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Tutti gli articoli su storie
L’Uomo nacque dall’Acqua. Attraverso la sua opaca trasparenza vide però la Terra e se ne innamorò. Scalò l’altezza per amore dell’asciutto, sfidò sé stesso, si trasformò, e tutto questo per amare la Terra ad ogni passo.
La Terra accogliendolo, imparò ad amare quell’essere così inusuale fra tutti quelli che la percorrevano: l’uomo infatti la carezzava col passo. La Terra ricambiò l’amore dell’uomo abbellendosi, offrendogli tutto quello che poteva servire all’Uomo e di più: lo sorprese, cambiamento dopo cambiamento lo assecondò per non fargli rimpiangere l’abbraccio dell’Acqua.
Ma un giorno l’uomo guardò ancora in alto, e vedendo il cielo, con le sue nubi e le sue stelle, ne restò folgorato. Ossessionato dal cielo imparò ad ergersi in piedi nel tentativo di toccarlo, la sua vista non si stancava mai di quella vastità che ricordava gli spazi infiniti dell’Acqua.
La Terra soffrì, ma non tradì il suo affetto per l’Uomo e così protrasse il suo palmo in alto per permettere all’Uomo di salire al Cielo. L’Uomo diede libertà alla sua fame di altezza e salì su ogni dito di Terra che puntava al Cielo. La Terra, moglie tradita, impose però un prezzo all’uomo: la vertigine.
E’ per questo che ogni volta che sfidiamo l’altezza troviamo pronto ad aspettarci il tremito della vertigine. E’ una voce interiore che ricorda come ogni passo che muoviamo verso l’illusione del cielo è un passo che muoviamo lontano da casa. E’ un fremito che ammonisce: il cielo non può essere raggiunto, è una rincorsa infinita. E’ un avviso che ci fa sentire quando ci siamo spinti troppo oltre, perdendo di vista quello che davvero ci fa stare bene, così quotidiano e quindi così facile da non apprezzare.
La vertigine è un sussurrio d’amore. Che noi a volte travisiamo trasformandolo in un laccio che ci impedisce di sperimentare. E’ bello ascoltare la vertigine, ma non lasciarle il compito di guidarci. L’amore lega e da’ senso. Forse c’é un tempo per il richiamo delle stelle ed uno per portarsi dentro la propria vertigine.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 03 dell'anno 2010.
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Sono abbastanza certo che nessuno di voi ricorda il Signor M.
Dall’ultima volta che ne ho parlato sono passati oltre 3 anni. Il mio strano periodo – che mi porta anche ad essere particolarmente costante nel mio scrivere su questo blog – me lo ha ricordato, il Signor M.
Contrariamente ad ogni previsione è invecchiato bene. Da quando ha smesso l’analisi ha trovato tanta serenità. Beninteso: non che abbia completamente cambiato abitudini, tutt’altro.
Senza dubbio ha perso gran parte del suo modo pessimistico e vittimistico di vivere la vita. Ha perso il piacere di indugiare nel dolore cosmico per sentirsi vivo, e ha trovato il piacere di vivere le avventure dell’ignoto con entusiasmo, anche se continuano a proporgli vicoli sordi alle sue sussurrate preghiere di felicità per l’eternità. Eternità a cui, però, anche lui ha iniziato a credere meno.
La cosa che mi ha colpito di più del Signor M. è proprio che le cose non sono poi così cambiate intorno a lui. Ma è lui ad essere diverso. Badate bene: d’aspetto ha cambiato ben poco, il giusto rispetto all’evoluzione fisiologica. Ma ha negli occhi una luce diversa, e il suo sorriso sembra più vivo.
Glielo faccio notare, e accennando il sorriso appena nominato mi rivela che casualmente ha trovato un’ottima medicina per il suo male. Un medicamento portentoso mi dice. Riesco con le mie insistenze a vincere le sue reticenze, e mi rivela il mistero: basta ricordarsi di non prendersi troppo sul serio, mi dice. Per quanto profondo possa essere il dramma della nostra esistenza, il sole sorgerà sempre domani, gli alberi perderanno e ritroveranno le foglie, il mare respirerà con il solito ritmo accarezzando la spiaggia e schiaffeggiando la falesia.
