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Rispetto? Tradimento?

Esiste il dovere di dare certezze? Darle alle persone a cui siamo legati da un vincolo d’affetto?

Sentiamo quasi un moto naturale in tal senso. Parliamo di tradimento e incoerenza come mali che macchiano chi non garantisce agli altri la certezza di una promessa. Di un legame. Di un vincolo. Eppure, nonostante questo moto che sembra non risparmiare che pochi, è impossibile non notare come un simile obbligo sembrerebbe essere di per sé irrispettabile.

Per rispettare un simile dovere dovremmo supporre di avere delle certezze. E quindi di conoscere noi stessi e ciò che vogliamo in modo totale. Ma anche se così fosse non potremmo dire che ciò che sappiamo e che vogliamo, sia poi davvero ciò di cui abbiamo bisogno. E anche se fosse davvero ciò di cui abbiamo bisogno, permarrebbe il problema del cambiamento: siamo noi stessi una realtà fluida, in fieri.

E allora non abbiamo nessun vincolo verso le persone a cui ci leghiamo? Non credo.

Credo che l’unico vincolo sacro sia quello dell’onestà. E non parlo di sincerità totale. La sincerità è sicuramente una componente importante dell’onestà. Ma ogni rapporto ha livelli di sincerità differenti. Per onestà intendo il risultato globale. Che è fatto probabilmente anche di (piccole) omissioni, di marginali devianze forse. Ma l’onestà è una stabilità del rapporto costruita non sull’annullamento di ogni cambiamento. E neppure sul conoscersi perfettamente o desiderare le stesse cose. Questi sono miti. L’onestà mi appare sempre più come la voglia manifestata nel quotidiano, di condividere insieme un percorso individuale che è la vita. Accettando di condividere anche il cambiamento che avviene mentre si cammina. E’ chiaro che camminare tenendosi per mano limita la libertà di movimento. Ma permette anche di restare saldi quanto il vento soffia forte. E di scaldarsi nelle notti invernali. L’onestà è dare calore e prenderne, non necessariamente in parti uguali, ma senza rubare.

Più vado avanti più mi appare chiaro che chi non è in grado di essere onesto con sé stesso, non può esserlo con gli altri. Con nessun altro. Essere consapevoli di sé e onesti verso sé stessi è una fatica. Scomoda. Una strada lastricata di tentativi di felicità falliti. Ma senza quei fallimenti la strada, sterrata, sarebbe molto più difficile e lenta da percorrere.

Secondo me, la coppia muore non quando qualcuno riceve più di quanto da’. Ma quando qualcuno non vuole dare tutto quello che ha, compreso quello di cui va meno fiero. E’ questo far finta di condividere, spingere sulle cose belle, che fa girare a vuoto le cose, come una ruota nel fango. Perché la prima difficoltà reale viene presa come un segno che le cose devono cessare. Oppure come polvere da mettere sotto al tappeto.

La merda esiste. E l’unico modo per smaltirla è farne concime.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Essenza delle cose

E’ un vaso o due profili?

E tu, sei una persona che merita rispetto o no?

Certe risposte sono contraddittorie, perché sono le domande a non avere senso.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 11 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Sorrisi

Ritorno da una delle tante cene in una delle tante giornate, così uniche eppure somiglianti proprio nel loro essere uniche.

Incroci il mio sguardo fra l’aria satura di gocce di pioggia inversa, acqua che vorrebbe tornare da dove è venuta e resta sospesa nell’aria. Aria che ritmicamente riempie i miei polmoni e i tuoi, unendo due estranei in un’intimità sconveniente. Sorrido. Abbassi lo sguardo e tiri dritto. Forse pensi che io sia solo uno dei tanti folli che canticchiano da sotto un cappuccio schiudendo labbra coperte di barba che sa di notti insonni. Forse pensi che io non sia in me. Forse pensi che oltre l’aria io voglia condividere con te qualcos’altro.

E ti sbagli. Fendo l’aria con passo sicuro, ma non ho una meta. Sorrido, ma non a te. Sorrido a me. Perché è in notti come questa, dove non ho chiesto di essere dove sono, dove non ho immaginato di essere come sono, dove non avrei neppure sognato di vivere quello che vivo, in notti come questa succede.

