Questo è il blog provvisorio di Mushin. Leggi qui per saperne di più.

Scegliere e Non Scegliere

Ci dicono che le grandi cose arrivano dopo immensi sforzi e abnegazione continuativa.

Forse è così.

Però è anche vero che esistono grandi «colpi di culo» che in un istante ci fanno progredire anni luce più di quanto lontano ci avrebbe portato una buona andatura spedita e costante. In effetti un deserto è formato da granelli e un diamante da ere di pressione. Tutto ciò che cambia è frutto di un processo di accumulo lento. Quello che viene percepito come radicale nel cambiamento è legato al punto di rottura, oltre il quale nulla è più come prima. Le cose si sono accumulate per giorni, forse anche per anni, un granello alla volta. Ed improvvisamente una mattina quell’equilibrio ogni giorno impercettibilmente più precario, si sveglia disequilibrio. E la montagna si fa valanga.

E porta tutto giù fino ad un nuovo equilibrio.

Mi torna alla mente la leggenda sulla saggezza di Salomone. Due madri si contendevano un bimbo a lamenti e lacrime ma solo una fece scudo al piccolo quando Salomone alzò la spada per dividerlo equamente in due.

Sottoporre a minaccia – reale o meno – qualcosa mi è sempre giovato a difendermi dalle bugie. Dalle mie bugie. Da quelle che tendo a raccontare a me stesso per aggiustare il puzzle della mia vita, di cui io ho più tessere degli altri. Spesso tanta energia viene investita nel mantenimento coatto del puzzle, un po’ come volere per forza che un tassello abbia più buchi ai bordi di quanti non ne abbia davvero. Perché spesso è la tua idea di puzzle a guidare l’incastro e non l’incastro a determinare la tua idea di puzzle.

Davanti ad una scelta radicale (e dunque semplice), la risposta deve essere semplice. E chi mente spesso si riconosce dai silenzi. O dalle troppe parole. Una scelta radicale non è un no/sì, è un sì immediato e deciso contro un no che è tutto ciò che non è quel sì. Spesso davanti a simili scelte mi sono crogiolato fra sì e no come fossero due opzioni, A e B. E quindi perché non inserirne una terza. O un ibrido. Ma la vera scelta radicale è veloce tanto quanto sgradevole: è fra sì e un non-sì.

E’ neve che si scioglie al sole.

E la verità è che preferiamo spesso aggiungere le nostre lacrime all’acqua, anziché avere a che fare con la neve. Il sottrarsi alle scelte ha fatto più morti delle scelte sbagliate.

Ma dicono abbia il pregio di farti sentire una persona giusta quando chiudi gli occhi la sera, al contrario di tutte quelle volte che ti sei torturato per una scelta sbagliata.

 

Cecità

Ci insegnano che lo scopo delle domande è trovare risposte. Lo scopo delle risposte è collezionare pezzi di un puzzle chiamato verità. Eppure è abbastanza evidente a chiunque si tuffi con fiducia in questo meccanismo che qualcosa non funziona.

Comunemente attribuiamo gli inghippi alle bugie. E alla loro versione leggera, ma spesso più pericolosa: le omissioni.

Eppure il reale difetto sistemico non sta nelle risposte. E neppure nelle domande. Ma nell’idea che la verità sia una, immutabile ed eterna. E quindi oggettiva ed evidente (ciao Cartesio). Verità in senso cristiano-cattolico. I buoni pagani, culturalmente abituati al caos e alla diversità, preferivano il concetto di verità come ‘svelare’: cioé togliere ciò che impedisce di vedere bene. Ma nessuna garanzia che vedremo tutti la stessa cosa.

E’ facile essere d’accordo sul fatto che un bambino con le mani sporche di cioccolata stia mentendo se dice di non averne mangiato. Dice una bugia. E lui lo sa. Dopo un po’ la bugia crolla e quello che chiamiamo «verità» emerge senza velo.

Ma cosa succede se nel cuore della notte sei svegliato dalle urla? Se il bambino in questione è terrorizzato dal mostro nell’armadio? Accendi la luce, apri l’armadio, cerchi di spiegare. Non serve a nulla. Perché è convinto di quello che dice.

