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Autunno

Non mi sono mai mosso da dove mi avete piantato.

Non ho accorciato distanze, né divelto la terra al mio passaggio. Non ho solcato mari né respirato l’aria di vette che ho scalato. Non sono mai scappato e non ho mai inseguito. Non ho ucciso e non sono morto. Eppure ho assaggiato tutte queste cose.

Sono sempre stato qui. Eppure non è qui che sono rimasto.

Come un filo d’erba, sono cresciuto in altezza. Corteccia, ho divorato me stesso anno dopo anno, giro dopo giro, non ho cambiato la mia pelle, rinunciando alla mappa delle mie ferite che raccontano la storia dei miei fallimenti. L’ho seppellita dentro, tenendo tutto con me e ricominciando da capo.

Come rami, ho assecondato ogni mio desiderio di fuga, via da me stesso per esplorare ogni direzione, senza mai separarmi da ciò che ero. Ho assaggiato il mare e respirato l’aria delle montagne più alte, grazie al vento che mi fa tremare con veemenza. Sono morto ogni inverno e ho ucciso me stesso ogni autunno.

E proprio l’autunno mi ha insegnato cosa significa perdere una parte di sé, che mai ricrescerà. La primavera mi ha mostrato la lezione del germoglio: niente torna mai ad essere come prima ed è ciò a rendere unica ogni nuova foglia. Ho sofferto per ogni fiore di me che ho perso, ma questo non mi ha impedito di averne di nuovi. Sono loro ad avermi fatto capire che l’amore non è assenza di perdita, ma attraversare con paziente speranza l’inverno che mi separa da una nuova primavera.

Ho creduto che crescere fosse espandersi verso l’alto. Ma per sfiorare il cielo ho scoperto l’importanza di abbracciare la terra, ogni ramo che si allunga facilmente oggi, è una radice invisibile che si è fatta strada ieri, con fatica.

Ho invidiato la libertà del lupo di andare dove crede, solo per scoprirlo infine ancorato alla fame che lo costringe a seguire la preda, quanto io al terreno che mi ha visto uscire dal guscio del mio seme.

Perché oggi sono qui, in una forma definita. Ma se ti avvicini a guardare meglio, vedrai che invece sono la lenta esplosione di me stesso, la somma incoerente di tutte le direzioni che ho preso e che prenderò. Sono la radice che ama il buio e la foglia che vive di sole. Cerco l’altezza e ho bisogno della profondità. Sono il ramo che si allunga verso di te, ma anche quello che fugge nella direzione opposta.

L’audacia dell’albero è il suo monito di incoerenza caparbia: resta piantato qui dall’inizio, contro la neve e il sole. Muore e rinasce, perde e guadagna: niente può rifiutare e tutto contiene.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 19 del mese 07 dell'anno 2018. Nessun commento — .

Inverno

Tramonta in fretta il sole, svanisce tutto il calore. Dapprima timidamente, poi sempre più in fretta, ti trovi al buio prima di accorgertene. Ti aggrappi a riti e consuetudini quotidiane, che ormai prive di senso sono solo simulacri che non rassicurano. Vuoti gusci, azioni ormai prive di sapore che servono più a ricordare cosa era, che a far finta che sia ancora.

La mente umana disegna percorsi nel nulla, creando aspettative, costruendo castelli, tracciando strade e con esse mete. Disegna i pensieri su pianure d’epidermide con un dito a far da penna e un serbatoio di sogni da calamaio. Finché l’inchiostro delle azioni sbiadisce, consegnando la pelle intatta a nuove poesie nuovi poeti. L’indelebile non ci appartiene, e in molti casi neppure una storia superiore all’haiku ci è concessa.

Non tutti gli alberi perdono le foglie d’inverno. E solo l’inverno sa quali sono.

Al freddo non periscono le falsità, ma solo le mezze verità: le verità incomplete, che trovano nutrimento solo in primavera.

Bruciano nel camino d’inverno, per alimentare l’attesa di freddo. E quel fuoco discerne senza possibilità di errore ciò che era destinato ad avvizzire e ciò che è in grado di attraversare tutte le stagioni. Non avere paura di guardare nel forno: li i tuoi sogni più belli si trasformano in cenere. Quella che cospargerai nel campo di primavera, in attesa di nuovi fiori. E di piante sempreverdi.

Non è sbagliato aver goduto dei frutti d’estate. E’ solo sciocco non voler farne legna da ardere per il lungo inverno.

Mentre noi stessi ardiamo, nel focolare di qualcun altro.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 19 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .