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In life, there are no shortcuts to joy. Anything that is worth pursuing requires us to suffer just a little bit

— Chris Burkard

Il ROI di una Cena.

Scritto da Mushin alle 10:00 del 13/03/2014

Premessa: è un post molto lungo. Ma è anche molto corto: in fondo contiene una collezione di fatti miei grande 6 anni.

Il 6 Marzo del 2008 varcavo per la prima volta il portone del civico 150 di Via Umberto. A Catania. Era l’inizio ufficiale della mia avventura nel digital: ero diventato il Blog Network Manager di Bloglist.

Da qualche giorno sono quindi entrato nel settimo anno da libero professionista. In un mondo non troppo più vecchio della mia età professionale. In qualsiasi modo io misuri questi sei anni (introiti, soddisfazioni, stimoli) resto molto soddisfatto.

Vorrei raccontare di questi sei anni per un motivo: sono l’esempio che il successo si ottiene investendo (soprattutto) in cose non misurabili. Che intendo? In questi sei anni mi sono spesso sentito chiedere di come io abbia fatto a raggiungere i miei traguardi professionali partendo da una laurea in Scienze Politiche e una dipendenza da WinMX. Per la prima volta ve lo voglio spiegare. Con questo post.

È vero: sono partito da studente di Scienze Politiche a Catania. Dopo il Liceo Scientifico una sola cosa mi era chiara: quello che non volevo fare. Così eliminando una dopo l’altra le alternative universitarie che non mi piacevano, scelsi quella che restava. Senza neppure sapere bene cosa c’avrei fatto. Ed eccomi matricola alla triennale in Relazioni Internazionali. Nel frattempo la mia adolescenza da ribelle rompipalle mi aveva portato a tentare qualcos’altro di cui ancora non avevo ben chiari i contorni: l’esame per la Scuola Superiore di Catania. Lo passai e quindi nel 2008 ero già studente all’Università di Catania e anche alla Scuola Superiore di Catania (SSC). Un posto da cui sono usciti cervelli che oggi insegnano al MIT, Berkley, Stanford. O gente come Daniele (Virgillito. Questo Daniele) o Luca (Naso. Questo Luca). Ma soprattutto un posto che funziona per un motivo banale: se metti cervelli iscritti a tutte le facoltà nello stesso dormitorio, gli dai Internet e un campo da calcio, non possono che venirne fuori grandi cose.

Arrivare alla SSC fu per me entrare nel paese dei balocchi: l’infrastruttura informatica del Collegio era all’avanguardia. Io arrivavo da un’ADSL casalinga e avevo iniziato a scambiare CD di discografie complete in mp3 via posta. Posta vera, quella cartacea. Scaricavo di notte (la mia prima tariffa era gratuita nelle fasce orarie notturne) e spedivo pacchi di giorno. Ci dovevamo ingegnare, la banda siciliana era quella che era. Per cui newsgroup e winmx con una buona dose di IRC.

Grazie all’infrastruttura informatica dell’Ateneo e al suo responsabile di allora, venni in contatto con il mio primo CMS. Era pomeriggio ed incrociando Ennio (Li Volsi) in corridoio mi sentii chiedere: «Conosci PHP Nuke?». L’ovvia risposta fu il diniego. A cui segui un regalo: un centinaio di pagine del manuale di utilizzo del PHP Nuke 4. Il mio primo contatto con il web. Su carta. Fu un maelstrom: passai da quel manuale all’html e css, creai il primo di una serie di siti. PHP Nuke, e107, Joomla, Serendipity e poi approdai al Dio dei CMS: WordPress. Parallelamente al mio hobby crescevano anche le interazioni con chi condivideva le mie passioni: ero passato dall’essere un pirata ad essere un blogger. Senza saperlo ancora.

