Questo è il blog provvisorio di Mushin.
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Tutti gli articoli su storie
Solitamente non chiedo mai nulla a chi mi legge. Non pongo regole perché questo blog è uno spazio libero dove condivido pensieri. Oggi infrango momentaneamente questa regola, e vi chiedo di leggere tutto questo post, oppure di non leggerlo affatto. Soltanto vi prego di evitare la via di mezzo. E’ solo una storia, ma come tutte le storia se la si legge a metà è peggio che non averla letta.
- L’arcobaleno! – Esclamò Joscha – l’arcobaleno ha cacciato via la pioggia!
Joscha amava l’Arcobaleno e come lui tutti gli abitanti del suo villaggio. Arcobaleno significava che la pioggia era finita, e si poteva di nuovo uscire fuori a giocare. Esattamente come ogni volta, anche quella volta Joscha uscì a salutare la striscia di luce colorata che si stagliava come un sorriso al contrario verso casa sua.
L’Arcobaleno era felice di tutta la gioia che circondava la sua apparizione. Non era molto d’accordo con i bambini lì sotto, perché in fondo a lui la pioggia non era antipatica. Percepiva quello stretto legame che lo univa alla vita della pioggia, come un riflesso non può esistere senza il suo specchio. Ma ecco che come dopo ogni temporale, tutti erano lì festanti a ringraziarlo di essere infine arrivato. L’arcobaleno era già preparato a udire le richieste e le affermazioni più strane, centinaia e centinaia di volte era apparso nella sua storia, e ormai conosceva a memoria tutte le espressioni di gioia degli umani.
Passando inosservata una bambina si stacco da gruppo e a mezza voce chiese all’Arcobaleno una risposta.
- Bambina mia, come ti chiami?
- Miska – rispose la bambina – e voglio sapere una cosa su di te.
- Va bene Miska – replicò benevolo l’Arcobaleno – chiedi pure e io vedrò di soddisfare la tua curiosità.
- Di che colore sei?
- Di che colore sono? Mmmm vediamo… ecco… non saprei…
In tutti i suoi anni nessuno aveva posto all’Arcobaleno una simile domanda. Il povero Arcobaleno chiese alla bambina di attendere, aveva bisogno di pensarci su. Chiese allora a tutti i suoi colori di dargli una mano a rispondere.
- Ma è chiaro – disse subito il rosso – sei rosso. Non vedi?
- Be’ non è vero se ci sono io non può che essere arancione – sopraggiunse il suo vicino.
- E a me dove mi mettete? – disse il verde.
- Sei chiaramente giallo – aggiunse il giallo.
Il povero Arcobaleno era più confuso di prima. Rosso, arancione giallo, verde, azzurro, indaco e violetto vociavano litigiosi senza tregua. Alla fine tutti dovettero convennere che non si poteva dar risposta alla bambina. Ad un tratto il rosso suggerì: – perché non ci mescoliamo tutti insieme? Faremo di tanti un’unico colore, il colore che ne uscirà sarà il colore dell’Arcobaleno.
Tutti ci pensarono un po’ su e alla fine, molto curiosi decisero di provare. La pioggia successiva l’Arcobaleno era molto emozionato. Per la prima volta in tanti anni avrebbe sfoggiato una nuova pelle, e avrebbe saputo di che colore era. Quello che videro gli abitanti del villaggio dopo la pioggia fu un enorme solco scurissimo che attraversava il cielo. Ne ebbero paura più della pioggia, e restarono chiusi nelle loro case, sbigottiti. Grande fu la delusione dell’Arcobaleno nel vedere che nessuno usciva ad accoglierlo. Non era mai successo. Ma la delusione e la tristezza si trasformarono presto in rabbia.
- E’ tutta colpa vostra! – urlò adirato ai suoi colori. Nessuno di voi merita di condividere con me questo cielo.
