Spesso accade che le ragioni dell’essere in un determinato modo di qualcosa, siano da cercare fuori da quel qualcosa. Un po’ quello che intendeva Laozi con il rapporto tra vuoto e pieno. In questo, continuare a percepire un dentro-fuori, essere-nonessere diventa una distinzione fuorviante.
La morte struttura la vita. Il modo in cui ci poniamo la domanda sulla morte e diamo la risposta (in parte già strutturata a partire dalla domanda) determina in gran parte il nostro approccio alla vita. La paura della morte guida molte delle scelte che crediamo di fare per amore della vita.
Il primo polo che influenza queste scelte è il blocco: la paura di fare per via del fallimento o di conseguenze negative che sono in esse stesse assaggio di morte in vita. Il secondo polo è quello dell’ansia: la paura di non fare per via del tentativo illusorio di estendere la vita percorrendola di fretta, mascherando con la velocità i buchi, le pause, la lentezza che anche qui è prefigurazione di morte come assenza di meta, di senso. In questa forma di paura il fallimento non è morte, ma solo un effetto collaterale positivo, in quanto riempitivo del tempo.
Un po’ come scalare una montagna, il primo tipo di paura è dello spazio: non essere nel posto in cui si voleva essere. Il secondo tipo di paura assomiglia invece all’incertezza della pausa nel cammino. Quindi è la paura del tempo.
Camminando hai lo sguardo naturalmente rivolto in avanti, e vedi le cose crescere, arrivare, il futuro che diventa presente. A volte però è come se ti avessero ruotato la testa e vedi solo il passato, le cose che si allontanano.
In realtà è tutta una storia dentro cui viviamo e dentro cui ci raccontiamo altre storie. E ci sono volte che sono scarico e non riesco a colorare il mio foglietto bianco. E quel bianco mi risucchia e io mi lascio naufragare.
La morte e la vita sono in fondo solo due facce dello stesso foglio: il vuoto e il non-senso sono il foglio. E ci vuole forza e violenza per riempire il foglio di linee senza lasciarsi prendere dalla frenesia di scarabbocchiarlo giusto per cancellare dalla vista quel bianco.
Pensavo che mai avrei scritto un post con questo titolo. Chi mi conosce sa che solitamente mi scaglio a priori con foga contro qualsiasi persona tiri fuori l’argomento età.
Ho 24 anni. Mi son detto che non è vero che a 24 non si possa fare business da soli. Mi son detto che a 24 anni non è vero che non si può provare a buttare la vita nel cesso per iniziare una felice convivenza.Mi son detto che a 24 anni puoi tenere testa a chiunque, su qualsiasi campo.
Molte donne più grandi di me. Più soldi di quanti ne vede uno alla mia età, partito da zero. Tante ambizioni, e mai una volta che ho sentito di non poter riuscire per via dell’età.
Stasera però per la prima volta ho sentito il limite della mia età. Per la prima volta ho visto qualcosa per cui avrei voluto tornare indietro, e non ho la possibilità di farlo. Ho sentito di essere andato troppo oltre, di aver mancato irrimediabilmente l’occasione. Ho visto che è troppo tardi.
Forse è una cosa a cui dovrò fare l’abitudine, col tempo. Però non mi sono fermato innanzi a cose grandi, sprofondo oggi davanti a due occhi che mi ricordano quanto la vita scorra a senso unico.
Stringiamo i denti.

Le cose e gli avvenimenti sono insensati. Niente porta con sé un senso a priori. Neppure le persone. Tutto è senso ma nulla ha senso. Questo paradosso è semplice da spiegare, ed è il motivo per cui in questi frangenti poco facili della mia vita, così come in altri peggiori del passato, non sono impazzito.
Le cose o gli avvenimenti sono come gli appoggi di una scalata: li metti in successione e hai fatto il tuo personale percorso nel tentativo di raggiungere i tuoi obiettivi. Ma quegli appoggi non sono là perché sono una strada per la vetta. Neppure la vetta è lì per essere tale. Solo nella testa di chi scala esiste una vetta, e solo la testa di chi scala vede un percorso per raggiungerla.
