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Debolezza.

(Lo avevo scritto l’1 Novembre del 2010. Non l’avevo mai pubblicato. Mi fa ridere rileggerlo, giusto stasera. Una vita polibiana, la mia…)

 

Che cos’é la debolezza?

Sentirsi schiacciati da qualcosa che non riusciamo a cambiare. Non riuscire a fare una cosa che prima ci veniva naturale. Piangere.

Siamo costretti a fare delle scelte, e le giudichiamo buone o cattive in base al risultato a cui ci conducono. Se il risultato va bene, allora la scelta era quella giusta. Ma nel tempo tutti i risultati sono giusti. Perché ci allontaniamo dal problema. Nel tempo, tutto viene annacquato, e anche i sapori più forti vengono ridotti a insipidi. Una scelta è solo una scelta, e se anche a distanza di tempo ci conduce a qualcosa di buono, non vuol dire che le altre scelte non sarebbero state meno giuste. O meno belle.

Non è il gioco del vero e falso. Sono infiniti universi paralleli, milioni di possibili strade. Da scegliere.

Se di tutti questi infiniti universi possibili, non puoi vivere l’unico che vuoi, allora la scelta è inutile. E tanta meravigliosa abbondanza, diventa solo un circo di ombre beffarde.

A volte è difficile dimostrare che una cosa è vera. Allora ci si aiuta dimostrando che il suo contrario non può essere vero. Ma la vita sta fuori le formule, e se ne sbatte delle dimostrazioni. Così una cosa può essere falsa, ed anche il suo contrario. O essere vera e il suo contrario falso. Ma questo non avere importanza.

Io non voglio avere ragione. Vorrei solo poter dire serenamente di sbagliarmi. Sentire pacificamente che questa non sia una cosa sbagliata e idiota. Uno spreco. E non aspettare il tempo che scorre e sfoca le gioie, la distanza che cresce e allontana gli appetiti fino a farne un ricordo, non sempre alla vista. Finché poi sarà facile convincere e convincersi che le cose sono andate nell’unico modo in cui potevano andare.

Mi sento schiacciato da quella stessa cosa che ieri era la mia forza. Non so come uscirne. Perché sento che non ne voglio uscire.

 

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 12 dell'anno 2012. Nessun commento — .

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Ci si può sentire mai soli anche sulla cima del monte più alto. Ti senti centro dell’Universo, un tutt’uno con l’aria che fa gonfiare il petto ritmicamente, con il sole che si spalma sulla tua pelle. Sei solo, eppure sopraffatto da lacrime di commozione per sentirti parte desiderata e amata di una famiglia: i pochi fiori, gli insetti, financo i sassi.

Si può essere soli anche in mezzo a tanta gente. E credo sia il tipo di solitudine peggiore in assoluto. Perché in fondo non è solitudine, è isolamento. E’ non riuscire a sentirsi parte di qualcosa. Peggio: non riuscire a sentirsi parte di qualcosa, pur avendo il desiderio di esserlo e pur se nessuno intorno nutre desideri contrari.

Cacciamo sorrisi bradi come bufali che misurano praterie mai sazie di orizzonte. Tratteniamo il respiro per immersioni in profondi e oscuri sguardi di cui fondo le nostre dita hanno ossessione fremente. Ma non sempre sono per noi quei sorrisi. Non sempre sono nostri questi sguardi.

E ti assale questo isolamento di chi è senza casa, ancora costretto a camminare. Una solitudine curiosa, perché è sentirsi soli pur facendo parte della numerosa famiglia di coloro per cui quel sorriso non scalda. Anziché sentirsi a casa per il fatto di essere il solo per cui quel sorriso è stato disegnato.

Forse per non essere soli, serve sentirsi la cosa più importante per qualcuno che consideri la cosa più importante.

Sono questioni difficili.

Per questo ho imparato a vivere con la solitudine anziché cercare risposte a domande che non abbiamo diritto di porre.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 22 del mese 02 dell'anno 2011. Un commento — .

Metafore, Sogni, Verità e Bugie

Oggi ho letto questo libro. Perché sono arrivato con un’ora d’anticipo in stazione. Perché mi aspettava un viaggio in un regionale di merda, dove le prese elettriche non sono ancora state inventate. Perché lo avevo cercato senza successo due volte, ed ero infine blandamente curioso di leggerlo. Per vedere se chi lo consigliava aveva detto stronzate. E un po’ ci speravo, perché le persone che hanno ragione più di due volte sono pericolose.

