo, una piazza, un vicolo. Che sono inchiostro vergato sulle vite degli altri. Su una moltitudine di altri, seconda solo alla moltitudine di bollicine che si accalca nel bicchiere di mandarino verde che bevo. Una storia sincera, perché in fondo in questa terra nessuno nasconde nulla: nefandezze e virtù sono tutte stese al sole ad imbrunirsi, sfidando lo sguardo di tutti. Siamo diretti.

E oggi la città continua ad intrufolarsi nei miei pensieri, come l’amante che dopo averti abbandonato vuole ancora saggiare il suo potere con invisibili lacci che tengono i tuoi occhi ancora puntati su di lei. Un post di Eva e il pensiero torna al Mediterraneo, alla confusione e somiglianza dei suoi porti, in paesi distanti eppure parte della stessa invisibile nazione. In cui – mio malgrado – sono nato. Di cui – senza rammarico – ho il sangue. E che mi porto dentro anche sul suolo straniero del nord, che non ha mai conosciuto la benedizione delle onde né il caos delle genti del mare che si scambiano il sangue sul filo della spada o nell’abbraccio delle gambe. Divenendo Popolo. Il Popolo del Mare, seduto sui bordi della sua grande Agorà che è il Mediterraneo.
Esiste ancora qualcosa connesso alla morte, in grado di impressionarci?
Un tempo l’orrore dei massacri era cicatrice nei ricordi dei sopravvissuti. Oggi su Youtube puoi imparare in mezzora come decapitare un uomo. Un tempo la dimensione privata del dolore per la perdita di un caro diventava pudore di contenimento, sapevi del lutto per via di un segno nero portato addosso non per sfoggio ma per avviso: da questo viso non passerà riso finché il cuore sarà offeso. Oggi la morte ha perso ogni tentativo di condivisione – la bara portata insieme in spalla aspira ad essere più leggera – e ogni ambizione di educazione – osserva e ricorda: la vita è una e breve. Oggi la morte è lo spettacolo da prima serata, si fa plastico, ricostruzione, dettaglio. Viene così tanto reificata da andare oltre la demonizzazione per approdare alla morbosità. Da quando esiste, l’uomo si affaccia sul bordo della vita cercando di sbirciare un passo in là. E quando qualcuno squarcia quella tenebra per un momento, cadendoci dentro, ecco che mille occhi curiosi lo seguono nel tentativo di carpire nel destino dell’altro qualcosa del proprio.
Per questi motivi la morte, non impressiona più. L’abbiamo allontanata aggiungendo giorni alla vita di ciascuno, ma contemporaneamente l’abbiamo resa esperienza quotidiana a portata di telecomando. Ci siamo illusi insomma di averla addomesticata e di poterla vivere. Mentre continua a coglierci impreparati quando si porta via un affetto a noi prossimo. E probabilmente la paura o l’incoscienza ci impediscono di vederla quando arriva per noi.
La morte non mi impressiona. Fa male se pesca fra tuoi compagni di viaggio. Ma è diventata una cosa fra le tante. A cui ci si abitua. A cui ci siamo abituati.
Oggi, alla fine delle scale ho inserito la chiave nella toppa. Avrò compiuto quel gesto un milione di volte. Automaticamente. Avevo i piedi sul mio tappetino. Dietro di me la porta dei miei zii. Con il suo tappetino. Non ho guardato quella del vicino a destra, ma sono certo che anche quella avesse il proprio tappetino in ordine. La porta del vicino a sinistra invece manca del suo zerbino a terra. È arrotolato in un angolo, in verticale. Perché settimanalmente passano a pulire tutto e tipicamente sollevano i tappetini a quel modo e li lasciano così. Credo in tutti i condomini d’Italia avvenga lo stesso.
Ebbene quel tappetino a quel modo è stato per un attimo il segno più potente della morte del mio vicino. Dietro la sua porta la casa è vuota. E nessuno verrà a sistemare un tappetino che davanti la sua porta testimonia la normalità della vita che va avanti senza fermarsi. Crudele perché non conosce compassione.
Se crescere è po’ un morire, diventare grandi è sapere accettare la morte.
