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Tutti gli articoli su ricordi

Grazie, Blog.

Ho scritto tanto, ho scritto a tanti. Ho scritto per essere letto nel presente, ho scritto per mettere ordine nel passato, ho scritto al futuro che non esiste ancora. Ho scritto per sentirmi meno solo, ho scritto pensando che additare pubblicamente la solitudine potesse servire a cacciarla. Ho scritto perché ho scoperto che questo non è possibile, ma che scrivere aiuta a trovare qualcuno, come te, impegnato nella stessa impresa di Sisifo.

Tutto è andato via, prima o dopo. Tranne te.

In questi anni di scrittura non sei mai venuto meno. Sei sempre stato qui, ogni volta che ho sentito l’urgenza di vedere i miei pensieri prendere forma di lettera. Sì, ti ho creato io e tu non puoi abbandonarmi. Ma potrei farlo io. E mai ne ho avuto voglia.

Vero, i silenzi sono diventati più delle parole, ma come fra due persone che dopo aver parlato tanto si intendono con gli occhi. Credevo tu fossi uno spazio mio, ho scoperto che appartengo a questo spazio tanto quanto lo posseggo.

Siamo insieme da tempo. Ti ho costruito come tetto contro le intemperie della vita, ti ho dato forma come ad una lastra di marmo che riceve paziente la sofferenza dello scalpello, sei anche stato il tempio che celebra il trionfo e l’orecchio che accoglie la supplica senza giudicare. Mi ricordi i miei sbagli e quanto questi siano stati spesso fortunati. Mi ricordi che dentro ogni vittoria s’è nascosta una sconfitta armata solo di pugnale avvelenato. Mi ricordi i nomi dei Laocoonte giustiziati perché osarono frapporsi fra me e i miei cavalli di Troia. Mi ricordi che di questi i più pericolosi non celavano invasori, ma le mie inquietudini come in un vaso di Pandora.

Non so cosa avrei fatto in tutti questi anni senza di te. Senza questo specchio ritardato che sotto la polvere restituisce l’immagine di quello che fui e non di quello che sono. Non immagino come potrebbe essere la vita senza la possibilità di affidare l’inquietudine, la gioia, il dolore a una bottiglia lanciata nel mare in burrasca per sfidare i marosi del caso a dare un senso a tutto, recapitando il messaggio nelle mani sapienti di chi può fare di quel seme l’inizio di qualcosa di migliore.

Con la stessa semplicità con cui per anni hai accolto la sicurezza delle mie convinzioni assolute, oggi accogli i dubbi e le domande che sempre più numerosi germogliano sulle certezze di un tempo, come fiori da una carcassa.

Grazie, blog.

 

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 10 dell'anno 2016. 3 commenti — .

Una Nuova Onda dallo Stesso Mare

La maledizione del ritorno è quella per cui sei di nuovo qui, ma niente è come prima.

È vagare per la città dove sei cresciuto, dove hai imparato l’alfabeto delle emozioni, dove ogni angolo è un ricordo e scoprire che nulla di quello che era intimo esiste ancora. Insegne, persone, abitudini: tutto è cambiato negli anni in cui non eri qui a difenderne il ricordo.

Non è qualcosa di nuovo, è qualcosa di estraneo. Ha le sembianze di qualcuno che conosci, ma un animo nuovo. È un albero che non cambia le foglie, ma le radici. È sentirsi traditi come dalle amicizie dell’infanzia: credevamo di essere stati noi ad abbandonarle e poi scopriamo che tutto quello di cui non ci siamo curati mentre eravamo intenti a fare altro, ha deciso di proseguire noncurante.

Come un’eco che rimbalza per accorgersi di non avere più dove tornare: è rimasta uguale a se stessa ma nessuno può riconoscerlo.

In fondo però quei luoghi non sono mai esistiti. Sono indifferenti ai mille nomi che ricevono. Esistono e basta, in una trasformazione continua che li rende ricordi come una fotografia rende immobile un’espressione rubata. Come costellazioni che uniscono arbitrariamente stelle estranee a qualsiasi legame, è la nostra personale realtà quella che condividiamo. Una realtà che esiste e resiste finché abbiamo qualcuno con cui ricordarla. Come divinità tenute in vita dalle preghiere dei propri fedeli.

Solo nella volontà condivisa di oggi, può resistere un passato che si rinnova.

Allora vale anche tornare sulla stessa riva e immergere i piedi in un mare calmo, sapendo però che è ancora la stessa acqua dell’onda impetuosa che fu. Desiderando ancora quell’impeto, è la nuova onda che aspettiamo. Dallo stesso mare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 08 dell'anno 2016. Nessun commento — .