Poi aggiunge, sottovoce, che in effetti è curioso che proprio in questo momento io mi sia ricordato di lui. Perché – mi dice – gli capita proprio in questo periodo di avere di nuovo la mente occupata da un pensiero che non vuole abbandonarlo. Esattamente come 40 mesi fa. Ed oggi come allora, paventa una bambina che possa metterci il dito, sgretolando l’involucro.
Però – aggiunge subito dopo – la curiosità finisce qui: adesso è diventato bravo ad evitare le persone che potrebbero farlo sentire vulnerabile.
O almeno così lui crede.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 8 del mese 03 dell'anno 2010.
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Qual è il senso di una storia se non c’é nessuno ad ascoltarla?
Comunemente tendiamo a pensare che la storia abbia solo bisogno di qualcuno che la racconti. Pensiamo alla storia come una freccia che per essere scoccata abbia bisogno del braccio dell’arciere che tende l’arco. Eppure se togli il bersaglio, non esiste arciere. E se togli chi ascolta, la storia perde di senso parimenti.
Tutto è una storia, la nostra vita è una storia. La necessità di avere qualcuno ad ascoltarla è un moto che non risparmia nessuno, un orrore del vuoto che va riempito. Un vuoto che non è silenzio: alcuni silenzi riempiono più delle risposte che rimpiazzano. Raccontare la storia non è infatti una questione di parole, ma anche di gesti, sguardi, odori, ritmi. Tutto parla, tutto racconta.
Il vuoto è l’assenza di qualcuno ad ascoltare la storia. Cosa uccide la storia non è un’altra storia che gli viene opposta. E’ l’assenza di ascolto.
Perché è così orribile? Perché non riusciamo a cogliere l’esistenza senza qualcosa a cui rapportarla. Non posso sapere chi sono senza sapere cosa non sono. Non posso esistere se qualcuno non conosce la mia storia. La vita di ciascuno senza la possibilità di essere raccontata ci libera in uno spazio immenso dove vaghiamo senza punti di riferimento come un astronauta senza nave nell’arcipelago di luci dell’universo, la fuori.
Non esisto se non posso condividere la mia storia con qualcuno. Qualcuno che inevitabilmente la contesterà, o la amplierà. Qualcuno che scrive con me in tutto o in parte, consapevolmente o meno, per breve o lungo tempo. Non esisto se non posso condividere. Ma neppure posso decidere io con chi sia meglio condividere.
Le storie si incontrano contro controllo, contrastano con convinzione ogni costrizione.
La storia trascina il nostro volere come un cane al guinzaglio: pur essendo un tutt’uno e pur essendo la volontà il padrone, non è mai chiaro chi sia a condurre chi.
La stanchezza pesante è il volgere al punto di un capitolo della storia che ha fame di giungere a riposare alla riva di uno spazio vergine di foglio da cui osservare sognante l’incipit sull’altra riva.
Assaporo la mia pesantezza, consapevole che ciò che diventa pesante cade, e lasciandoci, libera ciò che di più leggero v’é nell’uomo: il sogno, incipit del nuovo capitolo.
Una storia va avanti anche se nessuno la ascolta. Una storia va raccontata anche se nessuno ne ha voglia. Perché domani potrebbe arrivare chi vuole ascoltarla tutta, dall’inizio. E che ti fa venire voglia di raccontarla tutta.
Forse quindi non ha senso oggi, ma potrebbe averlo domani. Se la Storia si fa pesante, allora anziché tirarla o spingerla, forse è meglio farla rotolare.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 03 dell'anno 2010.
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Una volta ho parlato con un trapezista, sono sempre stato affascinato dalla loro capacità di essere dinamici in una situazione dove la precarietà di equilibrio è la norma anziché l’eccezione.
Lui mi disse che la bravura del trapezista non sta in quello che sa fare, ma in quello che sa non fare.