E in fondo in questo non è diverso da te, così certo di ciò che vedi.

Ci sono le bugie e le omissioni. E poi ci sono le cecità.

Che come nel caso di un bambino paralizzato dal terrore del mostro, ti lasciano solo. Perché lui è in un’altra realtà.

Confusione da Difficoltà Percettive

Una delle storie che più mi ha sempre colpito della Bibbia è la parabola dei talenti. A differenza delle altre storie importanti (penso a Giobbe, Giona, Adamo ed Eva) la parabola dei talenti è abbastanza controintuitiva. A tre uomini vengono assegnate delle monete, uno le nasconde mentre gli altri due le investono ottenendone un guadagno. Al suo ritorno il proprietario delle monete castiga il servo che aveva nascosto i talenti.

Mi sono sempre sentito un po’ dalla parte del servo castigato. In fondo non ha fatto nulla di male. E non rischiando non ha messo a repentaglio nulla.

Dopo parecchi anni ho compreso il senso della parabola. E cioè che “non fare niente di male”, non coincide con “fare qualcosa di buono”. Minimizzare il rischio e massimizzare il beneficio sono due azioni disgiunte.

La parabola non elogia gli altri servi perché hanno guadagnato del denaro. Ma perché hanno servito bene il proprio padrone. Perché anche in assenza di una consegna esplicita, hanno interpretato, intuito, hanno naturalmente e spontaneamente agito in accordo con la natura del proprio rapporto con l’altro. Così come in fondo ha fatto anche il servo castigato. Anch’egli credeva di interpretare bene il suo ruolo.

Come spesso accade nella vita, un primo metro di giudizio è teleologico. Si giudicano le intenzioni. Ma successivamente sarebbe assurdo non guardare anche ai risultati, agli effetti delle azioni. Misurare i fatti è il secondo metro di giudizio.

La difficoltà è che la realtà è catturata da entrambi gli occhi contemporaneamente. E il contributo di ciascuna prospettiva oculare non ha senso da solo, né è utile.

E’ quello che chiamo il dilemma dell’alcolizzato. I casi possibili sono quattro: a) le intenzioni e i fatti coincidono positivamente (non bevo e non ho intenzione di farlo), b) le intenzioni e i fatti coincidono negativamente (bevo e ho intenzione di farlo), c) i fatti sono disgiunti dalle intenzioni negativamente (vorrei smettere di bere ma bevo), d) I fatti sono disgiunti dalle intenzioni positivamente (voglio bere, ma non lo faccio). E’ evidente che i primi due casi non comportano alcun problema. La scelta associata è facile da prendere. Il caso d) invece è abbastanza raro: difficilmente ad un’intenzione non seguono i fatti (a meno di non essere in astinenza e legati al letto). Il caso c) è il più complicato. Quello che uccide neuroni e favorisce fughe di senno che si concludono su mondi a cui nessun Astolfo arriverà mai.

Se ci aggiungiamo che ‘fatti’ ed ‘intenzioni’ sono due oggetti senza contorni definiti, scegliere in alcuni casi, assomiglia alla spada di Alessandro Magno che recide il nodo di Gordio per annullare un problema insolubile: l’atto arbitrario di chi s’è rotto i coglioni di pensarci su.

Del resto, non sono nuovo a questi momenti: Matrice dell’Amodio vi ricorda nulla?

Per Vedere un Ricordo Devi Chiudere gli Occhi

Ascolto «Nuvole Bianche» di Einaudi. Sono a bordo piscina, le nubi celano il sole ma non il suo calore. Ogni bambino che si infrange solleva schegge d’acqua e schiamazzi che si confondono in un sorriso che annega. Il corpo è indolenzito, la mente aperta.

Vi rivedo tutti, fotogrammi di passato. Volti, occhi, sorrisi. Abituali e occasionali compagni di viaggio, congelati in pose e momenti nel freezer dei ricordi.

