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Scegliere

A prima vista sembrerebbe che scegliere sia una questione di capire. Capire le opzioni, valutarne le conseguenze. Selezionare la migliore opzione possibile.

Stronzate. Se avete mai guardato da vicino le scelte, converrete con me che non è così. Affatto. Del resto se bastasse questo sarebbe un mondo pieno di saggi felici.

Per qualcuno la scelta è una lotteria: se non possiamo davvero conoscere tutte le conseguenze e ponderare bene tutte le alternative, allora è come lanciare una moneta. Tanto vale non stare troppo a pensarci su e lasciare che sia davvero testa-o-croce a decidere. Ma non funziona neppure così.

È molto peggio.

Scegliere è un salto, abbiamo il pieno controllo delle forze che ci fanno staccare da terra, ma non sappiamo bene dove atterreremo. Sappiamo solo che atterreremo. Abbiamo iniziato qualcosa senza poter sapere esattamente come finirà.

Da studente di Scienze Politiche ebbi l’impressione che non ci fosse nessuna domanda a cui Kant non avesse trovato una risposta. Una delle domande più affascinanti riguarda la legittimità di una rivoluzione. È legittimo rovesciare un sistema preesistente, prendendone il posto? Ebbene Kant dice: qualsiasi rivoluzione, a prescindere dal motivo che l’ha generata, è illegittima. E come tale merita di essere soffocata dal sistema di cui viola le regole.

Però: se la rivoluzione ha successo nel rovesciare il sistema, ecco che ne instaura uno nuovo. In virtù del quale la rivoluzione stessa diventa legittima. 

Il motivo per cui scegliere è complicato non è la difficoltà di azzeccare una risposta. Ma il sapere che la risposta potrebbe cambiare la domanda. 

Tutte le scelte che abbiamo fatto nel passato sono legate insieme, tenacemente. Esse contengono il futuro. Ma non come un vaso, che posso mandare in inutili frantumi. Sono un seme. Che quando si rompe mostra solo fame di nuove primavere. 

Se rompere un equilibrio ne crea uno nuovo, allora non ha senso chiedersi se tale rottura sia giusta. Perché quando sarà avvenuta, diventerà giusta. Come il seme che abbandonato alla deriva dall’albero, diventa esso stesso albero.

Scegliere è come mettersi in cammino con una meta in mente: l’unica cosa garantita è il viaggio.

Addii, in uno specchio a Madrid

Non mi sono accorto di quando sei andato via. 

Lo hai fatto in silenzio, anche se la tua voce era sempre un urlo. Lo hai fatto con discrezione tu che riconoscevi un limite solo per attraversarlo furiosamente.

Mi manca quel modo in cui il suono di una guancia percossa da una carezza ti accendeva il battito del cuore. Amavi serrare il pugno, scagliarlo addosso a qualcuno ti illudeva di liberarti da un peso. Non conoscevi la parola «sosta» perché per te la vita era una corsa senza traguardo. Tu volevi solo tenere gli altri indietro, correre per essere in testa non per arrivare primo.

Per molto tempo ho creduto tu fossi la mia sola alternativa. Mi sbagliavo: io volevo essere te.  

Dove sarai adesso?

Ancora in giro, a passo deciso con quell’espressione in viso di chi ha una destinazione ma in realtà vaga senza una ragione.

Ancora la fuori, pronto a sfoderare la lingua per trafiggere uno sguardo impudente. 

Ancora fedele al tuo codice inventato, che prescrive una vita di virtù e privazioni solo per poter rendere più grande l’eccezione e più memorabile l’errore. 

Se chiudo gli occhi posso averti ancora qui, rivivere le nostre avventure. Posso quasi sentire la tua fame che scalcia, posso vedere la paura di chi non è ancora sopravvissuto al primo naufragio di sogni e speranze, posso toccare quella tua impazienza così densa da erigere un muro fra te e gli altri. 

Non so se sei stato una benedizione in quegli anni. Allora facevo ancora confusione fra i giudizi e i desideri. Non importa. Eravamo lì, eravamo soli e insieme nello stesso tempo. Come due galeotti incatenati al medesimo remo, non lo abbiamo scelto ma lo abbiamo accettato. 

Non posso dire che mi manchi. Non posso dire di voler tornare ad allora. So che te ne sei andato per questo: hai sempre vissuto in bianco e nero, dentro la trincea di una fedeltà per partito preso. Hai sempre avuto disgusto per i deboli, quelli che hanno bisogno di una convenienza per sostenere una fede. 