Quando sei lassù hai il vuoto intorno, ed un piccolo bastone sorretto da una corda è tutto quello che di solido trovi. Un po’ poco. Il segreto, mi disse, è non fissare il vuoto, non farsi risucchiare dal nulla che hai intorno, navigarci dentro ogni momento ma non diventarne mai parte. E non fermarsi mai: volteggiare lentamente o follemente, ma sempre muoversi.
Un bravo trapezista non fissa il vuoto e non smette mai di volteggiare.
Se in questo momento ho perso l’equilibrio sul mio trapezio è perché ho violato la prima regola, e ho fissato il vuoto.
Per fortuna avevo ancora un piede agganciato al mio trapezio.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 11 del mese 11 dell'anno 2009.
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Un samurai grande e grosso va da un saggio e gli dice: “parlami della natura del paradiso e dell’inferno”.
Il roshi lo guarda dritto negli occhi e gli fa: “Perché mai dovrei parlare con uno schifoso rivoltante bavoso come te?”. Il samurai si fa paonazzo e gli si rizzano i capelli per la collera, ma il roshi imperterrito: “Un miserabile verme come te, credi proprio che dovrei spiegarti qualcosa?”.
Sopraffatto dall’ira il samurai estrae la spada ed è sul punto di mozzare la testa al roshi, quando questi gli dice: “Ecco, questo è l’inferno”.
Il samurai in un attimo capisce: si rende conto di aver appena creato il suo inferno personale e di esserci sprofondato fino agli occhi. Gli occhi gli si riempiono di lacrime, scoppia a piangere e giunge le mani davanti al roshi che gli dice: “E questo è il paradiso”.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 11 dell'anno 2009.
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Nonostante io scriva solo per me, a volte capita che dedichi i miei pensieri a qualcuno, come nel caso di Sofia. Il post che segue vorrei pure dedicarlo a qualcuno, alcune persone che in questi ultimi due mesi ho conosciuto, o che conoscevo da tempo. Persone la cui vicinanza simultanea, così differente e così densa di sfide molto diverse, mi ha fatto scoprire cose nuove di me e della storia che sono. Spesso, anche se inconsapevolmente, siamo specchio per gli altri. Queste specchi sono (stati) per me G. A. e F. a loro va la mia gratitudine, pur essendo io una macchia di inchiostro nelle loro, di storie. E proprio per questo.
Tutti noi viviamo storie, tutti noi siamo storie. Ci innamoriamo delle storie, cerchiamo la poesia e la troviamo in una storia raccontata bene, di bell’aspetto o con una trama originale. Viviamo assuefazioni da storie, che ci spingono fra le braccia di altre storie, diverse dalle prime.
Ci sono storie belle e brutte, storie di successo e storie stereotipate. Ci sono storie uguali a tante altre e storie che rifulgono nell’omogeneità come stelle di notte. Ci sono storie immobili come astri per una vita che poi si accendono in modo repentino e spettacolare per regalare un ultimo istante colmo di quell’intensità che ha riposato quieta per troppo tempo.
Il problema non è che ci innamoriamo delle storie, ma che qualcuno non sa che l’essere umano è una storia. Il dramma è quando non riusciamo a vedere che una storia si prende o si lascia, non si cambia. Una storia piace o non piace, ma non si riscrive.
Forse ci sono storie scritte a quattro mani, ma di certo non esistono storie scritte in brutta copia prima di essere vissute.
Ci sono storie dentro le storie, alcune le sto vivendo adesso e non so che finale avranno. Sono episodi della trama principale. Sono esse stesse trama. Alcune di queste storie sono storie avventurose, attive, non scontate e che nascondono misteri dietro apparenze semplici. Mi piacciono queste storie, ma il tempo per viverle giunge al termine, e presto mi troverò immerso in altre storie. Resterà la gratitudine ed il piacere per averle sfiorate con gli occhi.
