Questo è il blog provvisorio di Mushin. Leggi qui per saperne di più.

Tutti gli articoli su storie

Il Gioco della Lista

Voglio proporvi un gioco. Fate una lista delle cose che desiderate.

Ordinatela secondo quello che desiderate di più. Siate sinceri, tanto la lista la vedete solo voi: ordinate le cose secondo il vostro desiderio di pancia, non secondo come pensate dovrebbero essere ordinate per fare di voi dei fighi. E se il gelato al cioccolato sta sopra crearsi una famiglia, vuol dire che avete fatto una buona lista.

A questo punto probabilmente nella vostra lista ci saranno diverse voci potenzialmente confliggenti. Del tipo «scopare X» e «arrivare vergine al matrimonio». Ma se le voci non sono strettamente alternative, tipo «mangiare X» e «mangiare Y», allora non cambia nulla comunque: perché la difficoltà è decidere su cosa mettere prima.

Già perché una cosa che non vi ho detto è che nulla garantisce che riusciate a fare tutto quello che avete messo in lista. O che domani non avrete voglia di modificarla la lista. O addirittura di aggiungere cose nuove.

In questo quadro un atteggiamento razionale sarebbe iniziare dalle cose che desideriamo di più. Perché non sappiamo. O meglio: sappiamo poco. E’ proprio questo sapere poco che comincia a confondere le cose. Cominciamo ad ordinare le cose non secondo il desiderio che abbiamo di provarle ma secondo la loro proiezione, la conseguenza, ciò che succederà. E la lista cambia, di parecchio. Posticipiamo, leghiamo, valutiamo. Ma ciò non muta il desiderio. Per cui ci troviamo con una lista che non riflette più il nostro desiderio, ma con un desiderio immutato. E così non scorriamo la lista aggiornandola secondo le cose che viviamo, ma la aggiorniamo secondo l’idea che abbiamo delle cose che dovremmo vivere. E spesso quando le viviamo siamo più concentrati a dimostrare la validità della nostra proiezione dell’esperienza, che a goderci l’esperienza stessa.

Alcuni di voi sono  fra quelli appassionati dell’ordine. Credono di poter stilare non una lista, ma LA lista. Sono sinceramente mossi da filantropia: vorrebbero trovare la soluzione alla questione della lista proponendo un ordine di voci valido per tutti. E allora agiscono appiccicando addosso agli altri le proprie conclusioni. O peggio adottano il metodo della confutazione e della dimostrazione per assurdo: se una cosa non funziona, allora il suo opposto è la scelta giusta. Questi filantropi hanno perso di vista che non è importante la meta ma il viaggio. E che lo stesso viaggio produce la stessa meta, ma significati diversi per ogni viaggiatore. E spesso anche per ogni viaggio.

Insomma: l’unica cosa certa della lista è il desiderio. La voglia di qualcosa. Tutto il resto è supposizione. Chi va in fretta compone la sua lista e inizia dalle cose che desidera di più. Perché lo scopo non è produrre una lista giusta. Ma iniziare a vivere dalle cose che consideriamo più importanti. La lista è il mezzo, non il fine.

Forse a questo punto sarete fra quelli che notano una cosa curiosa: avete vissuto un bel po’, eppure non avete neppure iniziato a cercare una delle voci della lista. O forse avete iniziato, ma dal basso, da ciò che è meno importante. Capitava spesso anche a me: le cose che più desideriamo sono anche quelle che ci fanno più paura. Perché ci fanno sentire vulnerabili e fragili. E spesso sono cose a cui non siamo abituati, che per questo spesso ci affascinano. E così preferiamo vivere una vita di sofferenza e lamenti, fatta di grandi limiti da combattere e che ci ostacolano. Ma limiti che conosciamo. E se ci portano sempre allo stesso punto finale è solo perché in realtà è ciò che vogliamo. L’assenza di certezze e di punti di riferimento ci terrorizza più dei casini che viviamo, ma a cui tutto sommato siamo abituati perché abbiamo imparato a gestirne la sofferenza.

E’ il motivo per cui seduti sulla riva del mare, alcuni sentono forte il richiamo dell’orizzonte e partono e altri preferiscono soltanto bagnarsi i piedi e maledire il fatto di non avere le branchie.