Mi passate davanti per un attimo eterno, in cui mi sembra di potervi abbracciare tutti insieme nello stesso momento. Vaso di Pandora che subisce l’oltraggio di un momentaneo spiraglio. Insieme ai muscoli dolgono vecchie cicatrici e neuroni bruciati. Cuori defunti e abbracci mai dati. Baci rubati e carezze improvvisate. Siete tutti qui. E piango di commozione, dentro.

Vorrei dirvi qualcosa, vorrei potervi toccare ancora un attimo. Ma questo è un seducente canto di sirena: al pari di chi mi passa accanto adesso, di chi scherza e di chi schizza, voi non esistete. Siete parte di questa caverna di ombre, in cui ognuno è spettacolo e spettatore.

Quello che voglio dire è che siete parte di me. Confusi in ciò che oggi sono. E di questo, anche se voi non lo saprete mai, io vi sarò sempre commosso debitore.

Con le lacrime alimentiamo lo stesso oceano che navighiamo. Nuovi orizzonti. Sempre avanti. L’unico modo per portare con te ogni Euridice perduta: sentirla alle tue spalle, ma andare avanti senza voltarti: è la necessità di salvare quel passato dandogli un senso che spinge ad andare avanti.

Perché come voi non avete bisogno di me, io non ne ho di voi. Ma amo in me la parte che voi mi avete regalato. E la vedo crescere ogni giorno, con le cure di un genitore solo che ama per due.

Atlante

E se Atlante si stancasse di sorreggere il mondo? Se volesse prendersi un giorno di vacanza, gli sarebbe concesso?

No.

È quindi chiaro che un individuo estremamente potente, così tanto da sorreggere il mondo, sia schiavo del suo ruolo, e in ultima analisi di quegli insignificanti esseri viventi e non, che sostiene.
Tanto potente ma ugualmente schiavo.

E schiavo della peggiore schiavitù: quella non condivisa. Due volte soggiogato: dal fardello irrinunciabile del mondo e dalla solitudine che ne accresce il peso.

La mediocrità è sempre in buona compagnia, l’eccezionalità è sola.

Non so se Atlante si sia mai stancato della sua fatica. Di certo il mio di atlante si stanca a volte di sorreggermi la testa.

Alberi

Il tronco di un albero punta dritto al cielo.

Mi ha sempre affascinato l’apparente semplicità degli alberi. Li trovo estremamente complessi.

Il tronco di un albero punta dritto al cielo. E’ sicuro, non ha dubbi. Cresce solo in una direzione. Poi ad un certo punto smette e decide di preferire l’ampiezza all’altezza. Come decide questo punto, un albero? Quand’è che la certezza dell’andare sempre in una direzione, decisi e ritti, si dissolve nell’incertezza di esplorare simultaneamente più direzioni?

E per ogni ramo che scava il cielo come fa un albero a decidere quando è il momento di arrestare questa esplorazione? Come decide su quali fronde spingersi più in la, quali nutrire di più, quali abbandonare e quali dei nuovi germogli meritano anni di sapiente costruzione?

Come fa un albero a decidere su quale strada proseguire e quale abbandonare?

E poi ci sono le radici: un altro albero che non si vede. Vive nel buio, al freddo e si nutre di rifiuto. E’ grande quanto la parte che fa da casa agli eleganti uccelli. Non è meno importante.

Li osservo, così immobili eppure così esperti di strade, così inermi eppure così longevi. Li tagli in pochi minuti, anche se ci sono voluti decenni per costruirli.

E’ difficile scegliere quali strade imboccare. Molte ci costringono a tornare indietro, ma dopo metri e metri che abbiamo percorso un millimetro alla volta, come sa un albero che sceglie i suoi rami. Altre vengono spazzate via in un baleno, perché distruggere è sempre stato infinitamente più celere del costruire, come sa un albero colpito da un fulmine.

E’ difficile, ma gli alberi non sembrano curarsene.

Sarà per questo che non hanno i blog e non vengono assaliti dal desiderio di scrivere a tarda notte.

Dimentichi

Ieri sera ho preso una sbronza. Come non mi succedeva da anni. Da 8 anni. Da quando conobbi l’alcol, insomma. Stavo li, dicevo «l’ultimo, solo un altro ancora» ed ero felice. Non contento. Felice. Finché non devo essere crollato con un sorriso ebete in volto, trucco da gran serata mai tolto.

Stamane apro gli occhi senza capire subito dove mi trovo. La prima cosa evidente è che sono finito fuori strada. Quasi fossi un treno che, troppo carico di felicità, deragli liberandosi dei binari. Come sempre accade dopo una notte brava, la memoria non si risveglia con te. Torna bensì come la prima pioggia, quella che conosce la gentilezza dell’avvisare, goccia a goccia.

La prima parola che mi torna in mente è «dimentichi». È buffo come in una sbornia ogni discorso entri ordinato e compiuto ed esca come un ammasso chiassoso di parole.

Ma questo dis-ordinare si fa spesso un ri-ordinare. Non ricordo bene cosa volesse dire quel «dimentichi». «Tu dimentichi…», un monito? Un avvertimento? «Noi, dimentichi…», un’unione che respira alle rarefatte vette della coscienza, dove cielo e terra intrecciano le mani senza curarsi di dove inizia l’uno e termina l’altra?

Non ricordo bene. Inchiodato dallo sguardo, non mi sono preoccupato di correre dietro alle parole, indaffarato ad attendere che l’ultima lasciasse le tue labbra per poterle abbracciare con le mie.

E così questo risveglio sancisce una meraviglia: io dimentico. Quello che fu, quello che ero. Io dimentico e sono nuovo. Di più: io, dimentico di me, viaggio nel presente come una stella galleggia nel buio: senza meta. E sulla soglia di questa meraviglia oltre la meraviglia mi arresto, come dopo una notte di sbronza: il ricordo esatto di ogni cosa è negato per rispetto, ma ogni fibra del tuo corpo sa perfettamemte cos’è stato. E ne vuole ancora.

Il cuore dell’uomo fa alcova in profondità negate anche alle parole di maggiore peso.

In questa metaviglia, meraviglia oltre la meraviglia, io sfido le mie colonne d’Ercole sapendo che potrei naufragare. Ma se conto il numero dei denti lasciati nudi dal mio sorriso, scopro che, in fondo, non m’importa. La certezza di un mediterraneo conosciuto s’arrende alla voglia di un oceano per cui forse non si è mai pronti finché non si parte.

Anche se mi fa paura. Una paura che voglio accatastare con cura: legna da ardere per le notti fredde che questo viaggio attraverserà.

Il Testamento di Erri De Luca

Il brano che segue è tratto da «E Disse» di Erri De Luca. Racchiude in sé tutti i motivi per cui egli è l’uomo vivente che stimo di più in assoluto.

 

«L’ebraismo che ha riempito i miei risvegli viene da qui. Leggo la parola “gher”, straniero, e riconosco: quello sono io. Volli partire dalla terra delle dieci piaghe, mi aggiunsi a un popolo che usciva a braccio alzato e con il canto in gola. Come un ragazzo si stacca dal suo posto, va per ammirazione dietro i carri di un circo così mi sono messo in coda al popolo del Sinai.

L’ebraismo per me non è una richiesta di iscrizione, mi tengo l’imperfetto del prepuzio. L’ebraismo è compagnia di viaggio. Nel 1900 ebrei e meridionali sono saliti sulle stesse navi, anzi scesi, dentro le stive della terza classe sotto la linea di galleggiamento. Noi di Sud lasciavamo la miseria, loro le case in fiamme dei pogrom. Noi ci staccavamo da una patria amara, loro andavano da un esilio a un altro. Si andava insieme, ai quattro angoli del vento.

Dell’ebraismo condivido il viaggio, non l’arrivo. Non in terra promessa, la mia residenza è in margine all’accampamento. Non mi accosto all’altare, alle preghiere. La porzione di manna è garantita da letture in ebraico, aperte innanzi giorno. Condivido l’alba con chi sta zitto e ascolta. A sera la mia tenda è appena fuori dal recinto, il fuoco è acceso con lo stesso sterco di bestiame, ascolto loro vivere in attesa. Non ne ho. Smetterò prima di una terra promessa.Bello però il verbo che va insieme alla promessa, mantenere, che è un tenere per mano. Le mie sono occupate da quaderno a penna.