Chissà cosa penseresti dei miei capelli ammorbiditi dalla lunghezza, del mio corpo inflaccidito dal buon cibo, del mio bere per il gusto e non per l’ebbrezza. Forse sarei uno di quelli che giudicavi con un occhiata, sperando che ti dessero l’opportunità di dimostrare quanto poco valessero.

O forse te ne sei andato perché dentro di te avevi capito che in fondo non poteva durare. Sapevi che prima o dopo avremmo smesso di chiederci se dovevamo temere ciò che respirava oltre il muro e avremmo iniziato a chiederci perché esisteva il muro.

31, 2015

Prendo gli ultimi giorni di questo 2015 per il mio bilancio di fine anno (una consuetudine che si trascina da qualche anno: 2014, 2013, 2012, 2011, 20102009).

31.

Camminare in equilibrio su una fune è una delle abilità più affascinanti che un uomo possa acquisire. Ma è anche una delle meno utili: difficilmente ci capita di dover camminare in equilibrio su un filo, nella vita di tutti i giorni.

Questo almeno pensavo prima di questo trentunesimo anno. Quest’anno ho imparato che ci sono molte analogie fra vivere ed essere un funambolo.

Uno: Accettare l’esistenza di tutto il resto, senza lasciarsi distrarre.

Sei lassù, ad un’altezza proibita per l’essere umano. Intorno a te il mondo, come non lo avevi mai visto. È bello, è estasi, è paura. La prima reazione è far finta che non esista. Per restare concentrati. Ma lui esiste. È lì. Hai quasi l’impressione di poterlo toccare, se allunghi un braccio. E se ti capita di allungarlo quel braccio, sarà meglio che ti spuntino le ali, perché rischi di dover imparare a volare. Per questo preferiamo non vederlo. Per restare concentrati. Concentrati sul non deragliare. Questo è quello che ho fatto finora, per evitare la fine di Ulisse, smarritosi sulla via del ritorno.

Far finta di nulla non mi ha aiutato. Cedere alla distrazione ha rischiato di uccidermi più volte. Perché mi sono concentrato sulla cosa sbagliata: non perdere l’equilibrio. Questo trentunesimo anno mi ha mostrato che «avere equilibrio» è molto diverso da «non perdere equilibrio» . Anzi, la caratteristica dell’equilibrio non è eliminare tutte le forze che ti spingono a cadere. Ma metterle in concorrenza fra loro affinché si bilancino a vicenda.

Il primo dono di questi 31 anni: la capacità di accogliere. Accogliere queste forze, accettarle e non cercare di annullarle. Ma di metterle in equilibrio.

Due: per andare avanti bisogna concentrarsi sul perché si fa una cosa, non sul perché non si dovrebbe fare.

È abbastanza facile farsi un’idea delle situazioni finché non ci siamo dentro. Da laggiù il funambolo appare incredibile, sospeso. Ma in fondo è solo un uomo che deve mettere un piede davanti all’altro in linea retta. Solo lui, da lassù, sa quante battaglie simultaneamente deve vincere per riuscire a muovere anche solo quel piccolo passo. Il più cruento di questi scontri non è contro il vento. Non è contro la fune. Non è contro il bilanciere. È contro la propria mente. È contro la parte di noi che si focalizza su ciò che potremmo perdere, anziché su ciò che vogliamo acquisire. La lotta più dura è contro la paralisi. Perché sulla fune, come nella vita, non puoi tornare indietro ma solo andare avanti. E una volta mosso il primo passo il dubbio diventa inazione, unico vero pericolo mortale.

Sono stato sempre molto bravo a descrivere i problemi e anticipare i pericoli. Questo mi ha impedito di commettere errori. Ma anche di andare avanti. Ho guardato nel vuoto e ho correttamente passato in rassegna i miliardi e uno modi diversi in cui avrei potuto rischiare di cadere giù. Ma niente di tutto questo mi ha aiutato a restare in equilibrio sulla mia fune.

Il secondo dono di questi 31 anni: la capacità di non pensare al baratro e cercare di muovere i piedi ricordando perché voglio arrivare dall’altro lato della fune.

Tre: la lunga distanza è possibile solo grazie a piccoli passi. Ma è più della somma di piccoli passi.