Resterà forse il rimpianto di aver desiderato un pagina in più, più a fondo nel libro. Ma in fondo le storie, esattamente come le persone, non vanno forzate. Se il tuo ruolo è quello della comparsa, è saggio onorare la storia senza cercare di essere protagonista, accentando il finale che la storia ha in serbo per te. Che è poi l’incipit di una nuova storia, diversa.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 08 dell'anno 2009.
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La storia che segue è la migliore spiegazione del perché secondo me è da folli riempire una tesi di laurea di citazioni di altri studi/autori, finendo per attribuire importanza alla tesi solo in funzione degli autori che cita piuttosto che dei risultati a cui perviene (e del modo in cui riesce a pervenirvi).
Un giorno che il duca Huan era intento a leggere nel punto più alto della scala, il carradore Bian stava rifinendo una ruota nel punto più basso. Deponendo mazzuolo e scalpello, Bian salì dal duca e gli rivolse questa domanda: "Posso chiedervi che cosa state leggendo?". Il duca rispose: "Leggo le parole dei saggi". "Ma questi saggi sono in vita?", "No sono morti da lungo tempo". "Dunque" – concluse il carradore – "quello che leggete non è altro che la feccia degli antichi". "Come osa un carradore discutere di quello che leggo?" – proruppe il duca – "Ti concedo di giustificarti se puoi, altrimenti sarai messo a morte". Il carradore Bian allora disse: "Il vostro servo vede le cose a partire dalla sua umile esperienza. Quando si intaglia una ruota un colpo troppo debole non avrebbe presa, e un colpo troppo forte scivolerebbe sul legno. Né troppo piano, né troppo forte: ho il colpo nella mano e la reazione nel mio spirito. V’è in questo un’abilità che non si può esprimere a parole. Non ho saputo insegnarla a mio figlio che non ha potuto apprenderla da me e così a sessant’anni eccomi ancora qui a fabbricare ruote. Gli antichi hanno portato con sé nella morte tutto ciò che non hanno potuto trasmettere, e così dunque quello che state leggendo non è che la feccia degli antichi".
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 15 del mese 09 dell'anno 2008.
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Solitamente non chiedo mai nulla a chi mi legge. Non pongo regole perché questo blog è uno spazio libero dove condivido pensieri. Oggi infrango momentaneamente questa regola, e vi chiedo di leggere tutto questo post, oppure di non leggerlo affatto. Soltanto vi prego di evitare la via di mezzo. E’ solo una storia, ma come tutte le storia se la si legge a metà è peggio che non averla letta.
- L’arcobaleno! – Esclamò Joscha – l’arcobaleno ha cacciato via la pioggia!
Joscha amava l’Arcobaleno e come lui tutti gli abitanti del suo villaggio. Arcobaleno significava che la pioggia era finita, e si poteva di nuovo uscire fuori a giocare. Esattamente come ogni volta, anche quella volta Joscha uscì a salutare la striscia di luce colorata che si stagliava come un sorriso al contrario verso casa sua.
L’Arcobaleno era felice di tutta la gioia che circondava la sua apparizione. Non era molto d’accordo con i bambini lì sotto, perché in fondo a lui la pioggia non era antipatica. Percepiva quello stretto legame che lo univa alla vita della pioggia, come un riflesso non può esistere senza il suo specchio. Ma ecco che come dopo ogni temporale, tutti erano lì festanti a ringraziarlo di essere infine arrivato. L’arcobaleno era già preparato a udire le richieste e le affermazioni più strane, centinaia e centinaia di volte era apparso nella sua storia, e ormai conosceva a memoria tutte le espressioni di gioia degli umani.
Passando inosservata una bambina si stacco da gruppo e a mezza voce chiese all’Arcobaleno una risposta.
- Bambina mia, come ti chiami?
- Miska – rispose la bambina – e voglio sapere una cosa su di te.
- Va bene Miska – replicò benevolo l’Arcobaleno – chiedi pure e io vedrò di soddisfare la tua curiosità.
- Di che colore sei?
