Ho visto un appartamento al mattino e ho promesso che avrei dato una risposta alla sera. Ho fatto mezza città perdendo 2 ore perché avevo perso il numero e sono tornato per dire che non prendevo l’appartamento. Potevo benissimo fregarmene, dato che non prendevo l’appartamento. In fondo non è colpa mia se il numero non l’avevo più.
Tornando ho deciso di spendere i miei ultimi 3 euro in una pizza. Dopo il primo morso è andata a fare compagnia al pattume indifferenziato nei cestini pubblici. Potevo benissimo finirla ormai, dato che l’avevo pagata. In fondo non potevo sapere che facesse così schifo, ma era pur sempre commestibile.
In entrambi i casi ho fatto qualcosa che la maggior parte della gente non avrebbe fatto, perché anti-economico. In termini di denaro, di tempo. In fondo occorre trovare un giusto compromesso nelle cose, no?
E’ vero, la vita è fatta di compromessi. Ma non di corruzione. La differenza sta nell’avere ben chiaro cosa si è. Avere ben chiaro cosa si è, non è facile perché la vita è dinamica e anche quello che siamo muta. Però non vuol dire non darsi dei limiti, dei punti di riferimento. Puoi ad esempio sapere con più facilità cosa non sei. Avendo chiaro un limite, sai che il compromesso non ti corrompe, perché lo stesso compromesso ha un limite. Se permetti al compromesso di vivere al posto tuo, di decidere contro quello in cui credi, allora è corruzione.
Succede che a volte le eccezioni sembrino la strada semplice. Lo sono in effetti. Nel breve periodo. Il compromesso appare la soluzione più vantaggiosa solo perché la meno costosa. I corrotti e gli integralisti hanno vita facile. I primi vivono subendo compromessi sempre, i secondi non ne fanno mai. Entrambi rifiutano il confronto. In mezzo c’é chi vive di compromessi ma rischia di essere risucchiato da questi due estremi.
Per non essere integralista-apriorista, sono venuto a Milano, per mettermi in gioco. Per non diventare un corrotto che vive appendendo al muro della contingenza i propri sogni e principi, ho preferito dire basta, arrivare a piedi fino alla casa di una vecchia o buttare via una pizza che non volevo pur avendone desiderio.
E’ una linea. Sottile. Eppure è una linea che traccio io, e che è lì per me. Se la valico di un millimetro o di un metro, è uguale. A quel punto la linea non c’é più, anche se l’ho tracciata. Avere il coraggio di scendere a compromessi senza diventare corrotti è un sfida non semplice.
Io non sono un ottimista. Sono uno che ha fiducia. E non ho fiducia perché credo nel lieto fine. Ma perché la fiducia è come una candela accesa quando tutto è buio: non vedi nulla comunque, ma è pur sempre meglio che andare senza.
Adesso è tutto un grande caos. Ma non è una scusa per smettere di essere me stesso. Anche se questo è il momento peggiore per esserlo. E’ un momento che mi costringe al compromesso. Ma non mi lascerò corrompere.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 04 dell'anno 2009. 2 commenti — .
Il perché è la domanda più insidiosa di tutte. Quando inizi con un perché sai sempre da dove parti, ma non sai mai dove arrivi. Non esiste un “perché?” isolato, spesso “perché?” è solo preludio ad un altro “perché?”. Ognuno di questi perché è come una badilata: separa la nuda superficie delle cose dove gli arbusti mostrano rami aggraziati e colorati petali, dalla buia e umida cavità dove solide le radici nutrono quei rami e petali con gli scarti del mondo.
Tutto quello che muore va alla terra, tutto quello che cresce viene dalla terra. La superficie è un confine che separa ciò che vuole essere da ciò che è. La superficie è un muro che trattiene ciò che non è fatto per essere visto da ciò che o è.
Eppure nessun petalo, per quanto bello, vive senza radici. Nessun ramo s’illuminerebbe del calore del sole, se non vi fosse una radice al buio dell’umida terra. La differenza sta che entrambi si allungano e si accrescono nell’elemento che amano.