Sulla fune è solo un piccolo passo per volta. Un piccolo passo possibile solo pensando alla lunga distanza. Ogni volta che il piede tocca la fune occorre ricordare quanta strada è già stata percorsa e quanta ancora ne rimane. Per dosare le energie, affinché ogni singolo gesto venga compiuto come fosse l’unico ma pensato per un arrivo dopo molti passi.

A 31 anni ho il privilegio di essere spesso il più giovane a fare quello che faccio. Il primo. La velocità è sempre stata la mia ossessione, non per arrivare prima di qualcun altro. Ma per sfidare i miei limiti. Per trent’anni sono stato un buon sprinter. Forse troppo tardi, ma ho capito che dopo una breve distanza vinta, ce ne sarà un’altra. E un’altra ancora. È sulla lunga distanza che occorre testare le proprie capacità.

Il terzo dono di questi 31 anni: capire che un cammino è fatto della somma di piccoli passi. Ma non è la somma di piccoli passi a fare un cammino.

Quattro: perdere aiuta a vincere.

La fune è una via che non ammette il superfluo. Tutto quello che porti con te su quella fune stretta è d’aiuto solo se ben bilanciato. Nulla sale sulla fune con successo se non porta con sé un opposto simmetrico. Portare poco e portare solo cose che possono essere bilanciate.

Questo primo anno dopo i trenta ha visto la definitiva chiusura di alcuni capitoli della mia vita. Con cui ho fatto pace. Ho perso qualcosa lungo il percorso, ma ciò mi ha reso più leggero dandomi slancio per le nuove avventure che ho intrapreso. Ho imparato che combattere è importante, ma a volte saper incassare un colpo è più utile che cercare rivalsa. Aiuta a procedere leggeri anziché fermarsi nel passato. La miglior rivalsa è un passo avanti verso il futuro.

2015.

Ciao 2015. Sei stato il miglior anno, professionalmente parlando. Mi hai regalato tanti stimoli ma soprattutto tante conferme.

Lasciai con rammarico la possibilità di un percorso accademico per venire a Milano. E nel 2015 ho iniziato ad insegnare Communication Strategy allo IULM.

Credevo che fosse il momento adatto per un soggetto focalizzato sullo storytelling di brand attraverso foto e video ed Epico è una grande conferma.

Ero convinto che si potesse lavorare focalizzandosi solo sulla Digital Strategy con un team piccolo ma affiatato. Senza neppure avere un ufficio. Contro l’opinione di molti WHY è stata la prova che sì, il mercato premia questo tipo di valore.

Aver avuto ragione è stato gratificante, ovviamente. Ma l’ingrediente più importante di questi traguardi è stato: aver tentato. I motivi per cui questi successi potevano invece essere fallimenti erano molti. Ma sono andato avanti, senza cedere alla paura. Anzi portandola con me, come un peso da utilizzare per bilanciarmi sulla fune. Il 2015 è stato un banco di prova per confermare, sfidandole, le lezioni apprese al costo di tanti fallimenti in questi 6 anni.

2016.

Stai per arrivare. Non posso sapere cosa porterai, ma so per certo che troverai un funambolo allenato ad attenderti. Non posso evitare errori o avversità. Ma posso tenermi in equilibrio bilanciandole con quello di cui sono capace.

Dinosauri

Siamo sopravvissuti al meteorite, continuiamo a disegnare lo stesso tragitto con i nostri passi lenti. La nostra eccezione è essere sopravvissuti come regola, contro ogni pudore.

In un mondo ormai così diverso, a cosa serviamo? Non siamo ricordo, siamo offesa a noi stessi. Siamo promesse infrante e desiderio di cui è rimasto solo l’odore. Stantio, come qualsiasi delle cose sopravvissute.

Una stella lassù, che splende come ogni mattino. Sembra una certezza tanto è immutata. Eppure, è così lontana che potrebbe essere ormai spenta. Ma io ancora non lo so, perché posso vedere solo la sua eco.

Sabaudia, è dove quel vento ci ha portato

Era un viaggio verso nord.

È sempre un viaggio verso nord. Siamo migratori nel sangue e le nostre peregrinazioni seguono sempre l’istinto dei nostri padri.

Era un viaggio verso nord, e io lo avevo dimenticato. Era sepolto per bene sotto la terra dei piccoli fatti di ogni giorno. Nulla in confronto a quel viaggio, ma le cose grandi vengono sempre sommerse da una moltitudine di piccole cose: è sempre la sabbia o la cenere alla fine che affonda le capitali dei tempi che furono.