Il libro è ben scritto, indubbiamente. Solo adesso però, dopo qualche ora, riesco a dare un nome alla sensazione strisciante che mi ha lasciato addosso: irritazione. Come quando qualcuno svela che menti. E ti irrita. Non tanto perché temi cosa possano pensare gli altri. Ma perché tu a quella bugia ci eri affezionato.

E’ un periodo frenetico. E’ questa è una mezza bugia. Perché è da due anni che è tutto frenetico. Ma la velocità non è un problema: diventa frenesia solo quando non riesci più a muoverti a tempo.

E’ un periodo in cui gli altri mi irritano. O mi stancano. Perché non mi toccano dentro. E questa è una quasi totale verità.

Leggere questo libro mi ha irritato perché mi ha ricordato però “la” verità. E cioé che non sto più coltivando la capacità di stupirmi. Di gioire delle piccole cose. Di fantasticare. Non mi preoccupo dei pericoli, non mi coinvolgono le beghe. Persino il mio lamentarmi o le reazioni di rabbia sono diventati simulacri perfettamente in riga di copione.

Leggere questo libro mi ha irritato perché mi ha svelato che mento. Che tutto questo non è colpa degli altri. Di quello che mi hanno fatto. Dell’avermi sradicato territorialmente ed emotivamente. No. Questa è una bugia. E mi irrita perderla perché una bugia può essere vestita da verità. Ma l’alethèia non può essere che sé stessa: per definizione non è vestita.

Tutto quello che ho dentro, o meglio che mi manca dentro, dipende da me. Sono scarico e chiuso. Non ho voglia di proiettarmi verso gli altri, gonfio come sono di delusione e disillusione. Quindi non è il mondo fuori da me ad essere freddo e cinico. Sono io. Che preferisco trascinarmi. Senza interesse. Mi sento un sole milanese: in apparenza ci sono, ma nella sostanza non scaldo.

Di certo passerà, ma in tutta onestà la verità nella verità è che adesso non ho voglia di applicarmi per farlo passare. Non perché mi piaccia. Ma perché sono stanco dentro. E in effetti ho proprio voglia di dirlo: sono stanco dentro. E non mi interessa. Continuerò a star seduto mentre siete voi a passarmi davanti. Non sono arrabbiato e neppure depresso. Non ho nulla da dare e c’ho solo voglia dei cazzi miei. Di quell’autismo fantastico in cui vivevo da bambino. Perché a volte questo vostro mondo mi riesce davvero ostico.

Infanzia: quando tutto è meraviglia. Non perché lo sia, ma perché i nostri occhi la riversano ovunque.

A volte provi in tutti i modi, ma poi desisti. Perché sei stanco. E capisci che l’unica chance – per nulla esaltante – è aspettare. E questo farà incazzare qualcuno probabilmente. Ma ci sono volte che davvero non ti importa. Di nessuno. Sono quelle volte che capisci di essere un deserto. Forse un giorno qualcuno arriverà esaltato perché vedrà tanto spazio per edificare una piramide. O forse resterà tutto deserto. Perché in fondo le metafore sono tutte stronzate. Cioé un modo elegante di allungare discorsi.

Ed io ultimamente riesco solo ad inventare metafore, anziché sogni.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 01 dell'anno 2011. Comments Off on Metafore, Sogni, Verità e Bugie — .

Occasioni Mancate

Calda è la notte che ci coglie insieme, anche nell’inverno più bianco
Radiosa è l’alba che ci sorprende uniti in un’unico fiato, seppure in un giorno che minaccia pioggia.
Senza tempo il mio naufragio nei tuoi occhi, senza direzione il mio percorrerti con le dita.
Il tempo dei silenzi che parlano è diventato tempo delle parole zittite. Mai morte sulle labbra, non giungono però ad orecchio alcuno.

Ogni magia è un’illusione, ma non ogni illusione è sempre magia.

E così, a rincorrere noi nel giardino di cristallo dei ricordi, frantumo certezze ogni volta che provo ad afferrare qualcosa.
In fila, impeccabile picchetto d’onore, le parole profuse salutano meste a questo funerale delle parole mai nate.
Colorato circo di intrepide promesse invecchiate male, lupanare di rugose bellezze svendute, cena di prelibatezze servite la mattina dopo: la pena per le occasioni non colte è il ricordo di ciò che sarebbe potuto essere.
Non il vino bevuto io piango, ma le numerose bottiglie che mai condivideremo.
Anni da vivere per sbiadire istanti di felicità: passeggio per la mia vita senza fretta, solo chi non ha direzione non si perde mai.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 11 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Tempo di Cazzate

Tu sei il tuo tempo. Gran parte del tempo che passiamo lo sprechiamo in cose inutili o poco appaganti. Vivere è come scolpire. E il tempo è il suo marmo: occorre si modellarlo come ci aggrada. Ma essere bravi richiede uno sforzo ulteriore: saper produrre meno scarti possibile.

Oggi ho fatto una pausa, per godermi l’alito di sole che irrora di luce la città freddolosa. Pensavo che fosse la giornata ideale per stare in piazza. Non mi sbagliavo. Lavoriamo per denaro, con il denaro compriamo libertà: fare quello che ci pare. Quindi ci rendiamo schiavi per essere liberi, e questo paradosso a volte diventa non senso. Quanto mi costa stare qui seduto al sole a guardare l’Arco della Pace? Non lo so. Ma so quanto guadagno.

Il tempo è prezioso e spesso lo investiamo in cose che una volta fatte o vissute non ci sembrano più così buone, come scarpe logorate dall’uso. Quante volte hai scritto o fatto cose di cui ti sei pentito? O da cui sei stato travolto? A te, fratello di notti insonni e neuroni appassiti, io dedico le mie parole.

Perchè il vero spreco di tempo non è il fallimento. Ma non aver vissuto l’impulso. L’aver soffocato dentro la voglia. A te, che come me hai fatto tante cazzate, io ergo un monu(mo)mento, perchè non hai accettato la tirannia della paura di sbagliare, la schiavitù del dovere di essere in un modo piuttosto che in un altro.

Tu sei il padrone del tempo. Sforzati di passare i tuoi momenti come ti piace.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 11 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Clessidra: Tutto Finisce.

Granello dopo granello, si svuota la clessidra per riempirsi. Quello che riempie fugge via, lasciando un vuoto. Ogni vuoto crea un pieno, ed ecco che basta rovesciarla questa clessidra che tutto torna a riempirsi, svuotandosi.

Tutto nella norma, / tutto in un’orma: / un vuoto ben disegnato, / di scelte mai nate ornato, / sognate di notte, / in un ardore di lotte, / tra ciò che è e ciò che essere vorrebbe. / Crebbe il germoglio, / fiorì nell’orgoglio, / finì nel doglio.

Tutto ciò che inizia ha una fine, e la fine è solo un nuovo inizio. Allora è folle colui che si dispera ma anche il suo fratello che gioisce. Quindi mi chiedo: perché vivere in un mondo caduco? Perché curare, proteggere, soffrire, sforzarsi per qualcosa che morirà, lasciando posto a qualcos’altro sempre e che sempre approderà allo stesso destino?

Ombra di notte di un Edipo ignaro, / nessuno sfugge al destino amaro, / di chi riempiendo la sua metà / ha creduto nell’immunità / di una clessidra impietosa che inquieta è dentro, / ma che non offre risposte: è solo strumento.

Ci preoccupiamo del tempo che passa. Che cambia le cose. Che ne mostra lo scorrere incessante verso la fine. Ricominciamo infinite volte. Non troviamo abbastanza tempo, ne sprechiamo su cose poco importanti. E la clessidra, si svuota e poi torna a riempirsi. Così è stato, così sarà. Sempre.

L’immortal al veloce granello non è immune, / soffre e perde: anche per lui muoion le lune. / La sua clessidra non è più capiente, / solo egli la volta e mai si arrende.

L’eternità non è saper fermare il granello che fugge via. Ma l’avere voglia di girare quella clessidra ogni volta. E ancora una.

Quella voglia si chiama amore.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 15 del mese 11 dell'anno 2010. 3 commenti — .

Prendi Tempo

Prendi tempo.

Smetti di fermare il vento.

Non dire quello che non sento,

prendi tempo.

Illudi l’occhio, evita il tocco, muori dentro, esplodi lento.

Nessuno ha bisogno di una fine plateale.

Nessuno applaude: silenzio immortale.

Stenditi bene e osserva le stelle: il riposo è orizzontale,

come la morte che né improvvisa né lenta arriva.

Che non arriva.

Che non salva.

No: la condanna è una nuova alba.

Il mio domani certo, il tuo oblio in petto.

Muore il sole ogni tramonto, risorge il dì seguente,

Innumerevoli suoi ritorni conto, nei più belli non eri assente.

Prendi tempo, ma resti impotente.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 11 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Monte Etna.

Questo post sarà lungo. Lo so prima di terminarlo. Ma è una cosa che voglio avere qui, a futura memoria. Questo post è una storia. Una storia che comincia l’estate del 2009. Avevo pensato di andare sull’Etna quell’estate, ma all’ultimo momento ricevetti una visita che cambiò i miei piani, impedendomi di partire. Oggi so che fu giusto così. L’estate dopo ero deciso a non far passare l’occasione. E così chiesi al mio migliore amico di venire con me per il periplo del vulcano. Accettò. Ebbe un incidente grave che lo costrinse a letto. Chiesi allora a mio fratello, ma prima che si decidesse gli venne un’infezione all’occhio che lo costrinse a riposo forzato. Testardo, andai da solo.

Ho parlato più volte di quel viaggio, ma non l’ho raccontato tutto. Principalmente perché il periplo del vulcano in solitario è un viaggio molto intimo. Ti lascia dentro cose che è difficile comunicare. Ma soprattutto le riflessioni di quei giorni le ho sempre considerate molto personali. Mi aspettavo di poterne parlare con una persona in particolare, una persona che sentivo vicina come nessun altro prima. Ma la sua non curiosità circa il mio viaggio mi spinse in modo inerziale a non entrare nel dettaglio delle mie emozioni. Forse fu un errore. Avrei voluto condividere, allora.

Quel viaggio mi ha cambiato. Anche se la portata di questo cambiamento mi appare solo adesso. Ho toccato con mano la solitudine profonda. Nella sua inquietudine nera e nella sua dolcezza infinita. Ho faticato da solo ed in ogni momento serio di difficoltà ho avuto il dono di una compagnia casuale. Un uomo in bicicletta che mi ha aiutato nella scalata al Monte Santa Maria, un gruppo di cowboy che mi ha tenuto compagnia sul Monte Timpa Rossa, e mi ha aiutato nella mia fallimentare scalata alla quota 3.000, tenendomi su il morale, un gruppo di pastori sul Monte Spagnuolo.

Ho sempre pensato che da soli si può fare tutto. Ed è vero, perché ancora una volta l’ho dimostrato a me stesso. Ma quello che questo viaggio mi ha insegnato è che la condivisione fra esseri umani vale più di sapere fare tutto da soli. E’ una conclusione che accetto solo oggi dopo 25 anni di ripetizioni in merito. Essere in difficoltà e farcela da soli è una sfida bellissima. Avere accanto qualcuno, non per risolvere il problema, ma per condividere la fatica, è la gioia massima. Che da’ senso alle cose. Ha dato senso a quei giorni. La fatica vinta genera solo soddisfazione momentanea. La gioia vera è quella di non sentirsi soli, di scaldarsi al fuoco alla sera, anche con un perfetto sconosciuto. La condivisione istantanea fra estranei che genera l’essere insieme in una situazione nuova, ostile, dove percepiamo che da soli siamo niente.

Tutto questo mi ha fatto immediatamente apprezzare il legame che avevo, e nel quale ero entrato con il solito spirito. Uno spirito che mi avrebbe portato a stancarmi come sempre e a desiderare il caleidoscopio di illusorie libertà di fare. Illusioni, perché perché serve sempre che siano tante e diverse, magari simultaneamente. Un circo assordante per coprire la paura del silenzio. Un silenzio che quando esiste e si vive con serenità non è sintomo di esaurimento di un rapporto, ma di un legame che può sfidare il tempo perché non vive nell’ansia di momenti ma inonda i momenti di una pace, a volte a torto confusa con la noia. Anche se adesso per altri motivi non sono stato in grado di tenermi quella persona, vivo oggi nella consapevolezza di aver toccato con mano qualcosa di solido. Nello sguardo e nei gesti di perfetti sconosciuti, che con la lingua universale del dono mi hanno mostrato il modo di superare miei limiti. Di volare oltre lo steccato e desiderare di costruire cose di valore che durino nel tempo. Quel modo è la volontà. La serena convinzione di desiderarlo unita alla granitica consapevolezza che sia giusto. Per me.

