Qualche tempo fa una persona che conosco da poco ma a cui ho imparato a voler bene in fretta, mi disse che noi maschi non possiamo sapere cosa significa partorire, e che questo è un problema delle donne.
In quel momento le diedi ragione, ma oggi ripensandoci non mi trovo più tanto d’accordo.
E’ vero: i bambini escono fuori dalla ‘mamma’, e questo è un mistero tanto affascinante quanto speciale che fa della donna un essere in grado di sfiorare il divino, attraverso la sofferenza che da’ la vita. Che è indistinguibile da un morire violento.
Eppure l’esperienza del parto non è solo femminile. Anche i maschi la sperimentano. Tutti gli esseri umani la sperimentano. Quotidianamente vedo un sacco di uomini e donne incinta! Sono gravidi di sé stessi, hanno dentro di sé un altro io che cresce, che scalcia, che è fatto della loro stessa materia adulta, ma che è contemporaneamente altro.
Li guardi negli occhi e li vedi dubbiosi, stanchi, forse anche fragili. Perché è così che si sentono. Soli. E contemporaneamente soffrono perché sentono questa grande fame, questo desiderio, questo appetito di vita e voglia di esplosione.
Molti di loro però abortiscono. Perché non sanno neppure di essere gravidi. Altri si rifiutano di crederci e di arrendersi al miracolo. Perché non sanno cosa potrebbero partorire.
E io li osservo commosso, perché sento la loro forza pura chiusa dentro il guscio della paura del cambiamento. Un guscio giusto e necessario, un guscio che protegge. Ma un guscio che va rotto al momento giusto, altrimenti da protezione diventa oppressione.
Mi ci sono voluti molti parti di me stesso nel dolore, sofferenza e paura, per cogliere il senso. E oggi guardo con fiducia ai prossimi, perché è un miracolo periodico di cui mai vorrò stancarmi.
Eppure penso tristemente a quanti vedo sprecare la loro forza e bellezza anziché partorire sé stessi. Ma la cosa migliore è lasciare che la farfalla esca da sola dal proprio bozzolo. Siate forti, io tifo per voi.
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