Fu così che decise di mostrarsi senza i colori. Dalla pioggia successiva sarebbe andato solo. Il suo ingresso nel cielo, dopo la pioggia, fu altezzoso. Ma nessuno se ne accorse. Perché senza i suoi colori l’arcobaleno semplicemente non si vedeva. Gli abitanti del villaggio uscirono di casa, ma vagavano perplessi rovistando il cielo con lo sguardo. L’Arcobaleno ne fu profondamente turbato. Gli sembrò che nulla avesse più senso. Senza i suoi colori era vuoto, ma con i suoi colori non capiva quale era il suo, se ne faceva di tanti uno, il risultato metteva paura. Iniziò a non apparire più. Iniziò ad odiare gli esseri umani e quella bambina che lo aveva reso infelice mettendolo così brutalmente davanti al suo limite. Addossò la colpa del suo stato a Miska e decise che se ne sarebbe stato solo per il resto dei suoi giorni.
Fu in questo stato di profonda costernazione che lo trovò il Sole.
- Cos’hai amico mio? – chiese dunque il Sole all’Arcobaleno.
- Cos’ho? Ho che non so di che colore sono. Se provo ad unire tutti i colori che sono per farne uno, persino io ho paura di me. Se invece li reprimo tutti resto vuoto. La mia vita non ha senso. Vorrei solo essere di un colore. Vorrei essere qualcosa. Come te, che sei giallo o arancio, ma sempre di un colore. Gli uomini non mi apprezzano. E quindi non mi meritano.
- Oh-oh-oh cosa sento mai – rispose il Sole – io di un colore? Mio caro amico, ti appaio di un colore solo perché mi vedi da lontano. Pure io, come te, sono di tanti colori. Se potessi vedermi da vicino, vedresti che sono giallo e arancione, ma anche rosso e violetto. Pure nero qua e la.
- Davvero!? – disse incredulo l’Arcobaleno.
- Certamente. Vedi, nessuno è di un solo colore. Che cosa orribile sarebbe. Lo hai visto tu stesso. Se cerchi di fondere tutto quello che vive in te e ti colori in un’unica omogenea e compatta entità, sarai il primo ad ammutolire di paura.
- Ma se non sono di un colore, cosa sono?
- Sei l’Arcobaleno. Sei tu. E sei tu non perché tu abbia un tuo colore, ma perché tu sei diversi colori in diverse quantità. Sei una specifica armonia di colori, non uno specifico colore. Per questo piaci. Per questo ti amano. Non un colore di più, ma neppure uno di meno. Non un raggio di luce in più né uno di meno. Sei tu. Questo, sei tu. Il fatto che tu abbia il rosso non vuol dire che non ci sia posto per il giallo o per il verde. E’ quando pretendi di volerli mischiare che li perdi tutti. Quando vivi difendendo l’armonia delle tue diversità, vivi con tutti i tuoi colori. Vivi come un’opera d’arte, un capolavoro insomma! Non sono gli uomini a non amarti, sei tu che non ti ami. Se tu ti amassi così come sei, non avresti paura del giudizio degli altri, perché l’amore basta a sé stesso. Se tu ti accettassi con tutti i tuoi colori, scopriresti che forse chi ti sta accanto non chiede altro che di averti così come sei, in tutti i tuoi colori.
- Lo credi davvero? – Chiese un po’ scettico l’Arcobaleno.
- Certamente – continuò il Sole sorridendo comprensivo – vedi, se tu non ti vuoi bene così come sei, penserai sempre che neppure gli altri te ne vogliano. Perché se non puoi volertene tu, come potrebbero gli altri che ti conoscono meno? Penseresti che fingono volontariamente oppure che il loro volerti bene significa solo che non ti conoscono abbastanza. Quindi saresti sempre diffidente ed ostile anche contro chi avanza verso di te con il proprio amore in palmo di mano. Ma se tu ti volessi bene così, non avresti paura di mostrarti. E non avresti paura neppure di provare ad aggiungere nuovi colori a quello che già sei.
L’Arcobaleno rimase stupefatto, non ci aveva mai pensato. Così concentrato nel suo cercare il proprio colore, aveva rischiato di perdere sé stesso. Così concentrato su un solo colore, aveva finito con il dimenticare chi era. Aveva finito con il dare ai suoi colori la colpa della sua infelicità. Voleva essere qualcosa e stava per perdersi quello che era nel tentativo di imitare una vita che non era sua. La sua v
ita era essere di tanti colori. Non di uno. La sua felicità era fatta dell’esistenza armoniosa di tanti colori. Fu come essere svegliato da un brutto sogno, o come scoprire che non aveva ricevuto in regalo un puzzle con una figura senza senso, ma solo che lo aveva assemblato male.