Infine potreste essere fra quelli che hanno troppe cose da fare e pretendono più tempo. O più soldi. O più qualcos’altro. Perché la loro lista è diversa. E’ impegnativa. Eppure se per assurdo si riuscisse ad avere più tempo, questo servirebbe solo ad incrementare ancora la lista. Il tempo a scadenza è importante: perché ci costringe a selezionare davvero le cose importanti. Il fatto che la scadenza non sia nota è ancora più importante: perché ci costringe a non perdere tempo dentro cose/esperienze note, se non sono davvero appaganti.

Vi rivelo un’ultimo segreto. Lo scopo della lista non è riuscire a fare tutte le cose elencate. E neppure farne più di altri. Lo scopo della lista e trovare una voce, all’inizio, o alla fine, che ti fa venire voglia di appallottolare la lista e gettarla via. Esattamente come le posizioni di yoga: ne esistono centinaia. Solo perché tu possa scoprire l’unica di cui hai bisogno. La tua.

E come recita il mio motto sufi preferito: «l’unico modo di conoscere è assaggiare».

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 01 dell'anno 2011. Nessun commento — .

Scavare

«Nonno raccontami una storia» chiese Lemi.

Il nonno, mai assuefatto a quel rito serale consueto, assaporò il breve silenzio rotto solo dall’impercettibile separarsi delle labbra, incipit di ogni narrazione. E così disse:

«Piccola mia, la storia che voglio raccontarti oggi è la storia di Nami il cercatore d’acqua. Il lavoro di Nami era quello di scavare per trovare l’acqua, un lavoro importante perché l’acqua è indispensabile per vivere. Nami era giovane ma prendeva molto sul serio il suo lavoro, eppure i suoi risultati non eguagliavano la sua passione. Nami scavava e scavava, riusciva a fare buche ovunque, ma l’acqua che raccoglieva era sempre poca. Un giorno, mentre nascondeva il suo sconforto all’ombra di un’enorme palma, attirò l’attenzione di un vecchio che da li si trovava a passare. Il vecchio, colpito dal visibile malessere del giovane Nami, volle accostarsi a lui all’ombra della palma e gli chiese quale fosse il motivo di tanto malumore in una giornata così ricca di sole.

Nami, inizialmente reticente, finì con il raccontare al vecchio di come nonostante provasse e riprovasse con dedizione e passione, applicandosi con costanza, non riuscisse mai a trovare se non un po’ di acqua. Con un gesto della mano mostrò il campo così pieno di buche scavate fin dal giorno prima. Amareggiato, fece notare al vecchio come da ogni buca non avesse cavato che pochi pugni d’acqua. Allora passava a scavarne subito un altra, e poi un’altra e un’altra ancora. Credendoci sempre. Ma il risultato non cambiava.

Il vecchio sorrise, e disse a Nami che forse il problema non era così impossibile da risolvere. Nami si irrigidì, e colmo d’ira disse al vecchio che lui non capiva. Nami era profondamente offeso per il sorriso del vecchio, che viveva come una derisione dell’importanza del suo problema. Un problema serio, richiede gravità dopotutto. Il vecchio viandante però non si lasciò sfiorare dall’improvviso moto d’ira che gli fu scagliato contro, e con la calma di chi è sicuro dei fatti espose a Nami la soluzione.

E’ impossibile trovare tanta acqua se non si scava a fondo, disse il vecchio. La scelta del luogo dove scavare è importante, ma è solo la prima parte del problema. Anche se si è scelto un luogo buono e ricco di acqua, la quantità di acqua che si trova dipende solo da quando andiamo a fondo. Andare a fondo è difficile e frustrante, perché si incontrano tante difficoltà, mentre all’inizio è facile scavare perché l’entusiasmo e l’eccitazione della scoperta di un terreno vergine rendono salda la mano che rapisce la roccia. Eppure se è l’acqua e non l’eccitazione quella che cerchi, allora la troverai solo andando a fondo, quando la profondità renderanno meno ampi e sicuri i movimenti, quando la mano da artiglio diventerà carezza. Quando ogni movimento toglierà sempre meno terreno, ma produrrà sempre più acqua.

Il vecchio concluse dicendo che andare a fondo significa non fermarsi pensando di ricominciare per fare meglio. Perché a meno di grandi errori, in ogni buca seppure così diversa e unica, si deve andare a fondo per trovare l’acqua. E’ l’unico modo. Ricominciare significa solo ritrovarsi davanti allo stesso problema. E l’unica buca che si scava da sola è una sabbia mobile che ti inghiotte e uccide. Concentrare i propri sforzi per scavare a fondo, e non fermarsi alle prime difficoltà della profondità: questo è il segreto dei cercatori d’acqua. Nami era confuso. Si rese conto che la sua dedizione lo aveva portato ad essere bravissimo a scavare, ma non a trovare.»

Come sempre Lemi si era addormentata prima di sentire la fine della storia. Come sempre il nonno le passò una mano tra i capelli, le accarezzò una guancia e ne percorse il viso sotto l’occhio tracciando un piccolo arco con il pollice. E sorridendo pensò per un attimo a quante buche aveva scavato, prima di imparare ad andare a fondo nelle cose. Come in ogni cammino, il buon viaggio non è cambiare sempre direzione per vedere cose nuove. Ma vivere le cose che mutano da sé mentre si va in una direzione ben precisa. Si sfogliano pagine sempre nuove ma ma nel frattempo si avanza anche nella storia. Si gode della novità ma non si rinuncia a costruire qualcosa. Qualcosa che scalda come un focolare accogliente, quando non si è più in grado di camminare, come un pozzo regala acqua sempre a chi ha saputo scavare a fondo.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 8 del mese 11 dell'anno 2010. 4 commenti — .

Surfare

Amo il surf. Perché mi ricorda che le cose mutano a prescindere dalla nostra volontà. Come le onde del mare. Ma il compito del buon surfista è stare in equilibrio sul cambiamento godendosi gli alti e bassi. Ma non è un dovere: è il piacere di una vita da surfista. Un piacere che ha bisogno del mare ideale ma che vive anche di violente mareggiate. Chi si ferma alla prima caduta e interrompe perché è stanco e surfare non lo eccita più come nelle prime ore, si perde delle cose per strada. Più che amare il surf, ama l’idea di essere un surfista. L’idea è sempre totale: o sei o non sei. Il vero surfista non si preoccupa di quello che è. Surfa e basta. Perché sa che dopo grandi gioie irripetibili viene la stanchezza, la sofferenza, a volte anche la rabbia e la delusione. Forse si prenderà una pausa dal surf. Ma ogni giorno sarà in riva al suo oceano, con la sua tavola sottobraccio, perché può prendersi qualche tempo per smaltire le sensazioni negative e le paure, ma sa che non smetterà mai di surfare. Perché è fatica e non sempre è facile. Ma sa anche che nella vita si suda comunque. Puoi solo scegliere per cosa. E quando trovi qualcosa come il surf, che ti ha fatto provare certe emozioni, sai che non lo abbandonerai mai, perché vuoi investire ogni goccia del tuo sudore nell’andare sempre più a fondo. Anche se ogni giorno le cose cambiano, anche se non è sempre e solo eccitazione. Perché ricominciare non ha più sapore, è un piatto già mangiato a sazietà. Solo nell’andare a fondo si trovano nuovi stimoli. E’ questa l’essenza che lega il surfista al mare: si amano davvero e hanno scelto di stare insieme per sempre, anche se sanno che ogni giorno sarà nuovo e non sempre piacevole. Ma ogni tuffo in acqua è un abbraccio, un abbraccio che come una stretta di mano rinnova un patto d’amore: la sensazione di quell’abbraccio è la conferma che il surfista e l’oceano si sono scelti.

Brendon Walsh – L’Arte del Self

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 11 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Vertigine

L’Uomo nacque dall’Acqua. Attraverso la sua opaca trasparenza vide però la Terra e se ne innamorò. Scalò l’altezza per amore dell’asciutto, sfidò sé stesso, si trasformò, e tutto questo per amare la Terra ad ogni passo.

La Terra accogliendolo, imparò ad amare quell’essere così inusuale fra tutti quelli che la percorrevano: l’uomo infatti la carezzava col passo. La Terra ricambiò l’amore dell’uomo abbellendosi, offrendogli tutto quello che poteva servire all’Uomo e di più: lo sorprese, cambiamento dopo cambiamento lo assecondò per non fargli rimpiangere l’abbraccio dell’Acqua.

Ma un giorno l’uomo guardò ancora in alto, e vedendo il cielo, con le sue nubi e le sue stelle, ne restò folgorato. Ossessionato dal cielo imparò ad ergersi in piedi nel tentativo di toccarlo, la sua vista non si stancava mai di quella vastità che ricordava gli spazi infiniti dell’Acqua.