Un perché attacca quella superficie, punta alle radici, vuole la sostanza delle cose. Eppure, se anche riuscisse ad avere ragione delle radici, non avrebbe placato la sete che l’ha mosso. Avrebbe solo ucciso la pianta.
Per osservare le radici devi separarle dalla terra a cui sono avvinghiate. Se le dividi dalla terra, non sono più radici, ma morti prolungamenti inutili.
Il modo di capire deve essere un altro. E a me non riesce di dormire.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 03 dell'anno 2009. Un commento — .
Le cose e gli avvenimenti sono insensati. Niente porta con sé un senso a priori. Neppure le persone. Tutto è senso ma nulla ha senso. Questo paradosso è semplice da spiegare, ed è il motivo per cui in questi frangenti poco facili della mia vita, così come in altri peggiori del passato, non sono impazzito.
Le cose o gli avvenimenti sono come gli appoggi di una scalata: li metti in successione e hai fatto il tuo personale percorso nel tentativo di raggiungere i tuoi obiettivi. Ma quegli appoggi non sono là perché sono una strada per la vetta. Neppure la vetta è lì per essere tale. Solo nella testa di chi scala esiste una vetta, e solo la testa di chi scala vede un percorso per raggiungerla.
Gli spuntoni che usa acquistano un senso in funzione dell’obiettivo e della visione di chi scala la parete, usandoli.
Diventano strada, percorso non perché esistano oggettivamente1 come tali, ma perché per noi diventano tali.
E’ come alzare gli occhi al cielo e riconoscere le costellazioni: ordiniamo il cielo per schemi coerenti e sensati, eppure le stelle di una costellazione non si conoscono neppure: se potessimo vederle da una prospettiva differente scopriremmo che sono fra loro anni luce distanti e non si conoscono affatto: figuriamoci fare parte di qualcosa di comune. Ancora una volta il senso è nella testa di chi guarda.
L’essere umano ha bisogno di dare senso alle cose, alla realtà che lo circonda, alla propria vita, alle persone. Dare un senso significa mettere ordine, riuscire a prevedere e quindi combattere la caoticità che chiamiamo caso solo perché non riusciamo a capirla. Caos è tutto quello da cui fuggiamo perché è tutto quello a cui non è possibile dare senso. La paura di quello che non conosciamo è l’origine del bisogno di dare un senso.
Se siete ignoranti in fatto di costellazioni, vi capiterà di alzare gli occhi al cielo, e se siete così fortunati da non essere in città, lo spettacolo che vi si para innanzi sarà portentoso: un oceano di luce. Per voi non esistono i millenni di storia della navigazione che hanno plasmato le costellazioni come le conosciamo adesso. Non esistono neppure le tonnellate di carta su cui gli astrofisici hanno segnato le loro scoperte e teorie. Per voi c’é qualcosa di nuovo e vergine, un manto di neve appena caduto. E lì probabilmente, la prima cossa che farete, come ogni uomo prima di voi ha fatto, sarà tracciare linee, forme mentali, mettere ordine in quell’oceano. Così facendo create un senso, una realtà. Sarà diversa da quella condivisa. Avrete costellazioni dalle forme stravaganti che portano il vostro nome. E così avrete incontrato l’importanza del caos, dell’indifferenziato: generare.
La realtà nasce dall’indifferenziato, dal caos, dal non senso. Dal senso non è mai nato nulla. Il senso traccia strade e percorsi, non genera montagne e pianure.
Il senso nasce solo dal caos, il caos è un senso che diventa insensato, o una realtà spogliata del suo abito soggettivo ((Il Wu-Chi o l’indifferenziato taoista)).
Se alla base di tutto c’é il caos, il non senso, e noi viviamo in mondo in costante costruzione di senso, vuol dire che tutto quello che abbiamo attorno a noi è creato da noi. Direttamente, attribuendo significati e sensi diversi alle cose, o indirettamente, condividendo ed avallando il senso delle cose che prima di noi qualcun altro ha costruito, lasciandolo in eredità a noi nei nostri tratti socio-culturali storicamente condivisi.
