
Guardando una statua di Canova o di Michelangelo, risulta difficile credere che l’autore non abbia amato profondamente ogni singolo centimetro quadrato della sua opera. Risulta impossibile credere che non abbia amato il marmo dal quale, come una lunga gestazione, ha partorito la statua.
Eppure, per un simile capolavoro è la violenza lo strumento indispensabile: quella roccia è aggredita con impeto e forza, e quello che emerge dopo ogni colpo di scalpello è qualcosa che prima non c’era ma che nasce da una privazione: nasce dall’annichilimento del superfluo che scopre la vera natura delle cose. Dare forma significa aggredire violentemente qualcosa per modellarla. Non è violenza fine a sé stessa, né incontrollata: è un colpo feroce ed un secondo dopo una tenera carezza, è il freddo acciaio che penetra ma anche l’impercettibile lima che ritocca.
Non basta martellare la pietra per essere un Michelangelo: la differenza sta nel senso delle cose, nella capacità di vedere oltre il visibile, di dare forma con la mente a qualcosa che ancora non ce l’ha. Michelangelo vedeva il David prima che esistesse.
Senza sapere cosa si vuole, le martellate sono solo vuoto riempire il tempo che passa, cieco vagare sulla pelle bianca del marmo. Se non sai quale statua vuoi scolpire, se non hai le idee chiare, non sei tu a guidare il marmo, ma è il marmo ad importi la sua ermetica casualità.
Le ultime 24 ore sono state 24 rapidi colpi di martello. Violenti e impietosi. Hanno tolto via roba, ma non so ancora se tutto questo prenderà una forma piuttosto che un’altra. Non so cosa emergerà. Non so cosa affonderà. So però che questo cieco cozzare del martello mi arriva dentro, agitando la mia passione per il caos e il nichilismo, che sonnecchiava sazia.
L’odore dell’appiccicoso rosso suscita appetiti silenziosi.
Nessun pensiero simile
“Vivere è come scolpire, occorre togliere, tirare via il di più, per vedere dentro.”
Mauro Corona, scultore, alpinista e scrittore
Ciao, E.
@ Verox Brain Blog:
Bella citazione, grazie.