Sabaudia, è dove quel vento ci ha portato

Era un viaggio verso nord.

È sempre un viaggio verso nord. Siamo migratori nel sangue e le nostre peregrinazioni seguono sempre l’istinto dei nostri padri.

Era un viaggio verso nord, e io lo avevo dimenticato. Era sepolto per bene sotto la terra dei piccoli fatti di ogni giorno. Nulla in confronto a quel viaggio, ma le cose grandi vengono sempre sommerse da una moltitudine di piccole cose: è sempre la sabbia o la cenere alla fine che affonda le capitali dei tempi che furono.

Un filo. Un filo che è una canzone. La canzone di quei giorni. Era ovunque: più dell’aria e dell’odore forte del tuo dopobarba. Alle prime tre note il pentagramma si trasforma in strada, quella che percorrevamo da Catania verso il Lazio, su una Passat presa a nolo. Avevamo la fretta di Ulisse che brama, più che quella di Enea che fugge. Ciascuno di noi due nelle pause di silenzio ripassava a mente il proprio piano, il proprio ruolo, il proprio desiderio. Un braccio di mare stretto segnava la fine della passeggiata e l’inizio del viaggio, in quell’Italia sdraiata che sulla cartina sembrava così ansiosa di calciare via la nostra terra a tre punte. Per sempre.

Eravamo io e te. Un uomo e un ragazzino. Eravamo due ma ciascuno perseguiva il proprio, di viaggio. È sempre stato così tra noi in realtà. Ma l’ho capito dopo, quando sono diventato adulto. A te non importava, i modi ti sono sempre sembrati una conseguenza automatica dei fini da raggiungere. Io ero ancora un adolescente con più parole in mente di quelle sulla lingua. A volte fantastico sul tempo: sarei stato mai in grado di cambiare le cose se avessi saputo quello che so oggi?

I nostri viaggi percorrevano la stessa strada. Sei stato compagno del mio e io complice del tuo. Le nostre mete non erano sogni ma vaneggiamenti. E quando ce ne accorgemmo non ci fu delusione. Quel viaggio fu il nostro Godot: ognuno di noi aspettava qualcosa che non arrivò, ma eravamo insieme. Un’anticipazione della vita che seguì, dove le pause intorno al fuoco e le lunghe faticate sotto il sole con i compagni di strada sono gli unici ricordi sopravvissuti. Siamo mai giunti da qualche parte? Dove volevo andare? L’ho dimenticato. Ma ricordo ogni granello di polvere sollevato nella nostra marcia insieme.

Oggi non sei più al fianco. E io ho abbandonato il tuo.

Quando pensiamo alla perdita, il pensiero della morte ci assale. Eppure la vita ha inventato modi più terribili di separare. Questi sono come un vetro: continui a vedere tutto, ma non puoi toccare. Urli, ma nessuno ti sente. E dall’altra parte del vetro non capiscono il tuo dimenare forsennato. Come tu non comprendi le loro azioni. Ed è distanza di ciò che prima era vicino.

Quando veniamo al mondo la bocca non conosce parole e così da voce al cuore e alle emozioni. A ogni parola che impariamo condanniamo la bocca ad essere parte della testa, lasciando il cuore muto.

Con una mano appoggiata al vetro che la vita ha costruito fra noi, solo il ricordo di quel viaggio è memoria del calore del tuo palmo sul mio.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 4 del mese 10 dell'anno 2015. Nessun commento — .

Calia

Calia. Marinare la scuola. Un gesto connesso ad interrogazioni fastidiose e difficili.

Ma a ben pensarci è più di questo. In fondo l’interrogazione saltata sai benissimo che è una palla di neve schivata che rotolando si trasforma in una valanga: impari presto che certe cose è poco saggio procrastinarle, perché diventano impossibili da schivare. E più violente all’impatto.

La calia è un atto di liberazione. Liberazione da un destino prefissato. Da una risposta a scelta multipla, ma pur sempre chiusa. E’ la ribellione contro il tentativo di ridurre la libertà alla probabilità anziché esprimerla nella possibilità. La calia è un atto di protesta, è rovesciare la scacchiera quando ormai la cattura del re è inevitabile.

Non è una soluzione. E non lo vuole essere. E’ una sospensione. Un fottersene. Un appropriarsi del tempo fragile come una bolla di sapone assediata dall’aria.

