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Volare

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Da quando Milano è entrata nella mia vita mi sono trovato a familiarizzare mio malgrado con gli aerei.

La cosa che mi ha sempre affascinato è il decollo: è un insieme di momenti che portano al volo. E’ una folle corsa, un accumulo di velocità. Senza quella folle velocità non c’é decollo, eppure se qualcosa va storto quella folle velocità significa un disastro.

E’ il tutto o  niente. E’ quella follia dei fratelli Wright, spingere sull’acceleratore sapendo che è tutta un a questione di velocità, ma contemporaneamente consapevoli che si tratta di sperimentare una teoria sperando che diventi pratica.

O cielo o baratro: questo attende chi desidera volare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 06 dell'anno 2009. Un commento — .

Seduto sul Limite, il Vuoto mi Mostra il Pieno.

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Come ho detto più e più volte, una cosa che mi piace al punto che ne farei un archetipo o un topos letterario, è la foresta di bambù. Il bambù è una delle piante più semplici e lineari esistenti, eppure tanti fusti di bambù riescono a fare una foresta intricata. Mi piace proprio questo suo potere immaginifico: quale migliore metafora per spiegare la grande capacità dell’uomo di costruire problemi complessi a partire da elementi semplici?

L’armonia non è una questione di quantità, ma di rapporto, come tutti gli equilibri.

Ora mi lascia sempre una strana sensazione vedere come tutti noi essere umani abbiamo in comune il desiderio di essere felici. Eppure questa cosa comune ci divide anziché unirci perché nella nostra personale ricerca della felicità facciamo degli altri un ostacolo. Non ci curiamo di cercare una soluzione comune, né di identificarci nel desiderio dell’altro, che seppure è contrapposto a noi, in realtà chiede la stessa cosa.

E così in questo mondo sub-ottimale il conflitto è la norma, e ci sentiamo bene quando riusciamo a costruire delle isole di fiducia con persone speciali, con le quali riusciamo a condividere uno sforzo comune che faccia di ciascuno contemporaneamente veicolo e fine della nostra ricerca di appagamento.

Sono momenti magici e persone speciali, ma sono rese tali proprio dall’estrema contingenza degli eventi che le legano a noi, diamo loro estremo valore proprio in relazione al fatto che sappiamo che quella situazione/rapporto è costantemente minacciato dalle cose della vita.

Non comprendo ancora bene perché, ma è sull’orlo del precipizio che fa da limite al tuo mondo che riesci ad avere uno sguardo d’insieme su questa realtà che ti contiene. Il limite non è sostenibile. Eppure è la che si trova sé stessi, punto di partenza di ogni felicità.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 05 dell'anno 2009. 6 commenti — .

Le Persone Come le Bottiglie di Birra

Oggi ho fatto la mia prima pausa post.cena birra in mano a fare quattro passi lungo il naviglio. Meditavo di farlo da quando ho messo piede nella nuova casa qualche giorno addietro. Trasferito il liquido dalla bottiglia allo stomaco, ho iniziato a soffiare dentro il collo della bottiglia, in un modo noto a tutti o quasi.

In qualche momento mi nasce un pensiero: le persone sono come le bottiglie, occorre che siano nella giusta posizione per farle “suonare”. In effetti sento che è da un po’ che “non suono più”. E questo pensiero mi ha illuminato un secondo: forse è tutta una questione di “posizione”.

“Essere in pace anche se non si è dove ci piace” – Nesli docet.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 05 dell'anno 2009. 6 commenti — .

Senso

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Una delle cose che mi sembra più importante è dare un senso alle cose. Le cose che ci accadono sono come dei punti su un foglio, farne un disegno collegandoli con le linee è dare un senso. Ma perché farlo? Non lo so.

Credo che sia una pulsione profonda, una cosa che colpiva i primi uomini sul pianeta che si dettero superstizioni e tradizioni, così come quelli che più tardi abbandonarono la sicurezza della terraferma per avventurarsi nel vasto blu del mare, senza riferimenti. Fu allora che nacquero le costellazioni: dare un senso e quindi un ordine, darsi dei riferimenti, cercando di fare dell’ignoto una casa. A distanza di millenni il mare non è più così misterioso, ma nuove frontiere, fuori di noi come dentro, ci impongono ogni giorno la sfida della ricerca di senso. Dare un senso per gestire gli eventi, per metabolizzare i dolorosi e ricordare i piacevoli.