Un filo. Un filo che è una canzone. La canzone di quei giorni. Era ovunque: più dell’aria e dell’odore forte del tuo dopobarba. Alle prime tre note il pentagramma si trasforma in strada, quella che percorrevamo da Catania verso il Lazio, su una Passat presa a nolo. Avevamo la fretta di Ulisse che brama, più che quella di Enea che fugge. Ciascuno di noi due nelle pause di silenzio ripassava a mente il proprio piano, il proprio ruolo, il proprio desiderio. Un braccio di mare stretto segnava la fine della passeggiata e l’inizio del viaggio, in quell’Italia sdraiata che sulla cartina sembrava così ansiosa di calciare via la nostra terra a tre punte. Per sempre.

Eravamo io e te. Un uomo e un ragazzino. Eravamo due ma ciascuno perseguiva il proprio, di viaggio. È sempre stato così tra noi in realtà. Ma l’ho capito dopo, quando sono diventato adulto. A te non importava, i modi ti sono sempre sembrati una conseguenza automatica dei fini da raggiungere. Io ero ancora un adolescente con più parole in mente di quelle sulla lingua. A volte fantastico sul tempo: sarei stato mai in grado di cambiare le cose se avessi saputo quello che so oggi?

I nostri viaggi percorrevano la stessa strada. Sei stato compagno del mio e io complice del tuo. Le nostre mete non erano sogni ma vaneggiamenti. E quando ce ne accorgemmo non ci fu delusione. Quel viaggio fu il nostro Godot: ognuno di noi aspettava qualcosa che non arrivò, ma eravamo insieme. Un’anticipazione della vita che seguì, dove le pause intorno al fuoco e le lunghe faticate sotto il sole con i compagni di strada sono gli unici ricordi sopravvissuti. Siamo mai giunti da qualche parte? Dove volevo andare? L’ho dimenticato. Ma ricordo ogni granello di polvere sollevato nella nostra marcia insieme.

Oggi non sei più al fianco. E io ho abbandonato il tuo.

Quando pensiamo alla perdita, il pensiero della morte ci assale. Eppure la vita ha inventato modi più terribili di separare. Questi sono come un vetro: continui a vedere tutto, ma non puoi toccare. Urli, ma nessuno ti sente. E dall’altra parte del vetro non capiscono il tuo dimenare forsennato. Come tu non comprendi le loro azioni. Ed è distanza di ciò che prima era vicino.

Quando veniamo al mondo la bocca non conosce parole e così da voce al cuore e alle emozioni. A ogni parola che impariamo condanniamo la bocca ad essere parte della testa, lasciando il cuore muto.

Con una mano appoggiata al vetro che la vita ha costruito fra noi, solo il ricordo di quel viaggio è memoria del calore del tuo palmo sul mio.

Il Mare a Settembre

La sabbia è come la ricordavo. Sembra non opporre resistenza al piede ma alla fine non gli concede più di qualche millimetro d’orma. In fondo un tempo era roccia caparbia ed essere stata sbriciolata dal mare non sembra aver intaccato il suo carattere antico. La spiaggia invece non si oppone a nulla: alberi mutilati, brandelli di quotidianità, scarti di benessere regalati all’onda ma che neppure questa accetta. A settembre l’estate è anziana ma non così il suo mare: spumeggia e ruggisce con ardore ma senza rabbia, come un bimbo che urla per provare la voce.

Quando osservavo il mondo dal basso, essere grandi mi appariva come una scalata verticale annotata sul bordo della porta: lui non andava da nessuna parte, io ero sempre più affamato di centimetri. L’età adulta era da scalare, come una vetta. Una cima che una volta raggiunta ti permette una vista nuova: da lassù i luoghi che in fretta ho abbandonato nella foga della scalata, appaiono diversi. Ne vedo contorni e confini, sconosciuti finché ne ero parte.

Da adulto, il mare di settembre mi ricorda il tempo in cui segnavo il mio progresso. Solo che stavolta non è più l’altezza che misuro ma la distanza. La lontananza fra me e il bambino schiacciato contro lo stipite, un settembre alla volta. La distanza cambia la prospettiva, come l’altezza ti fa dimenticare il tempo in cui l’orecchio ascoltava il cuore di tua madre, quando l’abbracciavi. 

Ma non è per marcare distanze o crescite che mi accosto al mare di settembre. Per misurare il tempo trascorso basta la sabbia. Il mare mi abbraccia, mi scuote e mi atterra. Io lo sfido, urlo, lo fendo.