- Grazie, Sole. Mi hai dato una grande lezione. Mi sforzerò di trovare l’armonia dei miei colori per vivere felice.
Così dopo l’ultima pioggia l’Arcobaleno si mostrò agli abitanti del villaggio e si poso proprio vicino Miska dicendo: – Mia cara bambina, voglio rispondere alla tua domanda. Io sono di tanti colori. Non ho un colore. Sono colori. Io sono questo – E così dicendo si allargò come un sorriso su tutto il cielo visibile – Ti ringrazio piccola mia, perché bruciando le mie convinzioni, rigogliose come erba nel mio giardino, mi hai permesso di fare spazio per la fioritura della mia consapevolezza, mi hai regalato un fiore che mi ha fatto conoscere nuove altezze, germogliato nella sofferenza della mia disperazione.
E da allora fu l’arcobaleno più orgoglioso che la terra ricordi. Perché in fondo, è dopo i temporali più brutti che vengono gli arcobaleni più belli.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 07 dell'anno 2008.
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Fallimento è sinonimo di esito negativo, di insuccesso. Eppure trovo che qualcosa di così (ab)usato come il concetto di fallimento, sia incredibilmente sotto-analizzato. L’associazione quasi automatica che l’essere umano sembra quasi naturalmente portato a fare, è fallimento = assenza di risultato.
Fallisco nel momento in cui non raggiungo i miei obiettivi. Non ottengo ciò che voglio.
Eppure quante volte succede che pur non ottenendo quello che vogliamo, ci troviamo fra le mani qualcosa di meglio che neppure avevamo pensato potesse esistere? Forse il concetto di fallimento va rivisto. Forse legarlo agli obiettivi prefissati, significa dimenticare quanto è limitata la nostra razionalità. Forse, è il caso di considerare la concezione di fallimento che la Cina classica ci regala. Falliamo ogni volta che ci blocchiamo. Fallimento non è mancare l’obiettivo, ma paralizzarsi senza continuare ad andare avanti.
Sunzi (o Sun-tzu) era zoppo. Un miserabile zoppo. E’ considerato il più grande stratega della sua epoca, un’epoca in cui la guerra era all’ordine del giorno e gli strateghi erano generali che avevano dimostrato il proprio valore in battaglia, combattendo. Sunzi non poteva combattere, ed era figlio di una società superstiziosa che emarginava gli storpi. Eppure divenne il migliore stratega, comandando persino ai generali.
Ma fece di più: trasformo il suo fallimento, il suo limite a priori (la sua gamba monca) nel suo più grande successo: fece della sua diversità non la sua subnormalità ma la sua sovraumanità. Il suo genio espresso da un corpo indegno lo rese quasi un dio agli occhi di alleati e nemici.
Non bloccandosi difronte ad un assenza di risultato (poter diventare un generale), egli proseguì per la sua strada, non si fermò, e trovò un risultato ben migliore di quello che si era prefissato. In questo senso non esiste fallimento finché esiste movimento, ed il movimento è solo una questione di volontà, avendo come confini oggettivi soltanto la durata della vita.
L’essenza di ogni strategia è trasformare i propri difetti in punti di forza. Riuscire ad andare oltre i propri obietivi mancati richiede: umiltà nel riconoscere il mancato successo, distacco dalla brama di successo, volontà di andare oltre.
Si può dire quindi che falliamo ogni volta che crediamo di aver fallito, bloccandoci. E perdendoci quanto di meraviglioso c’é oltre quel piccolo insignificante obiettivo mancato o successo desiderato.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 4 del mese 02 dell'anno 2008.
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Oggi ho dato una possibilità ad una persona. Una persona che chiunque al mio posto avrebbe stroncato. Una persona con un sogno, un sogno che i più, me per primo considerano utopia. Un’utopia nell’obiettivo ed anche nel modo in cui questa utopia viene espressa e comunicata. Senza futuro.