Fu così che mi ritrovai in un inizio estate del 2007 in un noto bar catanese insieme ad altri loschi figuri. Si trattava del primo (e che io sappia unico) Likemind catanese, organizzato dal primo imprenditore digitale catanese (ai tempi startupper non era ancora di moda): Roberto (Chibbaro). Roberto aveva fondato una community che era diventata nazionale, entrando nel programma per start-up di Mediaset (Moltomedia). Il likemind aveva lo scopo di fare il punto sull’organizzazione di un evento con un format che stava diventando molto di moda: il barcamp. Conobbi Salvatore (Sanfilippo), un siciliano che da solo contribuisce a metà delle cose fighe fatte con i bit in Italia (e ha totalizzato più exit di start-up di molti incubatori nel loro complesso), Gianni (Amato) che era già celebre in Italia in ambito sicurezza e ritrovai Luca (Marra) oltre che tanti altri che in seguito sarebbero diventati cari amici.

Fu così che nell’Ottobre 2007 grazie al supporto logistico della SSC (che non ha mai ben capito cosa stavamo facendo ma non mi negò i mezzi per farlo), si tenne a Catania il primo barcamp siciliano: il TrinacriaCamp. Oltre 150 persone e un clima galvanizzante. Roberto mi introdusse a due personaggi di cui non avevo mai sentito parlare: Stefano (Vitta) allora country manager di Fon e Tony Siino (per me Roberto ha rappresentato l’editoria digitale nella Sicilia Orientale e Tony è l’editoria digitale nella Sicilia Occidentale).

Ci tengo a precisare che la mia avventura lavorativa iniziò proprio a quel barcamp. Che mi lasciò ricco di rapporti umani che non mi basterebbe un blog intero per raccontarli.

Quell’esperienza fu così elettrizzante che decisi di dedicarmi ad organizzare periodicamente delle cene fra blogger a Catania. Eravamo tanti e diventavamo sempre di più. Cene che mi fecero stringere amicizia fra gli altri con Salvatore Aranzulla, Antonio Manfredonio o Luca Conti.

Ma torniamo a me: è la fine del 2007 e io ho una grande passione per l’editoria digitale. Scrivo tanto, smanetto con (X)HTML e CSS, sono informato su tutto quello che succede nella galassia dei byte. Sono sempre connesso con chi condivide le mie passioni attraverso i forum e IRC. Mi capita di conoscere per un caso fortuito Aurora che oggi decide del digital di Jeep a livello EMEA ma che ai tempi era solo una bellissima ragazza di passaggio per una notte a Catania. Folgorazione. Decido che andrò a Milano per vivere con lei. Questo mi porta a considerare cosa fare dopo la laurea. Sono avviato verso un dottorato che mi porterebbe sei mesi a Taiwan. Non posso spostarmi a Milano senza perdere l’occasione del dottorato. Decido di fregarmene. Ma come fare a trovare un lavoro? Sono solo uno dei mille milioni di laureati italiani. Per di più in Scienze Politiche (non lo sapevo ancora, ma tutto quello che ho studiato mi è tornato utilissimo). Ed è qui che mi viene in mente il mio hobby: e se provassi a trasformarlo in un lavoro? Credo nelle mie capacità ma come far sì che anche gli altri ci credano? Ci ragiono su e mi sembra ovvio: lavorare gratuitamente. Dimostrare prima di chiedere. Una piazza, un’ora, un arancino in piedi ed è fatta: convinco Chibbaro a prendermi a bordo. Gestirò il progetto Bloglist, un blog network (era la moda del momento) collaterale a Unimagazine.

Per questo motivo il 6 Marzo 2008 varco il portone del civico 150 di via Umberto. La sede di Unimagazine (prossima UMG Media Group) e di una società di consulenza (CentoCinquanta) i cui soci avevano investito in Unimagazine (oggi parte di skuola.net). Questa esperienza mi porta a conoscere un po’ di gente tra cui Elena (Franco), Daniela (Losini – che ritroverò più tardi in Mondadori) e un giovane dall’età indefinibile (e tale ancora resta) che mi viene segnalato da Roberto. La blogger che si occupava del blog di Musica ci aveva lasciati e occorre trovare un rimpiazzo. A detta di Roberto il ragazzo ne sa di Musica, scrive già per magazine online ed è interessato al progetto. È così che conosco Rocco (Rossitto).

