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Nella nostra storia sacra gli angeli hanno un normale corpo umano, non li distingui. Si sa che sono loro quando se ne vanno. Lasciano un dono e pure una mancanza

— Erri De Luca

35, 2019

Scritto da Mushin alle 11:46 del 14/12/2019

Un decennio. Dieci anni che, puntualmente e religiosamente, provo a fermare l’anno che passa, in un post. In questi dieci anni mi sembra che tutto sia cambiato, ma come avrebbe fatto in 100. Persino l’editor di WordPress non è più lo stesso.

Dieci anni di post: 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2017, 2018

Il primo post lo ricordo ancora: avvolto in un accappatoio, ero in una suite con vista mare, a Genova, ottenuta spendendo tutti i miei risparmi, perché al domani poi «pensaddio», già dal 2009.

35

35 mi sembra un numero da fantascienza, di quelli che «chissà come sarò a 35 anni» quando ne hai 14. Poi ieri sera ero ad una festa dove cantava Carolina Marquez, per cui «chissà come sarò a 35 anni» diventa subito «i bei tempi andati» di quando davvero ne avevi 14.

Insomma: vista così sembra una cabala di numeri ordinati e precisi, ma la verità è che se provo a guardare indietro vedo solo una grande marmellata di scelte sovrapposte e caotiche. Lo specchio dice che sono cambiato parecchio, ma se chiudo gli occhi sento ancora le lacrime rigarmi il volto dopo il primo incontro con l’ingiustizia.

E allora cosa sono questi 35? L’età adulta, quella che un decennio fa vedevi negli altri, senza sapergli dare un nome. Quel modo di sorridere, ma senza arrivare in fondo agli angoli della bocca, quel modo di tuffarti nelle cose, ma senza rincorsa. Ma non è minore intensità, solo andare piano, perché portarsi dietro il passato ti rende un po’ lumaca: hai sempre un rifugio con te, ma vai lentamente.

2019

In realtà ho poco da dire sui 35. Un po’ di più sul 2019: nonostante gli anni dispari mi abbiano sempre portato bene, questo è stato «brutale». Se gli anni passati ho sempre considerato l’arrivo, il 2019 s’è imposto per il percorso. A ostacoli, eufemisticamente.

Parole

Il 2019 è stato un anno pieno di parole. Quelle di lingue come lo spagnolo, sempre più presente nella mia quotidianità. Quelle non dette, perché amare significa anche pesare bene i pensieri prima di agitare la lingua. Quelle ricevute in dono e che cambiano tutto, perché bruciano in pochi istanti anni di certezze e ti lasciano le dita nere di cenere quando provi ad aggiustare le cose.

Le parole sono inafferrabili e mutevoli: ora affilate come lame che trafiggono, ora pesanti come sassi scagliati da grande distanza. Ma anche leggere come piume o complici come uno sguardo.

E così questo 2019 è stato definito dalle parole anche se per la prima volta dopo tanto tempo, queste parole sono state pronunciate da altri. Parole che hanno appiccato incendi e che bramano ancora distruzione. Non mi è ben chiaro cosa ci farò con tutto lo spazio vuoto che hanno lasciato, ma di certo andrà riempito in qualche modo.

Inseguire

È stato un anno che mi ha fatto correre parecchio, ma non è stata una fuga, solo un affanno. Quello che succede quando insegui qualcosa senza riuscire a raggiungerla, è che dopo un po’ ti rompi i coglioni. La ragione per cui stai correndo inizia piano piano a scivolare in fondo alla lista delle priorità e ti trovi a pensare che in fondo «chissenefrega».

Però non ti fermi, al massimo rallenti, perché poi ti ricordi che no, sarà pure faticoso, ma guardando quelli che si fermano hai sempre pensato di voler essere diverso. Non migliore né peggiore, solo che a te non piace fermarti, se non quando ti spezzano le gambe e non riesci a proseguire sui gomiti.