Gli spuntoni che usa acquistano un senso in funzione dell’obiettivo e della visione di chi scala la parete, usandoli.
Diventano strada, percorso non perché esistano oggettivamente come tali, ma perché per noi diventano tali.
E’ come alzare gli occhi al cielo e riconoscere le costellazioni: ordiniamo il cielo per schemi coerenti e sensati, eppure le stelle di una costellazione non si conoscono neppure: se potessimo vederle da una prospettiva differente scopriremmo che sono fra loro anni luce distanti e non si conoscono affatto: figuriamoci fare parte di qualcosa di comune. Ancora una volta il senso è nella testa di chi guarda.
L’essere umano ha bisogno di dare senso alle cose, alla realtà che lo circonda, alla propria vita, alle persone. Dare un senso significa mettere ordine, riuscire a prevedere e quindi combattere la caoticità che chiamiamo caso solo perché non riusciamo a capirla. Caos è tutto quello da cui fuggiamo perché è tutto quello a cui non è possibile dare senso. La paura di quello che non conosciamo è l’origine del bisogno di dare un senso.
Se siete ignoranti in fatto di costellazioni, vi capiterà di alzare gli occhi al cielo, e se siete così fortunati da non essere in città, lo spettacolo che vi si para innanzi sarà portentoso: un oceano di luce. Per voi non esistono i millenni di storia della navigazione che hanno plasmato le costellazioni come le conosciamo adesso. Non esistono neppure le tonnellate di carta su cui gli astrofisici hanno segnato le loro scoperte e teorie. Per voi c’é qualcosa di nuovo e vergine, un manto di neve appena caduto. E lì probabilmente, la prima cossa che farete, come ogni uomo prima di voi ha fatto, sarà tracciare linee, forme mentali, mettere ordine in quell’oceano. Così facendo create un senso, una realtà. Sarà diversa da quella condivisa. Avrete costellazioni dalle forme stravaganti che portano il vostro nome. E così avrete incontrato l’importanza del caos, dell’indifferenziato: generare.
La realtà nasce dall’indifferenziato, dal caos, dal non senso. Dal senso non è mai nato nulla. Il senso traccia strade e percorsi, non genera montagne e pianure.
Il senso nasce solo dal caos, il caos è un senso che diventa insensato, o una realtà spogliata del suo abito soggettivo ((Il Wu-Chi o l’indifferenziato taoista)).
Se alla base di tutto c’é il caos, il non senso, e noi viviamo in mondo in costante costruzione di senso, vuol dire che tutto quello che abbiamo attorno a noi è creato da noi. Direttamente, attribuendo significati e sensi diversi alle cose, o indirettamente, condividendo ed avallando il senso delle cose che prima di noi qualcun altro ha costruito, lasciandolo in eredità a noi nei nostri tratti socio-culturali storicamente condivisi.
Il punto è che il senso non esiste. E’ una convenzione (e quindi) relativa. Questo non vuol dire che non sia importante! E’ sommamente importante per almeno due ragioni: la prima è che noi e solo noi siamo gli unici responsabili della realtà che ci circonda. Noi siamo titolari di un potere di scelta pressoché infinito. Il secondo motivo per cui questo senso relativo che viviamo è importante è proprio perché è solo uno fra i tantissimi possibili. Se siamo liberi di scegliere la nostra scelta assume un significato, solo allora! Arrivare primi in una gara con un solo partecipante non è certo lo stesso che vincere in una competizione di un milione di concorrenti.
Tutto questo per dire che le nostre scelte sono enormemente importanti. Anche quando le compiamo in modo inconsapevole. Gli effetti di ogni singolo nostro respiro, non sono mai neutri. Ma per bilanciare questa terribile responsabilità abbiamo in dono la possibilità di scegliere un senso. In definitiva siamo gli unici responsabili della nostra vita.
Il problema può anche essere fuori di noi, ma se la realtà esiste solo in funzione del senso che noi — consapevolmente o meno — gli diamo, ciò equivale a dire che la soluzione è sempre e solo, dentro di noi.