Succede che ripensi a tutto in una volta, il cuore si gonfia e improvvisamente ti sorridi.

Perché ti rendi conto che nessuno in fondo ti ha tolto nulla. Scopri che sai stare bene con te. Scopri che puoi essere follice, e che dipende da te. Che le persone non possono diminuire quello che sei. Ma che con alcune quello che sei può essere compiuto. Come un piano che incontra le dita di un Rachmaninoff.

E finché da solo, in una sera qualsiasi, di una via qualsiasi di una città che potrebbe essere un’altra, ripensi alla tua vita e sorridi spontaneamente, allora c’é ancora speranza.

Ho perso tanto, ma ho ancora voglia di scommettere. Mi hanno amputato un braccio, ma so ancora accarezzare. Forse non oggi, e neppure domani, ma prima o dopo respirerò di nuovo l’aria di vetta da cui mi hanno buttato giù.

Per il momento sorrido a me. E riparto da questo me rifiutato.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 12 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Doni di Natale

E’ Natale.

Non chiederò baci né abbracci. Non chiederò calore né caramelle. Non mi interessa la pace. Né la ragione. Non mi interessa la soluzione. Non m’importa di strenne luccicanti o melodie rassicuranti. Non portarmi dolci strenne né vischio, né renne.

Un anno che ricordo con un nome e non un numero sta morendo. Sono pieno di questa sensazione fino ad esplodere.

E’ un fiato che voglio. Un leggero soffio che questo dolore lo faccia vibrare. Suonare. Né faccia melodia per un’ocarina che instancabile trasformi l’aria di cui siamo saturi in ritmo, in racconto, in emozione. Un lieve sibilo di labbra che sia scintilla. Brucia ciò che satura in un’esplosione che infiamma il cuore in un momento pirotecnico.

Tramonta il sole / ma non muore. / E’ solo andato a scaldare altrove / dove la sua alba cura altro dolore / fino al seguente tramonto / quando l’alba non ti troverà pronto / a cantar la luna ancora intento / è questo il mistero d’amare: / su una spiaggia insieme onde di diverso mare. / è questo il momento colto / prima dell’abbraccio sciolto / è così che poi orfano il cuore è affranto / finché capisce nel suo disio compianto / che ha una stella nel firmamento / che soffre del suo tormento / che lo ama di giorno invisibile / e di notte aspetta il suo amore, immobile.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

26 e 2010

Come i più fedeli compagni di strada sanno, a fine anno mi piace sempre fare un bilancio. Come sempre dico in queste occasioni il Capodanno è per me un momento sacro proprio perché scandisce (e sancisce) lo scorrere del tempo. In effetti il mio bilancio di un anno convenzionale si sovrappone a quello di un anno personale, dato che il mio compleanno è molto vicino al 31 Dicembre.

Ordunque, così come ho fatto nel 2006, nel 2007, nel 2008 e nel 2009, anche per il 2010 mi faccio due conti.

Mentre scrivo sono a Genova, città che ho scelto per riassaporare i ricordi di quest’anno che si appresta a spirare. Il bilancio del 2010 è per me molto importante, perché sembra chiudere dei cicli aperti più di un anno fa.

Andiamo con ordine.

Se sei positivo succedono cose positive. Ho lasciato il buon 2009 pieno di speranze sul 2010. Il 2010 è stato molto impegnativo, ma a conti fatti mi ha regalato molto più di quanto avessi desiderato. Ho 26 anni oggi, un lavoro che mi piace e l’affetto di persone meravigliose.

Tutto parla. L’Universo ti parla con le piccole cose. Ma non deve implicare essere paranoici. In un periodo pieno di affetti mordi e fuggi, in un giorno in cui non avevo per nulla voglia di uscire, ho incontrato per la prima una persona che non mi aveva fatto granché impressione. Che è arrivata in ritardo. E un piccione mi ha pure cagato sulla spalla. Se avessi dato seguito ai piccoli segnali del cosmo, mi sarei perso uno dei periodi più importanti della mia vita.