La cosa che mi risulta più difficile è riuscire a muovermi in questi eventi non perché non so bene dove sto andando, ma perché non ho ben chiaro dove voglio andare. La differenza fra un viaggiatore e un senza-casa sta in questo: il primo anche vagando senza meta è a casa nel mondo, il secondo si muove senza un senso.

Mi sono sentito vagabondo in questi giorni. Oggi, andando in giro per l’ennesima casa, nell’ennesima giornata di incontri, ho compreso. Non so se in effetti quando ti compare una chiave di lettura, un senso, per le cose che ti succedono, sia in realtà il prodotto della voglia di trovare un senso. Però quando questo compare, sembra che tutto si incastri, e alla fine non credo abbia poi importanza se si tratti de il senso delle cose. L’importante è l’effetto che produce: non rende le cose più facili, ma aiuta a stringere i denti. Dare un senso alle cose aiuta a viverle.

Il senso che ho trovato è una grande lezione che avevo bisogno di tatuare a fuoco sulla pelle. Il dolore è sempre dolore, quello di una pianta che buca la terra non è differente da quello del seme che muore. Ogni differenza è un’illusione. Ma apprendere questo insegnamento è differente dal capirlo.

Quello che per il bruco è morte, per il resto del mondo è una farfalla.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 3 del mese 05 dell'anno 2009. Un commento — .

Compromessi per Tenere Duro

Oggi mi sono successe due cose molto simili.

Ho visto un appartamento al mattino e ho promesso che avrei dato una risposta alla sera. Ho fatto mezza città perdendo 2 ore perché avevo perso il numero e sono tornato per dire che non prendevo l’appartamento. Potevo benissimo fregarmene, dato che non prendevo l’appartamento. In fondo non è colpa mia se il numero non l’avevo più.

Tornando ho deciso di spendere i miei ultimi 3 euro in una pizza. Dopo il primo morso è andata a fare compagnia al pattume indifferenziato nei cestini pubblici. Potevo benissimo finirla ormai, dato che l’avevo pagata. In fondo non potevo sapere che facesse così schifo, ma era pur sempre commestibile.

In entrambi i casi ho fatto qualcosa che la maggior parte della gente non avrebbe fatto, perché anti-economico. In termini di denaro, di tempo. In fondo occorre trovare un giusto compromesso nelle cose, no?

E’ vero, la vita è fatta di compromessi. Ma non di corruzione. La differenza sta nell’avere ben chiaro cosa si è. Avere ben chiaro cosa si è, non è facile perché la vita è dinamica e anche quello che siamo muta. Però non vuol dire non darsi dei limiti, dei punti di riferimento. Puoi ad esempio sapere con più facilità cosa non sei. Avendo chiaro un limite, sai che il compromesso non ti corrompe, perché lo stesso compromesso ha un limite. Se permetti al compromesso di vivere al posto tuo, di decidere contro quello in cui credi, allora è corruzione.

Succede che a volte le eccezioni sembrino la strada semplice. Lo sono in effetti. Nel breve periodo. Il compromesso appare la soluzione più vantaggiosa solo perché la meno costosa. I corrotti e gli integralisti hanno vita facile. I primi vivono subendo compromessi sempre, i secondi non ne fanno mai. Entrambi rifiutano il confronto. In mezzo c’é chi vive di compromessi ma rischia di essere risucchiato da questi due estremi.

Per non essere integralista-apriorista, sono venuto a Milano, per mettermi in gioco. Per non diventare un corrotto che vive appendendo al muro della contingenza i propri sogni e principi, ho preferito dire basta, arrivare a piedi fino alla casa di una vecchia o buttare via una pizza che non volevo pur avendone desiderio.

