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Art is not what you see, but what you make others see

— Edgar Degas

Sabaudia, è dove quel vento ci ha portato

Scritto da Mushin alle 11:37 del 4/10/2015

Era un viaggio verso nord.

È sempre un viaggio verso nord. Siamo migratori nel sangue e le nostre peregrinazioni seguono sempre l’istinto dei nostri padri.

Era un viaggio verso nord, e io lo avevo dimenticato. Era sepolto per bene sotto la terra dei piccoli fatti di ogni giorno. Nulla in confronto a quel viaggio, ma le cose grandi vengono sempre sommerse da una moltitudine di piccole cose: è sempre la sabbia o la cenere alla fine che affonda le capitali dei tempi che furono.

Un filo. Un filo che è una canzone. La canzone di quei giorni. Era ovunque: più dell’aria e dell’odore forte del tuo dopobarba. Alle prime tre note il pentagramma si trasforma in strada, quella che percorrevamo da Catania verso il Lazio, su una Passat presa a nolo. Avevamo la fretta di Ulisse che brama, più che quella di Enea che fugge. Ciascuno di noi due nelle pause di silenzio ripassava a mente il proprio piano, il proprio ruolo, il proprio desiderio. Un braccio di mare stretto segnava la fine della passeggiata e l’inizio del viaggio, in quell’Italia sdraiata che sulla cartina sembrava così ansiosa di calciare via la nostra terra a tre punte. Per sempre.

Eravamo io e te. Un uomo e un ragazzino. Eravamo due ma ciascuno perseguiva il proprio, di viaggio. È sempre stato così tra noi in realtà. Ma l’ho capito dopo, quando sono diventato adulto. A te non importava, i modi ti sono sempre sembrati una conseguenza automatica dei fini da raggiungere. Io ero ancora un adolescente con più parole in mente di quelle sulla lingua. A volte fantastico sul tempo: sarei stato mai in grado di cambiare le cose se avessi saputo quello che so oggi?

I nostri viaggi percorrevano la stessa strada. Sei stato compagno del mio e io complice del tuo. Le nostre mete non erano sogni ma vaneggiamenti. E quando ce ne accorgemmo non ci fu delusione. Quel viaggio fu il nostro Godot: ognuno di noi aspettava qualcosa che non arrivò, ma eravamo insieme. Un’anticipazione della vita che seguì, dove le pause intorno al fuoco e le lunghe faticate sotto il sole con i compagni di strada sono gli unici ricordi sopravvissuti. Siamo mai giunti da qualche parte? Dove volevo andare? L’ho dimenticato. Ma ricordo ogni granello di polvere sollevato nella nostra marcia insieme.

Oggi non sei più al fianco. E io ho abbandonato il tuo.

Quando pensiamo alla perdita, il pensiero della morte ci assale. Eppure la vita ha inventato modi più terribili di separare. Questi sono come un vetro: continui a vedere tutto, ma non puoi toccare. Urli, ma nessuno ti sente. E dall’altra parte del vetro non capiscono il tuo dimenare forsennato. Come tu non comprendi le loro azioni. Ed è distanza di ciò che prima era vicino.

Quando veniamo al mondo la bocca non conosce parole e così da voce al cuore e alle emozioni. A ogni parola che impariamo condanniamo la bocca ad essere parte della testa, lasciando il cuore muto.

Con una mano appoggiata al vetro che la vita ha costruito fra noi, solo il ricordo di quel viaggio è memoria del calore del tuo palmo sul mio.

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