- Di che colore sono? Mmmm vediamo… ecco… non saprei…
In tutti i suoi anni nessuno aveva posto all’Arcobaleno una simile domanda. Il povero Arcobaleno chiese alla bambina di attendere, aveva bisogno di pensarci su. Chiese allora a tutti i suoi colori di dargli una mano a rispondere.
- Ma è chiaro – disse subito il rosso – sei rosso. Non vedi?
- Be’ non è vero se ci sono io non può che essere arancione – sopraggiunse il suo vicino.
- E a me dove mi mettete? – disse il verde.
- Sei chiaramente giallo – aggiunse il giallo.
Il povero Arcobaleno era più confuso di prima. Rosso, arancione giallo, verde, azzurro, indaco e violetto vociavano litigiosi senza tregua. Alla fine tutti dovettero convennere che non si poteva dar risposta alla bambina. Ad un tratto il rosso suggerì: – perché non ci mescoliamo tutti insieme? Faremo di tanti un’unico colore, il colore che ne uscirà sarà il colore dell’Arcobaleno.
Tutti ci pensarono un po’ su e alla fine, molto curiosi decisero di provare. La pioggia successiva l’Arcobaleno era molto emozionato. Per la prima volta in tanti anni avrebbe sfoggiato una nuova pelle, e avrebbe saputo di che colore era. Quello che videro gli abitanti del villaggio dopo la pioggia fu un enorme solco scurissimo che attraversava il cielo. Ne ebbero paura più della pioggia, e restarono chiusi nelle loro case, sbigottiti. Grande fu la delusione dell’Arcobaleno nel vedere che nessuno usciva ad accoglierlo. Non era mai successo. Ma la delusione e la tristezza si trasformarono presto in rabbia.
- E’ tutta colpa vostra! – urlò adirato ai suoi colori. Nessuno di voi merita di condividere con me questo cielo.
Fu così che decise di mostrarsi senza i colori. Dalla pioggia successiva sarebbe andato solo. Il suo ingresso nel cielo, dopo la pioggia, fu altezzoso. Ma nessuno se ne accorse. Perché senza i suoi colori l’arcobaleno semplicemente non si vedeva. Gli abitanti del villaggio uscirono di casa, ma vagavano perplessi rovistando il cielo con lo sguardo. L’Arcobaleno ne fu profondamente turbato. Gli sembrò che nulla avesse più senso. Senza i suoi colori era vuoto, ma con i suoi colori non capiva quale era il suo, se ne faceva di tanti uno, il risultato metteva paura. Iniziò a non apparire più. Iniziò ad odiare gli esseri umani e quella bambina che lo aveva reso infelice mettendolo così brutalmente davanti al suo limite. Addossò la colpa del suo stato a Miska e decise che se ne sarebbe stato solo per il resto dei suoi giorni.
Fu in questo stato di profonda costernazione che lo trovò il Sole.
- Cos’hai amico mio? – chiese dunque il Sole all’Arcobaleno.
- Cos’ho? Ho che non so di che colore sono. Se provo ad unire tutti i colori che sono per farne uno, persino io ho paura di me. Se invece li reprimo tutti resto vuoto. La mia vita non ha senso. Vorrei solo essere di un colore. Vorrei essere qualcosa. Come te, che sei giallo o arancio, ma sempre di un colore. Gli uomini non mi apprezzano. E quindi non mi meritano.
- Oh-oh-oh cosa sento mai – rispose il Sole – io di un colore? Mio caro amico, ti appaio di un colore solo perché mi vedi da lontano. Pure io, come te, sono di tanti colori. Se potessi vedermi da vicino, vedresti che sono giallo e arancione, ma anche rosso e violetto. Pure nero qua e la.
- Davvero!? – disse incredulo l’Arcobaleno.
- Certamente. Vedi, nessuno è di un solo colore. Che cosa orribile sarebbe. Lo hai visto tu stesso. Se cerchi di fondere tutto quello che vive in te e ti colori in un’unica omogenea e compatta entità, sarai il primo ad ammutolire di paura.
- Ma se non sono di un colore, cosa sono?
