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Oggi mentre percorrevo la solita strada per andare in ufficio, sono riuscito a dare un nome a questa sensazione che mi porto dietro da qualche mese.
Il punto è semplice. Siamo parte della più grande rivoluzione della storia umana dopo la ruota: Internet.
Non è un mattoncino che sopra gli altri mattoncini ha reso la torre più alta. E’ un paio d’ali che ha reso inutili le torri. Questo è un dato di fatto. Così come un dato di fatto è l’enorme culo che abbiamo avuto a nascerci su quest’onda, in un momento come questo.
Tolgo dal discorso i soliti vecchi tromboni che per motivi anagrafici e culturali stanno dentro questa rivoluzione inseguendo la gioventù da protagonisti che non hanno mai avuto probabilmente perché dentro la loro generazione non spiccano per intelligenza, e che si sono oggi ritagliati uno spazio di punta semplicemente perché nei giri di campo hanno iniziato a correre vedendo arrivare la nuova ondata e aggregandosi, anziché lasciandosi doppiare.
Mi resta una massa di giovani, me compreso, a cui è stato regalato un biglietto per la prima fila di una rivoluzione culturale. E cosa facciamo? Ci spacchiamo il culo dalla mattina alla sera ad imitare un mondo marcio, decadente. A parlare come uno schifoso bocconiano in un misto di acronimi e tecnicismi inglesi, quasi fossimo un direttore marketing. Misuriamo il successo in base a quanti party siamo invitati ad abbellire con i nostri bei sorrisi da cerimonia. Passiamo il nostro tempo a convincerci che sia necessario risolvere il problema del ROI, come fosse responsabile dei destini del mondo.
Non me ne fotte un cazzo. Dei vostri budget. Delle vostre proiezioni. Delle policy e della privacy. Del vostro ROI e dei vostri coefficienti. Non voglio diventare un direttore marketing né il manager di un grande nome della pubblicità. Non se questo significa diventare come voi. Io ho avuto la fortuna di un posto in prima fila per il futuro, sento il dovere morale di dedicare il mio cervello a qualcosa di innovativo, folle, radicale e soprattutto: utile per gli altri. Non per il mio estratto conto mensile.
Vi metterei tutti su un bus dandovi fuoco insieme ai vostri discorsi fighi di cui non capite un cazzo, del web che vi riempie la bocca quando fino a ieri non avevate l’ADSL, dell’affannoso tentativo di trovare qualcosa di originale da dire per essere ammirati e ricordati. Sorrido sempre ascoltandovi. Perché anziché coprire la vostra inutilità ontologica, sottolineate ancora di più la vostra miseria intellettuale. Vi compatisco, perché non avete idea dell’opportunità che sprecate ogni giorno.
Siete a capo di colossi milionari, e questo mi rende felice. Perché trascinerete nel baratro il vecchio, inutile, obsoleto mondo dei colossi obesi e asfittici. Perché decapiterete migliaia di persone che ciecamente e stoltamente hanno pagato uno stipendio certo a fine mese vendendo la loro possibilità di essere padroni del proprio destino.
E se leggendo queste righe vi sentirete offesi, sarà chiaro a quale categoria appartenete.
E se leggendo queste righe vi chiederete il perché di tanto astio, non temete, io non sono arrabbiato. Al massimo infastidito che respirate la mia stessa aria, ma dentro sono sereno: il tempo mostrerà chi ha ragione.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 04 dell'anno 2010.
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Guardando una statua di Canova o di Michelangelo, risulta difficile credere che l’autore non abbia amato profondamente ogni singolo centimetro quadrato della sua opera. Risulta impossibile credere che non abbia amato il marmo dal quale, come una lunga gestazione, ha partorito la statua.
Eppure, per un simile capolavoro è la violenza lo strumento indispensabile: quella roccia è aggredita con impeto e forza, e quello che emerge dopo ogni colpo di scalpello è qualcosa che prima non c’era ma che nasce da una privazione: nasce dall’annichilimento del superfluo che scopre la vera natura delle cose. Dare forma significa aggredire violentemente qualcosa per modellarla. Non è violenza fine a sé stessa, né incontrollata: è un colpo feroce ed un secondo dopo una tenera carezza, è il freddo acciaio che penetra ma anche l’impercettibile lima che ritocca.