Forse sono stato troppo buono. Però ho visto tanta buona volontà e di più, dedizione oltre ogni possibilità di riuscita verso il proprio sogno. Squinternato, scoordinato, inadeguato. Eppure, chi non ha mai avuto un sogno? Chi cercando di dargli vita non è stato stroncato ferocemente da tutti? I pochi che su questo pianeta hanno realizzato il proprio sogno, pagandolo col sudore e con le lacrime, non erano diversi dalla persona che ho incontrato oggi. Alcune delle idee più rivoluzionarie e dei sogni più arditi non erano altro che strampalate visioni.
E allora la differenza non sta forse solo a posteriori? C’é chi a furia di vedere i propri sogni presi a sassate e sfracellati al suolo, si arrende. Molla. E accetta una realtà fatta di sogni abortiti perché inadatti a vivere. E poi ci sono pochi, pochissimi che dopo ogni fallimento ritentano cercando di migliorarsi per vedere quei sogni crescere, camminare, volare. E’ un riprovare irrazionale e folle, ripetitivo e convulso. Ma è da questa testardaggine che il mondo viene cambiato. E allora il motivo per cui ho assegnato una chance, è solo che la mia personalissima opinione non se la sente di misurare i sogni. Potevo impedire a quella persona un’occasione di esprimersi, di mostrare il suo sogno. Forse sarà massacrato impietosamente, però avrà avuto un’occasione di mettersi in gioco.
Il problema non è essere sconfitti. Ma non avere neppure l’opportunità di giocarla, la propria partita.
Ricordati che devi morire. E che prima devi venire al TrinacriaCamp.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 10 dell'anno 2007.
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"Si può provare molta paura, paura giustificata. C’é gente che muore di fame in America. Le mie traversie economiche non sono circoscritte agli anni cinquanta: a metà degli anni settanta ancora non riuscivo a pagare l’affitto e non potevo permettermi di portare Christopher dal dottore, né di possedere un auto o il telefono. Nel mese in cui Christopher e sua madre mi lasciarono, guadagnai 9 dollari, e in fondo da allora sono passati solo 3 anni. [...] Nel 1971 dovevo letteralmente andare a pietire il cibo dagli amici. Badate bene: non cerco simpatia. Voglio solo dirvi che le vostre crisi, le vostre traversie – ammesso che vi troviate a viverne – non dureranno all’infinito, e voglio che sappiate che potete farcela grazie al vostro coraggio, al vostro spirito e al puro impulso vitale. Ho visto ragazze di strada totalmente prive di istruzione sopravvivere a orrori indescrivibili. Ho visto i volti di uomini con il cervello bruciato dalle droghe, benché ancora abbastanza lucidi da rendersi conto della situazione; ho osservato i loro goffi tentativi di resistenza contro ciò cui è impossibile resistere. [...] Kabir, un poeta sufi del quindicesimo secolo, ha scritto: "se una cosa non l’hai vissuta, non è vera". Dunque viviamo, ossia percorriamo la strada fino in fondo! Soltanto allora potremo capire e non lungo la strada" (Corsivo mio).
Philip K. Dick, Introduzione a The Golden Man (1980) in Vita Breve e Felice di Uno Scrittore di Fantascienza
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 07 dell'anno 2007.
