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L’Uomo nacque dall’Acqua. Attraverso la sua opaca trasparenza vide però la Terra e se ne innamorò. Scalò l’altezza per amore dell’asciutto, sfidò sé stesso, si trasformò, e tutto questo per amare la Terra ad ogni passo.
La Terra accogliendolo, imparò ad amare quell’essere così inusuale fra tutti quelli che la percorrevano: l’uomo infatti la carezzava col passo. La Terra ricambiò l’amore dell’uomo abbellendosi, offrendogli tutto quello che poteva servire all’Uomo e di più: lo sorprese, cambiamento dopo cambiamento lo assecondò per non fargli rimpiangere l’abbraccio dell’Acqua.
Ma un giorno l’uomo guardò ancora in alto, e vedendo il cielo, con le sue nubi e le sue stelle, ne restò folgorato. Ossessionato dal cielo imparò ad ergersi in piedi nel tentativo di toccarlo, la sua vista non si stancava mai di quella vastità che ricordava gli spazi infiniti dell’Acqua.
La Terra soffrì, ma non tradì il suo affetto per l’Uomo e così protrasse il suo palmo in alto per permettere all’Uomo di salire al Cielo. L’Uomo diede libertà alla sua fame di altezza e salì su ogni dito di Terra che puntava al Cielo. La Terra, moglie tradita, impose però un prezzo all’uomo: la vertigine.
E’ per questo che ogni volta che sfidiamo l’altezza troviamo pronto ad aspettarci il tremito della vertigine. E’ una voce interiore che ricorda come ogni passo che muoviamo verso l’illusione del cielo è un passo che muoviamo lontano da casa. E’ un fremito che ammonisce: il cielo non può essere raggiunto, è una rincorsa infinita. E’ un avviso che ci fa sentire quando ci siamo spinti troppo oltre, perdendo di vista quello che davvero ci fa stare bene, così quotidiano e quindi così facile da non apprezzare.
La vertigine è un sussurrio d’amore. Che noi a volte travisiamo trasformandolo in un laccio che ci impedisce di sperimentare. E’ bello ascoltare la vertigine, ma non lasciarle il compito di guidarci. L’amore lega e da’ senso. Forse c’é un tempo per il richiamo delle stelle ed uno per portarsi dentro la propria vertigine.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 03 dell'anno 2010.
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Qual è il senso di una storia se non c’é nessuno ad ascoltarla?
Comunemente tendiamo a pensare che la storia abbia solo bisogno di qualcuno che la racconti. Pensiamo alla storia come una freccia che per essere scoccata abbia bisogno del braccio dell’arciere che tende l’arco. Eppure se togli il bersaglio, non esiste arciere. E se togli chi ascolta, la storia perde di senso parimenti.
Tutto è una storia, la nostra vita è una storia. La necessità di avere qualcuno ad ascoltarla è un moto che non risparmia nessuno, un orrore del vuoto che va riempito. Un vuoto che non è silenzio: alcuni silenzi riempiono più delle risposte che rimpiazzano. Raccontare la storia non è infatti una questione di parole, ma anche di gesti, sguardi, odori, ritmi. Tutto parla, tutto racconta.
Il vuoto è l’assenza di qualcuno ad ascoltare la storia. Cosa uccide la storia non è un’altra storia che gli viene opposta. E’ l’assenza di ascolto.
Perché è così orribile? Perché non riusciamo a cogliere l’esistenza senza qualcosa a cui rapportarla. Non posso sapere chi sono senza sapere cosa non sono. Non posso esistere se qualcuno non conosce la mia storia. La vita di ciascuno senza la possibilità di essere raccontata ci libera in uno spazio immenso dove vaghiamo senza punti di riferimento come un astronauta senza nave nell’arcipelago di luci dell’universo, la fuori.
Non esisto se non posso condividere la mia storia con qualcuno. Qualcuno che inevitabilmente la contesterà, o la amplierà. Qualcuno che scrive con me in tutto o in parte, consapevolmente o meno, per breve o lungo tempo. Non esisto se non posso condividere. Ma neppure posso decidere io con chi sia meglio condividere.
Le storie si incontrano contro controllo, contrastano con convinzione ogni costrizione.
La storia trascina il nostro volere come un cane al guinzaglio: pur essendo un tutt’uno e pur essendo la volontà il padrone, non è mai chiaro chi sia a condurre chi.
La stanchezza pesante è il volgere al punto di un capitolo della storia che ha fame di giungere a riposare alla riva di uno spazio vergine di foglio da cui osservare sognante l’incipit sull’altra riva.