Non basta martellare la pietra per essere un Michelangelo: la differenza sta nel senso delle cose, nella capacità di vedere oltre il visibile, di dare forma con la mente a qualcosa che ancora non ce l’ha. Michelangelo vedeva il David prima che esistesse.
Senza sapere cosa si vuole, le martellate sono solo vuoto riempire il tempo che passa, cieco vagare sulla pelle bianca del marmo. Se non sai quale statua vuoi scolpire, se non hai le idee chiare, non sei tu a guidare il marmo, ma è il marmo ad importi la sua ermetica casualità.
Le ultime 24 ore sono state 24 rapidi colpi di martello. Violenti e impietosi. Hanno tolto via roba, ma non so ancora se tutto questo prenderà una forma piuttosto che un’altra. Non so cosa emergerà. Non so cosa affonderà. So però che questo cieco cozzare del martello mi arriva dentro, agitando la mia passione per il caos e il nichilismo, che sonnecchiava sazia.
L’odore dell’appiccicoso rosso suscita appetiti silenziosi.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 25 del mese 03 dell'anno 2009.
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Alle iene un servizio sulle chat. Instant Messaging piu’ che altro. Quattro ore di esperimento per mostrare come i minorenni cercano sesso. O meglio qualcuno che si masturbi con/per loro, o anche semplicemente li stia a guardare. Quattro ore per mostrare adulti maschi in cerca di tenere ragazzine da usare.
Troppo facile. Troppo facile dire “ecco che succede quando i vostri figli si collegano”. Troppo facile fare finta che basti non usare internet per ovviare a genitori che non sanno essere tali. Troppo facile addossare allo strumento l’assenza di valori di chi lo utilizza.
La censura non e’ protezione.
Il vero orrore non e’ un trentenne che si masturba davanti una tredicenne. E’ presentare questo come responsabilita’ di un mezzo di comunicazione, ignorando che quello stesso media ha aperto potenzialita’ mai viste prima per lo sviluppo dell’umanita’ migliorando la vita di molte persone. Il vero orrore è vivere in un tempo ed in un luogo, l’Italia di oggi, dove non si riesce ad arrivare al cuore del problema, dove ci si accontenta del sensazionalismo della superficie.
Il vero problema è presentare sillogisticamente qualcosa, in un mondo che ha smarrito il senso critico.
Bruciamo internet, luogo di perdizione e pedopornografia, luogo che trasforma giovani innocenti (“non ruberesti mai un auto…”) in ladri senza scrupoli (a cavallo di un mulo), luogo dove dipendenti modello si trasformano in perdigiorno (navigando fra i profili di facebook).
Io internet continuo solo ad usarlo di più, di fronte a questa parata di luoghi comuni e banalità superficiali nate morte. Perché è l’unico media che mi permette un reale contraddittorio.
L’unico media che fa male è quello che non si usa senza consapevolezza.
E la responsabilità non è del media, ma della società in cui crescono i ragazzi. E una società che li cresce imboccandoli con estremismi e superficialità, non può stupirsi se nella loro personale ricerca di risposte sul mistero che è la vita, essi restino affascinati dal lato oscuro delle cose: in un mondo finto e in una società senza risposte, il lato oscuro è l’unica cosa viva che vedono. Perché appare come l’unica che gli parla direttamente e che dia emozioni vere.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 03 dell'anno 2009.
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La vista si appanna, l’udito si affievolisce. La pelle gelida è insensibile. Il naso è chiuso e lingua saldamente incollata al palato. Eppure tutto è accecante frastuono, calore insopportabile, odore irritante e voce troppo alta. E’ un blocco. Smetto di sentire il mondo fuori di me, ma non è pace. E’ isolamento, è esplosione incontrollata di un mondo, dentro. E’ il mio Mister Hyde che reclama il suo corpo, il mio Ade che chiede la sua Persefone.
Chiudere, chiudere tutto. Cercare di calmarsi, non di resistere. Certe cose si navigano non si ostacolano. Ma la paura è tanta, e ti fa sentire solo come una stella immersa nel freddo vuoto della perenne notte. In fondo la stella sa di essere luce proprio perché vive perennemente assediata dal buio.
Sento i calci di qualcosa di incontrollato che mi accompagna sempre, e che adesso cerca di disarcionarmi. Sento il calore che scorre dentro, il calore di questa cieca energia, che vuole solo deflagrare, investire tutto, senza chiedersi cosa sia giusto, opportuno, buono, rispettoso. Vuole esistere così com’é fregandosense di ogni impatto. Vuole avvolgere tutto e incenerire qualsiasi cosa riesce.