La prima notte, sul Monte Maletto, ho pensato tanto. Il silenzio del bosco è assordante. A me, così abituato a tante cose insieme, ha inquietato più di ogni urlo. Viviamo l’assuefazione di quello che abbiamo e ne percepiamo il valore per il vuoto che lascia quando improvvisamente non c’é più. Ma non è la sua assenza a turbare, ma proprio il vuoto. Il buio e il silenzio sono uno specchio: riflettono quello che abbiamo dentro. Ci circondiamo di tante cose fuori, facciamo, disfiamo, corriamo. Tutto questo per non guardare dentro. E’ un pozzo profondo. Ma per qualche giorno all’anno la luna piena ne rischiara il fondo. Nella solitudine ho provato tante cose. Alcune di queste le ho condensate su carta.

Stasera rileggendo quelle parole di qualche mese fa mi sono stupito: la montagna mi ha fatto un altro regalo. E’ come se mi fossi scritto quelle cose per questo momento. Non sono stato in grado di comprendere e padroneggiare bene questo cambiamento. Forse se fossi stato più veloce le cose oggi sarebbero differenti. Ma un’arancia può forse decidere quando maturare?

Le parole che scrissi allora sono per me, adesso. Sono stelle per non perdere la direzione. Sono un chiaro segnale che quello sceso dalla montagna non era lo stesso che era salito.

Non mi serviranno a migliorare una situazione che vivo con estrema difficoltà. Ma mi hanno mostrato che non è sempre la solita storia. Perché a differenza delle altre volte io sono diverso. Una piccola grande consolazione, non sentirmi incatenato a corsi e ricorsi storici.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 10 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Meraviglioserrima (Hope)

«Non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia. Non abbiamo saputo superare l’ostacolo, come eravamo assolutamente decisi a fare, ma la vita ci ha condotti di là da esso, aggirandolo, e se poi ci volgiamo a guardare il lontano passato, riusciamo appena a vederlo. Tanto impercettibile è diventato»

Questo lo ha detto uno che di queste cose se ne intendeva (M. Proust). Ho testato la veridicità di questa asserzione ormai 4 anni fa circa.

In questi 4 anni però ho usato questa frase come una clava. Una clava per difendermi dall’impegno. Una prova matematica che tanto se tutto scorre nel fiume di Eraclito allora al primo ostacolo o rallentamento posso uscire. Anzi lo preferisco: preservi il bel ricordo e ti godi la morte violenta (dolorosa, ma pirotecnica) rispetto alla noiosa e già vissuta agonia lenta. Come diceva Marx «un modo di vedere è anche un modo di non vedere», quindi in effetti non esistono esperienze/teorie sempre giuste, e neppure quella di Proust lo è. Vale nei casi di fallimento. Ma il fallimento è un concetto relativo perché dipende dall’impegno che ci abbiamo messo nel conseguire il risultato. Quindi dichiarare fallimento immediato e improvviso è si una morte violenta, ma anche una volontà di lavarsene le mani.

Fino a ieri ho sempre intimamente ragionato così. E questo mi ha anche inconsciamente spinto a scegliere sempre di vedere le cose morte al primo colpo. Non sono uno da massaggio cardiaco: se l’ho fatto è stato sempre senza convinzione.

Quando ero bambino avevo paura di saltare dall’albero, anche se tutti prima di me avevano saltato. Allora semplicemente mi ci misero sopra. E mi spinsero giù. Scoprii che la mia idea, assolutamente sacrosanta e basata su considerazioni che ritenevo solide, era in realtà completamente sbagliata. Capita. Non sempre, ma capita. Il punto è che quando la sensazione non è piena al 100% non vuol dire che sia tutto da buttare, perché altrimenti niente durerebbe. Ma soprattutto: il mio essere fan della morte violenta ha sempre riproposto il salto dall’albero: meglio convincersi ed evitare di verificare. Meglio scambiare una possibilità iniziale (farsi male) per quanto probabile, con una certezza, che viene solo dopo aver provato fino alla fine. Ma da soli non si va da nessuna parte: serve sempre qualcuno che ti faccia saltare. Il modo migliore per restare della propria idea è quindi chiudere ogni possibilità di confronto. Di farsi afferrare e mettere sull’albero.

La cosa che ho imparato in questi giorni è che quando ti interessa davvero non ti importa neppure del massaggio cardiaco. Sei disposto a scendere nell’Ade per riprenderti la tua Euridice. Scoprirmi capace di questa tenacia, dovuta alla qualità delle cose che ho vissuto, mi ha fatto sentire un essere umano. Folle, ma allo stesso tempo vulnerabile. Ho imparato che con un folle non puoi ragionare. Perché per quante convinzioni convincenti puoi mettere sul tavolo, lui vede sempre quello si può fare, anziché quello che si è fatto.

In fondo, ho imparato che (pos)so fare cose che non credevo. Se ho accanto qualcuno che mi fa venire voglia di tirare fuori tutto e oltre. Ancora una volta: si impara a superare sé stessi solo con le persone che amiamo. Qui subentra la retorica delle delle cose incollate: se una cosa è andata il suo ritorno è solo una brutta copia. Vero. Ma non tutto quello che si rompe si incolla: un guscio deve rompersi. Se ti fermi al rumore e al dolore della rottura perdi la differenza fra il vaso e l’uovo: entrambi si rompono ma solo uno vive la rottura come un livello successivo e più profondo di esistenza. Un mondo che cresce e poi entra in crisi perché spinge per superare i propri limiti: questa è la vita che esce dall’uovo. Dal punto di vista del pulcino è un dolore incredibile. Che ha un senso solo se sopravvive. Un guscio s’é rotto, ma non mi interesserebbe reincollarlo, non mi è mai passato per la mente. Finché c’é amore le rotture sono parti. Solo la presenza del sentimento ti fa sentire uovo e non vaso. Altrimenti, siamo semplicemente in un negozio di cristalli: per quanto belli la loro fragilità non li farà durare tanto.

Ho perso una persona magnifica, non sono stato in grado di tenermela e questo fallimento mi segna profondamente. Mi fa stare malissimo. Adesso o morirò lebbroso o vivrò da Giobbe. Di certo il guscio s’é rotto. E le cose si vivono in due. Per cui, dopo una persona meravigliosa, adesso aspettiamo per una meraviglioserrima.

Nella mia sofferenza sono un po’ lieto di non aver chiuso gli occhi.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 10 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Ricorda

A volte ci perdiamo.

Fissiamo il vuoto, ci immergiamo in un paio di occhi, non ci orientiamo fra svolte e incroci. Tutto questi modi di perdersi hanno in comune che ci si trova senza punti di riferimento. O meglio: non si riesce ad individuarli. Ma loro restano li, ci sono.

Il problema nel perdersi è quando non sai di esserti perso. C’é un momento in cui sei ancora convinto di muoverti con consapevolezza in un contesto che conosci. E poi di colpo il risultato ti spiazza. Oppure ti volti e non vedi quello che eri certo fosse li. E la sensazione fulminea si concretizza come un pugno allo stomaco: ti sei perso.

A volte ti perdi volendolo fare, altre volte ti smarrisci tuo malgrado.

Il trucco forse sta nel seminare riferimenti in tempi buoni, come le briciole di pollicino. Questi riferimenti sono cose o persone che ti servono da memoriale. La loro esistenza ti sussurra continuamente: ricorda.

Ricordati che da qui sei già passato, ricordati che non ritrovi forse la strada vecchia ma ne esistono di nuove. Ricorda che cosa hai imparato.

Ricordati che c’é sempre un motivo, anche se non lo vedi subito.

Io i trucchi li ho finiti, e le energie pure. Però sono intimamente curioso di vedere che c’é dopo. Come si svolge la trama. Quantomeno ripassando dallo stesso punto sfiori le tacche segnate e scopri che anche se quel posto è immutato nei tuoi ricordi, tu sei cambiato, sei diventato più alto: sei cresciuto. E non solo nei centimetri: hai anche imparato.

Ho imparato che per quanto mi incazzi certe cose non posso cambiarle. Ma ho imparato anche che ciò non significa rinunciare ad incazzarsi: la rabbia è amore che esplode. Ultimo rispettoso saluto in un capodanno di botti.

Ricorda.

Può essere medicina o veleno.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 10 dell'anno 2010. Nessun commento — .