E’ una linea. Sottile. Eppure è una linea che traccio io, e che è lì per me. Se la valico di un millimetro o di un metro, è uguale. A quel punto la linea non c’é più, anche se l’ho tracciata. Avere il coraggio di scendere a compromessi senza diventare corrotti è un sfida non semplice.

Io non sono un ottimista. Sono uno che ha fiducia. E non ho fiducia perché credo nel lieto fine. Ma perché la fiducia è come una candela accesa quando tutto è buio: non vedi nulla comunque, ma è pur sempre meglio che andare senza.

Adesso è tutto un grande caos. Ma non è una scusa per smettere di essere me stesso. Anche se questo è il momento peggiore per esserlo. E’ un momento che mi costringe al compromesso. Ma non mi lascerò corrompere.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 04 dell'anno 2009. 2 commenti — .

Perché?

Insonnia. Perché?

Il perché è la domanda più insidiosa di tutte. Quando inizi con un perché sai sempre da dove parti, ma non sai mai dove arrivi. Non esiste un “perché?” isolato, spesso “perché?” è solo preludio ad un altro “perché?”. Ognuno di questi perché è come una badilata: separa la nuda superficie delle cose dove gli arbusti mostrano rami aggraziati e colorati petali, dalla buia e umida cavità dove solide le radici nutrono quei rami e petali con gli scarti del mondo.

Tutto quello che muore va alla terra, tutto quello che cresce viene dalla terra. La superficie è un confine che separa ciò che vuole essere da ciò che è. La superficie è un muro che trattiene ciò che non è fatto per essere visto da ciò che o è.

Eppure nessun petalo, per quanto bello, vive senza radici. Nessun ramo s’illuminerebbe del calore del sole, se non vi fosse una radice al buio dell’umida terra. La differenza sta che entrambi si allungano e si accrescono nell’elemento che amano.

Un perché attacca quella superficie, punta alle radici, vuole la sostanza delle cose. Eppure, se anche riuscisse ad avere ragione delle radici, non avrebbe placato la sete che l’ha mosso. Avrebbe solo ucciso la pianta.

Per osservare le radici devi separarle dalla terra a cui sono avvinghiate. Se le dividi dalla terra, non sono più radici, ma morti prolungamenti inutili.

Il modo di capire deve essere un altro. E a me non riesce di dormire.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 03 dell'anno 2009. Un commento — .

Niente ha Senso

By nromagna

Le cose e gli avvenimenti sono insensati. Niente porta con sé un senso a priori. Neppure le persone. Tutto è senso ma nulla ha senso. Questo paradosso è semplice da spiegare, ed è il motivo per cui in questi frangenti poco facili della mia vita, così come in altri peggiori del passato, non sono impazzito.

Le cose o gli avvenimenti sono come gli appoggi di una scalata: li metti in successione e hai fatto il tuo personale percorso nel tentativo di raggiungere i tuoi obiettivi. Ma quegli appoggi non sono là perché sono una strada per la vetta. Neppure la vetta è lì per essere tale. Solo nella testa di chi scala esiste una vetta, e solo la testa di chi scala vede un percorso per raggiungerla.

Gli spuntoni che usa acquistano un senso in funzione dell’obiettivo e della visione di chi scala la parete, usandoli.

Diventano strada, percorso non perché esistano oggettivamente1 come tali, ma perché per noi diventano tali.

E’ come alzare gli occhi al cielo e riconoscere le costellazioni: ordiniamo il cielo per schemi coerenti e sensati, eppure le stelle di una costellazione non si conoscono neppure: se potessimo vederle da una prospettiva differente scopriremmo che sono fra loro anni luce distanti e non si conoscono affatto: figuriamoci fare parte di qualcosa di comune. Ancora una volta il senso è nella testa di chi guarda.

L’essere umano ha bisogno di dare senso alle cose, alla realtà che lo circonda, alla propria vita, alle persone. Dare un senso significa mettere ordine, riuscire a prevedere e quindi combattere la caoticità che chiamiamo caso solo perché non riusciamo a capirla. Caos è tutto quello da cui fuggiamo perché è tutto quello a cui non è possibile dare senso. La paura di quello che non conosciamo è l’origine del bisogno di dare un senso.