La mia avventura con Unimagazine si conclude, i blog network cominciano ad essere più un problema che una risorsa ma a me quei ragazzi piacciono. Amavamo quello che facevamo in un ambiente dove ad un certo punto (senza che ce ne accorgessimo) era diventato tutto un CPM, un Link Building e un monetizzare. Fu così che insieme a Luca (Marra) mettiamo in piedi BlogDo. Un blog Netowork diverso perché vuole essere solo una piattaforma che rifiuta di essere ostaggio dell’impression pubblicitaria. Il blogging per noi è prima di tutto amore per quello che si fa. Alla prima festa di BlogDo (un’altra mangiata) conosco Daniele (Bazzano) futura colonna portante di Master New Media (Robin Good, vi dice nulla?).

È passato quasi un anno e ho speso tutto quello che riesco a guadagnare con lavoretti saltuari (il mio status di primo figlio di sei mi ha regalato tantissime cose ma non una grande disponibilità economica) in bevute e mangiate.

S’è fatto novembre. Mi sono laureato e il 5 Dicembre mi trovo a Milano. Questa è l’unica cosa che andrà secondo i piani. Perdo a ripetizione casa (da qui nasce la mia tradizione di cambiare casa ogni anno) e lavoro. Sono un giovane squattrinato con la sua Partita IVA. Senza soldi, ma con tanti amici. E diventano ancora di più perché sono a Milano nel pieno della moda barcamp. E avendo tanto tempo non me ne perdo uno. Il primo è a Parma, si chiama WorkCamp ed è organizzato da Francesca (Fiorini). Al termine del mio intervento, fra gli ultimi della giornata, vengo fermato da un ragazzo che spicca fra gli altri per sorriso e sicurezza. Il classico tipo che immaginate solo a bordo di una porsche decappottabile perché nulla lo ferma se ha in testa qualcosa. Ed è davvero così, scoprii in seguito. Lui si chiama Daniele (Salamina), aveva in testa me e quello fu l’inizio di un’amicizia profonda per me molto importante perché a lui devo l’essere rimasto a Milano nell’unico vero momento in cui stavo per mollare tutto. Il seguito di questa amicizia è anche un’azienda, che vive tutt’ora e si chiama Endivia. Al WorkCamp vedo in carne e ossa molte persone di cui prima leggevo soltanto. A pranzo capito seduto con due ragazzi simpatici: uno si chiama Luca (Bove) e l’altro Piero (Babudro). L’amicizia nasce spontanea e nel futuro sarà così anche per gli affari.

Il grosso, grasso appuntamento dell’anno è il WordCamp, il barcamp dedicato a wordpress. Ormai di barcamp ne ho visti parecchi e il wordcamp del 2009 mi delude un po’. Mi trascino sconsolato verso il pranzo quando mi imbatto in un giovane blogger con cui avevo scambiato qualche email e che mi era sembrato un po’ matto. Impressione confermata dall’impatto visivo. Insieme a lui un tipo magro dalla parlantina veloce e precisa come mai avevo sentito che lavora in HP. Si tratta di Michele (Polico) e Luigi (Centenaro). A quel pranzo piantiamo i semini di molte cose a venire.

E’ il 2009 e io non ho (più) un cliente. Piero (Babudro) che avevo conosciuto al WorkCamp, mi propone di venire a lavorare con lui in University. Siamo due consulenti innamorati del Taiji e del Social che credono di spaccare il mondo. Il mondo spaccherà noi, dato che restiamo impigliati in un buco di bilancio da polvere sotto al tappeto. Ma sono stati mesi divertenti e assolutamente fantastici. Un giorno suona alla porta dell’ufficio di University un amico di Piero. Si tratta di un giovane studente di Parma che aveva fondato la web tv d’ateneo. Nonostante sia davvero giovane mi sovrasta in altezza. Una stretta di mano e mezzora di chiacchiera e Tiziano (Tassi) ha incrociato la mia strada. Non lo sappiamo ancora ma sarà un bel pezzo di strada insieme.