Il punto è che il senso non esiste. E’ una convenzione (e quindi) relativa. Questo non vuol dire che non sia importante! E’ sommamente importante per almeno due ragioni: la prima è che noi e solo noi siamo gli unici responsabili della realtà che ci circonda. Noi siamo titolari di un potere di scelta pressoché infinito2. Il secondo motivo per cui questo senso relativo che viviamo è importante è proprio perché è solo uno fra i tantissimi possibili. Se siamo liberi di scegliere la nostra scelta assume un significato, solo allora! Arrivare primi in una gara con un solo partecipante non è certo lo stesso che vincere in una competizione di un milione di concorrenti.
Tutto questo per dire che le nostre scelte sono enormemente importanti. Anche quando le compiamo in modo inconsapevole. Gli effetti di ogni singolo nostro respiro3, non sono mai neutri. Ma per bilanciare questa terribile responsabilità abbiamo in dono la possibilità di scegliere un senso. In definitiva siamo gli unici4 responsabili della nostra vita.
Il problema può anche essere fuori di noi, ma se la realtà esiste solo in funzione del senso che noi — consapevolmente o meno — gli diamo, ciò equivale a dire che la soluzione è sempre e solo, dentro di noi.
Cioé a prescindere dalla soggettività in rapporto a cui li consideriamo, cioé il punto di vista di chi scala [↩]
E’ chiaro che se la mia infinità di scelta coesiste nella pratica con altrettanta infinità di scelta altrui, possono esserci dei conflitti. Ma nella realtà il meccanismo è come quello dei numeri: la nostra possibilità di scelta non è infinita in ogni direzione/situazione, ma contemporaneamente non è mai limitata in tutto, ha sempre almeno una direzione in cui esprimersi. Esattamente come i numeri, la possibilità di scegliere si costruisce con elementi limitati. Eppure esattamente come i numeri, con 9 cifre si può raggiungere l’infinito [↩]
Chi si ricorda della bussola del mitico capitano Jack Sparrow? Era un manufatto interessante perché al contrario delle bussole normali, non mostrava il nord. Non si basava su un punto di riferimento assoluto esterno a chi la utilizzava.
La bussola di Jack si basava su chi la utilizzava: serviva a mostrare la direzione per raggiungere la cosa che più desiderava il suo possessore. Se non si era convinti di volere qualcosa, la confusione veniva percepita dalla bussola che non mostrava più nulla perché l’ago girava in tondo confuso anch’esso.
In effetti la trovo una metafora calzante per quanti dimenticano che tutti i nostri parametri di riferimento nella vita e tutti gli strumenti che usiamo per orientarci, dipendono sempre e solo da quello che vogliamo e da quanto forte lo vogliamo.
Quando la confusione prende il sopravvento dentro di te, nessuna bussola fuori di te può dirti qual’é la rotta giusta.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 02 dell'anno 2009. Nessun commento — .
Come qualcuno si sarà accorto dal post immediatamente precedente, ho appena finito di leggere La Timidezza delle Rose di Serdar Ozkan.
Sto cercando di capire bene cosa mi ha lasciato questo libro. Sicuramente avendolo appena finito, ho dentro un cumulo di emozioni e sensazioni che forse andrebbero osservate dopo qualche giorno di sedimentazione. Eppure non sarebbe lo stesso.
Il libro in sé mi ha preso leggendolo: l’incipit l’ho trovato abbastanza banale, e dal lato "tecnico" l’autore non è granché. Sarà che avevo appena finito un Pennac. Ma un libro è una storia, e come tutte le storie non si esauriscono nel modo con cui vengono raccontate, anche il valore di un libro non si esaurisce nella tecnica dell’autore o nella grafica della copertina.
La storia è bella. Principalmente per due motivi. Il primo è che affronta un tema – quello della conoscenza di sé e della pacificazione delle proprie contraddizioni – in cui è facile incartarsi o peggio diventare banali e melensi, eppure il libro riesce ad evitare bene entrambe le cose. Il secondo motivo per cui l’ho apprezzato è legato alla qualità contenutistica degli aneddoti e delle storie che propone nel corso della trama principale. Se lo svolgersi della trama non è all’altezza di grandi autori, i contenuti e i momenti creati sono densi di significato.