In fondo non ho mai perso l’abitudine della calia. Non perché ami fuggire, tutt’altro. Ma perché amo quella sensazione, simile ad eseguire con concentrazione il tuo ultimo ragtime mentre il Titanic affonda. La sensazione di interrompere quel flusso consequenziale di causa-effetto a cui siamo assuefatti. Mi piace l’idea di fare qualcosa perché mi va smettendo di pensare per un momento al resto: il prima, il dopo e il contorno.

E’ difficile da spiegare, ma pur dentro una vita che mi piace ritaglio quei momenti che non esistono. Che non sono più autentici degli altri, ma la cui meraviglia dipende dalla loro caducità anziché dalla loro longevità: sono Mandala di sabbia in cui metti la stessa cura di un Caravaggio.

Quello che vorrei riuscire a dire è che sono quelli i momenti in cui vorrei portarti. In quelle piccole cose senza motivo che insieme sono gocce abbracciate di un mare che ti accoglie solo se abbandoni i vestiti a riva. Forse uscendo da quei momenti non succederà nulla. O forse un piede incontrerà la pece per caso, sulla riva, mentre ci si riveste.

Come ad uno sguardo che barca senza albero e timone si arena pigra sulla sabbia di altri occhi, anche a quella pece basterà un momento fortuito per appiccicarsi e non una vita per sbiadirsi. Non è un Caravaggio che rende eterno un istante fermandolo su una tela. E’ un Mandala che viene distrutto in un istante, ma la cui geometria si appiccica tenace alla mente che incauto occhio ha portato in secca su simile sabbia.

Gli istanti spontanei sono spesso quelli che piantano radici più profonde nel fertile terreno dei nostri ricordi. I dettagli di un sorriso, i tempi di una battuta, il profumo della pelle: queste piccole cose sono i colori dei ritratti che vincono il tempo.

Queste piccole cose voglio coltivare.

Ma non sono figlie di volontà di avere. Ma solo di volontà di sospensione. Che è come quando da bambino mi siedevo sulla soglia di casa di mia nonna. Non era attesa e non era agire. Era calia.

E le migliori calie erano quelle che non ti coglievano solo.

Per questo ti tengo un posto, accanto a me, davanti l’uscio di qualcosa che non si sa cos’è, ma che se non ci coglie insieme non m’importa di conoscere.

O di caliare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 02 dell'anno 2011. Nessun commento — .

Corse

Conobbi un tipo una volta. Finì male, ma era abbastanza prevedibile: era ciò che voleva. E i tipi come lui ottengono sempre quello che vogliono.

Coltivava un vezzo curioso. Quando era malinconico o arrabbiato andava di notte su una strada. Era lunga e diritta quella strada. Sul primo tratto era illuminata, sull’ultimo era praticamente al buio. A lui piaceva percorrerla tutta quella strada. Al massimo della velocità e della musica. Nelle notti d’inverno era strada praticamente deserta. Gli piacevano in particolare le giornate in cui aveva piovuto: la strada era bagnata ed era facile perdere aderenza. Spegneva sempre i fari nel secondo tratto, quello al buio, e appena raggiungeva la velocità massima lasciava andare la macchina in folle.

Tutto questo fino alla curva in fondo, dove poi aspettava l’ultima goccia di adrenalina per provare a reinserire la marcia e rallentare, operazione che non riusciva mai al primo tentativo. E neppure al secondo.

A prima vista si potrebbe pensare che quel tipo disprezzasse la propria vita. Ed infatti era così. Ma non era solo questo. Sosteneva che il mettersi in una situazione in cui senti che stai davvero per morire ti fa sentire meno solo. Quando questo non accade. Quando infine riusciva ad inserire la marcia e frenare, spesso all’ultimo secondo utile, non era solo sollievo quello che provava. Gli sembrava quasi che qualcuno avesse deciso che non doveva ancora morire. Gli dava l’impressione che la sua vita avesse uno scopo, un’utilità, un senso. Anche quando non lo vedeva.

Ed era proprio in quei momenti di buio che andava a chiedere all’oracolo della strada un responso.

Fatta la curva arrivava ad una rotonda, – che aveva ribattezzato l’omphalos – tornava indietro e si fermava un attimo. La strada era sul mare, e di notte andava allora a salutarlo. D’inverno la sabbia sembrava neve al tocco, diceva. Il rumore del mare – o la voce, come la chiamava lui – era più forte. Si sentiva chiamato, ma sapeva che non era saggio cedere: il mare nelle notti d’inverno è come una donna che ha amato invano, sosteneva. Sembra che sia pronta ad accoglierti, ma in realtà il suo turbinare avanti e indietro fra passato e presente, ti travolgerebbe irrimediabilmente come i cavalloni spumeggianti.