Assaporo la mia pesantezza, consapevole che ciò che diventa pesante cade, e lasciandoci, libera ciò che di più leggero v’é nell’uomo: il sogno, incipit del nuovo capitolo.
Una storia va avanti anche se nessuno la ascolta. Una storia va raccontata anche se nessuno ne ha voglia. Perché domani potrebbe arrivare chi vuole ascoltarla tutta, dall’inizio. E che ti fa venire voglia di raccontarla tutta.
Forse quindi non ha senso oggi, ma potrebbe averlo domani. Se la Storia si fa pesante, allora anziché tirarla o spingerla, forse è meglio farla rotolare.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 03 dell'anno 2010.
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Hai mai osservato un tramonto bellissimo? Hai mai spaziato con lo sguardo sull’orizzonte, dall’alto di una montagna che ci ha messo millenni a crescere? Ci sono emozioni che ci restano dentro, per sempre. Pochi secondi di immagini minacciate dal tempo, ma la chiara percezione di quello che fu, quasi come lo stessi rivivendo. E le senti esploderti in petto, ti possiedono, senti che devi per forza comunicarle, condividerle.
Qual è il valore di una gioia non condivisa? Quale il senso di una emozione non espressa?
Mi sento vittima di qualcosa che si agita dentro, e a furia di subirla inizio a comprenderla meglio. Mi spinge a cercare sempre nuovi limiti, nuovi margini su cui stare seduti ad osservare le due facce di una stessa medaglia diventare una cosa sola. Una frenesia di comunicare qualcosa che ho trovato, un impeto che non controllo di trasformare, di cambiare, di non fermarmi mai, di nutrirmi sempre di nuove persone ed esperienze.
Ho viaggiato tanto ma verso così tante mete che solo adesso capisco di non averne mai avuto una. Mi sento come Ulisse: ho accettato instancabile una meta dietro l’altra solo per non andare verso l’unica che avevo dichiarato di cercare.
In questi giorni ho maturato per la prima volta una (per me) importante risoluzione. Ho deciso di puntare tutto su un sogno. Senza vie di fuga o piani B. Senza pensare al prossimo viaggio. Senza fare finta di voler arrivare da qualche parte e poi procrastinare. Credendoci non perché ci sia un motivo, ma perché voglio farlo. Ricacciando indietro la paura di fallire o la tendenza a conformarmi a quello che gli altri vorrebbero o vedono in me.
Posso dire di aver capito che questa mia frenesia di cambiare il mondo, di conoscere ogni persona e di vivere ogni esperienza, è l’ultimo rigurgito ben piantato della mia incapacità di lavorare su me stesso, di farmi bastare le persone a cui voglio bene e di andare in fondo alle esperienze che vivo.
Questa mia frenesia è un continuo vagabondare per mete esterne per evitare di puntare tutto e direttamente nel viaggio dentro di me. Ho un po’ paura di vedere che succede se rinuncio al mio usuale e comodo modo di dire “vabbé tanto so come si fa”, per sporcarmi un po’ le mani. Voglio correre per saltare il centesimo cancello. E voglio farlo per me stesso. Sarà un duro lavoro.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 09 dell'anno 2009.
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Sono appena rientrato. Dovrei scrivere di quanto mi sia divertito e piacevolmente intrattenuto alla Blog Pizza, nonostante un avvio rocambolesco. Vecchi amici come Danilo, Gianni e Davide, persone con cui ho condiviso tanto anche sul lavoro, come Daria e Roberto, nuovi cari amici a cui voglio bene come Daniele e Luca, persone che considero come estensione della mia famiglia come Luca, Claudio, Livia, Ignazio e Leandro, i soliti aficionados come Chiara, Michele, ma anche nuovi compagni di avventura come Andrea e Alessandro, due persone che stimo a crescita esponenziale come Luisa e Daniele e nuovi amici come Giuseppe. Con gli altri il rammarico di non aver avuto modo di chiaccherare, associato alle assenze pesanti di volti che mi ero piacevolmente abituato a vedere a tavola in queste occasioni.
Eppure, nonostante tutto la serata mi rimbalza in mente al punto da stimolarmi un nuovo neologismo: ignotale. Che significa qualcosa di ignoto totale. E non solo.
La cosa che più di ogni altra mi ha colpito stasera è stata il talessello mancante. Manca un tassello, e non so cosa sia. E’ però circondato da altri tasselli noti su tre lati, questo mi suggerisce qualcosa. Ma puntualmente le ipotesi che formulo sulla base dei tre tasselli si scontrano con quell’ultimo lato aperto, un piccolo orizzonte ignotale. Inferiore per estensione alle certezze acquisite, ma così profondo da farle vacillare, con la minaccia di inghiottirle.
