Hai mai osservato un tramonto bellissimo? Hai mai spaziato con lo sguardo sull’orizzonte, dall’alto di una montagna che ci ha messo millenni a crescere? Ci sono emozioni che ci restano dentro, per sempre. Pochi secondi di immagini minacciate dal tempo, ma la chiara percezione di quello che fu, quasi come lo stessi rivivendo. E le senti esploderti in petto, ti possiedono, senti che devi per forza comunicarle, condividerle.
Qual è il valore di una gioia non condivisa? Quale il senso di una emozione non espressa?
Mi sento vittima di qualcosa che si agita dentro, e a furia di subirla inizio a comprenderla meglio. Mi spinge a cercare sempre nuovi limiti, nuovi margini su cui stare seduti ad osservare le due facce di una stessa medaglia diventare una cosa sola. Una frenesia di comunicare qualcosa che ho trovato, un impeto che non controllo di trasformare, di cambiare, di non fermarmi mai, di nutrirmi sempre di nuove persone ed esperienze.
Ho viaggiato tanto ma verso così tante mete che solo adesso capisco di non averne mai avuto una. Mi sento come Ulisse: ho accettato instancabile una meta dietro l’altra solo per non andare verso l’unica che avevo dichiarato di cercare.
In questi giorni ho maturato per la prima volta una (per me) importante risoluzione. Ho deciso di puntare tutto su un sogno. Senza vie di fuga o piani B. Senza pensare al prossimo viaggio. Senza fare finta di voler arrivare da qualche parte e poi procrastinare. Credendoci non perché ci sia un motivo, ma perché voglio farlo. Ricacciando indietro la paura di fallire o la tendenza a conformarmi a quello che gli altri vorrebbero o vedono in me.
Posso dire di aver capito che questa mia frenesia di cambiare il mondo, di conoscere ogni persona e di vivere ogni esperienza, è l’ultimo rigurgito ben piantato della mia incapacità di lavorare su me stesso, di farmi bastare le persone a cui voglio bene e di andare in fondo alle esperienze che vivo.
Questa mia frenesia è un continuo vagabondare per mete esterne per evitare di puntare tutto e direttamente nel viaggio dentro di me. Ho un po’ paura di vedere che succede se rinuncio al mio usuale e comodo modo di dire “vabbé tanto so come si fa”, per sporcarmi un po’ le mani. Voglio correre per saltare il centesimo cancello. E voglio farlo per me stesso. Sarà un duro lavoro.