Questo vuol dire che qualcosa al momento non è in sintonia. Non so cosa sia. Ma so che c’é. E allora di corsa, a fondo, un tuffo incontro al problema, ad una vita che mi fa domande per cui serve trovare risposte.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 01 dell'anno 2009.
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Foto (cc-by): LifeHouseDesign
Fai ciao con la manina. Fai ciao a 18 anni di obbligatorio servizio d’istruzione. Fai ciao ad un vero servizio di distruzione che oltre a rubare gli anni migliori distrugge la capacità di fare. Devasta la capacità di sognare. Divora le potenzialità di essere diversi. Emargina i diversi invece di valorizzare la loro diversità.
La somma follia di un sistema di istruzione: presentare a tutti la stessa sbobba. Come se non fossimo tutti differenti fra noi in aspirazioni e capacità. Possibilità di scelta e personalizzazione uguale a zero-virgola-qualcosa.
Un sistema che ha ucciso il cervello di tanti, ormai assuefatti ad un modo di pensare costruito dai ridondanti confini dell’istruzione statale. Un sistema che ha ucciso la stima di tanti, ormai convinti che il loro valore come persone venga davvero misurato da 18 anni di numeretti su un pezzo di carta, affibbiati da qualcuno che nel frattempo sta pensando a cosa fare nel fine settimana.
Un sistema subdolo, perché con la sua ridondanza cerca di costringere il cervello ad autodistruggersi. Enorme mole di dati vecchi. Sempre vecchi. Ore passate a studiare qualcosa che non esiste più, in un sistema di regole di giudizio senza senso che cambia ogni 3 anni. Un sistema di distruzione per cui passi anni a scavare buche concettuali per poi ricoprirle. La chiamano formazione. Ti insegnano a scavare buche. Senza porsi il problema di cosa farne nel futuro di un esercito di scavatori di buche né se poi davvero è questo che vuoi.
Una enorme catena di montaggio lunga 18 anni, in cui ognuno bada solo ad attaccare il suo pezzo, in cui nessuno ha la visione d’insieme, in cui niente è costruito per produrre qualcosa ma solo per esercizio fine a sé stesso.
La scuola/università informa, ma niente ha mai tempo e risorse per essere fatto in modo approfondito. La scuola forma, ma gli insegnani non sono spesso all’altezza e i genitori denunciano quei pochi che raddrizzano i figli.
Bye bye. Saluterei agitando la manina, ma questa follia che mi rende ebbro di sé mi ha paralizzato il dito indice che svetta proteso verso il cielo dalla mia mano destra. Fottiti. Non hai avuto il mio cervello. Ho fatto tutto quello che c’era da fare, ho masticato la tua terra in questi 18 anni, ma ho fatto tutto per finta. Neppure per un secondo ho creduto che potessi darmi qualcosa che non fosse piallamento mentale, di fantasia ed aspirazioni.
Tutto quello che sono e che ho lo devo alle persone. A quelle poche che non sono il sistema anche se ci stanno dentro. Le riconosci dalla passione che accende i loro occhi, nonostante vivino fra le rovine di un sistema che li emargina. A quei pochi che in questi 18 anni ho incontrato, che mi hanno fatto crescere come persona, che mi hanno raddrizzato la spina dorsale e fatto venire voglia di arrivare fino in fondo, non per un pezzo di carta, ma per dimostrare che posso essere migliore, che posso fare più del minimo richiesto dal sistema. Sono pochissimi. E sempre meno. Ma ci saranno sempre. E saranno un motivo per non mollare, per cercare di dare il 100% esprimendo sé stessi contro il conformismo inevitabile dell’istruzione di massa. E’ una guerra silenziosa, forse persa, ma che vale la pena di combattere.
Il mio dito medio invece è dedicato a tutto il resto, a questa aberrante macchina senza testa che succhia gli anni migliori, scarica la nostra voglia di fare e di esistere in progetti senza futuro e senza fine, non sa cosa sia a meritocrazia. Una macchina di cui tutti sono ingranaggi in buona fede. Perché hanno smesso di farsi domande.