La Terra soffrì, ma non tradì il suo affetto per l’Uomo e così protrasse il suo palmo in alto per permettere all’Uomo di salire al Cielo. L’Uomo diede libertà alla sua fame di altezza e salì su ogni dito di Terra che puntava al Cielo. La Terra, moglie tradita, impose però un prezzo all’uomo: la vertigine.

E’ per questo che ogni volta che sfidiamo l’altezza troviamo pronto ad aspettarci il tremito della vertigine. E’ una voce interiore che ricorda come ogni passo che muoviamo verso l’illusione del cielo è un passo che muoviamo lontano da casa. E’ un fremito che ammonisce: il cielo non può essere raggiunto, è una rincorsa infinita. E’ un avviso che ci fa sentire quando ci siamo spinti troppo oltre, perdendo di vista quello che davvero ci fa stare bene, così quotidiano e quindi così facile da non apprezzare.

La vertigine è un sussurrio d’amore. Che noi a volte travisiamo trasformandolo in un laccio che ci impedisce di sperimentare. E’ bello ascoltare la vertigine, ma non lasciarle il compito di guidarci. L’amore lega e da’ senso. Forse c’é un tempo per il richiamo delle stelle ed uno per portarsi dentro la propria vertigine.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 03 dell'anno 2010. Un commento — .

Il Signor M. è Invecchiato Bene

Sono abbastanza certo che nessuno di voi ricorda il Signor M.

Dall’ultima volta che ne ho parlato sono passati oltre 3 anni. Il mio strano periodo – che mi porta anche ad essere particolarmente costante nel mio scrivere su questo blog – me lo ha ricordato, il Signor M.

Contrariamente ad ogni previsione è invecchiato bene. Da quando ha smesso l’analisi ha trovato tanta serenità. Beninteso: non che abbia completamente cambiato abitudini, tutt’altro.

Senza dubbio ha perso gran parte del suo modo pessimistico e vittimistico di vivere la vita. Ha perso il piacere di indugiare nel dolore cosmico per sentirsi vivo, e ha trovato il piacere di vivere le avventure dell’ignoto con entusiasmo, anche se continuano a proporgli vicoli sordi alle sue sussurrate preghiere di felicità per l’eternità. Eternità a cui, però, anche lui ha iniziato a credere meno.

La cosa che mi ha colpito di più del Signor M. è proprio che le cose non sono poi così cambiate intorno a lui. Ma è lui ad essere diverso. Badate bene: d’aspetto ha cambiato ben poco, il giusto rispetto all’evoluzione fisiologica. Ma ha negli occhi una luce diversa, e il suo sorriso sembra più vivo.

Glielo faccio notare, e accennando il sorriso appena nominato mi rivela che casualmente ha trovato un’ottima medicina per il suo male. Un medicamento portentoso mi dice. Riesco con le mie insistenze a vincere le sue reticenze, e mi rivela il mistero: basta ricordarsi di non prendersi troppo sul serio, mi dice. Per quanto profondo possa essere il dramma della nostra esistenza, il sole sorgerà sempre domani, gli alberi perderanno e ritroveranno le foglie, il mare respirerà con il solito ritmo accarezzando la spiaggia e schiaffeggiando la falesia.

Poi aggiunge, sottovoce, che in effetti è curioso che proprio in questo momento io mi sia ricordato di lui. Perché – mi dice – gli capita proprio in questo periodo di avere di nuovo la mente occupata da un pensiero che non vuole abbandonarlo. Esattamente come 40 mesi fa. Ed oggi come allora, paventa una bambina che possa metterci il dito, sgretolando l’involucro.

Però – aggiunge subito dopo – la curiosità finisce qui: adesso è diventato bravo ad evitare le persone che potrebbero farlo sentire vulnerabile.

O almeno così lui crede.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 8 del mese 03 dell'anno 2010. Un commento — .

La Pesantezza della Storia.

Qual è il senso di una storia se non c’é nessuno ad ascoltarla?

Comunemente tendiamo a pensare che la storia abbia solo bisogno di qualcuno che la racconti. Pensiamo alla storia come una freccia che per essere scoccata abbia bisogno del braccio dell’arciere che tende l’arco. Eppure se togli il bersaglio, non esiste arciere. E se togli chi ascolta, la storia perde di senso parimenti.

Tutto è una storia, la nostra vita è una storia. La necessità di avere qualcuno ad ascoltarla è un moto che non risparmia nessuno, un orrore del vuoto che va riempito. Un vuoto che non è silenzio: alcuni silenzi riempiono più delle risposte che rimpiazzano. Raccontare la storia non è infatti una questione di parole, ma anche di gesti, sguardi, odori, ritmi. Tutto parla, tutto racconta.