Essere arditi paga. Seneca diceva che la fortuna non esiste, è solo talento che incontra un’occasione. Ho imparato che essere arditi e sfacciati ti fa fare figure di merda otto volte su dieci. Ma con le due volte che riesci, crei occasioni che ti portano lontano. E ti ripagano ampiamente degli otto fallimenti.

Ho imparato che sono ancora acerbo perché sono una testa calda. Qualcuno mi ha insegnato che nella vita non conta solo avere ragione. Ma anche il modo in cui la rivendichi, la tua ragione. E alla fine se sei convinto delle tue cose non serve urlare: puoi ottenere ciò che vuoi più facilmente in silenzio. Non è il riconoscimento della ragione l’importante, ma ottenere il risultato. Ho cercato di applicare questa cosa negli affetti con risultati disastrosi. Ma sono fiducioso. I primi tentativi sono sempre quelli più scoraggianti.

Anche se litighi furiosamente finché sei autentico e hai una ragione per fare quello che fai, stai creando valore. Sono felice di avere nella mia vita due persone con cui mi sono scontrato duramente. Mi hanno insegnato che ci sono casi in cui vale la pena fermarsi un attimo ad ascoltare anche le ragioni altrui. E trovare un compromesso, mettendo da parte l’orgoglio ferito e la ragione. Perché esistono cose che valgono di più del dimostrare di avere ragione.

Infine ho scoperto di aver sbagliato tutto dall’inizio. Prima vivevo per elemosinare l’approvazione e l’affetto degli altri. Poi ho smesso e credevo di avere acquisito autenticità. Invece vivevo solo per soddisfare l’idea che avevo di come sarei dovuto/voluto essere. Perché non sapevo neppure lontanamente che cosa implicassero alcune parole come autenticità e condivisione. Senza la prima è impossibile la seconda. Ero genuinamente convinto di conoscere la seconda e invece mi sbagliavo. Di colpo l’errore ti diventa palese quando incontri la versione autentica della condivisione. Quella in cui riesci ad essere te stesso. Di più: riesci a trovare compimento di te stesso. Lo scopri per merito di una persona che ti fa da specchio.

L’ultimo insegnamento di questo 2010 è stato che puoi innamorarti di una bellissima rappresentazione teatrale. Quando amaramente scopri che non è realtà ma solo una rappresentazione fedele, capisci che per quanto ci sia differenza fra i personaggi e gli attori, comunque agli attori va il merito di averti fatto amare il personaggio. E di averti fatto scoprire attraverso una rappresentazione, quanto tu possa apprezzare e desiderare realtà che non conoscevi. E che non volevi conoscere. Tornando allo specchio: forse è incrinato. O sembrava avesse una cornice di legno antico e invece è plastica cinese. Magari non è neppure argento quello che hanno usato. Ma non importa. Perché il punto è ciò che riflette.

Concludendo, posso dire che nel 2010 ho scoperto che esistono le bugie, ma che non sono troppo pericolose. Poi esistono anche le bugie che diventano verità perché ce ne convinciamo. O perché le abbiamo prese in prestito da idee/convinzioni altrui che non ci appartengono perché non le abbiamo davvero vissute e fatte nostre. Su queste bugie pericolose edifichiamo castelli che poi sono destinati a franare. Ma il danno sta nel perseverare a ricostruire senza scavare a fondo nuove fondamenta. Quando scavi, qualcosa di buono salta sempre fuori. Perché queste bugie pericolose sono spesso omissioni. Sono silenzi che vorrebbero coprire cose che prima o poi deflagrano, costringendoci a guardarci dentro dove mai vorremmo posare lo sguardo.

Nel 2010 ho imparato ad accettare la sfida di mettermi davvero in gioco senza paura di perdere me stesso vivendo cose che possono cambiarmi anche radicalmente. Prima, senza questa disponibilità, mi riempivo la bocca di parole come condivisione, amore e crescita senza sapere di che stavo parlando, come chi corre per chilometri ogni giorno ma sempre nella stessa una pista circolare: fai tanta strada senza scoprire nulla di nuovo. Il vantaggio è che poi quando ti mettono su strada sei allenato, e quindi impari in fretta.