Salutato il mare, si rimetteva in macchina. Non lo infastidiva la sabbia. Sapeva che anche i ricordi più persistenti sono spesso quelli piccoli come granelli. Ma è solo una questione di tempo prima che si stacchino via come polvere.

E tornando spesso sorrideva. Aveva lasciato al mare la sua rabbia e il suo vuoto.

Era un tipo che pochi capivano. Ma era per quei pochi che infine aveva sempre mosso il braccio per innestare la marcia prima della curva.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Tavolo Tondo

Se l’Universo avesse un centro, questo assomiglierebbe ad un tavolo tondo. Uno spazio costruito per unire, un baricentro attorno a cui mutevoli come tempeste si aggregano conversazioni. Un terreno di contesa su cui duellanti incrociano sguardi nel tentativo di affondare il colpo al cuore. Una caverna buia dove ciechi piedi scomposti si incontrano senza sapere chi hanno sfiorato.

L’aria è carica, ma non sai di cosa, il frastuono è continuo ma disomogeneo. Ecco una risata che come tuono si impone, ecco una frase che come legna alimenta il fuoco, che reagisce di fiamma. Attorno a tutto questo calore, insieme ci scaldiamo, piegando il tempo come un buco nero.

E non ricorderemo la tempesta, né il terreno, né la grotta. Non ricorderemo dove e quando. Ma ricorderemo che ci siamo scaldati un po’ insieme, allo stesso fuoco.

Se penso a quello che ci attende, ho le vertigini. L’unica cosa che mi fa restare saldo e non impazzire, è il calore di chi condivide con me la strada, anche solo per un momento. Fra tutte le cose di cui potrei fare a meno, non ci sei tu, sconosciuto compagno incrociato per un breve cenno lungo la via.

Se l’Universo avesse un centro, questo assomiglierebbe ad un tavolo tondo. E a quel tavolo, vorrei scegliere io il mio posto. C’é troppo poco tempo per sedersi davanti ad una persona che non trafigge.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Onde

Come onde, ogni retrocedere è solo primavera di un nuovo avanzare. Come onde, su e giù, spostano un poco alla volta. Come onde, tra alti e bassi sei nato montagna e morirai sabbia, un granello per volta. Niente ferma le onde.

Se oggi, in questo istante si fermasse il tempo, a un metro dal mare su questa spiaggia da cui scrivo, allora e solo allora forse certi pensieri troverebbero ancora posto nel mondo. Orfani di una stagione che non esiste più, come le onde vanno indietro solo per tornare avanti. Finché soffierà il vento, finché esisterà il mare, ogni volta che finirò il burro, una ninna nanna mi parlerà ancora di valli senza ombra e colli senza erba, di mani che intrecciano destini e sguardi che bruciano silenzi.

Ma il tempo, non si ferma, scorre come un fiume dai tetti del mondo fino al mare. Un altro mare, un nuovo lido. Carico di promesse che seducono la vista svelandosi all’occhio del marinaio un centimetro alla volta, come leghe di un viaggio fatto con gli occhi, percorrendo distanze che stanno nel palmo di una mano.

Vorrei, vorrei, ardendo vorrei, ma neppure io so bene cosa. Vorrei sentirmi di nuovo a casa, fare di nuovo le onde, come il mare  sulla sua spiaggia.

Ma, Orfeo insegna che non ha senso scendere agli inferi, se poi non sai resistere alla tentazione di voltarti indietro.

E come le onde, avanti e indietro continuo a mangiare gli ingombri del tempo sulla mia spiaggia, per fare posto a nuove meraviglie.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 22 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

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E’ l’1.

Sono appena arrivato sul lago d’Iseo. Fino a 7 ore fa ero a Bologna. Giornata divertente e piacevole al Motorshow. Poi tutta una carambola di spostamenti. Parto in macchina da Milano. Ceno dove capita, con una pizza fredda alla salsiccia. Ho sonno e quasi 100 chilometri da percorrere. Forse è meglio prendere una bottiglia di coca per il viaggio. E anche quelle caramelle li. Noleggio l’auto. Devo prendermi dieci minuti per farla mia. Parto. Ho dimenticato di montare il navigatore: mi fermo in modo ardito. In un posto ancora più ardito.

Il viaggio inizia ed è tutto sorpassi d’autostrada. Casello. Panico. Non ho contanti, vado di carta. Adesso sono sulla statale. Nevica. Dapprima pigra e irregolare poi sempre più fitta: la neve copre tutto e si vede poco. Sorrido. Aumento il volume su Cacciapaglia e mando giù una sorsata più lunga di coca. La notte si fa interessante. La strada pure. Si restringe sempre di più, fra gallerie lunghe e carreggiate strette si snoda la mia strada, costeggiando il deserto nero del lago che dorme.