Amo il mare di settembre: mi ricorda che a prescindere dai centimetri percorsi sullo stipite, dentro di me c’è ancora quel bambino.

Le Parole e i Dettagli

Il diavolo si nasconde nei dettagli. Dettagli piccoli come fessure, che ingannano l’occhio come sfumature.

Le parole sono scosse che partoriscono montagne e lacerano conteninenti. Ma le parole sono anche tagli, che cesellano, rifiniscono, operano separazioni chirurgiche invisibili ad occhio nudo ma evidenti nelle possibilità che fanno fiorire.

Le parole creano varchi in cui a volte leggiamo la promessa di qualcosa di più del fugace passaggio. Le parole sono bolle di sapone tremanti che proteggono lo spazio dei sogni dallo spazio della realtà, prima che questi si riuniscano.

Nel regno delle parole l’equivalenza è in esilio. La bugia dei sinonimi è colore solo per le tele di chi non distingue le sfumature di buio della notte. L’architrave all’ingresso di questo reame recita: «Ciò che non vuoi perdere non è ciò che vuoi avere». Nel dominio delle parole, anche l’opposizione è sconosciuta: «amare» e «odiare» sono figli della stessa madre. 

Lo vedi il demonio? È proprio lì, accovacciato fra la «paura di perdere» e il «coraggio di avere». 

Nel dominio delle parole «senso di colpa» è un’eco e «infinita mancanza» solo una lunga serie finita di lettere. «Nostalgia» si può rivolgere al futuro non ancora vissuto e «ho cambiato idea» descrive solo il ruotare di qualcosa su un perno.

Nel mondo delle parole è bello giocare a nascondino, ma non ci si nasconde mai realmente. Copriamo la verità, di veli. Come si veste la notte di buio: senza sarebbe difficile vederla arrivare.

Senza la carezza del velo della parola, sarebbe impossibile per noi abbracciare l’impeto del vento.

Nel dominio delle parole il demone che vive nella fessura tra i significati sa che due coste divise da un’oceano, sotto continuano ad essere una cosa sola.

Abitare in Mongolfiera

Ho dovuto lasciare andare pezzi di me: il Dio del viaggio è vorace e non ama sacrifici che non siano amputazioni di sé. Un sacrificio orribile prima di essere compiuto ma che il tempo cicatrizza rendendolo quasi dovuto, quando rievocato nel ricordo. Al momento è una rinuncia che passa quasi inosservata, nell’eccitazione del passo successivo verso una meta che solo dopo scoprirò inesistente. Ma non sarà un naufragio, solo un’odissea: la meta raggiunta non basterà a placare la sete di viaggio e la fame di confini. Il mare diverrà l’ossessione, la costa all’orizzonte solo una pausa.

I viaggi dell’adolescenza sono questo: rotte per mare. La volontà si dispiega su una superficie che non può opporre ostacoli alla rotta determinata e diritta, tracciata nella mente e orientata dalle stelle. Ciò che non ho portato con me l’ho lasciato indietro, lontano alla vista e scolpito nella mente senza possibilità di vecchiaia. Come il profumo della partenza, nel primo porto.

Ma quel modo di viaggiare è facile, la testa è sempre volta avanti e solo la notte distrae dai problemi dell’avanzata. Ciò che è stato preoccupa meno di ciò che sarà. Il confine non ancora spezzato seduce, quelli già attraversati sono evocati solo per giustificare questo, come stelle che si ignorano nelle distanze del cielo, costrette dal capriccio dell’uomo a condividere la stessa forma in una costellazione.

Il modo di viaggiare degli adulti è un viaggio in mongolfiera. Per arrivare dove vuoi devi saper pazientare: la rotta è un insieme di curve che sembrano allontanarti dalla destinazione. La dimensione è l’ascesa, non abbandoni la terra ferma correndo verso un’altra costa ma compi un salto sperando di non ricadere a terra. Navigare nell’aria richiede ben più di un sacrificio ad una divinità affamata: la capacità di diventare pesanti e leggeri all’occorrenza. Di trovare zavorre e ricordare della terra da cui provengo, di mollare senza indugio tutto quello che mi impedisce di salire ancora più in alto.