Il vuoto è l’assenza di qualcuno ad ascoltare la storia. Cosa uccide la storia non è un’altra storia che gli viene opposta. E’ l’assenza di ascolto.

Perché è così orribile? Perché non riusciamo a cogliere l’esistenza senza qualcosa a cui rapportarla. Non posso sapere chi sono senza sapere cosa non sono. Non posso esistere se qualcuno non conosce la mia storia. La vita di ciascuno senza la possibilità di essere raccontata ci libera in uno spazio immenso dove vaghiamo senza punti di riferimento come un astronauta senza nave nell’arcipelago di luci dell’universo, la fuori.

Non esisto se non posso condividere la mia storia con qualcuno. Qualcuno che inevitabilmente la contesterà, o la amplierà. Qualcuno che scrive con me in tutto o in parte, consapevolmente o meno, per breve o lungo tempo. Non esisto se non posso condividere. Ma neppure posso decidere io con chi sia meglio condividere.

Le storie si incontrano contro controllo, contrastano con convinzione ogni costrizione.

La storia trascina il nostro volere come un cane al guinzaglio: pur essendo un tutt’uno e pur essendo la volontà il padrone, non è mai chiaro chi sia a condurre chi.

La stanchezza pesante è il volgere al punto di un capitolo della storia che ha fame di giungere a riposare alla riva di uno spazio vergine di foglio da cui osservare sognante l’incipit sull’altra riva.

Assaporo la mia pesantezza, consapevole che ciò che diventa pesante cade, e lasciandoci, libera ciò che di più leggero v’é nell’uomo: il sogno, incipit del nuovo capitolo.

Una storia va avanti anche se nessuno la ascolta. Una storia va raccontata anche se nessuno ne ha voglia. Perché domani potrebbe arrivare chi vuole ascoltarla tutta, dall’inizio. E che ti fa venire voglia di raccontarla tutta.

Forse quindi non ha senso oggi, ma potrebbe averlo domani. Se la Storia si fa pesante, allora anziché tirarla o spingerla, forse è meglio farla rotolare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 03 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Quando la Precarietà è la Norma: Volteggiare

altalena

Una volta ho parlato con un trapezista, sono sempre stato affascinato dalla loro capacità di essere dinamici in una situazione dove la precarietà di equilibrio è la norma anziché l’eccezione.

Lui mi disse che la bravura del trapezista non sta in quello che sa fare, ma in quello che sa non fare.

Quando sei lassù hai il vuoto intorno, ed un piccolo bastone sorretto da una corda è tutto quello che di solido trovi. Un po’ poco. Il segreto, mi disse, è non fissare il vuoto, non farsi risucchiare dal nulla che hai intorno, navigarci dentro ogni momento ma non diventarne mai parte. E non fermarsi mai: volteggiare lentamente o follemente, ma sempre muoversi.

Un bravo trapezista non fissa il vuoto e non smette mai di volteggiare.

Se in questo momento ho perso l’equilibrio sul mio trapezio è perché ho violato la prima regola, e ho fissato il vuoto.

Per fortuna avevo ancora un piede agganciato al mio trapezio.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 11 del mese 11 dell'anno 2009. Nessun commento — .

Paradiso e Inferno

Un samurai grande e grosso va da un saggio e gli dice: “parlami della natura del paradiso e dell’inferno”.

Il roshi lo guarda dritto negli occhi e gli fa: “Perché mai dovrei parlare con uno schifoso rivoltante bavoso come te?”. Il samurai si fa paonazzo e gli si rizzano i capelli per la collera, ma il roshi imperterrito: “Un miserabile verme come te, credi proprio che dovrei spiegarti qualcosa?”.

Sopraffatto dall’ira il samurai estrae la spada ed è sul punto di mozzare la testa al roshi, quando questi gli dice: “Ecco, questo è l’inferno”.

Il samurai in un attimo capisce: si rende conto di aver appena creato il suo inferno personale e di esserci sprofondato fino agli occhi. Gli occhi gli si riempiono di lacrime, scoppia a piangere e giunge le mani davanti al roshi che gli dice: “E questo è il paradiso”.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 11 dell'anno 2009. 2 commenti — .