Ma il motivo per cui sono felicemente scombussolato dalle sue pagine, riguarda una cosa in cui credo, che il libro ripropone. E che viene riassunta da Coelho con la convinzione che tutto intorno a noi ci parli, se e solo se predisponiamo l’orecchio all’ascolto. Ho lasciato tutto quello che avevo accumulato e sono partito verso l’ignoto. L’ho fatto serenamente con l’occasione di cercare risposta ad una domanda che altrettanto serenamente era il momento di farmi, nell’ottica che la risposta a certe domande sia già contenuta nel cercare. Ho avuto in regalo questo libro, scelto senza essere stato letto, che mi ha ricordato una cosa ben precisa che nella mia ricerca ho teso inconsciamente ad obliare. Un po’ come se mi avessero letto i pensieri messi in fondo. Un po’ come quando torni a casa con la voglia di mangiare una cosa ben specifica e trovi che qualcun altro senza saperlo aveva cucinato giusto quello.
Insomma: una bella lettura (nel post immediatamente precedente a questo ho riportato una citazione che a mio parere vale da sola l’acquisto).
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 5 del mese 12 dell'anno 2008. 2 commenti — .
Immagina una montagna… Dalla sua cima la vista è meravigliosa. Vorresti esserci, ma la vetta sembra così lontana che perdi la speranza di raggiungerla. Rinunci dicendo: "Non ci arriverò mai". La verità è che i passi di coloro che hanno raggiunto la cima non erano più lunghi dei tuoi. Ma hanno solo continuato a mettere un piede davanti l’altro. Non sono i miracoli a fare accadere l’impossibile, ma la perseveranza. E’ così che l’acqua consuma la pietra.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 5 del mese 12 dell'anno 2008. Nessun commento — .
Una delle cose che mi ha entusiasmato delle (impropriamente definite) religioni orientali e del taoismo in particolare, è la concezione di Dio. Dio non c’é perché tutto è Dio. Per uno cresciuto a pane e Bibbia era un pensiero di un fascino peccaminoso.
Se togli Dio dalle cose e dalle persone per metterlo dentro una chiesa, monopolio di intermediari autorizzati, dentro dei libri ma non in altri, crei una differenza. Crei qualcosa dove c’é Dio e qualcosa dove Dio non c’é. E’ la radice della differenza fra giusto e sbagliato, fra permesso e vietato.
Con l’amore è lo stesso. Nessuno può vivere senza questo sentimento, proviamo quotidianamente una scala ricchissima di sfumature del sentimento chiamato amore. Ma abbiamo solo due miseri termini per esprimerlo: ti amo e ti voglio bene. E li dobbiamo usare per una quantità di persone che ci suscitano amore in quantità e scale molto differenti!
Ma la cosa peggiore di tutte è stata quella di limitare l’amore. L’amore è per una sola persona. L’unica. Il resto è affetto. Deve essere affetto. Una persona alla volta e quella giusta è per sempre. Esattamente come Dio nella sua cattedrale abbiamo creato un mondo in bianco e nero: amore e senza-amore. Limitare l’amore ha una conseguenza terribile: significa creare il senza-amore. Significa cercare le risposte ai propri vuoti in qualcosa che dovrebbe colmarli perché così ci siamo convinti, così come siamo certi che nella latta di pelati ci sia pomodoro pelato, solo perché fuori l’etichetta recita così. Un mondo che vive convinto che l’amore sia solo quello, una formula che è uguale per tutti in ogni epoca, è un mondo sterile. Ma soprattutto è un mondo violento.
Perché se tutti abbiamo bisogno di amore e questo amore esiste solo in una data forma, allora noi dobbiamo avere quella forma. Dobbiamo realizzare nella nostra vita quel modo di vivere l’amore perché siamo disperatamente certi che sia l’unico. Così disperatamente che costi quel che costi lo cerchiamo affannosamente e inseguiamo qualsiasi cosa gli somigli a primo acchito. Anche a costo di fare violenza sugli altri. Ma soprattutto anche a costo di fare violenza su noi stessi, per adattarci all’unico modo di amare ed essere amati ritenuto possibile.