Non chiuderò il consueto bilancio con un grazie. Ho ottenuto cose bellissime quest’anno. Ma ho pagato tutto fino all’ultimo centesimo. Mi sento come chi in una notte è entrato al casinò con 10 euro, ha vinto 100 miliardi per poi riperderli tutti terminando la serata con nulla. Ho perso solo 10 euro in fondo, ma mi sono divertito parecchio.

Ripartiamo da qui per il 2011.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 12 dell'anno 2010. Un commento — .

Genova

Non ero mai stato a Genova. Mi ha stupito: è molto più mediterranea di quanto mi aspettassi. E’ un groviera che esorbita umanità autentica dai buchi. Un dedalo di bruchi operosi che scavano i propri destini nella mela senza curarsi di ciò che accade sull’albero.

Mi piace Genova. Mi ricorda Catania. Ma anche Salerno. E Napoli. E Bari. Porti di mare.

Sono arrivato a Genova per fare con calma il mio consueto bilancio di fine anno. La scelta non era casuale, ma come spesso accade si è rivelata ancora più azzeccata del ponderato.

Perdendomi per i vicoli di Genova mi sono trovato a pensare come i porti commerciali si assomiglino perché sono un inno al presente. Sono posti pieni di contraddizioni, incoerenti architettonicamente, sporchi e poco curati. Perché la cultura del porto di mare è quella della giornata, dell’eterno presente. Tutto quello che richiede uno sforzo che supera in durata la giornata, attecchisce poco. Tutto quello che hai lo spendi o lo usi per te. Perché sei di passaggio. Anche se vivi e sei nato in quel porto. Anche se ci morirai. Perché un porto è come un ponte: è solo un intermezzo. E’ questo il fascino dei porti del mediterraneo: la loro storia millenaria è lì, a vista, con tutte le proprie rughe. Perché nell’eterno presente si è pragmatici, e la storia è utile solo se ha conseguenze immediate. E nei porti la storia è come i vecchi: una roba da trattare con rispetto, ma di nessuna utilità.

Pensando questo mi sono reso conto di cosa effettivamente è cambiato per me in queste settimane: ragiono meno da uomo di mare e più da montanaro. Comincio a pensare all’inverno che arriva, anziché accorgermi che è già qui. Comincio a pensare a quando fare quello che voglio, anziché dirmi che poi più avanti ci sarà tempo. Comincio a capire che non è vero che se una cosa è eterna non si sfascia mai e se si sfascia vuol dire che non era eterna: se una cosa è duratura è perché vuoi che lo sia e sudi per preservarla, ogni giorno. Perché la pensi e la costruisci sul lungo periodo. Poi magari si sfascia, ma se non ti applichi si romperà con certezza.

Comincio a sentirmi addosso la quieta forza della pazienza che si mescola alla sanguigna sete del tutto subito. Scopro che in fondo in questa confusione che vivo, tra cose che sento con certezza dentro e una realtà fuori che le rigetta come assurde, non è necessariamente un male. Mi vivo il mio presente al meglio, ma resto in attesa di plasmare il mio futuro, non sulla base di astratti piani, ma di concrete opportunità. Avendo ben chiaro cosa ha valore per me.

Del resto, come recita un graffito a NY, Cristoforo Colombo è comunque uno che si è perso.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 12 dell'anno 2010. 4 commenti — .

Singing in Via Niccolini

Stasera tornando a casa cantavo. Ricalcavo con la voce «Una Giornata Uggiosa» di Battisti. E mi è tornato in mente un momento che ho immortalato in un post, che guarda caso è vecchio di poco più di un anno. Il post in questione parlava di una sera che rientrando a casa cantavo1. Era un momento simile a questo: un futuro pieno di nebbia, navigazione a braccio, tutto quello su cui avevo investito era svanito, ero arrabbiato e deluso. Ma non quella sera.

