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Debolezza.

(Lo avevo scritto l’1 Novembre del 2010. Non l’avevo mai pubblicato. Mi fa ridere rileggerlo, giusto stasera. Una vita polibiana, la mia…)

 

Che cos’é la debolezza?

Sentirsi schiacciati da qualcosa che non riusciamo a cambiare. Non riuscire a fare una cosa che prima ci veniva naturale. Piangere.

Siamo costretti a fare delle scelte, e le giudichiamo buone o cattive in base al risultato a cui ci conducono. Se il risultato va bene, allora la scelta era quella giusta. Ma nel tempo tutti i risultati sono giusti. Perché ci allontaniamo dal problema. Nel tempo, tutto viene annacquato, e anche i sapori più forti vengono ridotti a insipidi. Una scelta è solo una scelta, e se anche a distanza di tempo ci conduce a qualcosa di buono, non vuol dire che le altre scelte non sarebbero state meno giuste. O meno belle.

Non è il gioco del vero e falso. Sono infiniti universi paralleli, milioni di possibili strade. Da scegliere.

Se di tutti questi infiniti universi possibili, non puoi vivere l’unico che vuoi, allora la scelta è inutile. E tanta meravigliosa abbondanza, diventa solo un circo di ombre beffarde.

A volte è difficile dimostrare che una cosa è vera. Allora ci si aiuta dimostrando che il suo contrario non può essere vero. Ma la vita sta fuori le formule, e se ne sbatte delle dimostrazioni. Così una cosa può essere falsa, ed anche il suo contrario. O essere vera e il suo contrario falso. Ma questo non avere importanza.

Io non voglio avere ragione. Vorrei solo poter dire serenamente di sbagliarmi. Sentire pacificamente che questa non sia una cosa sbagliata e idiota. Uno spreco. E non aspettare il tempo che scorre e sfoca le gioie, la distanza che cresce e allontana gli appetiti fino a farne un ricordo, non sempre alla vista. Finché poi sarà facile convincere e convincersi che le cose sono andate nell’unico modo in cui potevano andare.

Mi sento schiacciato da quella stessa cosa che ieri era la mia forza. Non so come uscirne. Perché sento che non ne voglio uscire.

 

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 12 dell'anno 2012. Nessun commento — .

Ricordi

Se crescere è po’ un morire, diventare grandi è sapere accettare la morte.

Da quando il primo vagito fugge via dall’abbraccio delle nostre labbra stiamo già correndo verso la fine di un viaggio che non conosce pause. Qualcuno lo dipinge come un ponte, questo nostro viaggio: sarebbe folle costruirvi una casa. Perché è solo un luogo di passaggio. Si viaggia bene se si viaggia leggeri. Ed è così che se crescere è morire andando avanti un passo dietro l’altro, saper viaggiare liberandosi del superfluo significa diventare viaggiatori esperti, veterani del sudore e della polvere, come un istante scolpito immortale cui la polvere del tempo aggiunge pregio.

Quanti ricordi? Non erano tutti uguali. Alcuni erano giochi, animali, oggetti cari. Altri erano risa, abbracci, sorprese affilate che lacerano il cuore. E i volti? Quei volti a lungo sfiorati e consegnati alla memoria mai consumati. E i baci? E quei certi sguardi nati per caso e morti ardendo? Dove sono finite quelle intese, quei fiati condivisi?

Se erano così speciali, se erano così unici, perché sono perduti? La bellezza della caducità è l’immortalità che si mostra nell’attimo che fugge: appena nato, già morto. E per questo unico e irripetibile, sempre vivo nel ricordo. Ma il ricordo è solo l’ombra. Immortale è ciò che vissuto mai fu smentito, nello spazio rapido dell’incontro di ciglia.

Se così non fosse sarebbe una maledizione: il cammino si farebbe impervio sotto il peso di un simile fagotto. Se nulla si getta via, tutto diventa cloaca. Anche i migliori profumi mescolati insieme diventano tanfo. I sentimenti sono fiori: vivono solo se ancorati al suolo che li ha generati. Portarli via è appassirli, restargli accanto è invocare il destino di Dafne, rinunciando all’umanità.

L’illusionista è davanti a te. Ancora una volta la colomba scompare. Non conosci il trucco: un gesto semplice che uccide il fiato. Conosci il trucco: un gesto semplice che dona vita a un sorriso. Diffidiamo della complessità perché odora di inganno, ma più perigliosa è la semplicità perché illude come una vetrina che mostra la tua torta preferita. Mostra ma non accoglie.