Perché in fondo il punto è tutto qui: provi a smettere, ma qualcosa ti urla dentro che «palla di lardo muovi quel culo» perché non siamo qui per fermarci a piangere e quindi alla fine continui a correre anche se quello che insegui ti ha già staccato, come Bolt, allo sparo di partenza.

Lasciare andare

Il 2019 è stato un enorme esercizio di «lasciare andare». Ok, per la maggiore è stato più un perdere e basta, ma in fondo si chiama nuotare anche quando stai affogando.

«Lasciare andare» è un esercizio difficile, ma quando te lo impongono scopri che è vero quello che dicono tutti: ti lascia più leggero. Solo che questa conclusione è un po’ misera (e questo non te lo dicono). Tipo quando vai dall’andrologo per farti prescrivere degli esami (grazie, 2019) e non ti spiegano esattamente cosa si intende per controllo: esci che ti dici «be’ almeno è tutto a posto», ma la verità è che hai «lasciato andare» la tua verginità anale.

La verità sul «lasciare andare» mi sembra questa: in molti casi è l’unica opzione praticabile per andare avanti. Tipo la scelta migliore dopo aver scartato tutte le altre o la ragazza che non baceresti mai, ma è l’unica disposta a farlo.

Quindi si fa e sembra avere un effetto positivo, ma attenzione: sembra. Nel senso che l’effetto positivo non viene dal lasciare andare in sé, ma solo dal fatto che siamo riusciti a muovere qualche passo in avanti. È da lì che arriva, quel benessere. E allora sì, ci sentiamo più leggeri ma solo perché abbiamo accumulato malessere ostinandoci a restare fermi su una posizione. E quindi: andare avanti, sempre. Perché tanto non hai molta scelta.

Impotenza

Mai come quest’anno trascorso, ho visto persone che amo soffrire enormemente. Per causa mia, anche se mai per mia volontà, o meno. Certi momenti di questo 2019 me li porterò sempre dentro, qualcuno non l’ho ancora neppure metabolizzato per bene. Tutti mi hanno lasciato un grande senso di impotenza. Non riuscire a far arrivare quello che hai dentro alle persone che ami è forse la sciagura più grande.

La lezione del 2019 è stata però un’altra: a volte il problema non è la tua capacità di passare delle cose, né di accoglierle. A volte è che due stelle sono parte della stessa costellazione solo negli occhi di chi guarda, perché nella realtà si trovano ad anni luce di distanza, in parti dell’universo completamente differenti. La «vicinanza» è più una questione di superficialità che di profondità.

E questa è un’impotenza diversa: non ti usa violenza per impedirti di fare qualcosa, ma ti lascia libero di scoprire la totale inadeguatezza di tutto quello che fai. Come voler portare via tutta l’acqua del Mediterraneo: non importa se usi un cucchiaio, un secchiello o le tue mani, comunque il risultato non cambierà.

Amare

Caro 2019, sei stato un anno pieno di brutte cose, ti saluterò volentieri pur sapendo che non sarà un addio e scivolerai come un’ombra nel 2020 in arrivo. Tuttavia ho una cosa per cui ringraziarti, mi hai mostrato aspetti dell’amore che non conoscevo.

Mi hai mostrato che in fondo le brutte esperienze tendono a monopolizzare la narrazione e i pensieri, ma solo perché tendiamo a dare per scontate le cose belle, soprattutto nell’amore.

Mi hai mostrato che amore e rabbia si accompagnano spesso sottobraccio e non puoi accogliere il primo pensando che non si accomodi anche la seconda. Ma se questo è vero – e lo è – allora deve essere possibile anche parlare all’amore ogni volta che è la rabbia a dividerci.

Mi hai mostrato che probabilmente non è affatto vero che qualsiasi problema abbia una soluzione, ma se stringi la mano giusta puoi sentirti meno smarrito. Ed è in questo gesto semplice come l’acqua che si addensa l’essenza dell’amore, molto più che in tutte le belle parole che inebriano come il vino.

Ciao

Quindi ciao 2019, anche se ho la sensazione che non andrai via così in fretta. Però una cosa la so: io sono ancora in piedi. E riparto da qui per affrontare il 2020.

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