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Tutti gli articoli su significato

Prendi Tempo

Prendi tempo.

Smetti di fermare il vento.

Non dire quello che non sento,

prendi tempo.

Illudi l’occhio, evita il tocco, muori dentro, esplodi lento.

Nessuno ha bisogno di una fine plateale.

Nessuno applaude: silenzio immortale.

Stenditi bene e osserva le stelle: il riposo è orizzontale,

come la morte che né improvvisa né lenta arriva.

Che non arriva.

Che non salva.

No: la condanna è una nuova alba.

Il mio domani certo, il tuo oblio in petto.

Muore il sole ogni tramonto, risorge il dì seguente,

Innumerevoli suoi ritorni conto, nei più belli non eri assente.

Prendi tempo, ma resti impotente.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 11 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Meraviglioserrima (Hope)

«Non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia. Non abbiamo saputo superare l’ostacolo, come eravamo assolutamente decisi a fare, ma la vita ci ha condotti di là da esso, aggirandolo, e se poi ci volgiamo a guardare il lontano passato, riusciamo appena a vederlo. Tanto impercettibile è diventato»

Questo lo ha detto uno che di queste cose se ne intendeva (M. Proust). Ho testato la veridicità di questa asserzione ormai 4 anni fa circa.

In questi 4 anni però ho usato questa frase come una clava. Una clava per difendermi dall’impegno. Una prova matematica che tanto se tutto scorre nel fiume di Eraclito allora al primo ostacolo o rallentamento posso uscire. Anzi lo preferisco: preservi il bel ricordo e ti godi la morte violenta (dolorosa, ma pirotecnica) rispetto alla noiosa e già vissuta agonia lenta. Come diceva Marx «un modo di vedere è anche un modo di non vedere», quindi in effetti non esistono esperienze/teorie sempre giuste, e neppure quella di Proust lo è. Vale nei casi di fallimento. Ma il fallimento è un concetto relativo perché dipende dall’impegno che ci abbiamo messo nel conseguire il risultato. Quindi dichiarare fallimento immediato e improvviso è si una morte violenta, ma anche una volontà di lavarsene le mani.

Fino a ieri ho sempre intimamente ragionato così. E questo mi ha anche inconsciamente spinto a scegliere sempre di vedere le cose morte al primo colpo. Non sono uno da massaggio cardiaco: se l’ho fatto è stato sempre senza convinzione.

Quando ero bambino avevo paura di saltare dall’albero, anche se tutti prima di me avevano saltato. Allora semplicemente mi ci misero sopra. E mi spinsero giù. Scoprii che la mia idea, assolutamente sacrosanta e basata su considerazioni che ritenevo solide, era in realtà completamente sbagliata. Capita. Non sempre, ma capita. Il punto è che quando la sensazione non è piena al 100% non vuol dire che sia tutto da buttare, perché altrimenti niente durerebbe. Ma soprattutto: il mio essere fan della morte violenta ha sempre riproposto il salto dall’albero: meglio convincersi ed evitare di verificare. Meglio scambiare una possibilità iniziale (farsi male) per quanto probabile, con una certezza, che viene solo dopo aver provato fino alla fine. Ma da soli non si va da nessuna parte: serve sempre qualcuno che ti faccia saltare. Il modo migliore per restare della propria idea è quindi chiudere ogni possibilità di confronto. Di farsi afferrare e mettere sull’albero.

La cosa che ho imparato in questi giorni è che quando ti interessa davvero non ti importa neppure del massaggio cardiaco. Sei disposto a scendere nell’Ade per riprenderti la tua Euridice. Scoprirmi capace di questa tenacia, dovuta alla qualità delle cose che ho vissuto, mi ha fatto sentire un essere umano. Folle, ma allo stesso tempo vulnerabile. Ho imparato che con un folle non puoi ragionare. Perché per quante convinzioni convincenti puoi mettere sul tavolo, lui vede sempre quello si può fare, anziché quello che si è fatto.

In fondo, ho imparato che (pos)so fare cose che non credevo. Se ho accanto qualcuno che mi fa venire voglia di tirare fuori tutto e oltre. Ancora una volta: si impara a superare sé stessi solo con le persone che amiamo. Qui subentra la retorica delle delle cose incollate: se una cosa è andata il suo ritorno è solo una brutta copia. Vero. Ma non tutto quello che si rompe si incolla: un guscio deve rompersi. Se ti fermi al rumore e al dolore della rottura perdi la differenza fra il vaso e l’uovo: entrambi si rompono ma solo uno vive la rottura come un livello successivo e più profondo di esistenza. Un mondo che cresce e poi entra in crisi perché spinge per superare i propri limiti: questa è la vita che esce dall’uovo. Dal punto di vista del pulcino è un dolore incredibile. Che ha un senso solo se sopravvive. Un guscio s’é rotto, ma non mi interesserebbe reincollarlo, non mi è mai passato per la mente. Finché c’é amore le rotture sono parti. Solo la presenza del sentimento ti fa sentire uovo e non vaso. Altrimenti, siamo semplicemente in un negozio di cristalli: per quanto belli la loro fragilità non li farà durare tanto.