Perché la verità, che tutti potremmo constatare se solo smettessimo di guardare alla realtà da dietro gli occhiali delle nostre convinzioni infondate, è che l’amore è dappertutto. Come Dio. Non (solo) dentro una chiesa e neppure dentro un matrimonio. E’ ovunque, è negli occhi e sulla lingua di ogni persona che incontro. Questo non significa che se l’amore è ovunque, tutto si equivale: il mondo ha tante sfumature e scale di priorità quanti sono gli esseri umani.
Ma vuol dire una cosa importante: se ti stai preoccupando per qualcosa che ti sembra insolubile, forse è il caso che ripensi al problema in altri termini, da un’altra prospettiva. E magari scoprirai che in fondo, quello per cui saresti disposto a uccidere e ucciderti, non è poi così unico e raro. Non significa che non abbia valore. Ma solo che hai creduto alla bugia per cui le cose davvero importanti siano uniche. L’aria è più importante di un mega diamante.
Eppure è dappertutto e la respiriamo da miliardi di anni.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 10 dell'anno 2008. Un commento — .
La vita ha un suo corso naturale che inevitabilmente va dato per scontato. Si nasce bambini e si muore vecchi. Ma cosa succederebbe se invece di nascere bambini, foste nati vecchi e crepaste da infanti? Attorno a questo viene costruito un film che aspetto, Lo Strano Caso di Benjamin Button.
Il genere Fantasy che trovo riuscito è quello che racconta storie impossibili (nella realtà) per spiegare meccanismi reali. Il motivo per cui aspetto la storia di Benamin, è che nonostante non si possa invertire il flusso della vita, la verità è che davvero siamo tutti un po’ Benjamin.
D’accordo, nessuno di noi nasce vecchio né tantomento ringiovanisce al progredire dell’età. Ma la situazione in cui si trova Benjamin Button l’abbiamo vissuta. Invecchiare o ringiovanire sono due versi della stessa direzione, il tempo scorre in un senso e in un altro. Questo fa sì che Benjamin sia completamente fuori luogo da bambino nel suo contesto, ma anche da vecchio. Eppure ha una finestra di possibilità per vivere le sue relazioni affettive esattamente quando il processo di ringiovanimento e quello di invecchiamento si incrociano, nelle età mediane.
A chi non è capitato di vivere una realtà perfettamente coerente con il proprio sviluppo, solo in alcune finestre di possibilità? C’é un’occasione di incastro che ti viene data, prima o dopo sei fuoriluogo. Esattamente come Benjamin ci incastriamo in dinamiche che calzano, ma spesso la forza dei percorsi di vita tende a fluire fra due persone verso mete differenti. C’é chi "invecchia" e chi "ringiovanisce", di certo ci si incontra solo in determinati momenti.
Ed è questo che da valore a quei momenti, perché la vita poi ti porta da una parte e ti costringe a non poterti portare tutto dietro, soprattutto persone che hanno una meta diversa. E’ un po’ un invecchiare mentre l’altro ringiovanisce, o viceversa.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 5 del mese 10 dell'anno 2008. Nessun commento — .
Da un paio di giorni ho iniziato il trasloco. Non è un trasloco come gli altri, provvisorio e della durata di un mese, è un trasloco definitivo. Questo evento più altri che stanno capitando attorno a me, mi hanno offerto occasione di riflessione. Una riflessione che mi ha mostrato quanto questi 5 anni mi abbiano profondamente mutato.
Il trasloco mi ha "costretto" a riprendere in mano oggetti e ricordi di passati diversi. Mi ha catapultato laggiù. Mi ha fatto rendere conto di come tutto abbia un senso anche se occorrono anni per capirlo. Una delle cose in cui sono profondamente mutato è la consapevolezza che quello che ho vissuto avesse un inestimabile valore, proprio perché non tornerà. Una volta avrei invece pensato che essendo destinata a morire, un’esperienza non vale la pena di essere vissuta, neppure superficialmente. La cosa che mi piace di inscatolare la mia roba, è che in 23 anni ho sempre fatto le valigie, metaforicamente e non, sempre per fuggire, mentre oggi non scappo, semplicemente è giunto il momento di andare da un’altra parte.