- Sei l’Arcobaleno. Sei tu. E sei tu non perché tu abbia un tuo colore, ma perché tu sei diversi colori in diverse quantità. Sei una specifica armonia di colori, non uno specifico colore. Per questo piaci. Per questo ti amano. Non un colore di più, ma neppure uno di meno. Non un raggio di luce in più né uno di meno. Sei tu. Questo, sei tu. Il fatto che tu abbia il rosso non vuol dire che non ci sia posto per il giallo o per il verde. E’ quando pretendi di volerli mischiare che li perdi tutti. Quando vivi difendendo l’armonia delle tue diversità, vivi con tutti i tuoi colori. Vivi come un’opera d’arte, un capolavoro insomma! Non sono gli uomini a non amarti, sei tu che non ti ami. Se tu ti amassi così come sei, non avresti paura del giudizio degli altri, perché l’amore basta a sé stesso. Se tu ti accettassi con tutti i tuoi colori, scopriresti che forse chi ti sta accanto non chiede altro che di averti così come sei, in tutti i tuoi colori.
- Lo credi davvero? – Chiese un po’ scettico l’Arcobaleno.
- Certamente – continuò il Sole sorridendo comprensivo – vedi, se tu non ti vuoi bene così come sei, penserai sempre che neppure gli altri te ne vogliano. Perché se non puoi volertene tu, come potrebbero gli altri che ti conoscono meno? Penseresti che fingono volontariamente oppure che il loro volerti bene significa solo che non ti conoscono abbastanza. Quindi saresti sempre diffidente ed ostile anche contro chi avanza verso di te con il proprio amore in palmo di mano. Ma se tu ti volessi bene così, non avresti paura di mostrarti. E non avresti paura neppure di provare ad aggiungere nuovi colori a quello che già sei.
L’Arcobaleno rimase stupefatto, non ci aveva mai pensato. Così concentrato nel suo cercare il proprio colore, aveva rischiato di perdere sé stesso. Così concentrato su un solo colore, aveva finito con il dimenticare chi era. Aveva finito con il dare ai suoi colori la colpa della sua infelicità. Voleva essere qualcosa e stava per perdersi quello che era nel tentativo di imitare una vita che non era sua. La sua v
ita era essere di tanti colori. Non di uno. La sua felicità era fatta dell’esistenza armoniosa di tanti colori. Fu come essere svegliato da un brutto sogno, o come scoprire che non aveva ricevuto in regalo un puzzle con una figura senza senso, ma solo che lo aveva assemblato male.
- Grazie, Sole. Mi hai dato una grande lezione. Mi sforzerò di trovare l’armonia dei miei colori per vivere felice.
Così dopo l’ultima pioggia l’Arcobaleno si mostrò agli abitanti del villaggio e si poso proprio vicino Miska dicendo: – Mia cara bambina, voglio rispondere alla tua domanda. Io sono di tanti colori. Non ho un colore. Sono colori. Io sono questo – E così dicendo si allargò come un sorriso su tutto il cielo visibile – Ti ringrazio piccola mia, perché bruciando le mie convinzioni, rigogliose come erba nel mio giardino, mi hai permesso di fare spazio per la fioritura della mia consapevolezza, mi hai regalato un fiore che mi ha fatto conoscere nuove altezze, germogliato nella sofferenza della mia disperazione.
E da allora fu l’arcobaleno più orgoglioso che la terra ricordi. Perché in fondo, è dopo i temporali più brutti che vengono gli arcobaleni più belli.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 07 dell'anno 2008.
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Fallimento è sinonimo di esito negativo, di insuccesso. Eppure trovo che qualcosa di così (ab)usato come il concetto di fallimento, sia incredibilmente sotto-analizzato. L’associazione quasi automatica che l’essere umano sembra quasi naturalmente portato a fare, è fallimento = assenza di risultato.
Fallisco nel momento in cui non raggiungo i miei obiettivi. Non ottengo ciò che voglio.