Ho perso una persona magnifica, non sono stato in grado di tenermela e questo fallimento mi segna profondamente. Mi fa stare malissimo. Adesso o morirò lebbroso o vivrò da Giobbe. Di certo il guscio s’é rotto. E le cose si vivono in due. Per cui, dopo una persona meravigliosa, adesso aspettiamo per una meraviglioserrima.

Nella mia sofferenza sono un po’ lieto di non aver chiuso gli occhi.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 10 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Ricorda

A volte ci perdiamo.

Fissiamo il vuoto, ci immergiamo in un paio di occhi, non ci orientiamo fra svolte e incroci. Tutto questi modi di perdersi hanno in comune che ci si trova senza punti di riferimento. O meglio: non si riesce ad individuarli. Ma loro restano li, ci sono.

Il problema nel perdersi è quando non sai di esserti perso. C’é un momento in cui sei ancora convinto di muoverti con consapevolezza in un contesto che conosci. E poi di colpo il risultato ti spiazza. Oppure ti volti e non vedi quello che eri certo fosse li. E la sensazione fulminea si concretizza come un pugno allo stomaco: ti sei perso.

A volte ti perdi volendolo fare, altre volte ti smarrisci tuo malgrado.

Il trucco forse sta nel seminare riferimenti in tempi buoni, come le briciole di pollicino. Questi riferimenti sono cose o persone che ti servono da memoriale. La loro esistenza ti sussurra continuamente: ricorda.

Ricordati che da qui sei già passato, ricordati che non ritrovi forse la strada vecchia ma ne esistono di nuove. Ricorda che cosa hai imparato.

Ricordati che c’é sempre un motivo, anche se non lo vedi subito.

Io i trucchi li ho finiti, e le energie pure. Però sono intimamente curioso di vedere che c’é dopo. Come si svolge la trama. Quantomeno ripassando dallo stesso punto sfiori le tacche segnate e scopri che anche se quel posto è immutato nei tuoi ricordi, tu sei cambiato, sei diventato più alto: sei cresciuto. E non solo nei centimetri: hai anche imparato.

Ho imparato che per quanto mi incazzi certe cose non posso cambiarle. Ma ho imparato anche che ciò non significa rinunciare ad incazzarsi: la rabbia è amore che esplode. Ultimo rispettoso saluto in un capodanno di botti.

Ricorda.

Può essere medicina o veleno.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 10 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Le Cose Belle Arrivano Sempre.

C’é una lezione molto fraintesa dello Zen e di molti modi simili di affrontare la vita come lo Stoicismo o il Buddhismo. Questa lezione è la lezione del distacco. Secondo questo fondamento di molte dottrine, la libertà sta nel non essere legati al mutare della realtà.

Ti succede qualcosa di brutto, o perdi qualcosa di buono. Ma non devi preoccuparti: perché qualcos’altro di buono arriverà prima o poi. Arriva sempre.

Questo modo di pensare può essere giusto. Ma non sempre sano. Perché l’aspetto negativo del distacco è solo la superficie del concetto. Se ci si ferma alla superficie si resta intrappolati in un inferno dove niente ha valore! Non vale la pena di sbattersi per difendere alcunché! Perché faticare se tanto tutto è caduco e tutto perisce?

Un insegnamento buddhista vede la vita come un ponte e chiama stolto chi vi costruisce la casa. Ma ciò che non dice è che parimenti stolto è chi attraversa questo ponte di fretta. Senza essere presente.

La teoria del distacco è proprio questo: essere eternamente presenti. Dove eterno non vuol dire ‘per sempre’ ma ‘in ogni attimo’. Significa godersi le cose belle e soffrire per le brutte, senza preferire le une alle altre. Significa viverle davvero perché liberi dalla paura che cambiando possano morire.

Secondo il distacco se hai una cosa bella non è niente per cui affliggersi nel caso in cui non ci sia più. Ma non vuol dire che non abbia valore! Bensì che in questo modo sei totalmente libero di decidere cosa abbia valore e cosa no. Senza la paura di sbagliare o di perdere.