I bambini si disperano, gli adulti non se ne curano. Hanno imparato che se proprio vuoi la torta è un’altra la via che ad essa porta. Liberandosi del peso dei ricordi ecco che vediamo il varco al fianco della vetrina. Alleggerendo il fagotto, ecco che il viaggio diventa più piacevole.

Questo è saper accettare la morte: conservare il piacere del trucco ormai noto, senza più chiedersi dove finisce la colomba. Comprare la torta perché ne hai voglia, non per riesumare il sapore magico del primo morso.

Per imparare a volare non occorre aggiungere più leggerezza ma privarsi di peso. Accettare la morte di cose care. Sapendo che vivono in noi come ogni fiore si schiude uguale e diverso dopo ogni seme.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 16 del mese 01 dell'anno 2012. 2 commenti — .

Freddo

«Cos’hai?»
«Ho freddo»
«Posso portarti una coperta»
«No. Però puoi stringermi finché non passa»
«Ma io non sono una coperta!»
«E io non voglio una coperta. Voglio solo che mi stringi. Così forte da soffocare i pensieri, così a lungo da scaldarmi dentro, così intensamente da lasciarti impressa sulla pelle come un tatuaggio»
«Perché?»
«Non occorre più, grazie. Il freddo d’un tratto non è più così insopportabile»

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 03 dell'anno 2011. 2 commenti — .

Mani Abbracciate

Ci sono dei momenti difficili. Ci pongono sfide nuove, spesso uniche. E in quei momenti la cosa difficile non è solo la sfida, ma il fatto che ci sentiamo soli ad intraprenderla. E’ forse il vero motivo per cui sono difficili. In questi momenti però capita di avere persone accanto. O di volerle. Forse i compagni di una vita, forse qualcuno che passava di là, compagno di strada, per quel tratto. Anche per queste persone il momento è difficile.

Perché vorrebbero penetrare quel muro di solitudine, vorrebbero essere lì non con te, ma al posto tuo. Non sanno neppure cosa fare. Non sanno come essere. Non sanno di cosa hai bisogno, e se anche lo riuscissi a spiegare non saprebbero forse quale possa essere il modo di dartelo.

In questo casino Dio ha inventato il camminare per mano.

Intrecciare le dita è un modo per spiegare tutto questo caos senza usare le parole. E’ un piccolo miracolo, perché mentre stringi la mano di qualcuno per fargli sentire che non è solo con la sua paura, contemporaneamente è anche la tua mano ad essere stretta e ti senti meno solo nella tua di paura.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 01 dell'anno 2011. Un commento — .

Il Gioco della Lista

Voglio proporvi un gioco. Fate una lista delle cose che desiderate.

Ordinatela secondo quello che desiderate di più. Siate sinceri, tanto la lista la vedete solo voi: ordinate le cose secondo il vostro desiderio di pancia, non secondo come pensate dovrebbero essere ordinate per fare di voi dei fighi. E se il gelato al cioccolato sta sopra crearsi una famiglia, vuol dire che avete fatto una buona lista.

A questo punto probabilmente nella vostra lista ci saranno diverse voci potenzialmente confliggenti. Del tipo «scopare X» e «arrivare vergine al matrimonio». Ma se le voci non sono strettamente alternative, tipo «mangiare X» e «mangiare Y», allora non cambia nulla comunque: perché la difficoltà è decidere su cosa mettere prima.

Già perché una cosa che non vi ho detto è che nulla garantisce che riusciate a fare tutto quello che avete messo in lista. O che domani non avrete voglia di modificarla la lista. O addirittura di aggiungere cose nuove.

In questo quadro un atteggiamento razionale sarebbe iniziare dalle cose che desideriamo di più. Perché non sappiamo. O meglio: sappiamo poco. E’ proprio questo sapere poco che comincia a confondere le cose. Cominciamo ad ordinare le cose non secondo il desiderio che abbiamo di provarle ma secondo la loro proiezione, la conseguenza, ciò che succederà. E la lista cambia, di parecchio. Posticipiamo, leghiamo, valutiamo. Ma ciò non muta il desiderio. Per cui ci troviamo con una lista che non riflette più il nostro desiderio, ma con un desiderio immutato. E così non scorriamo la lista aggiornandola secondo le cose che viviamo, ma la aggiorniamo secondo l’idea che abbiamo delle cose che dovremmo vivere. E spesso quando le viviamo siamo più concentrati a dimostrare la validità della nostra proiezione dell’esperienza, che a goderci l’esperienza stessa.