Io sono libero. All’inizio di nuove battaglie e salite più ripide forse, ma ho messo la parola fine a questi 18 anni di prigionia vissuti con insofferenza a volte malcelata. Non mi avete avuto, non mi avete annichilito, e soprattutto: non vi ho creduto e presi sul serio neppure per un istante.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 21 del mese 11 dell'anno 2008.
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Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 10 dell'anno 2008.
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Dopo ferragosto è morto un mio ex-compagno di classe. Frequentavamo le elementari insieme, ci siamo ovviamente persi di vista da allora. Non eravamo particolarmente amici, ma a quell’età sei amico di tutti e di nessuno. Era un ragazzo semplice, come se ne incontrano tanti dove sono cresciuto io: arrivano presto a farsi una famiglia, lavoro non specializzato e macchina. E lui in macchina c’é morto, con la moglie e la figlia.
Ma questo non è un post sulla morte, né sul mio ex-compagno. Non è un post sulla velocità corretta da tenere né sulla difesa di chi vive in maniera semplice senza chiedere troppo alla vita (e neppure un post sull’assurda palese e costante incompetenza di chi a La Sicilia si autodefinisce giornalista senza neppure rileggere quello che scrive).
Questo post è un ragionamento. Salvatore Muzzetta è morto a 24 anni, quanti ne avrò io a Dicembre. Lui aveva moglie e figlia. A prescindere dall’opportunità o meno di avere una famiglia a 24 anni, e delle stronzate associate, il punto è che a 24 anni Salvatore aveva costruito qualcosa. Beninteso: questo non è un inno alla famiglia. Il punto è un altro.
Quando ho appreso la notizia, ho avuto una strana sensazione. Ho avuto molte più opportunità di Salvo di andare avanti nella vita. Vivo sicuramente in maniera più confortevole e ho prospettive che mai lui avrebbe raggiunto. Eppure non ho nulla. Se la morte mi cogliesse domani, non lascerei nulla. Non ci sarebbe nulla. Si porterebbe via soltanto il mio potenziale. Quello che sarei potuto diventare. Salvatore Muzzetta forse non sarebbe diventato qualcosa di diverso anche vivendo fino a 90 anni. Eppure lui aveva costruito già qualcosa.
Non voglio essere frainteso: non è una questione di scelta giusta o sbagliata, ma solo di domandarsi: per cosa vivo? A me piacerebbe lavorare con il web, avere abbastanza soldi da poter viaggiare, avere abbastanza tempo per poter leggere e crescere dei figli, approfondire sempre di più lo studio del Tao e del Taijiquan. Eppure nel momento in cui penso a questi obiettivi, in automatico il mio cervello inserisce fra me e loro una serie di step automatici: studio-laurea, lavoro, persona-giusta-famiglia, realizzazione personale-e-dopo-figli, ecc. ecc. Come se i miei (attuali) obiettivi dipendessero da questi passi intermedi. Ma in fondo chi lo dice? Chi mi costringe a seguire questa catena interminabile di passi intermedi?
La verità è che vivo in una merda di società da fast food, dove l’importante non è quello che fai ma fare qualcosa di figo. L’importante non è come fai le cose ma quante ne fai. L’importante è aspettare per evitare di sbagliare. L’importante è farsi i cazzi propri perché sopportare le rogne di oggi è sempre meglio che tirarsene addosso altre cercando di cambiare le cose. L’importante è tirare dritto ché in fondo se la disgrazia capita a lui è meglio perché non può capitare a me.
Così ti svegli una mattina che sei vecchio e stanco e ti accorgi che hai vissuto una vita di eterna preparazione e potenziale, come un atleta in perenne allenamento per una grande gara che non farà mai. Oppure hai realizzato i tuoi obiettivi, ma soltanto per passare ad altro, vivendoli giusto il tempo di passare una riga sopra la voce nella lista.
Vedo in giro troppi vecchi decrepiti, troppi anziani che vengono chiamati giovani e troppi giovani che pensano di essere bambini immaturi solo perché ancora non hanno 40 anni. No, non siamo noi nel giusto. Non può essere nel giusto un paese che ti mette in gioco quando ti è passata la voglia di giocare e ti accontenti di sopravvivere.