Le cose belle sono uniche: preservale. Anche se ne dovessi vivere un milione. Le cose brutte sono uniche: vivile ad occhi aperti e impara. Ma non programmare di causarti le une o le altre con leggerezza. Perché la preferenza è il primo, tenero germoglio dell’attaccamento.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 10 dell'anno 2010. 7 commenti — .

Vertigine

L’Uomo nacque dall’Acqua. Attraverso la sua opaca trasparenza vide però la Terra e se ne innamorò. Scalò l’altezza per amore dell’asciutto, sfidò sé stesso, si trasformò, e tutto questo per amare la Terra ad ogni passo.

La Terra accogliendolo, imparò ad amare quell’essere così inusuale fra tutti quelli che la percorrevano: l’uomo infatti la carezzava col passo. La Terra ricambiò l’amore dell’uomo abbellendosi, offrendogli tutto quello che poteva servire all’Uomo e di più: lo sorprese, cambiamento dopo cambiamento lo assecondò per non fargli rimpiangere l’abbraccio dell’Acqua.

Ma un giorno l’uomo guardò ancora in alto, e vedendo il cielo, con le sue nubi e le sue stelle, ne restò folgorato. Ossessionato dal cielo imparò ad ergersi in piedi nel tentativo di toccarlo, la sua vista non si stancava mai di quella vastità che ricordava gli spazi infiniti dell’Acqua.

La Terra soffrì, ma non tradì il suo affetto per l’Uomo e così protrasse il suo palmo in alto per permettere all’Uomo di salire al Cielo. L’Uomo diede libertà alla sua fame di altezza e salì su ogni dito di Terra che puntava al Cielo. La Terra, moglie tradita, impose però un prezzo all’uomo: la vertigine.

E’ per questo che ogni volta che sfidiamo l’altezza troviamo pronto ad aspettarci il tremito della vertigine. E’ una voce interiore che ricorda come ogni passo che muoviamo verso l’illusione del cielo è un passo che muoviamo lontano da casa. E’ un fremito che ammonisce: il cielo non può essere raggiunto, è una rincorsa infinita. E’ un avviso che ci fa sentire quando ci siamo spinti troppo oltre, perdendo di vista quello che davvero ci fa stare bene, così quotidiano e quindi così facile da non apprezzare.

La vertigine è un sussurrio d’amore. Che noi a volte travisiamo trasformandolo in un laccio che ci impedisce di sperimentare. E’ bello ascoltare la vertigine, ma non lasciarle il compito di guidarci. L’amore lega e da’ senso. Forse c’é un tempo per il richiamo delle stelle ed uno per portarsi dentro la propria vertigine.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 03 dell'anno 2010. Un commento — .

La Pesantezza della Storia.

Qual è il senso di una storia se non c’é nessuno ad ascoltarla?

Comunemente tendiamo a pensare che la storia abbia solo bisogno di qualcuno che la racconti. Pensiamo alla storia come una freccia che per essere scoccata abbia bisogno del braccio dell’arciere che tende l’arco. Eppure se togli il bersaglio, non esiste arciere. E se togli chi ascolta, la storia perde di senso parimenti.

Tutto è una storia, la nostra vita è una storia. La necessità di avere qualcuno ad ascoltarla è un moto che non risparmia nessuno, un orrore del vuoto che va riempito. Un vuoto che non è silenzio: alcuni silenzi riempiono più delle risposte che rimpiazzano. Raccontare la storia non è infatti una questione di parole, ma anche di gesti, sguardi, odori, ritmi. Tutto parla, tutto racconta.

Il vuoto è l’assenza di qualcuno ad ascoltare la storia. Cosa uccide la storia non è un’altra storia che gli viene opposta. E’ l’assenza di ascolto.

Perché è così orribile? Perché non riusciamo a cogliere l’esistenza senza qualcosa a cui rapportarla. Non posso sapere chi sono senza sapere cosa non sono. Non posso esistere se qualcuno non conosce la mia storia. La vita di ciascuno senza la possibilità di essere raccontata ci libera in uno spazio immenso dove vaghiamo senza punti di riferimento come un astronauta senza nave nell’arcipelago di luci dell’universo, la fuori.

Non esisto se non posso condividere la mia storia con qualcuno. Qualcuno che inevitabilmente la contesterà, o la amplierà. Qualcuno che scrive con me in tutto o in parte, consapevolmente o meno, per breve o lungo tempo. Non esisto se non posso condividere. Ma neppure posso decidere io con chi sia meglio condividere.