Alcuni di voi sono  fra quelli appassionati dell’ordine. Credono di poter stilare non una lista, ma LA lista. Sono sinceramente mossi da filantropia: vorrebbero trovare la soluzione alla questione della lista proponendo un ordine di voci valido per tutti. E allora agiscono appiccicando addosso agli altri le proprie conclusioni. O peggio adottano il metodo della confutazione e della dimostrazione per assurdo: se una cosa non funziona, allora il suo opposto è la scelta giusta. Questi filantropi hanno perso di vista che non è importante la meta ma il viaggio. E che lo stesso viaggio produce la stessa meta, ma significati diversi per ogni viaggiatore. E spesso anche per ogni viaggio.

Insomma: l’unica cosa certa della lista è il desiderio. La voglia di qualcosa. Tutto il resto è supposizione. Chi va in fretta compone la sua lista e inizia dalle cose che desidera di più. Perché lo scopo non è produrre una lista giusta. Ma iniziare a vivere dalle cose che consideriamo più importanti. La lista è il mezzo, non il fine.

Forse a questo punto sarete fra quelli che notano una cosa curiosa: avete vissuto un bel po’, eppure non avete neppure iniziato a cercare una delle voci della lista. O forse avete iniziato, ma dal basso, da ciò che è meno importante. Capitava spesso anche a me: le cose che più desideriamo sono anche quelle che ci fanno più paura. Perché ci fanno sentire vulnerabili e fragili. E spesso sono cose a cui non siamo abituati, che per questo spesso ci affascinano. E così preferiamo vivere una vita di sofferenza e lamenti, fatta di grandi limiti da combattere e che ci ostacolano. Ma limiti che conosciamo. E se ci portano sempre allo stesso punto finale è solo perché in realtà è ciò che vogliamo. L’assenza di certezze e di punti di riferimento ci terrorizza più dei casini che viviamo, ma a cui tutto sommato siamo abituati perché abbiamo imparato a gestirne la sofferenza.

E’ il motivo per cui seduti sulla riva del mare, alcuni sentono forte il richiamo dell’orizzonte e partono e altri preferiscono soltanto bagnarsi i piedi e maledire il fatto di non avere le branchie.

Infine potreste essere fra quelli che hanno troppe cose da fare e pretendono più tempo. O più soldi. O più qualcos’altro. Perché la loro lista è diversa. E’ impegnativa. Eppure se per assurdo si riuscisse ad avere più tempo, questo servirebbe solo ad incrementare ancora la lista. Il tempo a scadenza è importante: perché ci costringe a selezionare davvero le cose importanti. Il fatto che la scadenza non sia nota è ancora più importante: perché ci costringe a non perdere tempo dentro cose/esperienze note, se non sono davvero appaganti.

Vi rivelo un’ultimo segreto. Lo scopo della lista non è riuscire a fare tutte le cose elencate. E neppure farne più di altri. Lo scopo della lista e trovare una voce, all’inizio, o alla fine, che ti fa venire voglia di appallottolare la lista e gettarla via. Esattamente come le posizioni di yoga: ne esistono centinaia. Solo perché tu possa scoprire l’unica di cui hai bisogno. La tua.

E come recita il mio motto sufi preferito: «l’unico modo di conoscere è assaggiare».

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 01 dell'anno 2011. Nessun commento — .

Artifici Inutili

Costruiamo muri con la speranza che qualcuno li valichi. Facciamo cose per dimenticarne altre. Chiudiamo per bene a chiave verità solo perché speriamo che qualcuno possa trovarle. I tesori più importanti non li conquisti con la punta della spada, ma con quella della vanga. Gli uomini che trovano la loro fortuna non attraversano la folla che li acclama, ma si muovono di notte furtivamente.

Quest’anno ho avuto conferma di una cosa che avevo osservato già anni addietro: se acquisti senza fatica qualcosa, o è rubata a qualcun altro o non è di valore. Senza sudore non si conquista nulla di duraturo.

Costruiamo alte torri in attesa che qualcuno le scali. Rinforziamo le nostre porte solo per misurare la determinazione di chi le abbatte. Ci rendiamo difficili per essere costosi.

Le cose di valore hanno un prezzo alto.

Ma non tutte le cose costose, sono di valore.