Mi invitano alle tende per l’uguaglianza dovuta allo straniero. M’invitano tra loro fino a dovere dire molti no. Scegliessi un dove e un come di nascita, ribadirei gli stessi: al Sinai da straniero. Non devo appartenere, sto con i tredicesimi, estranei alla dozzina convocata. Mio titolo di viaggio è seguire in disparte. Circa le dieci volte scritte con il punto e a capo, ammetto trasgressioni, non quella di sollevare il nome della divinità. Evito di rivolgermi.

So di aver attraversato un mare rosso in corteo di ranghi serrati, così avanzava il 1900. So di aver esultato, meno, però insieme. Da qualche parte mi dovrò fermare, vederli proseguire senza me. Mi consola che non si accorgeranno. Rimango volentieri nel deserto, il posto più capace di ricoprire un corpo con il vento.

L’ebraismo è stato per me pista carovaniera di consonanti accompagnate sopra e sotto il rigo da uno svolazzamento di vocali. Tra un rigo e l’altro, nello spazio bianco, governa il vento. E’ la voce riunita di tutti quelli che hanno aggiunto in margine un commento. La scrittura ebraica finisce con: “vaiàal”, e salì. Invece io scendo qui.»

Autostoppisti

Una volta su un tetto che non era riparo, ma ara per il sole estivo, mio nonno mi disse «Tutti sono affascinati dai soldi e dal potere. Ma è sempre meglio essere un re tra i porci, che un porco tra i re. Cerca sempre di essere re, qualsiasi cosa significhi».

Mio nonno è l’unica persona che io abbia mai preso sul serio, senza mai azzardarmi a relativizzare le sue affermazioni. Ho sempre interpretato quella frase come un non accontentarmi del secondo piazzamento. Puntare sempre al primo. E se non ci arrivi, perché capita e spesso, non cercare il compromesso. Non accontentarti di parità. Non di premi speciali. Se non sei il primo hai comunque perso come tutti gli altri. Che significa semplicemente: porta la tua delusione altrove, non è quello il tuo reame.

Questa visione della vita funziona se alla base ognuno di noi avesse garantito un suo posto da re da qualche parte: meglio non perdere tempo ad accontentarsi di situazioni subottimali. Ma questa storia puzza alla stregua dell’anima gemella che ti starebbe aspettando da qualche parte, solo per te.

Forse bisognerebbe solo avere il coraggio di non tergiversare sulle cose di cui non siamo convinti al 100%. O per cui è chiaro che non saremo re.

Ma la cosa più difficile in assoluto in questi anni è stata imparare a mollare il secondo posto. Perché quando ti impegni e ci credi, un secondo posto è quasi quello giusto, anziché il primo degli ultimi. E il quasi quello che vorresti sembra pesare più del nulla di quello che vorresti. Ma sono gemelli omozigoti.

E quando è chiaro che la partita è chiusa, non c’è più da aspettare o da sperare: il risultato è stampato a lettere cubitali sul tabellone.

Ci sono persone che fanno il viaggio con te. E ci sono gli autostoppisti, che hanno chiaro dove andare, e che ti chiedono solo un passaggio.

Non sono loro stronzi quando scendono. Sei tu egoista se pensi di poterli distrarre dalla loro meta. E se non avevi visto il pollice alzato, pazienza. La prossima volta starai più attento.

Freddo

«Cos’hai?»
«Ho freddo»
«Posso portarti una coperta»
«No. Però puoi stringermi finché non passa»
«Ma io non sono una coperta!»
«E io non voglio una coperta. Voglio solo che mi stringi. Così forte da soffocare i pensieri, così a lungo da scaldarmi dentro, così intensamente da lasciarti impressa sulla pelle come un tatuaggio»
«Perché?»
«Non occorre più, grazie. Il freddo d’un tratto non è più così insopportabile»