Le storie si incontrano contro controllo, contrastano con convinzione ogni costrizione.

La storia trascina il nostro volere come un cane al guinzaglio: pur essendo un tutt’uno e pur essendo la volontà il padrone, non è mai chiaro chi sia a condurre chi.

La stanchezza pesante è il volgere al punto di un capitolo della storia che ha fame di giungere a riposare alla riva di uno spazio vergine di foglio da cui osservare sognante l’incipit sull’altra riva.

Assaporo la mia pesantezza, consapevole che ciò che diventa pesante cade, e lasciandoci, libera ciò che di più leggero v’é nell’uomo: il sogno, incipit del nuovo capitolo.

Una storia va avanti anche se nessuno la ascolta. Una storia va raccontata anche se nessuno ne ha voglia. Perché domani potrebbe arrivare chi vuole ascoltarla tutta, dall’inizio. E che ti fa venire voglia di raccontarla tutta.

Forse quindi non ha senso oggi, ma potrebbe averlo domani. Se la Storia si fa pesante, allora anziché tirarla o spingerla, forse è meglio farla rotolare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 03 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Iniziare a Giocare

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Hai mai osservato un tramonto bellissimo? Hai mai spaziato con lo sguardo sull’orizzonte, dall’alto di una montagna che ci ha messo millenni a crescere? Ci sono emozioni che ci restano dentro, per sempre. Pochi secondi di immagini minacciate dal tempo, ma la chiara percezione di quello che fu, quasi come lo stessi rivivendo. E le senti esploderti in petto, ti possiedono, senti che devi per forza comunicarle, condividerle.

Qual è il valore di una gioia non condivisa? Quale il senso di una emozione non espressa?

Mi sento vittima di qualcosa che si agita dentro, e a furia di subirla inizio a comprenderla meglio. Mi spinge a cercare sempre nuovi limiti, nuovi margini su cui stare seduti ad osservare le due facce di una stessa medaglia diventare una cosa sola. Una frenesia di comunicare qualcosa che ho trovato, un impeto che non controllo di trasformare, di cambiare, di non fermarmi mai, di nutrirmi sempre di nuove persone ed esperienze.

Ho viaggiato tanto ma verso così tante mete che solo adesso capisco di non averne mai avuto una. Mi sento come Ulisse: ho accettato instancabile una meta dietro l’altra solo per non andare verso l’unica che avevo dichiarato di cercare.

In questi giorni ho maturato per la prima volta una (per me) importante risoluzione. Ho deciso di puntare tutto su un sogno. Senza vie di fuga o piani B. Senza pensare al prossimo viaggio. Senza fare finta di voler arrivare da qualche parte e poi procrastinare. Credendoci non perché ci sia un motivo, ma perché voglio farlo. Ricacciando indietro la paura di fallire o la tendenza a conformarmi a quello che gli altri vorrebbero o vedono in me.

Posso dire di aver capito che questa mia frenesia di cambiare il mondo, di conoscere ogni persona e di vivere ogni esperienza, è l’ultimo rigurgito ben piantato della mia incapacità di lavorare su me stesso, di farmi bastare le persone a cui voglio bene e di andare in fondo alle esperienze che vivo.

Questa mia frenesia è un continuo vagabondare per mete esterne per evitare di puntare tutto e direttamente nel viaggio dentro di me. Ho un po’ paura di vedere che succede se rinuncio al mio usuale e comodo modo di dire “vabbé tanto so come si fa”, per sporcarmi un po’ le mani. Voglio correre per saltare il centesimo cancello. E voglio farlo per me stesso. Sarà un duro lavoro.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 09 dell'anno 2009. 4 commenti — .

IgnotAle

Sono appena rientrato. Dovrei scrivere di quanto mi sia divertito e piacevolmente intrattenuto alla Blog Pizza, nonostante un avvio rocambolesco. Vecchi amici come Danilo, Gianni e Davide, persone con cui ho condiviso tanto anche sul lavoro, come Daria e Roberto, nuovi cari amici a cui voglio bene come Daniele e Luca, persone che considero come estensione della mia famiglia come Luca, Claudio, Livia, Ignazio e Leandro, i soliti aficionados come Chiara, Michele, ma anche nuovi compagni di avventura come Andrea e Alessandro, due persone che stimo a crescita esponenziale come Luisa e Daniele e nuovi amici come Giuseppe. Con gli altri il rammarico di non aver avuto modo di chiaccherare, associato alle assenze pesanti di volti che mi ero piacevolmente abituato a vedere a tavola in queste occasioni.