Sbando un paio di volte, nell’eccitazione delle curve decise. In alcuni tratti è più notte di altri. Le mani si coordinano sul volante, il cambio le costringe a dividersi per un momento, i piedi ora accarezzano i pedali, ora li maltrattano con decisione. Ripenso a mio nonno e alla sua metafora sul corpo della donna. Delicato ma deciso, diceva.

Quanti viaggi ho vissuto? Quante avventure in solitaria? Tante. E me le ricordo tutte. Momenti belli, alcuni difficili, ma tutti emozionanti. Piccole avventure che ti fanno sentire vivo, che ti fanno imprecare sottovoce quando prendi la biforcazione sbagliata. Ma sono anche avventure che ti fanno gioire se dopo la curva trovi quello che cercavi, oppure ti stupiscono con paesaggi vergini alla vista.

Ma stasera nel mio appagamento, mi sono girato verso destra sorridendo.

Solo per ricordarmi che il sedile era vuoto.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 4 del mese 12 dell'anno 2010. Un commento — .

Ricordi

La cosa bella di avere un blog è che ti bastano 2 click per ricordare. Ricordare cosa vivevi e cosa pensavi. Oggi mi sono messo a spulciare gli archivi di questo blog per vedere cosa scrivevo in questo periodo, due anni fa. Parlavo di Amore eretico, di unicità dei momenti e di come spesso vivendo le cose cambiamo idea su di esse.

Stamattina non riuscivo ad accedere al mio account di home banking. Non riuscivo a ricordare il codice che digito quasi quotidianamente da oltre 1 anno. Capita a volte di avere dentro di sé ciò che serve. Ma di non ricordare. La speranza è di riuscire a ricordare in tempo utile, soprattutto per le cose che vissute quotidianamente ci sembrano ormai scontate o banali, le lasciamo scivolare in fondo, e poi quando non le ricordiamo e le perdiamo, improvvisamente ci rendiamo conto del loro peso. In fondo, è il tempo la differenza fra una cosa di valore e una di poco conto. Il tempo di chi non sa coltivare gli attimi è solo deserto che avanza distruggendo ogni cosa.

Due anni fa ho imparato delle cose. Oggi le ho ricordate.

Oggi ne ho anche imparate di altre. Tra cui: non serve a un cazzo tutto quello che ho imparato. Perché la cosa bella è imparare insieme. E quindi ogni volta è una cosa nuova. Giusto o sbagliato, l’importante è condividerlo.

DQMM

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 10 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Ricorda

A volte ci perdiamo.

Fissiamo il vuoto, ci immergiamo in un paio di occhi, non ci orientiamo fra svolte e incroci. Tutto questi modi di perdersi hanno in comune che ci si trova senza punti di riferimento. O meglio: non si riesce ad individuarli. Ma loro restano li, ci sono.

Il problema nel perdersi è quando non sai di esserti perso. C’é un momento in cui sei ancora convinto di muoverti con consapevolezza in un contesto che conosci. E poi di colpo il risultato ti spiazza. Oppure ti volti e non vedi quello che eri certo fosse li. E la sensazione fulminea si concretizza come un pugno allo stomaco: ti sei perso.

A volte ti perdi volendolo fare, altre volte ti smarrisci tuo malgrado.

Il trucco forse sta nel seminare riferimenti in tempi buoni, come le briciole di pollicino. Questi riferimenti sono cose o persone che ti servono da memoriale. La loro esistenza ti sussurra continuamente: ricorda.

Ricordati che da qui sei già passato, ricordati che non ritrovi forse la strada vecchia ma ne esistono di nuove. Ricorda che cosa hai imparato.

Ricordati che c’é sempre un motivo, anche se non lo vedi subito.

Io i trucchi li ho finiti, e le energie pure. Però sono intimamente curioso di vedere che c’é dopo. Come si svolge la trama. Quantomeno ripassando dallo stesso punto sfiori le tacche segnate e scopri che anche se quel posto è immutato nei tuoi ricordi, tu sei cambiato, sei diventato più alto: sei cresciuto. E non solo nei centimetri: hai anche imparato.

Ho imparato che per quanto mi incazzi certe cose non posso cambiarle. Ma ho imparato anche che ciò non significa rinunciare ad incazzarsi: la rabbia è amore che esplode. Ultimo rispettoso saluto in un capodanno di botti.

Ricorda.

Può essere medicina o veleno.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 10 dell'anno 2010. Nessun commento — .