Non voglio scoprirti uccidendo draghi, o sopravvivendo a labirinti mortali. Le cose semplici non sono meno difficili delle artificiose. E’ più difficile trovare la tua foglia in un bosco, che dentro un labirinto costruito apposta. E’ più difficile sbucciare l’arancia giusta che perquisire un castello. Sfiorarsi è più difficile che rincorrersi.

I migliori versi d’amore non stanno nei sonetti. Ma sulla punta delle labbra.

Ed è li che è più difficile andarli a prendere.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 12 dell'anno 2010. 3 commenti — .

Prototipi

Una formica può volare?

Cosa c’é di così sconvolgente nel pensiero che il destino di ciascuno di noi sia abbozzato nei nostri geni? Che quello che siamo, le risposte che diamo, le strade che prendiamo dipendano dalla forma che abbiamo.

Ma se anche così fosse non sappiamo nulla di noi. Partiamo da una totale inconsapevolezza. E acquistiamo consapevolezza solo vivendo. Agendo. Sbagliando. Un po’ come il faro della bici che illumina solo se ti muovi. E in questo movimento impariamo che forma abbiamo, ma contemporaneamente la modifichiamo, perché siamo esposti ai fallimenti e ai desideri. E’ lo stato di proto-tipo. Sul prototipo agisci continuamente per migliorarlo, perché sarà l’elemento su cui produci la serie. Siamo abituati a pensarlo come una prova, una sorta di stato ibrido fra il nulla e la perfezione, un equilibrio sub-ottimale.

E invece un proto-tipo non viene mai finito: è sempre in fieri. E’ sempre alla ricerca di sé stesso. Ha la sua identità riconoscibile ma può essere nuovo ogni giorno. Diventa proto nel senso originario del termine: è il primo. Primo non perché migliore degli altri. Primo perché è nuovo. E’ diverso e unico. Forse dopo ne verranno altri simili. Ma la prima alba è sorta per lui. Non è una versione incompleta di qualcos’altro. E’ sempre sé stesso ed è incompleto solo perché sta diventato sé stesso. Non è una tautologia, ma più autopoiesi. Il prototipo è il primo ad affondare l’impronta sulla nevicata immacolata.

Alla formica in sorte è negato il volo. E anche all’uomo.

Ma l’uomo non accettando il suo destino si è fabbricato ali, polmoni d’acciaio e ruote, per andare lontano. Per capire di più di sé. E della sua forma. E solo questo divieto della natura, questo costante e frustante scoraggiarlo, ne ha temprato carattere e sogni, portandolo lontano. Gli aristoi non sono tali per nascita, ma per cittadinanza. Non sono quelli che hanno scampato la rupe alla nascita. Sono quelli buttati giù dalla rupe e risaliti centimetro dopo centimetro, unghia spezzata su unghia spezzata. Gli aristoi sono quelli che si oppongono agli ostacoli, anche se non sanno ancora dove questo li porterà. Sono Prototipi. Si muovono e si muoveranno sempre, perché sanno che l’importante non è la meta ma il viaggio. E sanno essere grati all’odio, edificando cattedrali con i sassi che vengono loro tirati.

I prototipi hanno una forma, che è il loro destino. Ma è una forma che non esclude altre forme. E’ una barca che se non c’é vento viaggia a remi. Ma viaggia sempre.

Forse il destino di tutti noi è scritto. Ma se è così per i prototipi ne esiste più d’uno.

Auguro ai prototipi di non raggiungere mai una forma definitiva. Ma anche di non rifiutare di assumerne una. Auguro ai prototipi di non smarrire mai la passione per questo gioco e la fame di nuove frontiere da conquistare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Stella del Mattino

Fra i regali di Natale ho ricevuto il live di Ludovico Einaudi alla Albert Hall di Londra.

Einaudi ha eseguito insieme ad altri musicisti (tra cui i Virtuosi Italiani). Ho ascoltato tantissime volte tutti i brani che Einaudi ha suonato alla Albert Hall. Ho tutti i suoi album e sono stato a diversi suoi concerti. I pezzi del disco rosso sono sempre presenti all’appello delle sue esibizioni.

Eppure, Stella del Mattino è in una versione meravigliosa. La migliore di sempre. E gli altri brani ne escono trasformati.

La cosa che mi commuove è che un brano sentito centinaia di volte possa ancora esprimere e regalare emozioni. Possa ancora essere sé stesso ma suonato in modo da essere nuovo. Trovare il nuovo in ogni riproduzione di un brano fedele a sé stesso. Non immagino ricchezza più grande per un musicista.