In questo viaggio in mongolfiera non visito nuovi posti. Sotto di me il paesaggio è lo stesso. Ma man mano che salgo cambia il modo in cui lo guardo. Quello che prima mi sembrava grande e incombente, ecco che diventa minuscolo e insignificante. Guarda: posso coprirlo con un dito. Ciò che era invisibile tanto era certo: ecco, ora ne vedo i contorni. Ha una fine e io la vedo, anche se non sono ancora la.

La nostalgia di un luogo che non esiste più. Non è rimpianto. È il ricordo di quel pezzo di me che il passato ha inghiottito. Insieme a quel luogo, in quel tempo, che mi sono lasciato alle spalle. Qui, sulla mongolfiera, il passato dei ricordi è una lente che mette a fuoco il paesaggio che osservo oggi. Non sono più le stelle e gli ideali ad orientare il percorso, ma i luoghi laggiù che conosco bene. Ecco: si trasformano ad ogni metro di distanza, pur restando sempre uguali.

Non è più la promessa del domani a muovermi, né la fuga da ieri. Oggi, sulla mongolfiera, non cerco nulla e non vado da nessuna parte.

Cerco un modo di abitare me stesso, mentre salite e discese si succedono senza sosta.

30, 2014

E quindi sono trenta.
Inutile ormai introdurre la mia consuetudine di scrivere il post del mio bilancio annuale (se sei nuovo: 2013, 2012, 2011, 2010)

Per prima cosa: una nota agli affezionati. Dal titolo ho eliminato il numero di anni che sono a Milano. A dicembre sono diventati 6. Ma ho deciso di non contarli più. Mi sono sentito sempre di passaggio in questa città. Mi sono sempre chiesto se fosse davvero questo il posto per me. Non ho trovato la risposta. Ma alla domanda, esattamente come ai rintocchi del campanile dietro casa, non faccio più caso. Per cui è ufficiale: la questione non ha cessato si esistere, ma da tornado incombente è stato declassato a pericolo di pioggia.

2014.

È un anno pari. E a me gli anni pari mi risultano un po’ infami. Questo lo chiamerei Colombo. Perché come il buon Cristoforo è partito pieno di certezze ed è andato a sbattere contro qualcosa di nuovo che non si è capito ancora cosa sarà. Io spero: la mia America. Ma ammetto di essere partito per le Indie.

Nel 2014 ho fatto tante cose che avevo già fatto negli anni precedenti. Sono ripassato da luoghi a me noti, eppure è stato tutto diverso. Perché io sono del tutto diverso. Ritrovarmi a decidere di nuovo di cose già provate è stato proprio il modo migliore per misurare questo cambiamento.

Il 2014 mi ha regalato anche una conferma importante: sono ancora capace di scegliere di pancia, solo perché una cosa è giusta (secondo me). Anche se non si tratta della più conveniente. Perché resto assolutamente incapace di farmi piacere qualcosa che dentro di me non è più amata. Questo atteggiamento adolescenziale è bistrattato, ma devo dire che sul lungo periodo mi ha finora regalato grandi soddisfazioni.

Nel 2014 ho toccato con mano quanto sia cresciuta la mia famiglia. Una sorella diciottenne e una sorella laureata. Un fratello che è secondo solo di nascita. Ogni tanto smetto di correre e mi trovo in mezzo ad una famiglia che è specchio della velocità a cui mi sono mosso. Se nel mio mondo tutto cambia insieme a me, nel mondo della famiglia non sono io a dettare i tempi. E mi piace godermi questa marginalità.

La fine del 2014 mi mette davanti alla stessa scelta per la quarta volta. Quattro volte in un anno: vuol dire che avevo bisogno di essere bocciato quattro volte. Io che a scuola sono sempre andato bene, ho imparato come essere bocciati non sia infamia. Può addirittura essere un favore. Capire la domanda non implica automaticamente riuscire a trovare una risposta. Ci vuole tempo. Anche per me. Spero che questo giro sia l’ultimo. Ma il peggio che può capitarmi è solo un’altra bocciatura.

Infine ringrazio il 2014 per le occasioni che mi ha offerto per restituire a Catania parte del valore che mi ha regalato in questi trent’anni. Attraverso il coinvolgimento in iniziative come TEDxSSC, il DML e Meridio News.

30.

Non voglio riassumerli di certo. Ma non riesco a fare di meno di cedere alla tentazione delle considerazioni globali.