Un’altro flashback interessante me l’ha fornito una chiaccherata con una persona che stimo molto. Questo salto indietro mi ha ricordato di come tendessi sempre a spettacolarizzare e a drammatizzare la mia vita per dare un senso alla mia voglia di sentirmi unico, la maschera dietro cui in fondo celavo la mia voglia di elemosinare amore dal mondo. Sentirmi parlare sposando la causa del pragmatismo ponderato, o meglio dell’armonia delle cose più che della selezione delle cose, mi ha fatto per un attimo apprezzare quanto il mio pensiero e la mia finestra sul mondo siano cambiati. Il titanismo (alfieriano) drammatico in cui mi rifugiavo, la necessità di sentirmi stoico e perseguitato, erano tutte espressioni di una ricerca sbagliata, nel senso che mirava a cercare all’esterno qualcosa che solo io potevo darmi. Gli altri che mi facevano torti, erano importantissimi per me. Perché mi davano l’opportunità di chiedere, di pretendere, affetto. E se non c’era affetto, potevo sempre scaldarmi al fuoco dei perseguitati, perché in fondo fare dell’altro un nemico da odiare è un ottimo surrogato dell’assenza di affetto. Amato od odiato esisti per qualcuno. L’indifferenza mi risultava insopportabile, perché faceva di me un’ombra, un’invisibile che non esiste. E così, nella mia incredibile fame di dire "io esisto", ho acceso un enorme cartello segnaletico alimentato a corrente alternata, in cui odio e voglia di essere amato mi facevano sentire almeno un po’ in diritto di esistere.
Quando hanno ucciso il vecchio me, morto in una lunga agonia, ho creduto che tutto fosse finito. Che il titanico tallone del destino mi avesse definitivamente trovato il posto che mi compete. E invece – sorpresa – ho scoperto che rotto il guscio del vecchio me, è uscito fuori qualcosa che non mi aspettavo. Qualcosa che ha covato indisturbato e silenzioso sotto la cenere del mio nichilismo, crescendo pian piano. "Così come il nocciolo del frutto deve rompersi perché il suo cuore possa esporsi al sole", e parimenti scoprì che l’unico nemico del mio desiderio di essere scaldato al sole, era il mio guscio, non gli altri che davanti a me facevano ombra. Insomma: è quando smetti di dimenarti incazzato e ti arrendi, che inizi a stare a galla spontaneamente.
A volte è difficile capire, ma due cose non dovrebbero mai abbandonarci: la prima è la fiducia nella possibilità di un domani migliore, la seconda è la capacità di staccare il cervello per sentire il cuore. Quest’ultima è una condizione difficile, perché spesso peggio di certe domande ci sono solo le loro risposte.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 07 dell'anno 2008. Nessun commento — .
Solitamente non chiedo mai nulla a chi mi legge. Non pongo regole perché questo blog è uno spazio libero dove condivido pensieri. Oggi infrango momentaneamente questa regola, e vi chiedo di leggere tutto questo post, oppure di non leggerlo affatto. Soltanto vi prego di evitare la via di mezzo. E’ solo una storia, ma come tutte le storia se la si legge a metà è peggio che non averla letta.
- L’arcobaleno! – Esclamò Joscha – l’arcobaleno ha cacciato via la pioggia!
Joscha amava l’Arcobaleno e come lui tutti gli abitanti del suo villaggio. Arcobaleno significava che la pioggia era finita, e si poteva di nuovo uscire fuori a giocare. Esattamente come ogni volta, anche quella volta Joscha uscì a salutare la striscia di luce colorata che si stagliava come un sorriso al contrario verso casa sua.
L’Arcobaleno era felice di tutta la gioia che circondava la sua apparizione. Non era molto d’accordo con i bambini lì sotto, perché in fondo a lui la pioggia non era antipatica. Percepiva quello stretto legame che lo univa alla vita della pioggia, come un riflesso non può esistere senza il suo specchio. Ma ecco che come dopo ogni temporale, tutti erano lì festanti a ringraziarlo di essere infine arrivato. L’arcobaleno era già preparato a udire le richieste e le affermazioni più strane, centinaia e centinaia di volte era apparso nella sua storia, e ormai conosceva a memoria tutte le espressioni di gioia degli umani.