Trovare il nuovo in un rapporto che dura da anni. Non immagino ricchezza più grande per un uomo.

E questo regalo mi ha fatto sentire ricco.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 25 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Un Occhio Chiuso e Uno Aperto

Un occhio chiuso ed uno aperto. Guardi ma non vuoi vedere, allo stesso momento.

Un occhio chiuso ed uno aperto. Non scegli e resti sospesa. L’azzurro illuminato d’estate alle spalle, l’incognita di uno sguardo a metà sul mondo che ti osserva. Un occhio chiuso ed uno aperto, ammiccare per celare, un celare che dice molto di quello che vorrebbe occultare. Un paravento su cui il non detto disegna parole d’ombra, che parlano di quello che non si dice, ombre cinesi su teli cremisi.

Un occhio chiuso ed uno aperto, un compromesso responsabile fra tentata volontà e ordinata responsabilità.

Un mondo a metà, o almeno così furbescamente credi, un tentato tentativo tenace nel tentennio: al massimo diverrà una mezza colpa.

Ma il mondo con mezzo paio d’occhi ti entra dentro tutto, ugualmente. E quando uccidi il tentativo serrando la palpebra, per quanto repentino il moto è già tardo: è un adulterio a cui la volontà, moglie del dovere, lasciando il tempo di un tocco ha dato respiro eterno in un pensiero gravido di fantasia che a occhi chiusi dipinge quella realtà leccata ma mai addentata, temuta ma accarezzata.

Un occhio aperto ed uno chiuso. E mentre ti chiedi si apriranno entrambi o entrambi presto saranno serrati, ecco che è già tempo di passare oltre: ci siamo osservati da dietro il vetro, e nessuno ha avuto il coraggio di aprire quella porta chiusa senza convinzione.

NOTA: questo post qui sopra l’avevo scritto a Marzo. L’ho ritrovato per caso facendo pulizia tra le bozze. Parla specificatamente di una persona, e per questo motivo avevo deciso di non pubblicarlo. Non pubblicarlo significò per me rinunciare a forzare il corso degli eventi. Un corso degli eventi che mi appariva misterioso. Oggi non sussiste alcun motivo più per cui io non debba pubblicarlo. Ma non sussiste neppure un motivo per pubblicarlo. Decido quindi per la pubblicazione solo perché è bello accorgersi di come comunque certe cose vadano come devono andare. Ed è in queste occasioni che ti sembra di scorgere quella cosa che chiamiamo Dio o destino, che come impararono Giona ed Edipo a proprie spese, sembra condurci dove abbiamo paura di andare proprio attraverso la strada che scegliamo di prendere per allontanarci. Questo post è un promemoria: a volte sbagliarsi è la cosa migliore che potesse capitarci.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 12 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Inverno

Tramonta in fretta il sole, svanisce tutto il calore. Dapprima timidamente, poi sempre più in fretta, ti trovi al buio prima di accorgertene. Ti aggrappi a riti e consuetudini quotidiane, che ormai prive di senso sono solo simulacri che non rassicurano. Vuoti gusci, azioni ormai prive di sapore che servono più a ricordare cosa era, che a far finta che sia ancora.

La mente umana disegna percorsi nel nulla, creando aspettative, costruendo castelli, tracciando strade e con esse mete. Disegna i pensieri su pianure d’epidermide con un dito a far da penna e un serbatoio di sogni da calamaio. Finché l’inchiostro delle azioni sbiadisce, consegnando la pelle intatta a nuove poesie nuovi poeti. L’indelebile non ci appartiene, e in molti casi neppure una storia superiore all’haiku ci è concessa.

Non tutti gli alberi perdono le foglie d’inverno. E solo l’inverno sa quali sono.

Al freddo non periscono le falsità, ma solo le mezze verità: le verità incomplete, che trovano nutrimento solo in primavera.

Bruciano nel camino d’inverno, per alimentare l’attesa di freddo. E quel fuoco discerne senza possibilità di errore ciò che era destinato ad avvizzire e ciò che è in grado di attraversare tutte le stagioni. Non avere paura di guardare nel forno: li i tuoi sogni più belli si trasformano in cenere. Quella che cospargerai nel campo di primavera, in attesa di nuovi fiori. E di piante sempreverdi.

Non è sbagliato aver goduto dei frutti d’estate. E’ solo sciocco non voler farne legna da ardere per il lungo inverno.

Mentre noi stessi ardiamo, nel focolare di qualcun altro.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 19 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .