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Se un uomo non si accontanta di nulla e vede solo quello che manca, gli si potrebbe dare anche il mondo, il suo cuore non troverebbe comunque pace — Jataka

Incubi d’Ineluttabilità

Scritto da Mushin alle 8:22 am del 21/09/2009 •

Foto 35

Quando ero piccolo avevo un incubo ricorrente: non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Vivevo giornate normali, ogni volta il sogno era differente, facevo cose diverse in contesti differenti. Però arrivava un punto in cui mi si abbassavano le palpebre e per quanto mi sforzassi di tenerle aperte si richiudevano. Sprofondavo in una cecità totale, improvvisamente. E chi era intorno a me non se ne accorgeva.

Con il tempo quel sogno l’ho perso. Il mio incubo ricorrente adesso mi vede fare una vita normale, differente ogni volta in contesti diversi. L’unica cosa che è sempre uguale è che io so dentro di me che è una vita falsa. Una specie di recita  a tempo. Finché poi non arrivano loro. Loro non so bene chi siano, non li vedo mai, so che quando dormo o sono rilassato arrivano, ci sono anche i miei genitori, mi prendono io so che mi trovano sempre e che “mi spengono”. Più io mi avvicino a comprendere, più domande mi faccio, più immediata e violenta è la loro reazione.

La cosa che accomuna i due incubi è l’ineluttabilità. La consapevolezza che qualsiasi cosa io faccia non cambia il finale. Comune ad entrambi gli incubi e a milioni di piccole varianti, è l’assenza del dolore fisico. Non è il dolore a farmi diventare pazzo. Non provo dolore neppure quando sogno di morire in modi orribili. E’ l’ineluttabile che mi fa male. Il non avere controllo né sapere cosa e perché succede. Il fatto di non potergli sfuggire e di sapere che nessuno mi aiuterà, che al massimo assistono tutti senza muovere un dito.

Questi incubi sono parte di una esperienza del mio passato remoto che ha profondamente (come tutte le cose che ognuno di noi vive nell’infazia) (de)formato il mio approccio alla vita. A rafforzare questa mia cronica associazione fra essere rilassato/fidarmi e subire un danno soverchiante, c’é un’altra esperienza – stavolta procuratami da solo – connessa alla meditazione, un incidente che mi ha finora precluso ulteriori miglioramenti.

La paura di perdere il controllo nasce dal non sapere cosa mi succede dopo, ma dal sapere contemporaneamente che si tratta di qualcosa di orribile. Il fatto di averlo subìto da persone che identifico come responsabili della mia protezione, mi ha profondamente condizionato nella mia incapacità cronica di fidarmi delle persone a cui voglio molto bene e da cui dovrei sentirmi protetto, sto sempre lì ad aspettarmi che tradiscano la mia fiducia, che mi facciano del male quando mi rilasso.

Se fossi stato Philip K. Dick, avrei costruito su queste mie notti insonni un modello paranoico di realtà. Ma la verità è che tutti noi abbiamo i nostri traumi, piccoli o grandi che siano. La mia educazione cattolica, fortemente improntata all’accettazione passiva di una volontà trascendente (e quindi ineluttabile) è stato il primo elemento di profonda idiosincrasia che mi ha spinto a correre per una strada differente.

Una strada in cui giorno per giorno lotto contro ogni forma di ineluttabilità, e incubo dopo incubo, notte insonne dopo notte insonne, affetto dopo affetto, mi sforzo con ogni fibra di riappacificare me stesso con la paura che ho dentro. A fronte di piccole vittorie, riporto grandi fallimenti. E ogni mattina che sono costretto a rimettere a posto il mobilio della stanza, dopo poche ore di sonno agitato e disturbato dal mio doppio, penso  che forse  non ce la farò mai, che lui – così irrazionale, arrabbiato, esplosivo – prenderà sempre il sopravvento ogni volta che punto al cuore del problema. s

Ma penso anche che in fondo finché avrò dentro questa rabbia repressa, paura convulsa, ribellione incontrollata che da’ vita ad un altro me così straniero, vuol dire che c’é lotta. E finché c’é lotta almeno sono vivo.

La conquista del controllo, la strada verso la consapevolezza, verso il riuscire a fidarmi di qualcuno accettando di mostrarmi inerme senza la certezza che la sua mano possa ferirmi, sono tutte facce della stessa meta. Forse non oggi, forse non presto.

Ma forse anche mai. Forse, sempre paura di buio dentro che è più scuro di quello fuori. E capisco Philip, così intelligente. Nel mondo al contrario, quello dentro certe persone, raziocinio e fantasia sono coltelli affilati in mano alla paranoia. Unica compagna veramente fedele delle mie notti. Finora.

E quando lei decide che giocherà con te, puoi solo sperare che finisca in fretta. Perché il tuo cervello è la sua puttana.

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