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Genova

Non ero mai stato a Genova. Mi ha stupito: è molto più mediterranea di quanto mi aspettassi. E’ un groviera che esorbita umanità autentica dai buchi. Un dedalo di bruchi operosi che scavano i propri destini nella mela senza curarsi di ciò che accade sull’albero.

Mi piace Genova. Mi ricorda Catania. Ma anche Salerno. E Napoli. E Bari. Porti di mare.

Sono arrivato a Genova per fare con calma il mio consueto bilancio di fine anno. La scelta non era casuale, ma come spesso accade si è rivelata ancora più azzeccata del ponderato.

Perdendomi per i vicoli di Genova mi sono trovato a pensare come i porti commerciali si assomiglino perché sono un inno al presente. Sono posti pieni di contraddizioni, incoerenti architettonicamente, sporchi e poco curati. Perché la cultura del porto di mare è quella della giornata, dell’eterno presente. Tutto quello che richiede uno sforzo che supera in durata la giornata, attecchisce poco. Tutto quello che hai lo spendi o lo usi per te. Perché sei di passaggio. Anche se vivi e sei nato in quel porto. Anche se ci morirai. Perché un porto è come un ponte: è solo un intermezzo. E’ questo il fascino dei porti del mediterraneo: la loro storia millenaria è lì, a vista, con tutte le proprie rughe. Perché nell’eterno presente si è pragmatici, e la storia è utile solo se ha conseguenze immediate. E nei porti la storia è come i vecchi: una roba da trattare con rispetto, ma di nessuna utilità.

Pensando questo mi sono reso conto di cosa effettivamente è cambiato per me in queste settimane: ragiono meno da uomo di mare e più da montanaro. Comincio a pensare all’inverno che arriva, anziché accorgermi che è già qui. Comincio a pensare a quando fare quello che voglio, anziché dirmi che poi più avanti ci sarà tempo. Comincio a capire che non è vero che se una cosa è eterna non si sfascia mai e se si sfascia vuol dire che non era eterna: se una cosa è duratura è perché vuoi che lo sia e sudi per preservarla, ogni giorno. Perché la pensi e la costruisci sul lungo periodo. Poi magari si sfascia, ma se non ti applichi si romperà con certezza.

Comincio a sentirmi addosso la quieta forza della pazienza che si mescola alla sanguigna sete del tutto subito. Scopro che in fondo in questa confusione che vivo, tra cose che sento con certezza dentro e una realtà fuori che le rigetta come assurde, non è necessariamente un male. Mi vivo il mio presente al meglio, ma resto in attesa di plasmare il mio futuro, non sulla base di astratti piani, ma di concrete opportunità. Avendo ben chiaro cosa ha valore per me.

Del resto, come recita un graffito a NY, Cristoforo Colombo è comunque uno che si è perso.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 12 dell'anno 2010. 4 commenti — .

Milano di Notte

Oggi (ormai ieri) è stata una giornata che mi ha riservato molte sorprese, principalmente perché non è andata come da programma. Dopo una serie di felici incontri e scoperte sono approdato ad una serata di sana follia, ho ballato su bella musica, fino alla chiusura in una serata dove incredibilmente nessuno si è picchiato con nessuno: tutti li per divertirci.

Alla fine della serata dalle 4 alle 6.10 l’ho passata a piedi per Milano in attesa della metro. Da oltre un anno vivo qui e non mi era mai capitato di esserci all’alba. Da molto tempo anzi non mi capitava di vivere il silenzio della notte.

Le città di notte si trasformano. Prive del brulichio umano diurno che le copre come un vestito adattandosi alle loro fattezze, le città scoprono i propri dettagli, che ne sussurrano poi la vera personalità. I dettagli esattamente come nelle persone, raccontano storie, desideri, sogni. E la notte contrariamente a quanto si tende a pensare, scopre e non copre.

E’ come una persona, inizi a conoscerla quando smette di parlare, quando si mostra a te nei suoi piccoli gesti. Quando puoi guardarla negli occhi per comunicarle cosa provi.

Un paio d’ore camminando mi hanno fatto conoscere Milano meglio di tante parole. Almeno un aspetto dei molti di Milano. Esattamente come per le persone, ogni aspetto è solo uno dei tanti.

Le città di giorno annegano la verità nel rumore e nel movimento, esattamente come io annego le mie verità nascondendole dietro continue ed incessanti parole che mostrano qualcosa solo per celare qualcos’altro. Contraddicendomi, dichiarando di tenere ad altro, nascondendo la foglia di ciò che provo in un bosco di sensazioni volutamente caricate. La notte è verità, perché di notte le parole non hanno valore, perché di notte ci è concesso di cedere all’oscurità il compito di celare e per questo ci scopriamo: tanto il giorno è li dietro l’angolo, inevitabile. E quindi corriamo ad approfittare di un tempo rubato, un tempo sospeso, un tempo sottratto al sogno solo per destinarlo al suo parente più stretto: il desiderio.

E adesso che sono le 7.30, è il momento di dormire: la notte è andata via e la veglia perde di interesse.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 02 dell'anno 2010. 6 commenti — .