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Adatta la tecnica all’idea e non l’idea alla tecnica

— Bill Bernbach

31, 2015

Scritto da Mushin alle 23:29 del 28/12/2015

Prendo gli ultimi giorni di questo 2015 per il mio bilancio di fine anno (una consuetudine che si trascina da qualche anno: 2014, 2013, 2012, 2011, 20102009).

31.

Camminare in equilibrio su una fune è una delle abilità più affascinanti che un uomo possa acquisire. Ma è anche una delle meno utili: difficilmente ci capita di dover camminare in equilibrio su un filo, nella vita di tutti i giorni.

Questo almeno pensavo prima di questo trentunesimo anno. Quest’anno ho imparato che ci sono molte analogie fra vivere ed essere un funambolo.

Uno: Accettare l’esistenza di tutto il resto, senza lasciarsi distrarre.

Sei lassù, ad un’altezza proibita per l’essere umano. Intorno a te il mondo, come non lo avevi mai visto. È bello, è estasi, è paura. La prima reazione è far finta che non esista. Per restare concentrati. Ma lui esiste. È lì. Hai quasi l’impressione di poterlo toccare, se allunghi un braccio. E se ti capita di allungarlo quel braccio, sarà meglio che ti spuntino le ali, perché rischi di dover imparare a volare. Per questo preferiamo non vederlo. Per restare concentrati. Concentrati sul non deragliare. Questo è quello che ho fatto finora, per evitare la fine di Ulisse, smarritosi sulla via del ritorno.

Far finta di nulla non mi ha aiutato. Cedere alla distrazione ha rischiato di uccidermi più volte. Perché mi sono concentrato sulla cosa sbagliata: non perdere l’equilibrio. Questo trentunesimo anno mi ha mostrato che «avere equilibrio» è molto diverso da «non perdere equilibrio» . Anzi, la caratteristica dell’equilibrio non è eliminare tutte le forze che ti spingono a cadere. Ma metterle in concorrenza fra loro affinché si bilancino a vicenda.

Il primo dono di questi 31 anni: la capacità di accogliere. Accogliere queste forze, accettarle e non cercare di annullarle. Ma di metterle in equilibrio.

Due: per andare avanti bisogna concentrarsi sul perché si fa una cosa, non sul perché non si dovrebbe fare.

È abbastanza facile farsi un’idea delle situazioni finché non ci siamo dentro. Da laggiù il funambolo appare incredibile, sospeso. Ma in fondo è solo un uomo che deve mettere un piede davanti all’altro in linea retta. Solo lui, da lassù, sa quante battaglie simultaneamente deve vincere per riuscire a muovere anche solo quel piccolo passo. Il più cruento di questi scontri non è contro il vento. Non è contro la fune. Non è contro il bilanciere. È contro la propria mente. È contro la parte di noi che si focalizza su ciò che potremmo perdere, anziché su ciò che vogliamo acquisire. La lotta più dura è contro la paralisi. Perché sulla fune, come nella vita, non puoi tornare indietro ma solo andare avanti. E una volta mosso il primo passo il dubbio diventa inazione, unico vero pericolo mortale.

Sono stato sempre molto bravo a descrivere i problemi e anticipare i pericoli. Questo mi ha impedito di commettere errori. Ma anche di andare avanti. Ho guardato nel vuoto e ho correttamente passato in rassegna i miliardi e uno modi diversi in cui avrei potuto rischiare di cadere giù. Ma niente di tutto questo mi ha aiutato a restare in equilibrio sulla mia fune.

Il secondo dono di questi 31 anni: la capacità di non pensare al baratro e cercare di muovere i piedi ricordando perché voglio arrivare dall’altro lato della fune.

Tre: la lunga distanza è possibile solo grazie a piccoli passi. Ma è più della somma di piccoli passi.

Sulla fune è solo un piccolo passo per volta. Un piccolo passo possibile solo pensando alla lunga distanza. Ogni volta che il piede tocca la fune occorre ricordare quanta strada è già stata percorsa e quanta ancora ne rimane. Per dosare le energie, affinché ogni singolo gesto venga compiuto come fosse l’unico ma pensato per un arrivo dopo molti passi.

A 31 anni ho il privilegio di essere spesso il più giovane a fare quello che faccio. Il primo. La velocità è sempre stata la mia ossessione, non per arrivare prima di qualcun altro. Ma per sfidare i miei limiti. Per trent’anni sono stato un buon sprinter. Forse troppo tardi, ma ho capito che dopo una breve distanza vinta, ce ne sarà un’altra. E un’altra ancora. È sulla lunga distanza che occorre testare le proprie capacità.

Il terzo dono di questi 31 anni: capire che un cammino è fatto della somma di piccoli passi. Ma non è la somma di piccoli passi a fare un cammino.

Quattro: perdere aiuta a vincere.

La fune è una via che non ammette il superfluo. Tutto quello che porti con te su quella fune stretta è d’aiuto solo se ben bilanciato. Nulla sale sulla fune con successo se non porta con sé un opposto simmetrico. Portare poco e portare solo cose che possono essere bilanciate.

Questo primo anno dopo i trenta ha visto la definitiva chiusura di alcuni capitoli della mia vita. Con cui ho fatto pace. Ho perso qualcosa lungo il percorso, ma ciò mi ha reso più leggero dandomi slancio per le nuove avventure che ho intrapreso. Ho imparato che combattere è importante, ma a volte saper incassare un colpo è più utile che cercare rivalsa. Aiuta a procedere leggeri anziché fermarsi nel passato. La miglior rivalsa è un passo avanti verso il futuro.

2015.

Ciao 2015. Sei stato il miglior anno, professionalmente parlando. Mi hai regalato tanti stimoli ma soprattutto tante conferme.

Lasciai con rammarico la possibilità di un percorso accademico per venire a Milano. E nel 2015 ho iniziato ad insegnare Communication Strategy allo IULM.

Credevo che fosse il momento adatto per un soggetto focalizzato sullo storytelling di brand attraverso foto e video ed Epico è una grande conferma.

Ero convinto che si potesse lavorare focalizzandosi solo sulla Digital Strategy con un team piccolo ma affiatato. Senza neppure avere un ufficio. Contro l’opinione di molti WHY è stata la prova che sì, il mercato premia questo tipo di valore.

Aver avuto ragione è stato gratificante, ovviamente. Ma l’ingrediente più importante di questi traguardi è stato: aver tentato. I motivi per cui questi successi potevano invece essere fallimenti erano molti. Ma sono andato avanti, senza cedere alla paura. Anzi portandola con me, come un peso da utilizzare per bilanciarmi sulla fune. Il 2015 è stato un banco di prova per confermare, sfidandole, le lezioni apprese al costo di tanti fallimenti in questi 6 anni.

2016.

Stai per arrivare. Non posso sapere cosa porterai, ma so per certo che troverai un funambolo allenato ad attenderti. Non posso evitare errori o avversità. Ma posso tenermi in equilibrio bilanciandole con quello di cui sono capace.

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