Se siete ignoranti in fatto di costellazioni, vi capiterà di alzare gli occhi al cielo, e se siete così fortunati da non essere in città, lo spettacolo che vi si para innanzi sarà portentoso: un oceano di luce. Per voi non esistono i millenni di storia della navigazione che hanno plasmato le costellazioni come le conosciamo adesso. Non esistono neppure le tonnellate di carta su cui gli astrofisici hanno segnato le loro scoperte e teorie. Per voi c’é qualcosa di nuovo e vergine, un manto di neve appena caduto. E lì probabilmente, la prima cossa che farete, come ogni uomo prima di voi ha fatto, sarà tracciare linee, forme mentali, mettere ordine in quell’oceano. Così facendo create un senso, una realtà. Sarà diversa da quella condivisa. Avrete costellazioni dalle forme stravaganti che portano il vostro nome. E così avrete incontrato l’importanza del caos, dell’indifferenziato: generare.

La realtà nasce dall’indifferenziato, dal caos, dal non senso. Dal senso non è mai nato nulla. Il senso traccia strade e percorsi, non genera montagne e pianure.

Il senso nasce solo dal caos, il caos è un senso che diventa insensato, o una realtà spogliata del suo abito soggettivo ((Il Wu-Chi o l’indifferenziato taoista)).

Se alla base di tutto c’é il caos, il non senso, e noi viviamo in mondo in costante costruzione di senso, vuol dire che tutto quello che abbiamo attorno a noi è creato da noi. Direttamente, attribuendo significati e sensi diversi alle cose, o indirettamente, condividendo ed avallando il senso delle cose che prima di noi qualcun altro ha costruito, lasciandolo in eredità a noi nei nostri tratti socio-culturali storicamente condivisi.

Il punto è che il senso non esiste. E’ una convenzione (e quindi) relativa. Questo non vuol dire che non sia importante! E’ sommamente importante per almeno due ragioni: la prima è che noi e solo noi siamo gli unici responsabili della realtà che ci circonda. Noi siamo titolari di un potere di scelta pressoché infinito2. Il secondo motivo per cui questo senso relativo che viviamo è importante è proprio perché è solo uno fra i tantissimi possibili. Se siamo liberi di scegliere la nostra scelta assume un significato, solo allora! Arrivare primi in una gara con un solo partecipante non è certo lo stesso che vincere in una competizione di un milione di concorrenti.

Tutto questo per dire che le nostre scelte sono enormemente importanti. Anche quando le compiamo in modo inconsapevole. Gli effetti di ogni singolo nostro respiro3, non sono mai neutri. Ma per bilanciare questa terribile responsabilità abbiamo in dono la possibilità di scegliere un senso. In definitiva siamo gli unici4 responsabili della nostra vita.

Il problema può anche essere fuori di noi, ma se la realtà esiste solo in funzione del senso che noi — consapevolmente o meno — gli diamo, ciò equivale a dire che la soluzione è sempre e solo, dentro di noi.

  1. Cioé a prescindere dalla soggettività in rapporto a cui li consideriamo, cioé il punto di vista di chi scala []
  2. E’ chiaro che se la mia infinità di scelta coesiste nella pratica con altrettanta infinità di scelta altrui, possono esserci dei conflitti. Ma nella realtà il meccanismo è come quello dei numeri: la nostra possibilità di scelta non è infinita in ogni direzione/situazione, ma contemporaneamente non è mai limitata in tutto, ha sempre almeno una direzione in cui esprimersi. Esattamente come i numeri, la possibilità di scegliere si costruisce con elementi limitati. Eppure esattamente come i numeri, con 9 cifre si può raggiungere l’infinito []
  3. The Butterfly Effect []
  4. Nel senso di conditio sine qua non []
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 19 del mese 02 dell'anno 2009. 4 commenti — .

La Bussola di Jack Sparrow

Foto (cc-by): Tom
Foto (cc-by): Tom

Chi si ricorda della bussola del mitico capitano Jack Sparrow? Era un manufatto interessante perché al contrario delle bussole normali, non mostrava il nord. Non si basava su un punto di riferimento assoluto esterno a chi la utilizzava.