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Foto: david spigolon
Ecco una famosa storiella zen:
Qualunque monaco errante può fermarsi in un tempio zen a patto che sostenga e vinca una discussione sul buddhismo con coloro che vivono in quel luogo. Se viene sconfitto deve continuare nel suo cammino. In un tempio, nella parte settentrionale del Giappone, vivevano due confratelli. Il più anziano era erudito, ma il più giovane era stupido e aveva un occhio solo. Un monaco errante arrivò e chiese alloggio, sfidandoli, come consuetudine, ad un contraddittorio sul sublime insegnamento. Il confratello più anziano, sentendosi stanco per il troppo studio, quel giorno disse al più giovane di prendere il suo posto. "Vai tu e chiedigli il dialogo silenzioso", si cautelò. Così, il giovane monaco e lo straniero andarono a sedersi al santuario. Non passò molto tempo che il viaggiatore si alzò e andò dal monaco anziano dicendo: "Il tuo giovane confratello è un individuo straordinario. Mi ha sconfitto". "Riferiscimi il dialogo", disse l’altro. "Ebbene", spiegò il viaggiatore, "innanzitutto io ho alzato un dito che rappresentava il Buddha, l’Illuminato. Allora lui ha alzato due dita, per indicare il Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita, per rappresentare il Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha agitato il pugno davanti al viso, ad indicare che tutti e tre vengono da una sola realizzazione. Così lui ha vinto ed io non ho il diritto di rimanere qui. Detto questo il viaggiatore se ne andò. "Dov’é andato quel tale?" chiese il più giovane arrivando di corsa dal fratello più anziano. "Ho saputo che hai vinto il dibattito". "Non l’ho vinto, vorrei dargli una bastonata". "Dimmi l’argomento della discussione", suggerì il più anziano. "Beh, non appena mi ha visto, ha alzato un dito insultandomi perché ho un solo occhio. Poiché era uno straniero, ho pensato di dover essere gentile con lui, così ho alzato due dita, congratulandomi con lui per il fatto che avesse due occhi. Allora quel miserabile maleducato ha alzato tre dita, suggerendo che fra tutt’e due abbiamo solo tre occhi. Allora ho perso la testa e ho minacciato di dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita".
Morale: si può stare molto tempo ad interagire con qualcuno senza intendersi sui fondamentali. Capire cose vuole chi ci sta davanti implica uno sforzo ben maggiore del semplice utilizzo delle orecchie.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 16 del mese 06 dell'anno 2007.
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Il logo del primo blog curato graficamente da me: ssc.unict.it/~simone
Sulla scia dell’entusiasmo per il mio blog-compleanno, ripercorro i passi della mia piccola carriera. In realtà non è un anno – e con questo rispondo alle numerose domande circa le mie passate blog-esperienze – che bloggo. Ricapitoliamo insieme:
Il primo blog fu mushin.ilcannocchiale.it (ancora online) visse dal 06.07.2004 al 31.08.2004, un’esperienza divertente e stimolante condivisa con i co-autori Ar(r)angio-Ruiz (adesso su un altro blog collettivo a nome nash o da solista su tchàcky’s) e Littlelune (adesso V e presto, chissà…). Morì per colpa mia e della mia radicalità, ma fu un’esperienza vivace. Poi toccò al primo mushin, hostato su ssc.unict.it/~simone, primo CSM: PHP Nuke v6.5, una droga iniettatami in corpo in maniera "subdola" (hai mai usato PHP Nuke? No? Non sai cos’é? Dai un’occhiata a questo manuale…) dal grande Ennio. Questo piccolo spazio ebbe vita più longeva: 05.06.2005-24.12.2005. A Natale del 2005 inizio a migrare su una nuova versione di PHP Nuke, registro il dominio mushin.it (grazie a vannyn, che mi segnala un offerta imperdibile per cui si regalavano domini gratis) e inizio con la prima versione del blog "serio" (cioé a cui lavoro con continuità e dedizione) ancora visibile su ssc.unict.it/mushin (anche se ormai sommerso dallo spam), ed infine il 25.10.2006 scelgo di migrare ad una nuova piattaforma per la fase 2 di mushin.it, su serendipity, il blog attuale.
Restando in tema di web-lavoro, evitando di tediarvi ulteriormente con tutti gli altri progetti a cui ho preso parte, segnalo solo Daedalus, la nuova community della Scuola Superiore di Catania.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 01 dell'anno 2007.
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Potrei citare Gibran. Potrei tirar fuori centinaia di esempi presi in prestito dalla tradizione taoista-zen-buddhista-hindu. Potrei usare fatalismo, uscirmi uno di quei sermoni sul destino-già-scritto, appoggiando la tesi pessimistica (simil-stoica) o quella ottimistica (vedi Coelho).
Eppure, a chi mi chiede il perché delle lacrime, rispondo solo con questa storiella:
Un giorno due uomini passeggiavano, circondati dal verde rigoglioso di un giardino. Uno dei due posò lo sguardo su un bozzolo dal quale per metà una farfalla stava uscendo, al termine di quel lungo processo di trasformazione che la vede morire come bruco e nascere come farfalla. Notando la difficoltà della farfalla nel venir fuori dalla sua gabbia, l’uomo fu mosso a compassione, e si avvicinò per aiutarla a rompere il suo angusto guscio. "Fermo!" gli intimò l’altro uomo, "che intendi fare?".