Da quando il primo vagito fugge via dall’abbraccio delle nostre labbra stiamo già correndo verso la fine di un viaggio che non conosce pause. Qualcuno lo dipinge come un ponte, questo nostro viaggio: sarebbe folle costruirvi una casa. Perché è solo un luogo di passaggio. Si viaggia bene se si viaggia leggeri. Ed è così che se crescere è morire andando avanti un passo dietro l’altro, saper viaggiare liberandosi del superfluo significa diventare viaggiatori esperti, veterani del sudore e della polvere, come un istante scolpito immortale cui la polvere del tempo aggiunge pregio.
Quanti ricordi? Non erano tutti uguali. Alcuni erano giochi, animali, oggetti cari. Altri erano risa, abbracci, sorprese affilate che lacerano il cuore. E i volti? Quei volti a lungo sfiorati e consegnati alla memoria mai consumati. E i baci? E quei certi sguardi nati per caso e morti ardendo? Dove sono finite quelle intese, quei fiati condivisi?
Se erano così speciali, se erano così unici, perché sono perduti? La bellezza della caducità è l’immortalità che si mostra nell’attimo che fugge: appena nato, già morto. E per questo unico e irripetibile, sempre vivo nel ricordo. Ma il ricordo è solo l’ombra. Immortale è ciò che vissuto mai fu smentito, nello spazio rapido dell’incontro di ciglia.
Se così non fosse sarebbe una maledizione: il cammino si farebbe impervio sotto il peso di un simile fagotto. Se nulla si getta via, tutto diventa cloaca. Anche i migliori profumi mescolati insieme diventano tanfo. I sentimenti sono fiori: vivono solo se ancorati al suolo che li ha generati. Portarli via è appassirli, restargli accanto è invocare il destino di Dafne, rinunciando all’umanità.
L’illusionista è davanti a te. Ancora una volta la colomba scompare. Non conosci il trucco: un gesto semplice che uccide il fiato. Conosci il trucco: un gesto semplice che dona vita a un sorriso. Diffidiamo della complessità perché odora di inganno, ma più perigliosa è la semplicità perché illude come una vetrina che mostra la tua torta preferita. Mostra ma non accoglie.
I bambini si disperano, gli adulti non se ne curano. Hanno imparato che se proprio vuoi la torta è un’altra la via che ad essa porta. Liberandosi del peso dei ricordi ecco che vediamo il varco al fianco della vetrina. Alleggerendo il fagotto, ecco che il viaggio diventa più piacevole.
Questo è saper accettare la morte: conservare il piacere del trucco ormai noto, senza più chiedersi dove finisce la colomba. Comprare la torta perché ne hai voglia, non per riesumare il sapore magico del primo morso.
Per imparare a volare non occorre aggiungere più leggerezza ma privarsi di peso. Accettare la morte di cose care. Sapendo che vivono in noi come ogni fiore si schiude uguale e diverso dopo ogni seme.
Auguri.
A te che odi il Capodanno.
Ti auguro di trovare il grande significato nascosto dietro l’apparenza di un momento come tanti altri, assedio di calici ebbri di voglia d’oblio, di sorrisi forzati, di chiacchiere noiose. Un significato che abbiamo festeggiamo da millenni in ogni cultura cui l’uomo abbia dato forma. Un significato pagano che in quanto tale è stato bandito, censurato e infine dimenticato, quando il dolore prolungato di lotte ideologiche è stato sostituito dall’apatia stanca e infine dalla dimenticanza.
A quel significato io alzo il calice. Il tempo. L’ultima divinità. La prima. Capodanno, come i suoi parenti stretti di Halloween e Sol Invictus celebra il mistero del tempo che muore e rinasce incessantemente. L’eterno ritorno. Da Osiride a Gesù.
All’eterno ritorno che nella sua costanza si fa sempre nuovo. Che è eterno nel suo morire ogni momento.
Mentre attendo persone care per questa celebrazione sacra, disegno tre propositi per il 2012 e saluto il 2011 con due prime volte della mia vita: la prima è che saluto il vecchio senza avere da rimproverargli nulla. La seconda è che attendo il nuovo senza chiedergli nulla che abbia a che fare con l’amore.
Il 2011 è stato davvero un anno primo.
