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In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Sono una quota spermentale che va alla deriva. Dietro di loro la traccia aperta si richiude.

— Erri De Luca

30, 2014

Scritto da Mushin alle 1:44 del 7/12/2014

E quindi sono trenta.
Inutile ormai introdurre la mia consuetudine di scrivere il post del mio bilancio annuale (se sei nuovo: 2013, 2012, 2011, 2010)

Per prima cosa: una nota agli affezionati. Dal titolo ho eliminato il numero di anni che sono a Milano. A dicembre sono diventati 6. Ma ho deciso di non contarli più. Mi sono sentito sempre di passaggio in questa città. Mi sono sempre chiesto se fosse davvero questo il posto per me. Non ho trovato la risposta. Ma alla domanda, esattamente come ai rintocchi del campanile dietro casa, non faccio più caso. Per cui è ufficiale: la questione non ha cessato si esistere, ma da tornado incombente è stato declassato a pericolo di pioggia.

2014.

È un anno pari. E a me gli anni pari mi risultano un po’ infami. Questo lo chiamerei Colombo. Perché come il buon Cristoforo è partito pieno di certezze ed è andato a sbattere contro qualcosa di nuovo che non si è capito ancora cosa sarà. Io spero: la mia America. Ma ammetto di essere partito per le Indie.

Nel 2014 ho fatto tante cose che avevo già fatto negli anni precedenti. Sono ripassato da luoghi a me noti, eppure è stato tutto diverso. Perché io sono del tutto diverso. Ritrovarmi a decidere di nuovo di cose già provate è stato proprio il modo migliore per misurare questo cambiamento.

Il 2014 mi ha regalato anche una conferma importante: sono ancora capace di scegliere di pancia, solo perché una cosa è giusta (secondo me). Anche se non si tratta della più conveniente. Perché resto assolutamente incapace di farmi piacere qualcosa che dentro di me non è più amata. Questo atteggiamento adolescenziale è bistrattato, ma devo dire che sul lungo periodo mi ha finora regalato grandi soddisfazioni.

Nel 2014 ho toccato con mano quanto sia cresciuta la mia famiglia. Una sorella diciottenne e una sorella laureata. Un fratello che è secondo solo di nascita. Ogni tanto smetto di correre e mi trovo in mezzo ad una famiglia che è specchio della velocità a cui mi sono mosso. Se nel mio mondo tutto cambia insieme a me, nel mondo della famiglia non sono io a dettare i tempi. E mi piace godermi questa marginalità.

La fine del 2014 mi mette davanti alla stessa scelta per la quarta volta. Quattro volte in un anno: vuol dire che avevo bisogno di essere bocciato quattro volte. Io che a scuola sono sempre andato bene, ho imparato come essere bocciati non sia infamia. Può addirittura essere un favore. Capire la domanda non implica automaticamente riuscire a trovare una risposta. Ci vuole tempo. Anche per me. Spero che questo giro sia l’ultimo. Ma il peggio che può capitarmi è solo un’altra bocciatura.

Infine ringrazio il 2014 per le occasioni che mi ha offerto per restituire a Catania parte del valore che mi ha regalato in questi trent’anni. Attraverso il coinvolgimento in iniziative come TEDxSSC, il DML e Meridio News.

30.

Non voglio riassumerli di certo. Ma non riesco a fare di meno di cedere alla tentazione delle considerazioni globali.

La prima: guardavo a questo momento come ad una epifania. Pensavo che sarebbe stato lo zenith della mia vita personale e lavorativa. La summa delle cose che nella vita avevo appreso. La celebrazione delle mie vittorie. Questi trent’anni sono passati quasi in fretta. E più sono andato avanti più ho accumulato solo consapevolezza delle cose in cui mi sbagliavo. Oggi, se mi guardo indietro, la prima parola che mi viene in mente non è: successo.

Primo: scusa.

Scusa, per tutte le volte che ho tirato dritto per la mia strada. Scusa, per tutte le lacrime che ho fatto versare. Scusa, per tutte le volte in cui ero altrove. Scusa, perché ho detto troppo o troppo poco.

Beninteso: rifarei tutto. Tradirei promesse, ruberei fiducia, accoltellerei con la lingua e appiccherei fiamme con lo sguardo. Preferendo la fuga, se la vittoria non è disponibile. Sono state tutte cose importanti per me. Per essere quello che sono. Ma oggi mi scuso perché i motivi per cui l’ho fatto erano meno assoluti di quanto credessi. Chiedo scusa perché dalla mia avevo solo una lingua più tagliente e poco altro. Non chiedo scusa per quello che ho fatto. Ma perché nel farlo non vedevo le persone sedute sul lato delle conseguenze delle mie azioni. Oggi vi vedo e questa è una differenza. Ma non preoccupatevi: non ci saranno grandi cambiamenti di condotta.

