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— J. D. Salinger

Never Give Up

Scritto da Mushin alle 18:07 del 29/04/2014

«Non mollare mai».

Sempre più spesso sento circolare questa frase come soluzione a tutti i problemi. La formula ultima del successo. Spesso fa rima con «pensa positivo». Non so davvero quanto da queste due convinzioni discenda il successo nel lavoro o nella vita privata. Ma le ho sempre trovate curiose. Nuotando (affogando?) fra gli stream di Facebook o Twitter, questi due assunti più che convinzioni sembrano epidemie: si diffondono e contagiano profili dopo profili con la puntualità di un Napoleone verso la sua Russia.

Il fondamento del «pensare positivo» sembrerebbe essere che a pensare negativamente ci si attiri addosso solo sventure. Ciò mi trova d’accordo. Ma non giustifica il pensare positivamente come soluzione*. Esiste infatti la terza via: pensare e basta. Che nella sua accezione naturale significa vedere il bicchiere e il suo contenuto senza focalizzarsi sul mezzo vuoto ma neppure sul mezzo pieno: è solo un dannato bicchiere.

Ma in fondo che male c’è ad essere campioni di pensiero positivo e celebrazione automatica di tutto quello che si è fatto? Niente, mi verrebbe da dire. Ok, forse un po’ stucchevole alla lunga parlare con qualcuno sempre entusiasta**. Se non fosse che il costo c’è ed è occulto. Si tratta del diffondersi di una cultura di ostracismo verso la critica. Il «pensiero positivo» si può infatti applicare a qualsiasi cosa a priori. Il bicchiere è sempre pieno. Se non a metà, almeno a un ditino. Se non pensi positivamente, – che ripeto: è cosa ben diversa dal pensare negativamente — se sollevi un’obiezione, ecco che immediatamente puzzi. Puzzi di disfattismo, cugino del pessimismo, acerrimo nemico del pensare positivamente. Il problema non è l’ottimismo. Né il pessimismo. Diventa il dogma. L’utilizzo di un approccio a priori, comunque e sempre. Siamo tutti una grande famiglia. E staremo insieme fino alla morte. Ciò è eroico. Profuma di titanismo alfieriano. Chi critica non mette in discussione il pensiero dominante e condiviso. Mette in discussione l’unione. In quanto tale, l’atto di critica è eversivo di un ordine chiamato casa. E se vuoi portarmi via la mia casa, sei mio nemico. Anche se lo fai perché convinto che presto o tardi quella casa dalle fondamenta fragili, mi collasserà sulla testa mentre dormo coperto di serenità.

Il figlio maggiore del «pensiero positivo» è «never give up». Mai mollare. Perché? Perché il requisito necessario per avere successo è crederci. Crederci contro tutto e tutti, se necessario. Ed ecco che il «credere» diventa «creduloneria». Eh no, viene da dire a qualcuno. Qui è facile dimostrare l’errore. Si possono fare nomi e cognomi. Steve Jobs. Jeff Bezos. Gente seria. Che ha dimostrato la validità del «non mollare mai». Come? Non mollando e riuscendo. Contro tutto e tutti.

Vero.

Molto vero.

Forse. Infatti se è indubbio che siano tutti campioni al gioco del «never give up», non è poi altrettanto indubbio che da questo sia dipeso il loro successo.

Quando per la prima volta entrai in una scuola di Ashtanga Yoga, fui colpito da due cose. La prima: l’Ashtanga è una disciplina oggettivamente complicata e sfidante (per il corpo umano). La seconda: i praticanti con un’esperienza di oltre 5 anni hanno dei fisici incredibili. A dispetto dell’età. «Semplice» mi dissi «devo solo resistere per 5 anni». Cinque anni di never give up. Più in là negli anni ho cominciato a coltivare un secondo pensiero (oddio! Critico!): e se avessi invertito il nesso di causalità? Cioè se non fosse la pratica continuativa di 5 anni anni a determinare il corpo, ma fosse la dotazione fisica iniziale a determinare la permanenza nella disciplina? Intendo: se i praticanti anziani anziché avere un corpo super (in termini di forza ed elasticità) perché hanno praticato a lungo, avessero in partenza un corpo predisposto (che l’esercizio ha migliorato, senz’altro) e che chi non fosse predisposto semplicemente non arriva a superare i 3-4 anni?

Ciò mi ha sempre affascinato del «never give up». Quanti Steve Jobs per determinazione e cocciutaggine esistono al mondo? Io ne conosco tanti. Quanti hanno fatto una Apple? Uno. Se semplicemente fosse il successo casuale (determinato da molteplici fattori, la cui interrelazione è fuori il reale controllo umano) ad avere rafforzato in Jobs la convinzione di essere nel giusto? E noi ad essere convinti che quella sia la via solo perché confondiamo l’esito di un processo di selezione (il successo) e un attributo personale (la determinazione) come variabili in relazione effetto-causa? E se la relazione fosse causa-effetto?

Non penso positivo. E sono convinto che a volte mollare non sia profanazione. Sia intelligenza. Mi piacerebbe vivere in un mondo semplice dove basta inghiottire tre pensieri positivi al giorno e non smettere mai di credere in quello che si sta facendo per arrivare. Ma la verità è che la vita non è fatta così. È come respirare. Inspiro-espiro. O le due fasi avvengono insieme e armonizzate, oppure sei morto comunque. Deciso e focalizzato verso la meta. Dubbioso e sensibile alle alternative. Non sono due modelli in lotta. Sono due momenti dello stesso respiro.

E la responsabilità è tutta nostra: il dramma è che ogni giorno dobbiamo trovare l’equilibrio su una fune sottilissima tesa sul baratro. Mi piacerebbe essere pessimista e fermarmi per trovare rifugio nel disfattismo. Mi piacerebbe essere ottimista e trovare conforto nel camminare, agire sempre, qualsiasi cosa accada. La verità è che a volte corro in una direzione, a volte mi fermo perché non so dove andare. A volte sudo entusiasmo. Altre impreco.

Arrendersi è un’opzione. Perché cambiare sentiero è forse meno onorevole che arrivare fino in fondo a quello sbagliato. Ma di certo è meno stupido.

Perché per arrivare alla montagna esistono molte strade, è vero.

Ma esistono anche molte montagne. E oceani, e valli e fiumi.

 

 

*Al massimo mi sembra giustifichi la necessità di non pensare negativamente.

**No, la verità è che è una gran rottura di coglioni: se essere pessimisti è come dipingere un quadro usando solo nero e grigio, essere ottimisti sempre è come fare lo stesso quadro solo di giallo e rosso.

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