La prima: guardavo a questo momento come ad una epifania. Pensavo che sarebbe stato lo zenith della mia vita personale e lavorativa. La summa delle cose che nella vita avevo appreso. La celebrazione delle mie vittorie. Questi trent’anni sono passati quasi in fretta. E più sono andato avanti più ho accumulato solo consapevolezza delle cose in cui mi sbagliavo. Oggi, se mi guardo indietro, la prima parola che mi viene in mente non è: successo.

Primo: scusa.

Scusa, per tutte le volte che ho tirato dritto per la mia strada. Scusa, per tutte le lacrime che ho fatto versare. Scusa, per tutte le volte in cui ero altrove. Scusa, perché ho detto troppo o troppo poco.

Beninteso: rifarei tutto. Tradirei promesse, ruberei fiducia, accoltellerei con la lingua e appiccherei fiamme con lo sguardo. Preferendo la fuga, se la vittoria non è disponibile. Sono state tutte cose importanti per me. Per essere quello che sono. Ma oggi mi scuso perché i motivi per cui l’ho fatto erano meno assoluti di quanto credessi. Chiedo scusa perché dalla mia avevo solo una lingua più tagliente e poco altro. Non chiedo scusa per quello che ho fatto. Ma perché nel farlo non vedevo le persone sedute sul lato delle conseguenze delle mie azioni. Oggi vi vedo e questa è una differenza. Ma non preoccupatevi: non ci saranno grandi cambiamenti di condotta.

Secondo: il senso delle cose è una scelta.

La seconda considerazione riguarda il mutamento del mio nichilismo fatalista. La premessa è rimasta la stessa: alla fine niente ha senso. Ma dato che è così anziché incazzarmi e soffrire, scelgo di dare io un senso alle cose. A scelta. A caso, se necessario. Facevo le bolle di sapone e piangevo perché non le vedevo durare. Oggi esplodono lo stesso ma ho imparato a capire la loro perfezione transitoria. O relativa. E apprezzarla proprio per questo. In fondo l’unico esito certo delle cose immutabili è la noia.

Terzo: non è la realtà che muta a farmi sentire in perenne stato di cambiamento. È il mio stato di cambiamento che fa essere in mutamento perenne la mia realtà.

La terza considerazione è la costanza del cambiamento. Chi mi conosce sa che parlo sempre di periodi di scelta e transizione. Oggi comprendo che ho sempre vissuto in questi periodi perché io mi sento in perenne mutamento. E non viceversa. Per questi primi trent’anni ho pensato che le cose transitorie non avessero valore e che i successi fossero punti di arrivo raggiunti con l’accumulo di fatica quotidiana. Mi sbagliavo. E se ti ritrovi sulla giostra che gira puoi scegliere di piangere perché vuoi scendere o di ridere e goderti la vista dall’unicorno rosa. Prima pensavo che uno dei due modi fosse giusto, l’altro sbagliato. Oggi penso che la più grande conquista non sia fare andare la giostra più velocemente o fermarla del tutto. Ma avere la libertà di piangere o ridere in base a come mi va di fare al momento.

Infine, l’Ultima Grande Verità Transitoria.

Quarto: e se l’albero fosse più libero del lupo?

Per i primi trent’anni della mia vita ho vissuto convinto che noi uomini siamo lupi. Ho ucciso per fame o per paura. Ho mangiato a sazietà da solo e combattuto l’inverno in branco. Ho incontrato limiti perché me li sono dati o mi sono stati imposti da chi è stato più forte di me. Mi sono mosso rapido per assalire o per fuggire.

Oggi mi chiedo se l’uomo non sia più simile ad un albero.

L’albero conosce l’importanza delle radici, per arrivare lontano. Sa quanto ciò che per gli altri è sterco e di cui si disfano volentieri possa essere trasformato in crescita. L’albero non può rifiutare e per questo ha imparato ad accogliere e trasformare, gli eccessi di pioggia come quelli di sole. L’albero aggiunge uno strato alla volta, ma dentro è sempre lo stesso tenero germoglio. Se perde un ramo non insiste. Lo rigenera cercando un’altra direzione. Un albero sano cresce in altezza e sa che arriverà in alto a toccare il sole solo se avrà radici profonde nell’oscurità della terra. Un albero non ha fretta: il suo tempo è il decennio. Un albero sa che gli errori non esistono: lui si biforca per trovare nuove strade. Le direzioni sbagliate diventano comunque sostegno per crescere in nuovi tentativi.

2015.