Oggi come allora non ho un motivo per essere felice. Ma pian piano passa il motivo per essere arrabbiato. E’ l’insieme di piccole cose: volti nuovi, piccoli traguardi, progetti abbozzati e un po’ figli del caso. E’ sentirsi un attimo leggeri, come qualche mese fa. La leggerezza di chi ha posato un attimo a terra il fardello e si gode la pausa senza tempo durante un cammino impegnativo.

L’anno si sta chiudendo e si porterà via cose che ho amato profondamente. L’anno si sta aprendo con la consapevolezza che so amare profondamente. Con tutte le paure e le incertezze di sempre, perché quelle sono sempre la, ma anche con la serenità di chi ha imparato a metterle sul piatto gridando ‘all in’ con un sorriso b(l)effardo.

Cosa succederà non lo posso sapere. Un anno fa in quel post mi chiedevo: vale la pena di smettere di sognare solo perché ci si dovrà svegliare? Oggi mi chiedo: è davvero così impossibile far crescere il sogno nella veglia?


  1. Allora ero ospite in Via Farini da un caro amico []
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 11 dell'anno 2010. Un commento — .

Pezzi

La vita parla. Parla attraverso le cose, le persone, gli eventi. Ognuno di noi porta inconsapevolmente un pezzo del puzzle. Un pezzo che non significa niente per nessuno tranne per colui che ha i pezzi adiacenti. C’è come una strana regola di magnetismo per cui a ciascuno di noi capitano i propri pezzi.

Non sempre quello che il puzzle compone è bello o desiderato. Ma è importante comprendere. Perchè solo così con il tempo ogni cosa va al suo posto.

Oggi in modo assolutamente imprevisto ho raccolto un pezzo. Un pezzo piccolo ma importante, perchè completa un quadro che mi aiuta a credere in quello che prima era solo un abbozzo. Anche magra, pur sempre di consolazione si tratta. La consolazione di non essere pazzo ad aver pensato certe cose.

Non è la prima volta che mi succede e spero non sia l’ultima. Non so ancora quale sia l’insegnamento che questo periodo cerca di darmi. Afferro ancora solo poche parole. Ma il senso sta in come le parole sono collegate. E per quello ci vorrà ancora tempo.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 25 del mese 11 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Occasioni Mancate

Calda è la notte che ci coglie insieme, anche nell’inverno più bianco
Radiosa è l’alba che ci sorprende uniti in un’unico fiato, seppure in un giorno che minaccia pioggia.
Senza tempo il mio naufragio nei tuoi occhi, senza direzione il mio percorrerti con le dita.
Il tempo dei silenzi che parlano è diventato tempo delle parole zittite. Mai morte sulle labbra, non giungono però ad orecchio alcuno.

Ogni magia è un’illusione, ma non ogni illusione è sempre magia.

E così, a rincorrere noi nel giardino di cristallo dei ricordi, frantumo certezze ogni volta che provo ad afferrare qualcosa.
In fila, impeccabile picchetto d’onore, le parole profuse salutano meste a questo funerale delle parole mai nate.
Colorato circo di intrepide promesse invecchiate male, lupanare di rugose bellezze svendute, cena di prelibatezze servite la mattina dopo: la pena per le occasioni non colte è il ricordo di ciò che sarebbe potuto essere.
Non il vino bevuto io piango, ma le numerose bottiglie che mai condivideremo.
Anni da vivere per sbiadire istanti di felicità: passeggio per la mia vita senza fretta, solo chi non ha direzione non si perde mai.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 11 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Pioggia

Piove.

Mi prendo due minuti per ascoltare la pioggia. Piove, come sempre è piovuto. Piove, e piccoli laghi che muoiono fiumi si alternano sul vetro, ma non è la stessa finestra. Battito sul vetro, al ritmo di sistole, sembra un piano che percuote la corda mentre il dito accarezza dolce il tasto. I ricordi migliori sono come il buon vino: con il tempo profumano.

Piove, e stanotte è difficile far finta di nulla. Piove, e dietro la maschera che a tratti si incrina, ripenso a molti passati morti.

La pioggia distrugge. La pioggia lava. La pioggia nutre.

Ma solo se chiudi l’ombrello e ti lasci bagnare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 16 del mese 11 dell'anno 2010. Un commento — .