Le Storie

2385372657_10e6d4af04

Nonostante io scriva solo per me, a volte capita che dedichi i miei pensieri a qualcuno, come nel caso di Sofia. Il post che segue vorrei pure dedicarlo a qualcuno, alcune persone che in questi ultimi due mesi ho conosciuto, o che conoscevo da tempo. Persone la cui vicinanza simultanea, così differente e così densa di sfide molto diverse, mi ha fatto scoprire cose nuove di me e della storia che sono. Spesso, anche se inconsapevolmente, siamo specchio per gli altri. Queste specchi sono (stati) per me G. A. e F. a loro va la mia gratitudine, pur essendo io una macchia di inchiostro nelle loro, di storie. E proprio per questo.

Tutti noi viviamo storie, tutti noi siamo storie. Ci innamoriamo delle storie, cerchiamo la poesia e la troviamo in una storia raccontata bene, di bell’aspetto o con una trama originale. Viviamo assuefazioni da storie, che ci spingono fra le braccia di altre storie, diverse dalle prime.

Ci sono storie belle e brutte, storie di successo e storie stereotipate. Ci sono storie uguali a tante altre e storie che rifulgono nell’omogeneità come stelle di notte. Ci sono storie immobili come astri per una vita che poi si accendono in modo repentino e spettacolare per regalare un ultimo istante colmo di quell’intensità che ha riposato quieta per troppo tempo.

Il problema non è che ci innamoriamo delle storie, ma che qualcuno non sa che l’essere umano è una storia. Il dramma è quando non riusciamo a vedere che una storia si prende o si lascia, non si cambia. Una storia piace o non piace, ma non si riscrive.

Forse ci sono storie scritte a quattro mani, ma di certo non esistono storie scritte in brutta copia prima di essere vissute.

Ci sono storie dentro le storie, alcune le sto vivendo adesso e non so che finale avranno. Sono episodi della trama principale. Sono esse stesse trama. Alcune di queste storie sono storie avventurose, attive, non scontate e che nascondono misteri dietro apparenze semplici. Mi piacciono queste storie, ma il tempo per viverle giunge al termine, e presto mi troverò immerso in altre storie. Resterà la gratitudine ed il piacere per averle sfiorate con gli occhi.

Resterà forse il rimpianto di aver desiderato un pagina in più, più a fondo nel libro. Ma in fondo le storie, esattamente come le persone, non vanno forzate. Se il tuo ruolo è quello della comparsa, è saggio onorare la storia senza cercare di essere protagonista, accentando il finale che la storia ha in serbo per te. Che è poi l’incipit di una nuova storia, diversa.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 08 dell'anno 2009. Nessun commento — .

Citazione e Autorità

Foto (cc-by): PhillipC
La storia che segue è la migliore spiegazione del perché secondo me è da folli riempire una tesi di laurea di citazioni di altri studi/autori, finendo per attribuire importanza alla tesi solo in funzione degli autori che cita piuttosto che dei risultati a cui perviene (e del modo in cui riesce a pervenirvi).
 
Un giorno che il duca Huan era intento a leggere nel punto più alto della scala, il carradore Bian stava rifinendo una ruota nel punto più basso. Deponendo mazzuolo e scalpello, Bian salì dal duca e gli rivolse questa domanda: "Posso chiedervi che cosa state leggendo?". Il duca rispose: "Leggo le parole dei saggi". "Ma questi saggi sono in vita?", "No sono morti da lungo tempo". "Dunque" – concluse il carradore – "quello che leggete non è altro che la feccia degli antichi". "Come osa un carradore discutere di quello che leggo?" – proruppe il duca – "Ti concedo di giustificarti se puoi, altrimenti sarai messo a morte". Il carradore Bian allora disse: "Il vostro servo vede le cose a partire dalla sua umile esperienza. Quando si intaglia una ruota un colpo troppo debole non avrebbe presa, e un colpo troppo forte scivolerebbe sul legno. Né troppo piano, né troppo forte: ho il colpo nella mano e la reazione nel mio spirito. V’è in questo un’abilità che non si può esprimere a parole. Non ho saputo insegnarla a mio figlio che non ha potuto apprenderla da me e così a sessant’anni eccomi ancora qui a fabbricare ruote. Gli antichi hanno portato con sé nella morte tutto ciò che non hanno potuto trasmettere, e così dunque quello che state leggendo non è che la feccia degli antichi".
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 15 del mese 09 dell'anno 2008. Nessun commento — .