E’ come se 2 + 2 facesse 5. Ma in realtà è solo che mi trovo sul davanzale di un universo che non conosco, ma soprattutto che non comprendo, ecco la verità è che quel talessello mancante mi affascina proprio perché mi sfugge.
Mi affascinerebbe se ne afferrassi i contorni? Mi catturerebbe se accettasse di farsi sfiorare? Sarebbe nei miei pensieri ancora se placassi il desiderio di conoscerlo nella sua essenza, senza le protezioni e gli schermi, senza i ruoli e i doveri, semplicemente così com’é?
Per fortuna è l’ora di dormire, che precede solo di poco l’ora di allontanarmi ancora dalla Sicilia, è destino che certe domande riposino senza il caldo abbraccio delle risposte.
Questo talessello non può essere stato fatto per il mio puzzle.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 1 del mese 08 dell'anno 2009.
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Le prime 3 ore di questa giornata mi hanno confermato che il mio mondo è in crisi. Le persone che mi hanno cresciuto e scaldato con il loro amore, non riescono più a starmi dietro in un mondo che non comprendono. Le persone che più di ogni altra cosa ho amato, mi guardano con diffidenza, e sembra quasi che si affrettino a fraintendermi o ad accusarmi di essere evanescente, ambiguo, volutamente ingannatore o peggio. I miei amici sono distanti, fisicamente e non, rimasti in un mondo che un tempo fu anche il mio.
Non è la prima volta che mi succede. Ma per la prima volta nella mia vita non sono confuso in mezzo alla confusione. Per la prima volta sono totalmente in quiete dentro. Osservo questo turbinio di morte intorno a me, ma ho fiducia. Mi sento in cammino verso un mondo nuovo, di cui l’unica cosa che posso sapere è che sarà diverso.
Guardo a questa diversità con fiducia. Perché mi sento un privilegiato. Mi sento felice non perché tutto vada bene o fili liscio, ma perché ho vissuto emozioni intense, e ho adesso imparato a non metterle in dubbio a posteriori. Ho imparato a fidarmi del dito che passa su una schiena, più della lingua che articola un discorso. Per me è stata una conquista enorme, e tutto contento giro con questo mio nuovo regalo.
Si narra che Dio-YHWH disperse gli uomini confondendo i loro idiomi a Babele, come punizione per aver osato sfidare l’altezza. In realtà gli impedì solo di costruire in altezza, mettendo su un mattone dopo l’altro, parola dopo parola. Come a suggerirgli che è in profondità, sguardo dentro sguardo che si trova la chiave per toccare il cielo.
In questo tempo in cui intorno a me tutti parlano idiomi che non conosco, scopro l’importanza della vera lingua universale.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 07 dell'anno 2009.
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Mentre leggete queste righe è molto probabile che io sia in fase di trasferimento a Catania. Nonostante non sia una vacanza non è difficile capire come ne possa essere contento: riabbraccerò persone a cui tengo molto e mi godrò un po’ di mare a parità di caldo.
In fondo Catania è la mia città, il mio ambiente.
Eppure scopro con stupore che non è solo gioia quella che mi si agita in petto. Non l’avrei mai detto ma un po’ mi dispiace partire. Non tanto per la città di Milano ma per le persone che lascio qua e che in questi mesi hanno condiviso con me la mia quotidianità.
Ho vissuto momenti molto difficili qui, ma in questa difficoltà ho trovato (e ritrovato) persone speciali che mi hanno trasformato la vita, a cui ho imparato in così poco tempo a voler bene, perché mi fanno sentire a casa. Mi sento come Giobbe: ho perso tanto e ho ricevuto tantissimo.
E scopro la profonda validità di un luogo comune legato al viaggio: sei a casa dove ti senti a casa. E questo dipende sempre dalle persone.
Grazie.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 07 dell'anno 2009.
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Da quando Milano è entrata nella mia vita mi sono trovato a familiarizzare mio malgrado con gli aerei.
La cosa che mi ha sempre affascinato è il decollo: è un insieme di momenti che portano al volo. E’ una folle corsa, un accumulo di velocità. Senza quella folle velocità non c’é decollo, eppure se qualcosa va storto quella folle velocità significa un disastro.
E’ il tutto o niente. E’ quella follia dei fratelli Wright, spingere sull’acceleratore sapendo che è tutta un a questione di velocità, ma contemporaneamente consapevoli che si tratta di sperimentare una teoria sperando che diventi pratica.
O cielo o baratro: questo attende chi desidera volare.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 06 dell'anno 2009.