Passando inosservata una bambina si stacco da gruppo e a mezza voce chiese all’Arcobaleno una risposta.
- Bambina mia, come ti chiami?
- Miska – rispose la bambina – e voglio sapere una cosa su di te.
- Va bene Miska – replicò benevolo l’Arcobaleno – chiedi pure e io vedrò di soddisfare la tua curiosità.
- Di che colore sei?
- Di che colore sono? Mmmm vediamo… ecco… non saprei…
In tutti i suoi anni nessuno aveva posto all’Arcobaleno una simile domanda. Il povero Arcobaleno chiese alla bambina di attendere, aveva bisogno di pensarci su. Chiese allora a tutti i suoi colori di dargli una mano a rispondere.
- Ma è chiaro – disse subito il rosso – sei rosso. Non vedi?
- Be’ non è vero se ci sono io non può che essere arancione – sopraggiunse il suo vicino.
- E a me dove mi mettete? – disse il verde.
- Sei chiaramente giallo – aggiunse il giallo.
Il povero Arcobaleno era più confuso di prima. Rosso, arancione giallo, verde, azzurro, indaco e violetto vociavano litigiosi senza tregua. Alla fine tutti dovettero convennere che non si poteva dar risposta alla bambina. Ad un tratto il rosso suggerì: – perché non ci mescoliamo tutti insieme? Faremo di tanti un’unico colore, il colore che ne uscirà sarà il colore dell’Arcobaleno.
Tutti ci pensarono un po’ su e alla fine, molto curiosi decisero di provare. La pioggia successiva l’Arcobaleno era molto emozionato. Per la prima volta in tanti anni avrebbe sfoggiato una nuova pelle, e avrebbe saputo di che colore era. Quello che videro gli abitanti del villaggio dopo la pioggia fu un enorme solco scurissimo che attraversava il cielo. Ne ebbero paura più della pioggia, e restarono chiusi nelle loro case, sbigottiti. Grande fu la delusione dell’Arcobaleno nel vedere che nessuno usciva ad accoglierlo. Non era mai successo. Ma la delusione e la tristezza si trasformarono presto in rabbia.
- E’ tutta colpa vostra! – urlò adirato ai suoi colori. Nessuno di voi merita di condividere con me questo cielo.
Fu così che decise di mostrarsi senza i colori. Dalla pioggia successiva sarebbe andato solo. Il suo ingresso nel cielo, dopo la pioggia, fu altezzoso. Ma nessuno se ne accorse. Perché senza i suoi colori l’arcobaleno semplicemente non si vedeva. Gli abitanti del villaggio uscirono di casa, ma vagavano perplessi rovistando il cielo con lo sguardo. L’Arcobaleno ne fu profondamente turbato. Gli sembrò che nulla avesse più senso. Senza i suoi colori era vuoto, ma con i suoi colori non capiva quale era il suo, se ne faceva di tanti uno, il risultato metteva paura. Iniziò a non apparire più. Iniziò ad odiare gli esseri umani e quella bambina che lo aveva reso infelice mettendolo così brutalmente davanti al suo limite. Addossò la colpa del suo stato a Miska e decise che se ne sarebbe stato solo per il resto dei suoi giorni.
Fu in questo stato di profonda costernazione che lo trovò il Sole.
- Cos’hai amico mio? – chiese dunque il Sole all’Arcobaleno.
- Cos’ho? Ho che non so di che colore sono. Se provo ad unire tutti i colori che sono per farne uno, persino io ho paura di me. Se invece li reprimo tutti resto vuoto. La mia vita non ha senso. Vorrei solo essere di un colore. Vorrei essere qualcosa. Come te, che sei giallo o arancio, ma sempre di un colore. Gli uomini non mi apprezzano. E quindi non mi meritano.