- Non vedi come si dimena questa povera farfalla? Voglio aiutarla a liberarsi dalla sua prigione.
- Non farlo, o nonostante i tuoi buoni propositi, non farai altro che arrecarle grave danno
Il primo uomo, nell’udire le parole del compagno, restò stupito e chiese spiegazioni
- Vedi, lo sforzo che compie la farfalla per uscire dal bozzolo attiva le ali: finché queste non sono sufficientemente robuste, la farfalla non è in grado di aprirsi un varco sufficientemente ampio per uscire dalla sua prigione. Se tu adesso la aiutassi rompendo da te il bozzolo, ella sarebbe si libera, ma incapace di volare, essendo le sue ali ancora troppo esili e deboli. Il bozzolo è la soglia che deve superare per poter volare via, libera. Se tu fossi quella farfalla, probabilmente vorresti aiuto, ma se lo ottenessi non saresti mai in grado di volare da te.
La difficoltà non è una punizione né una dannazione, è solo uno strumento per poter liberare la farfalla che è in te. (questa non me la sarei potuta sparare senza l’aiuto del vodka-fragola&red-bull di poco fa…). Le lacrime possono insegnare molto oppure essere solo un effluvio inutile. Sta a noi fermarci a metà restando incastrati nel nostro bozzolo personale, bestemmiando ed imprecando convinti di essere vittime di una cospirazione cosmica ai nostri danni (paranoia), e che sforzarsi oltre sia solo tempo sprecato. Oppure sforzare fino all’ultima fibra per uscire dal bozzolo con un grazie nel cuore perché tutto ci prepara a volare liberi nell’aria (una pronoia: una sorta di cospirazione cosmica a nostro favore).
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 12 dell'anno 2006.
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Una delle mie storielle preferite:
C’era una volta un povero contadino che poteva permettersi solo un cavallo. L’uomo lo trattava con cura, ma una notte d’estate, il cavallo trovò un punto debole nel recinto e fuggì. Quando i vicini seppero dell’accaduto, andarono dal contadino per manifestargli il loro rammarico. "Che sfortuna", dissero. Al che l’uomo rispose: "Forse si, forse no".
Di lì a una settimana, il cavallo tornò alla fattoria con altri sei cavalli selvaggi al seguito. Il contadino e suo figlio riuscirono a rinchiuderli tutti e sette nel recinto. Di nuovo vennero i vicini in visita. "Che gran fortuna", dissero. Al che l’uomo rispose: "Forse si, forse no".
Il figlio del contadino iniziò subito a domare i nuovi arrivati. Mentre tentava di cavalcare lo stallone roano, fu sbalzato violentemente a terra e finì quasi calpestato, rompendosi una gamba. I vicini accorsero. "Che sfortuna terribile", dissero. Al che l’uomo rispose: "Forse si, forse no".
Il giorno seguente arrivarono al villaggio dei soldati. Due signori della guerra erano in lotta fra loro e uno aveva ordinato l’arruolamento forzato di tutti i maschi giovani del villaggio. A causa della gamba rotta, il figlio del contadino fu il solo a non dover partire per il fronte. Di nuovo, i vicini accorsero. "Che incredibile fortuna", dissero. Al che l’uomo rispose: "Forse si, forse no".
Dedicato a tutti quelli che si sentono schiacciati o minacciati da eventi negativi o contrari ai propri desideri.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 12 dell'anno 2006.
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Ci sono cose che lasciano scioccati. Apprendo adesso che in Svizzera si è celebrato un processo importante e ad alto impatto sull’opinione pubblica: una truffa dell’amministrazione comunale ai danni della nazione.