La bussola di Jack si basava su chi la utilizzava: serviva a mostrare la direzione per raggiungere la cosa che più desiderava il suo possessore. Se non si era convinti di volere qualcosa, la confusione veniva percepita dalla bussola che non mostrava più nulla perché l’ago girava in tondo confuso anch’esso.

In effetti la trovo una metafora calzante per quanti dimenticano che tutti i nostri parametri di riferimento nella vita e tutti gli strumenti che usiamo per orientarci, dipendono sempre e solo da quello che vogliamo e da quanto forte lo vogliamo.

Quando la confusione prende il sopravvento dentro di te, nessuna bussola fuori di te può dirti qual’é la rotta giusta.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 02 dell'anno 2009. Nessun commento — .

Le Rose Cantano.

Come qualcuno si sarà accorto dal post immediatamente precedente, ho appena finito di leggere La Timidezza delle Rose di Serdar Ozkan. 

Sto cercando di capire bene cosa mi ha lasciato questo libro. Sicuramente avendolo appena finito, ho dentro un cumulo di emozioni e sensazioni che forse andrebbero osservate dopo qualche giorno di sedimentazione. Eppure non sarebbe lo stesso.

Il libro in sé mi ha preso leggendolo: l’incipit l’ho trovato abbastanza banale, e dal lato "tecnico" l’autore non è granché. Sarà che avevo appena finito un Pennac. Ma un libro è una storia, e come tutte le storie non si esauriscono nel modo con cui vengono raccontate, anche il valore di un libro non si esaurisce nella tecnica dell’autore o nella grafica della copertina.

La storia è bella. Principalmente per due motivi. Il primo è che affronta un tema – quello della conoscenza di sé e della pacificazione delle proprie contraddizioni – in cui è facile incartarsi o peggio diventare banali e melensi, eppure il libro riesce ad evitare bene entrambe le cose. Il secondo motivo per cui l’ho apprezzato è legato alla qualità contenutistica degli aneddoti e delle storie che propone nel corso della trama principale. Se lo svolgersi della trama non è all’altezza di grandi autori, i contenuti e i momenti creati sono densi di significato.

Ma il motivo per cui sono felicemente scombussolato dalle sue pagine, riguarda una cosa in cui credo, che il libro ripropone. E che viene riassunta da Coelho con la convinzione che tutto intorno a noi ci parli, se e solo se predisponiamo l’orecchio all’ascolto. Ho lasciato tutto quello che avevo accumulato e sono partito verso l’ignoto. L’ho fatto serenamente con l’occasione di cercare risposta ad una domanda che altrettanto serenamente era il momento di farmi, nell’ottica che la risposta a certe domande sia già contenuta nel cercare. Ho avuto in regalo questo libro, scelto senza essere stato letto, che mi ha ricordato una cosa ben precisa che nella mia ricerca ho teso inconsciamente ad obliare. Un po’ come se mi avessero letto i pensieri messi in fondo. Un po’ come quando torni a casa con la voglia di mangiare una cosa ben specifica e trovi che qualcun altro senza saperlo aveva cucinato giusto quello.

Insomma: una bella lettura (nel post immediatamente precedente a questo ho riportato una citazione che a mio parere vale da sola l’acquisto).

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 5 del mese 12 dell'anno 2008. 2 commenti — .

Perseveranza

Da "La timidezza delle rose" di Serdar Ozkan:

Immagina una montagna… Dalla sua cima la vista è meravigliosa. Vorresti esserci, ma la vetta sembra così lontana che perdi la speranza di raggiungerla. Rinunci dicendo: "Non ci arriverò mai". La verità è che i passi di coloro che hanno raggiunto la cima non erano più lunghi dei tuoi. Ma hanno solo continuato a mettere un piede davanti l’altro. Non sono i miracoli a fare accadere l’impossibile, ma la perseveranza. E’ così che l’acqua consuma la pietra.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 5 del mese 12 dell'anno 2008. Nessun commento — .