Infine un ultimo pensiero vola a te, che un giorno forse poserai gli occhi sul lavoro di queste dita sempre meno salde nell’afferrare verità e sentenze. Che mai il tempo mi tenga così occupato dal sottrarmi allo stupore quotidiano del tuo miracolo. Che il tempo possa esserti amico e non celarti al cuore la sua più grande abilità: mutare le più grandi dannazioni in inimmaginabili benedizioni.
Auguri.
Come ormai prassi dal 2006 il mio compleanno è tempo di bilanci, personali.
27. Sono gli anni che ho compiuto. Fa un po’ effetto. Come qualcuno mi ha fatto notare è definitivamente finito il tempo in cui venivo considerato una giovane promessa. E’ tempo di dimostrare, di risultato, di solidità. Non bastano più le idee. Si gioca (finalmente) sul serio. E sono dove dovevo essere.
Ho imparato che sono incoerente come tutti gli essere umani. Perché in realtà muoriamo e nasciamo ogni giorno, alcuni ogni minuto. Ho imparato che dentro questa incoerenza c’è la ricchezza del letame: come scriveva De Andrè a proposito di una via di Genova poco distante da dove mi trovo adesso.
Ho imparato che esiste un tempo per essere poeti, per cantare sognanti di epiche imprese e guerre mosse da onore e principi. E che poi arriva il tempo in cui la guerra ti tocca farla sul serio e scopri che sporco di fango e sangue non ti distingui dall’opportunista, guerrafondaio e ignorante da cui ti sentivi così diverso e con cui condividi fatiche e vittorie. Perché tutti i fiumi finiscono al mare, a dispetto della sorgente di provenienza. Chi canta la vita non ne sa spesso un bel nulla: chi la vive non ha tempo di raccontarla e chi l’ha vissuta non ne ha interesse. E così diffido dei poeti, cerco la compagnia dei silenziosi dalle mani sporche.
Ho imparato che gli amici e gli affetti più solidi forse non sono i più grandi. E sicuramente non si scoprono nell’idillio della felicità condivisa. Ma nella notte del bisogno, quando ti sorprendono a rubare e si voltano dall’altro lato senza aggiungere una parola.
3. Sono gli anni che vivo a Milano. Ebbi un motivo per arrivare, a tutt’oggi non ne trovo uno per restare. Ma neppure per partire. E in questo senso di sospensione, con la paura di perdere anni importanti ho scoperto invece di essere cresciuto come mai mi sarebbe stato possibile altrove. Nella fatica, nell’opportunità, ancora una volta nel letame che concima.
2011. Un anno che mi ha portato lontano. Iniziato a Genova a leccarmi le ferite, finito a Genova a contarmi le cicatrici. Sono arrivato laddove mai mi sarei mai aspettato, con appetiti sempre più grandi che trovano ad attenderli orizzonti ancora più vasti. Ogni giorno punti interrogativi cruciali crescono accanto a me stimolandomi a cercare, cambiare, crescere, morire. Un anno che mi ha regalato persone importanti e ricordato il valore di quelle poche stelle del mattino che sono meno visibili di quelle notturne, ma sempre presenti.
Il 2011 mi ha regalato due cose. La prima è la consapevolezza che il problema non è mai non avere la risposta. Ma fermarsi a cercarla anziché esplorare la prossima curva che aggiunge nuovi elementi al paesaggio e nuovi spunti al cammino. La seconda è che non ha importanza ciò che sai ma come ti poni rispetto a ciò che ancora non sai. Come ti apri alle opportunità dell’Universo.
Il 2011 rantola, ma a differenza degli altri anni non sento chiusure: tutto quello che il 2011 ha portato è qui per restare. L’avventura è solo iniziata. E così mentre il mondo che abbiamo conosciuto cade a pezzi ogni giorno di più, mentre non sappiamo ancora che forma assumerà il nuovo, mi appresto a lasciare le colonne d’Ercole alla volta di mari più grandi e imprevedibili sicuro di trovarvi nuove terre o la morte gloriosa di chi perisce nel coraggio della sfida.
Crofiggimi.
Perché questo merito.
Crocifiggimi.
Perché il mio peccato è stato tollerare il tuo.
Crocifiggimi.
Perché se non mi inchiodi le mani le userò per metterti in difficoltà.
Crocifiggimi,
Affinché io possa resuscitare in tre giorni anziché morire lentamente per una vita.
Crocifiggimi,
affinché io sappia che della mia carne non ti importa più del legno che ti da’ diletto e suono ad ogni battito di chiodo.
Crocifiggimi.
O scoprirai che ciò che hai buttato era una perla data ai porci.
Crocifiggimi.
O userò le mani per un’altra carezza.
Che ci seppellirà entrambi.
Perché non di me t’importa. Ma della carezza.
Che la tua vita normale sia la terra che fredda ti abbraccia seppellendo la tua inquietudine.
E con essa te stessa in una vita normale.
Una strada liscia. E’ larga e lunga. Chilometri e chilometri di spazio che diritto punta in una sola direzione senza alcuna meta visibile. La percorri a grande velocità. Ma è come se fossi fermo: assuefatto alla velocità a correre sembra essere tutto tranne te.
Finché non becchi una scaffa.
Una piccola imperfezione di quel solido e monotono manto che per chilometri si è srotolato sotto di te con discrezione. Basta un attimo e ti risvegli dal torpore. Un attimo che ti sconnette da ore e ore passate senza consapevolezza a scivolare con grande velocità verso una meta che prima o dopo arriverà, ma non ora.
Una vita a grande velocità verso importanti mete che si susseguono una dietro l’altra come le cime di una cordigliera o le vertebre appena abbozzate sotto una pelle che invita a sciare con le dita. Così importanti le mete e così veloce la vita che tendi a perdere la connessione. La focalizzazione sul dettaglio tende a farti perdere il quadro d’insieme. Fino alla piccola scaffa, una vetrina in un posto affollato che restituisce la tua immagine. Solo con te stesso in un luogo affollato da decine di persone sole con se stesse. Con musica che ti tiene compagnia. Cibo che accompagna più il tuo cervello che le tue papille. Colori confortevoli e vita intorno. Obbediente alla suprema legge dell’Universo: l’osmosi. Tutto fluisce dal luogo in cui abbonda a quello dove scarseggia. Lo yang insegue lo yin.
E così una vita veloce non può che correre. Verso la prossima scaffa.
Ci sono gabbie da cui è difficile evadere.
Sono spazi ampi, abbondanti, esorbitanti. Nessun limite, nessuna sbarra. Non subisci divieti. Semplicemente puoi vagare in qualsiasi direzione senza un punto di riferimento: chilometri di prateria, anni luce di buio. Non sono gabbie che ti reprimono, sono gabbie che ti svuotano. Anneghi nel loro vuoto finché non ti sembra di essere diventato tu stesso parte di quel vuoto. Respiri il loro nulla finché anche le tue parole si articolano senza solidità di senso.
Da queste gabbie nessuno evade. Nessun varco da sperare, nessuna ora d’aria da aspettare.
Queste gabbie hanno la forma del nostro volto e sono profonde tanto quanto le domande che non capiamo.
L’altra faccia delle nuvole è quella a cui non pensiamo quando richiamiamo alla mente il loro candore. O quando puntiamo minaccioso il naso al cielo in un gesto che a ragione rende difficile tenere chiusa la bocca.
L’altra faccia le nuvole te la mostrano se voli oltre, più in alto. E da quella posizione ad essere celata è la faccia consueta.
Non puoi guardare entrambe le facce simultaneamente. E in fondo neppure la nuvola potrebbe: lei è tutto insieme.
Alla stregua di una nuvola siamo noi. Ad osservare bene le persone esse sono un miracolo. Stupefacente quanto il gioco di prestigio di un bianco che senza fili galleggia nel nulla.
E più delle nuvole ha facce l’essere umano. Alcune difficili da conoscere, altre più immediate. Ma impossibile sarebbe osservarle tutte simultaneamente.
E così appare strano questo processo: più lati conosci di una persona, meno ti sembra di afferrarla nella sua interezza. Persino noi anneghiamo nella nostra stessa complessità: viviamo tutti i lati della nostra persona eppure questo non ci aiuta a dire di conoscerci, soprattutto di capirci. Di esprimere la coerenza dell’uno. Spontaneamente.
Per fortuna non serve capire come funzionano le nuvole per amarle.
E anche se sembra difficile che una nuvola possa essere contemporaneamente materasso per il cielo e coperta per la terra, è realtà che sia così.