Salvo è morto e io sono vivo. O forse la verità è che lui è morto da vivo, e io di questo passo morirò da morto, dentro una vita pianificata dai ritmi di una società che ti costringe a scegliere fra te e gli altri, e ti da speranza di esprimere la voglia di essere solo quando non ne hai più. Non ce l’ho coi vecchi che si trascinano dentro i confini di una vita decisa in gioventù: è il destino di tutti. Ce l’ho con il fatto che i giovani (che a scanso di equivoci sono tali fino a 30 anni) siano costretti a buttare le proprie energie in una merda di lavoro in nero, senza prospettive e senza soddisfazioni.
Non vorrei emigrare. Ma nuclearizzare la penisola, ricominciando da capo. Forse sono matto, forse sono sbagliato, forse sono futurista. Ma almeno sono. In un mondo dove essere saggi è diventato rinunciare ad essere. Quella è sempre stata solo furbizia e vigliaccheria (quanto ci vorrebbe una azione ispirata ad una moderna dottrina dello zhengming).
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 08 dell'anno 2008.
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Si dice vado a riposare. Ti sdrai in orizzontale e dormi. Perdi coscienza di te. Non sai cosa pensi, provi o ti succede in quelle 8 ore che sono, se ci pensi, la parte più lunga della tua giornata. E invece a volte le palpebre non vogliono serrarsi, neppure a forza. L’inquietudine dentro cresce. E il tuo corpo non ne vuole sapere di cedere all’oblio. Come se rifuggisse quell’attimo lungo otto ore in cui non sei più qui, su questa Terra. Che succede? Chi lo sa davvero?
A volte di notte non riesco a dormire. Niente incubi, niente insonnia. Una frenetico, lucido e freddo terrore che non so da dove spunta. Dove vai in quelle 8 ore? Cosa fai? Cosa vedi? Cosa vivi? Una volta ho fatto un viaggio da cui ho imparato che peggio di certe domande, ci sono solo le loro risposte. Ci sono cose peggiori di morire. Cosa vedresti se riuscissi a non dimenticarti di esistere, mentre "risposi".
Buonanotte. La mia inizierà fra due ore, con lo spuntare del sole.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 06 dell'anno 2008.
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Mi sento qualcosa dentro che si agita. E non riesco a definirla né a tirarla fuori. E’ frustrante.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 06 dell'anno 2008.
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Oscar Wilde diceva: "Egoismo non è pretendere di vivere come ci pare, ma pretendere che gli altri vivano come pare a noi".
Questa frase trovo faccia luce su un malinteso di fondo del concetto di egoismo. E’ chiara la sua applicazione rispetto al concetto classico di egoismo: il caro Oscar ci dice "attento, non è egoismo seguire le tue inclinazioni, anche contro gli altri. Lo diventa nel momento in cui pretendi che gli altri agiscano in conformità a queste tue inclinazioni".
C’é un tipo di egoismo molto sottile, che se da un lato mi ha sempre affascinato, dall’altro mi ha sempre preoccupato. Perché è così difficile da evidenziare. E’ l’egoismo bastardo di chi si sente a disposizione degli altri. Di chi si prodiga per gli altri. Di chi ti inonda di cortesia e favori. Non si tratta di ipocrisia, sono azioni fatte col cuore. Eppure l’azione segue la soddisfazione di un proprio bisogno di sentirsi benefattori degli altri. Sono comprensivo perché ho un’idea di me, in cui mi vedo comprensivo.
Allora tutti gli altruisti sono in fondo degli egoisti? Neppure per sogno. Il punto non è appagare o meno il proprio desiderio più o meno consapevole, di essere benefattori di qualcuno. L’egoismo non sta qui. L’egoismo – e qui la differenza con l’altruismo – sta nel pensare che quello che io do agli altri sia quello di cui davvero gli altri abbiano bisogno. In altre parole, io sento la spinta filantropica verso di te, ma il bene che ti offro è la mia idea di cosa sia bene per te. E non mi sto ponendo minimamente il problema di chiedermi se in effetti è quello di cui hai bisogno, quello che chiedi, quello che vuoi tu.
Aiutare qualcuno o aprirsi al servizio di qualcuno, implica lasciare agli altri la facoltà di determinare cosa è bene per loro. Altrimenti è solo una forma complessa e velata di egoismo. Una banale autosoddisfazione. Un filantropismo unilaterale che si distingue dalla tirannia solo perché ha un sorriso sulle labbra.
Non c’é peggiore egoista di chi vuole aiutarti prospettandoti una sua idea di come farlo e di cosa sia bene per te. Senza neppure starti a sentire.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 06 dell'anno 2008.
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