Eppure quante volte succede che pur non ottenendo quello che vogliamo, ci troviamo fra le mani qualcosa di meglio che neppure avevamo pensato potesse esistere? Forse il concetto di fallimento va rivisto. Forse legarlo agli obiettivi prefissati, significa dimenticare quanto è limitata la nostra razionalità. Forse, è il caso di considerare la concezione di fallimento che la Cina classica ci regala. Falliamo ogni volta che ci blocchiamo. Fallimento non è mancare l’obiettivo, ma paralizzarsi senza continuare ad andare avanti.
Sunzi (o Sun-tzu) era zoppo. Un miserabile zoppo. E’ considerato il più grande stratega della sua epoca, un’epoca in cui la guerra era all’ordine del giorno e gli strateghi erano generali che avevano dimostrato il proprio valore in battaglia, combattendo. Sunzi non poteva combattere, ed era figlio di una società superstiziosa che emarginava gli storpi. Eppure divenne il migliore stratega, comandando persino ai generali.
Ma fece di più: trasformo il suo fallimento, il suo limite a priori (la sua gamba monca) nel suo più grande successo: fece della sua diversità non la sua subnormalità ma la sua sovraumanità. Il suo genio espresso da un corpo indegno lo rese quasi un dio agli occhi di alleati e nemici.
Non bloccandosi difronte ad un assenza di risultato (poter diventare un generale), egli proseguì per la sua strada, non si fermò, e trovò un risultato ben migliore di quello che si era prefissato. In questo senso non esiste fallimento finché esiste movimento, ed il movimento è solo una questione di volontà, avendo come confini oggettivi soltanto la durata della vita.
L’essenza di ogni strategia è trasformare i propri difetti in punti di forza. Riuscire ad andare oltre i propri obietivi mancati richiede: umiltà nel riconoscere il mancato successo, distacco dalla brama di successo, volontà di andare oltre.
Si può dire quindi che falliamo ogni volta che crediamo di aver fallito, bloccandoci. E perdendoci quanto di meraviglioso c’é oltre quel piccolo insignificante obiettivo mancato o successo desiderato.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 4 del mese 02 dell'anno 2008.
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Oggi ho dato una possibilità ad una persona. Una persona che chiunque al mio posto avrebbe stroncato. Una persona con un sogno, un sogno che i più, me per primo considerano utopia. Un’utopia nell’obiettivo ed anche nel modo in cui questa utopia viene espressa e comunicata. Senza futuro.
Forse sono stato troppo buono. Però ho visto tanta buona volontà e di più, dedizione oltre ogni possibilità di riuscita verso il proprio sogno. Squinternato, scoordinato, inadeguato. Eppure, chi non ha mai avuto un sogno? Chi cercando di dargli vita non è stato stroncato ferocemente da tutti? I pochi che su questo pianeta hanno realizzato il proprio sogno, pagandolo col sudore e con le lacrime, non erano diversi dalla persona che ho incontrato oggi. Alcune delle idee più rivoluzionarie e dei sogni più arditi non erano altro che strampalate visioni.
E allora la differenza non sta forse solo a posteriori? C’é chi a furia di vedere i propri sogni presi a sassate e sfracellati al suolo, si arrende. Molla. E accetta una realtà fatta di sogni abortiti perché inadatti a vivere. E poi ci sono pochi, pochissimi che dopo ogni fallimento ritentano cercando di migliorarsi per vedere quei sogni crescere, camminare, volare. E’ un riprovare irrazionale e folle, ripetitivo e convulso. Ma è da questa testardaggine che il mondo viene cambiato. E allora il motivo per cui ho assegnato una chance, è solo che la mia personalissima opinione non se la sente di misurare i sogni. Potevo impedire a quella persona un’occasione di esprimersi, di mostrare il suo sogno. Forse sarà massacrato impietosamente, però avrà avuto un’occasione di mettersi in gioco.
Il problema non è essere sconfitti. Ma non avere neppure l’opportunità di giocarla, la propria partita.
Ricordati che devi morire. E che prima devi venire al TrinacriaCamp.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 10 dell'anno 2007.
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