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Tanto più penetra e scava in voi il dolore, tanta più gioia potrete contenere

— Kahlil Gibran

Monte Etna.

Scritto da Mushin alle 3:04 del 30/10/2010

Questo post sarà lungo. Lo so prima di terminarlo. Ma è una cosa che voglio avere qui, a futura memoria. Questo post è una storia. Una storia che comincia l’estate del 2009. Avevo pensato di andare sull’Etna quell’estate, ma all’ultimo momento ricevetti una visita che cambiò i miei piani, impedendomi di partire. Oggi so che fu giusto così. L’estate dopo ero deciso a non far passare l’occasione. E così chiesi al mio migliore amico di venire con me per il periplo del vulcano. Accettò. Ebbe un incidente grave che lo costrinse a letto. Chiesi allora a mio fratello, ma prima che si decidesse gli venne un’infezione all’occhio che lo costrinse a riposo forzato. Testardo, andai da solo.

Ho parlato più volte di quel viaggio, ma non l’ho raccontato tutto. Principalmente perché il periplo del vulcano in solitario è un viaggio molto intimo. Ti lascia dentro cose che è difficile comunicare. Ma soprattutto le riflessioni di quei giorni le ho sempre considerate molto personali. Mi aspettavo di poterne parlare con una persona in particolare, una persona che sentivo vicina come nessun altro prima. Ma la sua non curiosità circa il mio viaggio mi spinse in modo inerziale a non entrare nel dettaglio delle mie emozioni. Forse fu un errore. Avrei voluto condividere, allora.

Quel viaggio mi ha cambiato. Anche se la portata di questo cambiamento mi appare solo adesso. Ho toccato con mano la solitudine profonda. Nella sua inquietudine nera e nella sua dolcezza infinita. Ho faticato da solo ed in ogni momento serio di difficoltà ho avuto il dono di una compagnia casuale. Un uomo in bicicletta che mi ha aiutato nella scalata al Monte Santa Maria, un gruppo di cowboy che mi ha tenuto compagnia sul Monte Timpa Rossa, e mi ha aiutato nella mia fallimentare scalata alla quota 3.000, tenendomi su il morale, un gruppo di pastori sul Monte Spagnuolo.

Ho sempre pensato che da soli si può fare tutto. Ed è vero, perché ancora una volta l’ho dimostrato a me stesso. Ma quello che questo viaggio mi ha insegnato è che la condivisione fra esseri umani vale più di sapere fare tutto da soli. E’ una conclusione che accetto solo oggi dopo 25 anni di ripetizioni in merito. Essere in difficoltà e farcela da soli è una sfida bellissima. Avere accanto qualcuno, non per risolvere il problema, ma per condividere la fatica, è la gioia massima. Che da’ senso alle cose. Ha dato senso a quei giorni. La fatica vinta genera solo soddisfazione momentanea. La gioia vera è quella di non sentirsi soli, di scaldarsi al fuoco alla sera, anche con un perfetto sconosciuto. La condivisione istantanea fra estranei che genera l’essere insieme in una situazione nuova, ostile, dove percepiamo che da soli siamo niente.

Tutto questo mi ha fatto immediatamente apprezzare il legame che avevo, e nel quale ero entrato con il solito spirito. Uno spirito che mi avrebbe portato a stancarmi come sempre e a desiderare il caleidoscopio di illusorie libertà di fare. Illusioni, perché perché serve sempre che siano tante e diverse, magari simultaneamente. Un circo assordante per coprire la paura del silenzio. Un silenzio che quando esiste e si vive con serenità non è sintomo di esaurimento di un rapporto, ma di un legame che può sfidare il tempo perché non vive nell’ansia di momenti ma inonda i momenti di una pace, a volte a torto confusa con la noia. Anche se adesso per altri motivi non sono stato in grado di tenermi quella persona, vivo oggi nella consapevolezza di aver toccato con mano qualcosa di solido. Nello sguardo e nei gesti di perfetti sconosciuti, che con la lingua universale del dono mi hanno mostrato il modo di superare miei limiti. Di volare oltre lo steccato e desiderare di costruire cose di valore che durino nel tempo. Quel modo è la volontà. La serena convinzione di desiderarlo unita alla granitica consapevolezza che sia giusto. Per me.

La prima notte, sul Monte Maletto, ho pensato tanto. Il silenzio del bosco è assordante. A me, così abituato a tante cose insieme, ha inquietato più di ogni urlo. Viviamo l’assuefazione di quello che abbiamo e ne percepiamo il valore per il vuoto che lascia quando improvvisamente non c’é più. Ma non è la sua assenza a turbare, ma proprio il vuoto. Il buio e il silenzio sono uno specchio: riflettono quello che abbiamo dentro. Ci circondiamo di tante cose fuori, facciamo, disfiamo, corriamo. Tutto questo per non guardare dentro. E’ un pozzo profondo. Ma per qualche giorno all’anno la luna piena ne rischiara il fondo. Nella solitudine ho provato tante cose. Alcune di queste le ho condensate su carta.

Stasera rileggendo quelle parole di qualche mese fa mi sono stupito: la montagna mi ha fatto un altro regalo. E’ come se mi fossi scritto quelle cose per questo momento. Non sono stato in grado di comprendere e padroneggiare bene questo cambiamento. Forse se fossi stato più veloce le cose oggi sarebbero differenti. Ma un’arancia può forse decidere quando maturare?

Le parole che scrissi allora sono per me, adesso. Sono stelle per non perdere la direzione. Sono un chiaro segnale che quello sceso dalla montagna non era lo stesso che era salito.

Non mi serviranno a migliorare una situazione che vivo con estrema difficoltà. Ma mi hanno mostrato che non è sempre la solita storia. Perché a differenza delle altre volte io sono diverso. Una piccola grande consolazione, non sentirmi incatenato a corsi e ricorsi storici.

2 Commenti to “Monte Etna.”

  1. antonio il 30 October, 2010 alle 5:57 pm ha scritto:

    molto intenso!!!

  2. Mushin il 30 October, 2010 alle 10:47 pm ha scritto:

    @ antonio:
    Grazie.

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