Concludo il mio giro barcamp 2009 con l’ExperienceCamp allo IULM. Passo per un’ora scarsa. Giusto in tempo per notare un tizio con un mazzo di capelli improponibile a cui io non avrei mai dato da bere: dichiarava oltre la maggiore età ma sembrava che di anni ne avesse quindici. E ancora oggi è così. Io conosco Dorian Gray. Si chiama Stefano (Mizzella) e lo ritroverò qualche tempo dopo in un’iniziativa provocatoria: nel mondo del business italiano, così gerontofilo, gli under 30 scavalcano la cattedra e insegnano. Si tratta dello Young Digital Lab. Ovviamente un’idea così non poteva che venire a Michele Polico. E’ l’inizio di un’avventura che mi farà conoscere persone stupende e che si concluderà per me proprio quest’anno, quando compirò 30 anni. La banda di matti avrà assetto variabile nel tempo, ma mi permetterà di stringere la mano a Giuliano (Ambrosio), Stefano (Besana), Andrea (Colaianni), Vincenzo (Risi) e mille altri ancora.

Nel 2009 ritrovo a Milano un mio collega della SSC: Filippo (Privitera) che mi introduce al suo più caro amico. Antonio (Tomarchio). Non ho mai incontrato una coppia così complementare e affiatata. Sono già startupper di successo, con due start-up realizzate ed una cessione (a Dada ai tempi RCS). In breve resto folgorato da una serie di stimoli incrociati e nasce l’avventura di Yoc.to insieme al fidato Luca (Marra). E’ l’epoca degli URL shortner e mettiamo in piedi una start-up all’americana: prototipo di prodotto funzionante e ricerca di un venture per scalare. È un’esperienza deludente. I tempi sono sbagliati e restiamo delusi dalle offerte: pochi soldi per troppe quote. Mai sono stato così grato ad una delusione. Da quella esperienza ne è venuto solo del bene. Decidendo di abortire il progetto ci siamo salutati e ognuno di noi ha preso la sua strada verso nuove avventure. E io mi sono ritrovato nel 2011 a prenotare un locale per festeggiare Antonio e Filippo e la loro epica impresa: vincere la competizione di start-up più importante al mondo (LeWeb) con un progetto che è oggi una solida azienda: Beintoo.

Quando ancora ero in Sicilia avevo accettato di accompagnare Roberto (Chibbaro) a Palermo ad un evento. Fu l’occasione per stringere la mano a Tony (Siino) e pranzare alla celebre Focacceria San Francesco. Seduto davanti a me un tipo un po’ new age per filosofia, che non si tira indietro quando c’è da esprimere un’opinione. Avevo davanti metà Ninja Marketing: Mirko Pallera.

Da quel pranzo nascerà una consulenza per un progetto che ho amato ma che non ha mai visto la luce. Un progetto Ninja segreto che non dispero ancora di vedere realizzato. Nel 2009 entro nella galassia Ninja e nel 2010 partecipo alla fondazione della Ninja Academy. Un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Se il TrinacriaCamp ha sancito il mio ingresso nel mondo di Internet da professionista, Ninja è stato il mio passaggio dal mondo (sfigato) dell’editoria digitale al mondo degli eccessi della comunicazione online. Tante cose potrei dire di Mirko e Alex e le nottate insieme a gente di tutti i tipi e tutte le convinzioni. Ma le serbo per me, nelle stanze migliori della memoria. Sono stati giorni felici. E ricchi di conoscenze stimolanti come quella di Matteo (Roversi), Enea (Roveda), Mauro (Rubin), Ferdinando (Vighi), Giorgio (Triani), Giulio (Xhaet) o Guido (Arata). Tutti compagni di mangiate e bevute interminabili. E in una delle innumerevoli sushi-cene, stringo la mano ad un pezzo di storia dell’internet italiano: Luca (Basilico). La sua Veryweb nel 1998 è una delle prime web agency italiane specializzata nel passaparola. Luca mi insegna molto, soprattutto è in grado di farmi comprendere una grande verità: sono un ragazzino con potenziale ma anche difficile da gestire. Funziono bene come distruttore di quello che non funziona, ma sarei in grado di essere costruttore? Lascio il ruolo di Strategist con Ninja Marketing e partecipo alla fondazione di Viralbeat come Chief Marketing Officer. Di questi sei anni, Viralbeat rappresenta finora per me il momento più importante. A distanza di due anni e mezzo imparo ancora da quell’esperienza. Come un buon vino, ho apprezzato appieno quel gruppo solo dopo averla inghiottito. Non dirò nulla delle persone con cui ho lavorato perché non sono colleghi. Ma famiglia.

