Mentirei se dicessi che la mia vita non è ricca di doni. Alcuni di questi sono stati costosi, pagati in lacrime e neuroni. Mi sento ricco. Non per quello che ho avuto, ma perché averlo non mi ha impoverito: ho ancora sinapsi e occhi per tentare la sorte a questa impietosa roulette dei sentimenti che non fa credito a nessuno.
Non sono uno speculatore. Non cerco di ottenere più di quello che dono. Non sono neppure un altruista: tutto quello che ho dato è stato prima di tutto piacere personale, e solo dopo piacere per qualcun altro.
Sulla strada che percorriamo tra la nascita e la morte è facile indurirsi: è forte la tentazione di ripararsi dai giorni di pioggia gelida e battente avvolgendosi nel mantello scuro della diffidenza. Ripara dal gelo, ma scherma anche dal calore.
Ma la cosa che personalmente ho trovato davvero complicata è stato il dover imparare – mio malgrado – come la difficoltà di sentirsi dire/dare quello che si desidera sia solo una piccola difficoltà. La vera sfida è riuscire a staccarsi da quello che si desidera quando questo non è quello di cui abbiamo bisogno. E’ facile comprendere ciò che si desidera. Molto meno capire se ciò sia giusto. Cos’é giusto? Cos’é opportuno? Come quando si fanno domande circa una strada intrapresa: da lontano non puoi saggiarne il fondo da percorrere, ma finché non te ne sei allontanato non puoi dire dove conduce.
Cosa fare? A chi chiedere? Se in fondo chiunque non può che avere una visione parziale delle cose, circa le scelte della tua vita vuoi lasciare alla visione degli altri la scelta della strada intrapresa? Se rispondi di no rischi di essere osteggiato come arrogante. Se rispondi di si, compatito come vigliacco. Sulla mia vita io non scelgo mai in conformità ai consigli altrui. Se non quando sono concordi con il mio parere. E non la reputo una risposta arrogante. In fondo ad essere sbagliata è la domanda: lo scopo delle scelte non è arrivare ad una soluzione. Ammesso che esista. Ma imparare dal dover fare una scelta. E solo seguendo il proprio istinto/ragionamento si opera la scelta giusta: è giusta la scelta che mi conduce un passo avanti, in qualsiasi direzione. Ma se camminassi sui piedi degli altri, non avanzerei di nulla, seppur accorciando la distanza che mi separa dalla meta.
Non c’é apparente differenza fra chi sceglie di vivere la propria vita solo sui suoi passi senza curarsi della meta e chi invece cammina spedito in una direzione ignorando tutto e tutti, convinto che sia fondamentale arrivare dove vuole, a qualsiasi costo.
Esiste il dovere di dare certezze? Darle alle persone a cui siamo legati da un vincolo d’affetto?
Sentiamo quasi un moto naturale in tal senso. Parliamo di tradimento e incoerenza come mali che macchiano chi non garantisce agli altri la certezza di una promessa. Di un legame. Di un vincolo. Eppure, nonostante questo moto che sembra non risparmiare che pochi, è impossibile non notare come un simile obbligo sembrerebbe essere di per sé irrispettabile.
Per rispettare un simile dovere dovremmo supporre di avere delle certezze. E quindi di conoscere noi stessi e ciò che vogliamo in modo totale. Ma anche se così fosse non potremmo dire che ciò che sappiamo e che vogliamo, sia poi davvero ciò di cui abbiamo bisogno. E anche se fosse davvero ciò di cui abbiamo bisogno, permarrebbe il problema del cambiamento: siamo noi stessi una realtà fluida, in fieri.
E allora non abbiamo nessun vincolo verso le persone a cui ci leghiamo? Non credo.
Credo che l’unico vincolo sacro sia quello dell’onestà. E non parlo di sincerità totale. La sincerità è sicuramente una componente importante dell’onestà. Ma ogni rapporto ha livelli di sincerità differenti. Per onestà intendo il risultato globale. Che è fatto probabilmente anche di (piccole) omissioni, di marginali devianze forse. Ma l’onestà è una stabilità del rapporto costruita non sull’annullamento di ogni cambiamento. E neppure sul conoscersi perfettamente o desiderare le stesse cose. Questi sono miti. L’onestà mi appare sempre più come la voglia manifestata nel quotidiano, di condividere insieme un percorso individuale che è la vita. Accettando di condividere anche il cambiamento che avviene mentre si cammina. E’ chiaro che camminare tenendosi per mano limita la libertà di movimento. Ma permette anche di restare saldi quanto il vento soffia forte. E di scaldarsi nelle notti invernali. L’onestà è dare calore e prenderne, non necessariamente in parti uguali, ma senza rubare.
Più vado avanti più mi appare chiaro che chi non è in grado di essere onesto con sé stesso, non può esserlo con gli altri. Con nessun altro. Essere consapevoli di sé e onesti verso sé stessi è una fatica. Scomoda. Una strada lastricata di tentativi di felicità falliti. Ma senza quei fallimenti la strada, sterrata, sarebbe molto più difficile e lenta da percorrere.
Secondo me, la coppia muore non quando qualcuno riceve più di quanto da’. Ma quando qualcuno non vuole dare tutto quello che ha, compreso quello di cui va meno fiero. E’ questo far finta di condividere, spingere sulle cose belle, che fa girare a vuoto le cose, come una ruota nel fango. Perché la prima difficoltà reale viene presa come un segno che le cose devono cessare. Oppure come polvere da mettere sotto al tappeto.
La merda esiste. E l’unico modo per smaltirla è farne concime.
Comunemente siamo portati a vedere il camminare come uno strumento funzionale al conseguimento di un fine. Camminiamo per raggiungere qualcosa. In questo modo il fine giustifica spesso i mezzi, il nostro personale modo di camminare diventa una cosa strumentale al fine, che è la meta.
E se non fosse così? Se il camminare fosse bello di per sé, a prescindere da dove ci porta? Se il vivere certe esperienze, o concedersi il lusso di certe compagnie, a prescindere da un fine, da una meta, divenisse l’unico obiettivo?
Se la meta fosse lo strumento e il camminare diventasse il fine? Useremmo la meta solo come incentivo per percorrere una strada, ma non ci interesserebbe quasi di raggiungerla, perché l’appagamento verrebbe dal camminare.
Se riuscissimo a fare le cose che sentiamo di voler fare sulla base proprio di quello che sentiamo? Se per una volta imboccassimo una strada, senza preoccuparci di sapere dove potrebbe condurci? Solo viaggiando verso l’ignoto si viaggia realmente, altrimenti si sta solo traslocando.
Forse dovrei crucciarmi per un gioco che non capisco, ma se il gioco mi è piaciuto, ho già avuto il mio regalo.