Secondo: il senso delle cose è una scelta.

La seconda considerazione riguarda il mutamento del mio nichilismo fatalista. La premessa è rimasta la stessa: alla fine niente ha senso. Ma dato che è così anziché incazzarmi e soffrire, scelgo di dare io un senso alle cose. A scelta. A caso, se necessario. Facevo le bolle di sapone e piangevo perché non le vedevo durare. Oggi esplodono lo stesso ma ho imparato a capire la loro perfezione transitoria. O relativa. E apprezzarla proprio per questo. In fondo l’unico esito certo delle cose immutabili è la noia.

Terzo: non è la realtà che muta a farmi sentire in perenne stato di cambiamento. È il mio stato di cambiamento che fa essere in mutamento perenne la mia realtà.

La terza considerazione è la costanza del cambiamento. Chi mi conosce sa che parlo sempre di periodi di scelta e transizione. Oggi comprendo che ho sempre vissuto in questi periodi perché io mi sento in perenne mutamento. E non viceversa. Per questi primi trent’anni ho pensato che le cose transitorie non avessero valore e che i successi fossero punti di arrivo raggiunti con l’accumulo di fatica quotidiana. Mi sbagliavo. E se ti ritrovi sulla giostra che gira puoi scegliere di piangere perché vuoi scendere o di ridere e goderti la vista dall’unicorno rosa. Prima pensavo che uno dei due modi fosse giusto, l’altro sbagliato. Oggi penso che la più grande conquista non sia fare andare la giostra più velocemente o fermarla del tutto. Ma avere la libertà di piangere o ridere in base a come mi va di fare al momento.

Infine, l’Ultima Grande Verità Transitoria.

Quarto: e se l’albero fosse più libero del lupo?

Per i primi trent’anni della mia vita ho vissuto convinto che noi uomini siamo lupi. Ho ucciso per fame o per paura. Ho mangiato a sazietà da solo e combattuto l’inverno in branco. Ho incontrato limiti perché me li sono dati o mi sono stati imposti da chi è stato più forte di me. Mi sono mosso rapido per assalire o per fuggire.

Oggi mi chiedo se l’uomo non sia più simile ad un albero.

L’albero conosce l’importanza delle radici, per arrivare lontano. Sa quanto ciò che per gli altri è sterco e di cui si disfano volentieri possa essere trasformato in crescita. L’albero non può rifiutare e per questo ha imparato ad accogliere e trasformare, gli eccessi di pioggia come quelli di sole. L’albero aggiunge uno strato alla volta, ma dentro è sempre lo stesso tenero germoglio. Se perde un ramo non insiste. Lo rigenera cercando un’altra direzione. Un albero sano cresce in altezza e sa che arriverà in alto a toccare il sole solo se avrà radici profonde nell’oscurità della terra. Un albero non ha fretta: il suo tempo è il decennio. Un albero sa che gli errori non esistono: lui si biforca per trovare nuove strade. Le direzioni sbagliate diventano comunque sostegno per crescere in nuovi tentativi.

2015.

Per la prima volta non ho aspettative, né progetti su di te. Fai come vuoi. La barca è solida, io padroneggio la pagaia e l’orizzonte è vasto. Che tu sia Poseidone adirato o Eolo benevolo, non mi importa. Qualsiasi cosa avverrà, la affronterò con la sicurezza di chi ha imparato cos’è giusto attraverso l’errore e con il sorriso divertito di chi è certo che ha ancora tanto da sbagliare.

Vorrei ringraziare tutte le persone che ho incontrato in questi trent’anni. Forse vi ho odiati, amati, ammirati, invidiati, studiati, sfottuti, compatiti, emulati. Forse mi avete deluso, maledetto, rimpianto, tediato, inacidito, sorpreso, ucciso. Chissà. Ma una cosa è certa: grazie, perché mai avrei voluto fare a meno di voi.

Mentre scrivo queste righe il 2014 mi offre un’altra grande lezione. Che come tutte le grandi lezioni è amara. Lo scorso weekend, per il mio compleanno, sono stato a Napoli. Passando qualche giorno in città ho sentito Antonio, che non vedevo da anni. Non siamo riusciti a vederci. Principalmente perché non mi sono sbattuto abbastanza, fra i vari piani e cose da fare. In fondo l’idea è sempre quella che «c’è tempo». Stamattina Antonio è venuto a mancare. E di tempo quindi non ce n’è più.

Che io possa fare tesoro di questa lezione, come feci tesoro a suo tempo delle cose che mi ha regalato Antonio.

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