
Una stella che si spegne è un desiderio che si accende. La magia della notte di S. Lorenzo sta tutta qui, nel suo potere di ricordarci quello che desideriamo. Che poi non si avvera certo, o almeno non per via della stella cadente, però il fatto stesso di affannarci a cercare la nostra stella per tirare fuori un nostro desiderio, ci rende di per sé contenti.
Stasera ho passato una bella serata. La cosa che più mi piace è che per la prima volta in vita mia ho faticato a trovare un desiderio da esprimere. Non che non abbia desideri o che tutto vada come io voglio, però ho sviluppato un equilibrio tale per cui mi sento soddisfatto di quello che ho e delle sfide aperte che affronto. Meglio per me.
Poi un piccolo desiderio l’ho espresso, ma resto scettico circa il suo effettivo realizzarsi…

Le cose e gli avvenimenti sono insensati. Niente porta con sé un senso a priori. Neppure le persone. Tutto è senso ma nulla ha senso. Questo paradosso è semplice da spiegare, ed è il motivo per cui in questi frangenti poco facili della mia vita, così come in altri peggiori del passato, non sono impazzito.
Le cose o gli avvenimenti sono come gli appoggi di una scalata: li metti in successione e hai fatto il tuo personale percorso nel tentativo di raggiungere i tuoi obiettivi. Ma quegli appoggi non sono là perché sono una strada per la vetta. Neppure la vetta è lì per essere tale. Solo nella testa di chi scala esiste una vetta, e solo la testa di chi scala vede un percorso per raggiungerla.
Gli spuntoni che usa acquistano un senso in funzione dell’obiettivo e della visione di chi scala la parete, usandoli.
Diventano strada, percorso non perché esistano oggettivamente come tali, ma perché per noi diventano tali.
E’ come alzare gli occhi al cielo e riconoscere le costellazioni: ordiniamo il cielo per schemi coerenti e sensati, eppure le stelle di una costellazione non si conoscono neppure: se potessimo vederle da una prospettiva differente scopriremmo che sono fra loro anni luce distanti e non si conoscono affatto: figuriamoci fare parte di qualcosa di comune. Ancora una volta il senso è nella testa di chi guarda.
L’essere umano ha bisogno di dare senso alle cose, alla realtà che lo circonda, alla propria vita, alle persone. Dare un senso significa mettere ordine, riuscire a prevedere e quindi combattere la caoticità che chiamiamo caso solo perché non riusciamo a capirla. Caos è tutto quello da cui fuggiamo perché è tutto quello a cui non è possibile dare senso. La paura di quello che non conosciamo è l’origine del bisogno di dare un senso.
Se siete ignoranti in fatto di costellazioni, vi capiterà di alzare gli occhi al cielo, e se siete così fortunati da non essere in città, lo spettacolo che vi si para innanzi sarà portentoso: un oceano di luce. Per voi non esistono i millenni di storia della navigazione che hanno plasmato le costellazioni come le conosciamo adesso. Non esistono neppure le tonnellate di carta su cui gli astrofisici hanno segnato le loro scoperte e teorie. Per voi c’é qualcosa di nuovo e vergine, un manto di neve appena caduto. E lì probabilmente, la prima cossa che farete, come ogni uomo prima di voi ha fatto, sarà tracciare linee, forme mentali, mettere ordine in quell’oceano. Così facendo create un senso, una realtà. Sarà diversa da quella condivisa. Avrete costellazioni dalle forme stravaganti che portano il vostro nome. E così avrete incontrato l’importanza del caos, dell’indifferenziato: generare.
La realtà nasce dall’indifferenziato, dal caos, dal non senso. Dal senso non è mai nato nulla. Il senso traccia strade e percorsi, non genera montagne e pianure.
Il senso nasce solo dal caos, il caos è un senso che diventa insensato, o una realtà spogliata del suo abito soggettivo ((Il Wu-Chi o l’indifferenziato taoista)).
Se alla base di tutto c’é il caos, il non senso, e noi viviamo in mondo in costante costruzione di senso, vuol dire che tutto quello che abbiamo attorno a noi è creato da noi. Direttamente, attribuendo significati e sensi diversi alle cose, o indirettamente, condividendo ed avallando il senso delle cose che prima di noi qualcun altro ha costruito, lasciandolo in eredità a noi nei nostri tratti socio-culturali storicamente condivisi.
Il punto è che il senso non esiste. E’ una convenzione (e quindi) relativa. Questo non vuol dire che non sia importante! E’ sommamente importante per almeno due ragioni: la prima è che noi e solo noi siamo gli unici responsabili della realtà che ci circonda. Noi siamo titolari di un potere di scelta pressoché infinito. Il secondo motivo per cui questo senso relativo che viviamo è importante è proprio perché è solo uno fra i tantissimi possibili. Se siamo liberi di scegliere la nostra scelta assume un significato, solo allora! Arrivare primi in una gara con un solo partecipante non è certo lo stesso che vincere in una competizione di un milione di concorrenti.
Tutto questo per dire che le nostre scelte sono enormemente importanti. Anche quando le compiamo in modo inconsapevole. Gli effetti di ogni singolo nostro respiro, non sono mai neutri. Ma per bilanciare questa terribile responsabilità abbiamo in dono la possibilità di scegliere un senso. In definitiva siamo gli unici responsabili della nostra vita.
Il problema può anche essere fuori di noi, ma se la realtà esiste solo in funzione del senso che noi — consapevolmente o meno — gli diamo, ciò equivale a dire che la soluzione è sempre e solo, dentro di noi.