Per la prima volta non ho aspettative, né progetti su di te. Fai come vuoi. La barca è solida, io padroneggio la pagaia e l’orizzonte è vasto. Che tu sia Poseidone adirato o Eolo benevolo, non mi importa. Qualsiasi cosa avverrà, la affronterò con la sicurezza di chi ha imparato cos’è giusto attraverso l’errore e con il sorriso divertito di chi è certo che ha ancora tanto da sbagliare.

Vorrei ringraziare tutte le persone che ho incontrato in questi trent’anni. Forse vi ho odiati, amati, ammirati, invidiati, studiati, sfottuti, compatiti, emulati. Forse mi avete deluso, maledetto, rimpianto, tediato, inacidito, sorpreso, ucciso. Chissà. Ma una cosa è certa: grazie, perché mai avrei voluto fare a meno di voi.

Mentre scrivo queste righe il 2014 mi offre un’altra grande lezione. Che come tutte le grandi lezioni è amara. Lo scorso weekend, per il mio compleanno, sono stato a Napoli. Passando qualche giorno in città ho sentito Antonio, che non vedevo da anni. Non siamo riusciti a vederci. Principalmente perché non mi sono sbattuto abbastanza, fra i vari piani e cose da fare. In fondo l’idea è sempre quella che «c’è tempo». Stamattina Antonio è venuto a mancare. E di tempo quindi non ce n’è più.

Che io possa fare tesoro di questa lezione, come feci tesoro a suo tempo delle cose che mi ha regalato Antonio.

Il Sogno della Montagna

Sono sulla vetta altissima di una grande montagna. Guardo in basso ma non è come dicono: nessuna vertigine mi assale. Solo stupore: non ricordo di aver fatto tanta strada. L’unica distanza che ho nella mente è quella che non ho ancora percorso. Entro sera l’avrò fatta mia e domani ripeterò questo momento. Guarderò giù e la strada percorsa mi sembrerà semplice. È quella che mi attende lassù, aggrappata al versante, a darmi la vertigine.

L’ossigeno è poco e faccio fatica a respirare. Il paesaggio è bellissimo e io continuo ad andare avanti. A salire. So che è importante ma non ricordo il perché. Più procedo più fatico a tenere lo sguardo davanti a me. Indietro ho lasciato fiori bellissimi. E so che non posso tornarvi: l’estate ha ceduto il passo all’inverno e quei fiori non sono più. La pianta avrebbe il tempo di farne di nuovi e meravigliosi, se tornassi. Ma non saranno uguali a quelli che mi rapirono con il proprio profumo.

Sono su un’alta montagna, ogni volta che raggiungo una vetta esulto, ma scopro che è la base di un’altra salita. È una montagna, ma sembra di stare in mezzo all’oceano: non fai in tempo a fissare un punto che questo è già mutato: morto e rinato. Alla fine è solo un’enorme distesa omogenea all’occhio, solo all’apparenza accogliente nella sua generosità di spazio. Ciò che mi obbliga ad andare avanti è proprio quell’abbondanza che è assenza: potrei fermarmi ovunque ma da nessuna parte c’è un posto per me. Ciò che la montagna mi offre è quel tanto che serve fino alla prossima tappa.

Lo zaino pesa, sono tentato di abbandonarlo quando il fiato di fa corto. Ma dentro di me qualcosa ha la forza di ricordarmi che dallo zaino dipende la mia forza contro gli enigmi del futuro. Soffrire adesso per cercare di non soffrire dopo. Stringo i denti e continuo a barattare una certezza per una promessa.

Di notte soltanto conosco la pace. Il fuoco caldo mi ricorda che il piacere è una noce dentro al guscio delle difficoltà: più il dente è ingaggiato da quel guscio, più la lingua trarrà vantaggio dalla noce. E poi ci sono loro: le stelle. Guardano mute e indifferenti. Ma sono sempre fedeli a sé stesse. Sono punti di riferimento, attesa mai delusa. O forse sono solo altre vette così distanti da poterle vincere con il pollice.

Il fuoco partorisce figlie deformi con qualsiasi cosa abbia l’ardire di stargli vicino. Sono ombre familiari, che mi tengono compagnia. Ombre figlie di contorni che generano nella mia mente nuovi contorni. Di cose che furono. E danzano, queste ombre che come i miei ricordi si lasciano guardare ma non sfiorare. Mi abbandono al desiderio e cerco di afferrarle. So già cosa accadrà. Ma la delusione della mano vuota è autenticamente amara.

E prima di rimettermi in viaggio, sono già in cammino verso l’alba.