Crescere vuol dire imparare. E impariamo confrontandoci con delle scelte. Giusto o sbagliato sono due risultati delle nostre scelte. Ci fottiamo il cervello per cercare di massimizzare il primo, minimizzando il secondo. Senza capire che in realtà sono due vuote parole senza significato.
Una cosa è giusta o sbagliata sempre rispetto a qualcos’altro. Se decido di integrare nella mia scelta alcuni elementi anziché altri ecco che cambiano le voci associate a giusto e sbagliato. Ma soprattutto giusto e sbagliato sono due cose che tendiamo a considerare in una fredda prospettiva astratta, che oltre a privarci del contesto in cui facciamo la scelta, ci impedisce di valutare correttamente perché annulla il tempo. Il tempo non è neutro.
Una scelta giusta presa fuori tempo non è più tale. Di più: giusto o sbagliato lo decide spesso il tempo. E siccome viviamo immersi nel tempo che scorre incessante, spesso ci dobbiamo accontentare di scelte che non sono il massimo nella nostra idealità. Ma che sono comunque giuste. In quanto migliori possibili in quella condizione. Il tempo poi apre a piacimento finestre e occasioni per mutare equilibri e significati associati alle conseguenze delle nostre scelte.
E’ dura quando devi calare tutto questo in una realtà fatta di persone a cui vuoi bene. Perché ti sfida a convincerle di una scelta per il loro bene e a convincerle con il timer del tempo che si avvicina allo zero. E ti rendi conto che non basta perché anzi faranno di te il centro dell’universo della loro sofferenza, un ottimo capro espiatorio à la Malaussène. E tutto quello che a volte ti resta da fare è chiudere gli occhi e aspettare lo zero, saltando in aria con chi non si è voluto spostare dalle proprie posizioni senza produrre un’alternativa.
Amen.

Hai mai sognato di viaggiare nel tempo? Di avere una macchina del tempo personale? Come sarebbe?
Il sogno dell’uomo sembra essere quello di piegare il tempo: tornare indietro sapendo cosa succederà è un’altro modo di prevedere il futuro, è un altro modo di cercare di barare, di eliminare le difficoltà che inevitabilmente dobbiamo affrontare e che spesso ci battono. E’ un modo per arrivare ad un risultato senza capire che ciò che conta è il processo non l’output.
Da bambino sognavo la mia macchina del tempo, non per azzerare le difficoltà e gli imprevisti, ma per aumentarli: per vivere avventure e conoscere mondi ed epoche diverse dalla mia. Ma una macchina del tempo non si può ancora avere. O no?
E’ possibile viaggiare nel tempo? Si. E quello che serve per costruire la propria macchina del tempo personale non è neppure così fantascientifico: possono bastare due occhi ed un sorriso, ti ci immergi dentro e la realtà diventa per un attimo meno solida, dietro la crosta sbiadita del presente intravvedi il passato e un futuro che poteva essere, viaggiando in un tempo che per un attimo smette di scorrere in un solo senso anche se non diventa palindromo.
Il presente che hai imboccato non è la rinuncia a migliaia di altri futuri paralleli mai nati, ma è il respiro di una libertà reale che si costruisce scelta dopo scelta modellando la sua forma in conseguenza a ciò che scartiamo.
Stasera brindo a quello che poteva essere e non è stato, ma che vive proprio in virtù della propria assenza in quello che sono.
Quotidianamente dividiamo tutto. Per concettualizzarlo, catalogarlo e quindi gestirlo.
Dividi quello che va bene da quello che va male, prendi il primo e scarti il secondo. Dividi quello che ti piace da quello che non ti piace, massimizzi il primo minimizzando il secondo. Insomma: ogni cosa va gestita e quindi in qualche modo analizzata (è tutto molto cartesiano lo so).
Quello che non va si cambia, quello che va si sviluppa.
Eppure a volte inciampiamo in cose indivisibili, quindi incatalogabili, quindi ingestibili.
Penso al 3,3 periodico: non è 3,4 e non è 3,3. Neppure 3,33 o 3,333. E’ un fottuto 3,3 periodico. Immaginiamo adesso che tu avessi deciso che il 3,3 non va bene e il 3,4 si. Cosa fai con un 3,3 periodico? Sembra quasi minaciarti: o lo usi così com’è o niente.
Non è buono per farci un 3,4 ma non è neppure un 3,3. E’ da vivere così com’é? Ci sono cose che viene difficile collocare nella propria vita. Sai solo che ce le vuoi, perché lo senti. Ma non sono collocabili in categorie standard.
In questi casi, che si fa? Si ammette un’eccezione nel proprio schema, o si rinuncia all’eccezione per non mettere in crisi lo schema?