- Oh-oh-oh cosa sento mai – rispose il Sole – io di un colore? Mio caro amico, ti appaio di un colore solo perché mi vedi da lontano. Pure io, come te, sono di tanti colori. Se potessi vedermi da vicino, vedresti che sono giallo e arancione, ma anche rosso e violetto. Pure nero qua e la.
- Davvero!? – disse incredulo l’Arcobaleno.
- Certamente. Vedi, nessuno è di un solo colore. Che cosa orribile sarebbe. Lo hai visto tu stesso. Se cerchi di fondere tutto quello che vive in te e ti colori in un’unica omogenea e compatta entità, sarai il primo ad ammutolire di paura.
- Ma se non sono di un colore, cosa sono?
- Sei l’Arcobaleno. Sei tu. E sei tu non perché tu abbia un tuo colore, ma perché tu sei diversi colori in diverse quantità. Sei una specifica armonia di colori, non uno specifico colore. Per questo piaci. Per questo ti amano. Non un colore di più, ma neppure uno di meno. Non un raggio di luce in più né uno di meno. Sei tu. Questo, sei tu. Il fatto che tu abbia il rosso non vuol dire che non ci sia posto per il giallo o per il verde. E’ quando pretendi di volerli mischiare che li perdi tutti. Quando vivi difendendo l’armonia delle tue diversità, vivi con tutti i tuoi colori. Vivi come un’opera d’arte, un capolavoro insomma! Non sono gli uomini a non amarti, sei tu che non ti ami. Se tu ti amassi così come sei, non avresti paura del giudizio degli altri, perché l’amore basta a sé stesso. Se tu ti accettassi con tutti i tuoi colori, scopriresti che forse chi ti sta accanto non chiede altro che di averti così come sei, in tutti i tuoi colori.
- Lo credi davvero? – Chiese un po’ scettico l’Arcobaleno.
- Certamente – continuò il Sole sorridendo comprensivo – vedi, se tu non ti vuoi bene così come sei, penserai sempre che neppure gli altri te ne vogliano. Perché se non puoi volertene tu, come potrebbero gli altri che ti conoscono meno? Penseresti che fingono volontariamente oppure che il loro volerti bene significa solo che non ti conoscono abbastanza. Quindi saresti sempre diffidente ed ostile anche contro chi avanza verso di te con il proprio amore in palmo di mano. Ma se tu ti volessi bene così, non avresti paura di mostrarti. E non avresti paura neppure di provare ad aggiungere nuovi colori a quello che già sei.
L’Arcobaleno rimase stupefatto, non ci aveva mai pensato. Così concentrato nel suo cercare il proprio colore, aveva rischiato di perdere sé stesso. Così concentrato su un solo colore, aveva finito con il dimenticare chi era. Aveva finito con il dare ai suoi colori la colpa della sua infelicità. Voleva essere qualcosa e stava per perdersi quello che era nel tentativo di imitare una vita che non era sua. La sua v
ita era essere di tanti colori. Non di uno. La sua felicità era fatta dell’esistenza armoniosa di tanti colori. Fu come essere svegliato da un brutto sogno, o come scoprire che non aveva ricevuto in regalo un puzzle con una figura senza senso, ma solo che lo aveva assemblato male.
- Grazie, Sole. Mi hai dato una grande lezione. Mi sforzerò di trovare l’armonia dei miei colori per vivere felice.
Così dopo l’ultima pioggia l’Arcobaleno si mostrò agli abitanti del villaggio e si poso proprio vicino Miska dicendo: – Mia cara bambina, voglio rispondere alla tua domanda. Io sono di tanti colori. Non ho un colore. Sono colori. Io sono questo – E così dicendo si allargò come un sorriso su tutto il cielo visibile – Ti ringrazio piccola mia, perché bruciando le mie convinzioni, rigogliose come erba nel mio giardino, mi hai permesso di fare spazio per la fioritura della mia consapevolezza, mi hai regalato un fiore che mi ha fatto conoscere nuove altezze, germogliato nella sofferenza della mia disperazione.
E da allora fu l’arcobaleno più orgoglioso che la terra ricordi. Perché in fondo, è dopo i temporali più brutti che vengono gli arcobaleni più belli.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 07 dell'anno 2008. 2 commenti — .