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Come ho detto più e più volte, una cosa che mi piace al punto che ne farei un archetipo o un topos letterario, è la foresta di bambù. Il bambù è una delle piante più semplici e lineari esistenti, eppure tanti fusti di bambù riescono a fare una foresta intricata. Mi piace proprio questo suo potere immaginifico: quale migliore metafora per spiegare la grande capacità dell’uomo di costruire problemi complessi a partire da elementi semplici?
L’armonia non è una questione di quantità, ma di rapporto, come tutti gli equilibri.
Ora mi lascia sempre una strana sensazione vedere come tutti noi essere umani abbiamo in comune il desiderio di essere felici. Eppure questa cosa comune ci divide anziché unirci perché nella nostra personale ricerca della felicità facciamo degli altri un ostacolo. Non ci curiamo di cercare una soluzione comune, né di identificarci nel desiderio dell’altro, che seppure è contrapposto a noi, in realtà chiede la stessa cosa.
E così in questo mondo sub-ottimale il conflitto è la norma, e ci sentiamo bene quando riusciamo a costruire delle isole di fiducia con persone speciali, con le quali riusciamo a condividere uno sforzo comune che faccia di ciascuno contemporaneamente veicolo e fine della nostra ricerca di appagamento.
Sono momenti magici e persone speciali, ma sono rese tali proprio dall’estrema contingenza degli eventi che le legano a noi, diamo loro estremo valore proprio in relazione al fatto che sappiamo che quella situazione/rapporto è costantemente minacciato dalle cose della vita.
Non comprendo ancora bene perché, ma è sull’orlo del precipizio che fa da limite al tuo mondo che riesci ad avere uno sguardo d’insieme su questa realtà che ti contiene. Il limite non è sostenibile. Eppure è la che si trova sé stessi, punto di partenza di ogni felicità.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 05 dell'anno 2009.
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Oggi ho fatto la mia prima pausa post.cena birra in mano a fare quattro passi lungo il naviglio. Meditavo di farlo da quando ho messo piede nella nuova casa qualche giorno addietro. Trasferito il liquido dalla bottiglia allo stomaco, ho iniziato a soffiare dentro il collo della bottiglia, in un modo noto a tutti o quasi.
In qualche momento mi nasce un pensiero: le persone sono come le bottiglie, occorre che siano nella giusta posizione per farle “suonare”. In effetti sento che è da un po’ che “non suono più”. E questo pensiero mi ha illuminato un secondo: forse è tutta una questione di “posizione”.
“Essere in pace anche se non si è dove ci piace” – Nesli docet.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 05 dell'anno 2009.
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Una delle cose che mi sembra più importante è dare un senso alle cose. Le cose che ci accadono sono come dei punti su un foglio, farne un disegno collegandoli con le linee è dare un senso. Ma perché farlo? Non lo so.
Credo che sia una pulsione profonda, una cosa che colpiva i primi uomini sul pianeta che si dettero superstizioni e tradizioni, così come quelli che più tardi abbandonarono la sicurezza della terraferma per avventurarsi nel vasto blu del mare, senza riferimenti. Fu allora che nacquero le costellazioni: dare un senso e quindi un ordine, darsi dei riferimenti, cercando di fare dell’ignoto una casa. A distanza di millenni il mare non è più così misterioso, ma nuove frontiere, fuori di noi come dentro, ci impongono ogni giorno la sfida della ricerca di senso. Dare un senso per gestire gli eventi, per metabolizzare i dolorosi e ricordare i piacevoli.
La cosa che mi risulta più difficile è riuscire a muovermi in questi eventi non perché non so bene dove sto andando, ma perché non ho ben chiaro dove voglio andare. La differenza fra un viaggiatore e un senza-casa sta in questo: il primo anche vagando senza meta è a casa nel mondo, il secondo si muove senza un senso.
Mi sono sentito vagabondo in questi giorni. Oggi, andando in giro per l’ennesima casa, nell’ennesima giornata di incontri, ho compreso. Non so se in effetti quando ti compare una chiave di lettura, un senso, per le cose che ti succedono, sia in realtà il prodotto della voglia di trovare un senso. Però quando questo compare, sembra che tutto si incastri, e alla fine non credo abbia poi importanza se si tratti de il senso delle cose. L’importante è l’effetto che produce: non rende le cose più facili, ma aiuta a stringere i denti. Dare un senso alle cose aiuta a viverle.
Il senso che ho trovato è una grande lezione che avevo bisogno di tatuare a fuoco sulla pelle. Il dolore è sempre dolore, quello di una pianta che buca la terra non è differente da quello del seme che muore. Ogni differenza è un’illusione. Ma apprendere questo insegnamento è differente dal capirlo.
Quello che per il bruco è morte, per il resto del mondo è una farfalla.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 3 del mese 05 dell'anno 2009.
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