Ecco la storia: Un piccolo comune svizzero viene allagato a causa di forti piogge, diventa emergenza nazionale e si mobilitano tutti per raccogliere la cifra necessaria alla riparazione delle case, vengono raccolti 700.000 franchi, ma i funzionari addetti non lo comunicano, pappandosi pure altri 800.000 franchi di un’altra catena di donazioni. Adesso l’incredibile: i soldi pappati vengono riutilizzati per riparare scuole non danneggiate dall’alluvione e per creare infrastrutture nel comune. Tuttavia la storia viene scoperta: i responsabili si dichiarano subito colpevoli, il comune restituisce per intero la somma e i funzionari vengono processati e condannati.
Se penso all’Italia, mi viene da ridere, per non piangere. Gli svizzeri sembrano venire da un’altro pianeta…
All’estremo opposto, in Libia, due infiermiere bulgare e un medico palestinese, vengono condannati a morte con l’accusa di aver infettato volontariamente 400 bambini in un ospedale di Bengasi. I tre secondo l’accusa sarebbero agenti di un complotto sionista. La comunità scientifica internazionale e gli esperti del settore hanno inconfutabilmente dimostrato che il contagio è necessariamente avvenuto prima dell’arrivo dei tre, e che è dovuto per intero alle drammatiche condizioni igieniche dell’ospedale stesso. Ma nessuno ha voluto ascoltare (ma dico, un palestinese che fa da agente in un complotto sionista!?).
E non parlo neppure della conferenza a Teheran organizzata per dimostrare scientificamente che l’olocausto non è mai avvenuto…
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 21 del mese 12 dell'anno 2006.
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Un principe, Shravan, prese l’iniziazione: il Buddha lo iniziò al Sannyas. Quel principe era un uomo raro, e quando fu iniziato l’intero suo regno rimase stupefatto. Nessuno se l’era mai immaginato dato che era un uomo di mondo, si abbandonava ad ogni cosa, si abbandonava agli eccessi. Tutto il suo mondo erano donne e vino. Poi improvvisamente il Buddha arrivò in città e il principe andò a vederlo per un darshan, un incontro spirituale. Cadde ai suoi piedi e disse: "Iniziami. Lascerò questo mondo". Quelli che erano andati con lui non erano neppure consapevoli… fu così improvviso. Dunque chiesero al Buddha: "Che cosa succede? Questo è un miracolo, hai fatto qualche cosa". Il Buddha rispose: "Non ho fatto nulla. La mente può facilmente spostarsi da un estremo all’altro. Perciò Shravan non sta facendo nulla di nuovo. C’era da aspettarselo, siete così sorpresi solo perché non conoscete le leggi della mente". Shravan divenne un mendicante, un sannyasin e presto gli altri discepoli del Buddha osservarono che si stava spostando all’estremo. Il Buddha non chiese mai a nessuno di restare nudo, ma lui se ne stava nudo. Si torturava moltissimo. Il Buddha permetteva ai sannyasin un solo pasto al giorno, ma Shravan ne consumava uno a giorni alterni. Divenne magro ed esile. Mentre tutti i discepoli si sedevano a meditare sotto gli alberi, lui non lo faceva mai, rimaneva sempre sotto il sole ardente. S’imbruttì, divenne tetro, emaciato e si ustionò.
Una notte il Buddha andò da lui e gli chiese: "Shravan ho udito che quando eri un principe, prima dell’iniziazione, eri solito suonare la vina ed eri un grande musicista. Perciò sono venuto a farti una domanda. Se le corde della vina sono troppo lente, cosa succede?". Shravan rispose: "Se le corde sono troppo lente non si può suonare". Poi il Buddha disse: "E se le corde sono molto tese, troppo tese, cosa succede?" Shravan rispose: "Anche in questo caso non si può suonare. Le corde devono essere nel mezzo: né lente né tese ma esattamente nel mezzo. E’ facile suonare la vina, ma soltanto un maestro riesce a regolare queste corde esattamente nel mezzo". Perciò Buddha disse: "Anche nella vita la musica viene solo quando le corde non sono né troppo lente né troppo tese, ma proprio nel mezzo. Quindi Shravan sii un Maestro, e fa che queste corde della vita siano proprio nel mezzo, in ogni cosa. Non andare a questo o a quell’estremo. Ogni cosa ha due estremi, ma tu rimani nel mezzo".
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 11 dell'anno 2006.
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