Eppure, nonostante tutto la serata mi rimbalza in mente al punto da stimolarmi un nuovo neologismo: ignotale. Che significa qualcosa di ignoto totale. E non solo.

La cosa che più di ogni altra mi ha colpito stasera è stata il talessello mancante. Manca un tassello, e non so cosa sia. E’ però circondato da altri tasselli noti su tre lati, questo mi suggerisce qualcosa. Ma puntualmente le ipotesi che formulo sulla base dei tre tasselli si scontrano con quell’ultimo lato aperto, un piccolo orizzonte ignotale. Inferiore per estensione alle certezze acquisite, ma così profondo da farle vacillare, con la minaccia di inghiottirle.

E’ come se 2 + 2 facesse 5. Ma in realtà è solo che mi trovo sul davanzale di un universo che non conosco, ma soprattutto che non comprendo, ecco la verità è che quel talessello mancante mi affascina proprio perché mi sfugge.

Mi affascinerebbe se ne afferrassi i contorni? Mi catturerebbe se accettasse di farsi sfiorare? Sarebbe nei miei pensieri ancora se placassi il desiderio di conoscerlo nella sua essenza, senza le protezioni e gli schermi, senza i ruoli e i doveri, semplicemente così com’é?

Per fortuna è l’ora di dormire, che precede solo di poco l’ora di allontanarmi ancora dalla Sicilia, è destino che certe domande riposino senza il caldo abbraccio delle risposte.

Questo talessello non può essere stato fatto per il mio puzzle.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 1 del mese 08 dell'anno 2009. 4 commenti — .

In Crisi Come a Babele

Le prime 3 ore di questa giornata mi hanno confermato che il mio mondo è in crisi. Le persone che mi hanno cresciuto e scaldato con il loro amore, non riescono più a starmi dietro in un mondo che non comprendono. Le persone che più di ogni altra cosa ho amato, mi guardano con diffidenza, e sembra quasi che si affrettino a fraintendermi o ad accusarmi di essere evanescente, ambiguo, volutamente ingannatore o peggio. I miei amici sono distanti, fisicamente e non, rimasti in un mondo che un tempo fu anche il mio.

Non è la prima volta che mi succede. Ma per la prima volta nella mia vita non sono confuso in mezzo alla confusione. Per la prima volta sono totalmente in quiete dentro. Osservo questo turbinio di morte intorno a me, ma ho fiducia. Mi sento in cammino verso un mondo nuovo, di cui l’unica cosa che posso sapere è che sarà diverso.

Guardo a questa diversità con fiducia. Perché mi sento un privilegiato. Mi sento felice non perché tutto vada bene o fili liscio, ma perché ho vissuto emozioni intense, e ho adesso imparato a non metterle in dubbio a posteriori. Ho imparato a fidarmi del dito che passa su una schiena, più della lingua che articola un discorso. Per me è stata una conquista enorme, e tutto contento giro con questo mio nuovo regalo.

Si narra che Dio-YHWH disperse gli uomini confondendo i loro idiomi a Babele, come punizione per aver osato sfidare l’altezza. In realtà gli impedì solo di costruire in altezza, mettendo su un mattone dopo l’altro, parola dopo parola. Come a suggerirgli che è in profondità, sguardo dentro sguardo che si trova la chiave per toccare il cielo.

In questo tempo in cui intorno a me tutti parlano idiomi che non conosco, scopro l’importanza della vera lingua universale.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 07 dell'anno 2009. 3 commenti — .

Si Parte

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Mentre leggete queste righe è molto probabile che io sia in fase di trasferimento a Catania. Nonostante non sia una vacanza non è difficile capire come ne possa essere contento: riabbraccerò persone a cui tengo molto e mi godrò un po’ di mare a parità di caldo.

In fondo Catania è la mia città, il mio ambiente.

Eppure scopro con stupore che non è solo gioia quella che mi si agita in petto. Non l’avrei mai detto ma un po’ mi dispiace partire. Non tanto per la città di Milano ma per le persone che lascio qua e che in questi mesi hanno condiviso con me la mia quotidianità.

Ho vissuto momenti molto difficili qui, ma in questa difficoltà ho trovato (e ritrovato) persone speciali che mi hanno trasformato la vita, a cui ho imparato in così poco tempo a voler bene, perché mi fanno sentire a casa. Mi sento come Giobbe: ho perso tanto e ho ricevuto tantissimo.

E scopro la profonda validità di un luogo comune legato al viaggio: sei a casa dove ti senti a casa. E questo dipende sempre dalle persone.

Grazie.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 07 dell'anno 2009. 2 commenti — .