Attraverso Luca capita nella mia vita Luigi (Onesti) direttore commerciale di Cemit Interactive Media, di fatto Mondadori. E’ per lui che decido di fare una scelta atipica: ho iniziato da cane sciolto, ho creato il mio branco ma decido di tornare indietro dedicandomi quasi esclusivamente ad un lavoro dentro un contesto grande e strutturato. Abbandono Viralbeat ed Endivia e divento Head of Digital di Cemit.

Facciamo un passo indietro. Fra i social network a cui sono iscritto mi dedico molto a LinkedIn (abbandonando Neurona-XING e Viadeo). E proprio grazie a messaggi scambiati su LinkedIn capitano nella mia vita professionale, tra gli altri, Francesco Mantegazzini allora al Sole 24 Ore (sul quale non dirò nulla per non rovinare sorprese in arrivo) e Luca Papa da cui mi lascerò coinvolgere nell’esperienza di Digital Coach. E sempre da LinkedIn arriva l’opportunità di fare formazione per le agenzie del gruppo Omnicom da cui nascerà una lunga collaborazione con lo splendido team di Fleishman Hillard Italia. Sempre attraverso i social avevo avuto modo di relazionarmi con una delle menti più affilate che mai mi è capitato di leggere online: Gianluca (Diegoli). E proprio grazie a lui vengo introdotto a Carlo (Branzaglia) che mi porterà ad insegnare allo IED, esperienza raddoppiata l’anno successivo quando poi avrò il piacere di essere chiamato anche da Antonio (Incorvaia).

La formazione non rende ricchi di moneta ma di persone: è il modo principale attraverso cui interagisco e conosco menti brillanti. E belle persone. La formazione mi ha portato nell’ecosistema di H-Farm con Digital Accademia. La formazione mi ha portato a conoscere Claudio (Stivala) e grazie a lui Marco (Galvagno) per una granita e quindi il progetto eMMMe e nuova formazione attraverso la quale ho reclutato Calogero-dal-cognome-impronunciabile (Sciabbarrasi), altra colonna del team Cemit. Con la formazione conosco Riccardo (Verbani) e Marco (Fontana) di Geotag e quindi attraverso di loro Valentina (Boriani), Paolo (Mamo) e tutto il gruppo di Altavia. La formazione mi ha portato a conoscere Davide (Dattoli) che a sua volta mi ha portato al TAG e al PWES dove ho conosciuto Giovanni (Zennaro) e Matteo (Montolli) di Moze, che nel 2012 mi porteranno via Sergio. Ma non fa niente, perché quando un amico trova la sua strada unendosi ad altri amici puoi solo essere contento due volte. Ma chi è Sergio?

Sergio (Panagia) è fra i primi ad entrare nel team di Cemit. Serviva qualcuno in gamba che fosse a proprio agio con la programmazione e mi ricordai di questo ragazzino taciturno incontrato ad un aperitivo di networking organizzato dall’iperattivo Luca (Panzarella. Come avrete notata la mia vita è funestata dai Luca). L’unica volta nella mia vita in cui ho dimenticato di pagare un conto.

Sergio, Calogero, Marco (amico di infanzia che ritrovo a Milano prima e in Cemit poi), Stefano e più tardi Laura e Claudia sono un pezzo della mia vita in Cemit DS. Due anni e mezzo in cui ho imparato a smantellare molte convinzioni, confrontarmi su terreni a me sconosciuti con persone di tutti i tipi, difendere il mio idealismo armandomi di pragmatismo. In breve: ad uscire da una comfort zone ormai definita. Due anni e mezzo in cui ho conosciuto persone non digitali da cui ho imparato molto.

Oggi, appena chiusa la mia avventura in Cemit sono passati 6 anni. Incredibili. E se guardo a quello che mi offre il presente non posso che confermare quanto questi sei anni mi abbiano insegnato.

È una montagna alta, questa. E mentre ascendi non te ne accorgi per nulla: hai sempre gli occhi puntati sulla salita e il pensiero al fiato che sembra sempre l’ultimo. Eppure ogni tanto ti fermi e ti volti. Restando rapito dalla bellezza del panorama. Che è una delle ragioni per cui ci va di scalarla questa montagna: un po’ per sfida con noi stessi, un po’ per la bellezza che ci regala il paesaggio. In questi sei anni queste sono state le motivazioni che hanno dato forza alle gambe nei passaggi difficili: bellezza e sfida.

Eppure oggi, seduto sul divano della mia sesta casa a Milano, rileggendo la sintesi di questi anni, ne scorgo una terza di motivazione. Che non è stata tale allora, ma lo è adesso: la compagnia. I compagni di questo lungo viaggio. È grazie a loro che sono quello che sono.

E quindi qual è il segreto per scalare questa montagna? Per essere felici, godere della bellezza, sfidarsi e vincere, guadagnare una paccata di soldi? Il segreto, per me,  è uno: la generosità. La generosità è una forma di amore autentica perché è amore che trabocca: solo nell’abbondanza puoi dare in modo generoso, cioè disinteressato e senza calcoli.

Come si fa business con la generosità? Semplice: cene e bevute. Ogni tanto anche pranzi e colazioni. E’ l’unico investimento che serve. Il ROI? Una vita piena e una professione ricca. Anche di denaro. La mia storia lo conferma e mi convince sempre di più: l’unica mia preoccupazione di investimento è passare del tempo insieme a persone che mi piacciono o mi sembrano interessanti. Aggiungendo cibo e alcol. Senza calcoli.

In sintesi: Culture eats strategy for lunch.

Quindi, la verità? Io ho sempre e solo investito in cene e bevute. E non ho mai perso dei soldi. E quando soldi non ne avevo ho sempre elargito con generosità ciò che avevo in abbondanza: sorrisi e tempo.

Grazie a tutti, menzionati qui o meno, per quello che avete condiviso con me. Grazie ai miei studenti per quello che mi hanno insegnato.

Disclaimer: questo resoconto è molto parziale perché riguarda solo una parte delle persone che ho incontrato e con cui ho fatto business e non contempla le attività illegali di cui mi sono occupato con grande piacere e profitto.

5 Commenti to “Il ROI di una Cena.”

  1. 5 euro di un conto non pagato che bruciano ancora 🙂

  2. Ennio il 13 March, 2014 alle 12:25 pm ha scritto:

    Simone, sei meglio di un assolo di Malmsteen.

  3. 🙂

  4. monica penitenti il 19 March, 2014 alle 1:22 pm ha scritto:

    Che bello questo post, così pieno di link da indagare che ci vuole una bussola. Adesso me ne procuro una e incomincio. Grazie per il racconto. Eppure, anche leggendo questo tuo, così come seguendo poco fa #27ora, mi domando seriamente quale sia il nodo della divisione di genere anche nel vasto mondo web. Nel tuo appassionato racconto, infatti, è inclusa un’unica figura femminile (per quanto importante. Congiunture geografiche? Vi sono web-zone a prevalenza maschile e altre a prevalenza femminile? Perché, mi pare, c’è gente in gamba e gender free (angeli?) un po’ ovunque. Hai tu incontrato solo maschietti per via di comportamenti postalcolici? Non credo. La chiave deve essere altrove. Illuminami, please. Non può essere ancora sempre solo che le femminucce fanno gruppetti, invece di fare gruppo. Un sorriso, e ancora grazie per aver condiviso così efficacemente la tua storia

  5. Mushin il 19 March, 2014 alle 1:40 pm ha scritto:

    No. Le donne sono la parte preponderante della mia vita. E la causa delle scelte più importanti. Semplicemente si collocano su un’area sovraordinata alla sfera lavorativa. Sul lavoro ne ho conosciute tante (non citate qui) ma meno degli uomini: l’Italia resta un paese dove l’imprenditorialità e il management sono aree coperte più da uomini che da donne.

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