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L’iper-realtà è una Forma di Alienazione

Per quanto lunga possa essere una vita non arriveremmo mai a toccare il fondo di misteri così grandi come l’amore. L’amore in senso lato, il voler bene a qualcuno, il sentirsi bene, il fare qualcosa per far sentire bene, il sentire propria una difficoltà vissuta da un perfetto estraneo. Il sentirsi grati verso qualcuno che ci aiuta.

Se penso che la vita è limitata in tempo, e che una quantità spaventosa di questo se ne vada impiegato per cose inutili come guadagnare denaro da spendere, mi sento impotente. Impotente rispetto ad un meccanismo che tende a risucchiare, che fa dei mezzi (come il lavoro) un fine, riducendo la vita ad una mera estrazione di valore economico e suo accumulo.

Penso che le cose fondamentali siano altre, come i sorrisi, lo stare abbracciati, il risolvere problemi piccoli o grandi non per autocelebrarsi ma per regalare un momento di gioia.

Perché non mollo tutto per seguire le cose autentiche, se il tempo è così poco?

Perché ogni stagione ha il suo clima e ogni strada il suo senso, e su questa sto imparando, questa è la mia al momento. Imparo ad apprezzare quelle piccole cose che prima non sentivo, non vedevo, non mi parlavano.

Eppure ogni giorno vedo tante persone chiuse in un meccanismo che oltre a piegare i loro corpi e le loro menti ha incatenato la loro anima. Vedo persone convinte che non esiste un domani migliore e che oggi non sia un regalo. E questo mi fa venire una stretta al cuore. E mi chiedo se a furia di camminare nella nebbia anche i miei occhi un giorno non si appanneranno, impedendomi di vedere i piccoli miracoli che ogni giorno piovono sulle nostre vite.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 10 dell'anno 2009. Nessun commento — .

Niente ha Senso

By nromagna

Le cose e gli avvenimenti sono insensati. Niente porta con sé un senso a priori. Neppure le persone. Tutto è senso ma nulla ha senso. Questo paradosso è semplice da spiegare, ed è il motivo per cui in questi frangenti poco facili della mia vita, così come in altri peggiori del passato, non sono impazzito.

Le cose o gli avvenimenti sono come gli appoggi di una scalata: li metti in successione e hai fatto il tuo personale percorso nel tentativo di raggiungere i tuoi obiettivi. Ma quegli appoggi non sono là perché sono una strada per la vetta. Neppure la vetta è lì per essere tale. Solo nella testa di chi scala esiste una vetta, e solo la testa di chi scala vede un percorso per raggiungerla.

Gli spuntoni che usa acquistano un senso in funzione dell’obiettivo e della visione di chi scala la parete, usandoli.

Diventano strada, percorso non perché esistano oggettivamente1 come tali, ma perché per noi diventano tali.

E’ come alzare gli occhi al cielo e riconoscere le costellazioni: ordiniamo il cielo per schemi coerenti e sensati, eppure le stelle di una costellazione non si conoscono neppure: se potessimo vederle da una prospettiva differente scopriremmo che sono fra loro anni luce distanti e non si conoscono affatto: figuriamoci fare parte di qualcosa di comune. Ancora una volta il senso è nella testa di chi guarda.

L’essere umano ha bisogno di dare senso alle cose, alla realtà che lo circonda, alla propria vita, alle persone. Dare un senso significa mettere ordine, riuscire a prevedere e quindi combattere la caoticità che chiamiamo caso solo perché non riusciamo a capirla. Caos è tutto quello da cui fuggiamo perché è tutto quello a cui non è possibile dare senso. La paura di quello che non conosciamo è l’origine del bisogno di dare un senso.

Se siete ignoranti in fatto di costellazioni, vi capiterà di alzare gli occhi al cielo, e se siete così fortunati da non essere in città, lo spettacolo che vi si para innanzi sarà portentoso: un oceano di luce. Per voi non esistono i millenni di storia della navigazione che hanno plasmato le costellazioni come le conosciamo adesso. Non esistono neppure le tonnellate di carta su cui gli astrofisici hanno segnato le loro scoperte e teorie. Per voi c’é qualcosa di nuovo e vergine, un manto di neve appena caduto. E lì probabilmente, la prima cossa che farete, come ogni uomo prima di voi ha fatto, sarà tracciare linee, forme mentali, mettere ordine in quell’oceano. Così facendo create un senso, una realtà. Sarà diversa da quella condivisa. Avrete costellazioni dalle forme stravaganti che portano il vostro nome. E così avrete incontrato l’importanza del caos, dell’indifferenziato: generare.

La realtà nasce dall’indifferenziato, dal caos, dal non senso. Dal senso non è mai nato nulla. Il senso traccia strade e percorsi, non genera montagne e pianure.

Il senso nasce solo dal caos, il caos è un senso che diventa insensato, o una realtà spogliata del suo abito soggettivo ((Il Wu-Chi o l’indifferenziato taoista)).

Se alla base di tutto c’é il caos, il non senso, e noi viviamo in mondo in costante costruzione di senso, vuol dire che tutto quello che abbiamo attorno a noi è creato da noi. Direttamente, attribuendo significati e sensi diversi alle cose, o indirettamente, condividendo ed avallando il senso delle cose che prima di noi qualcun altro ha costruito, lasciandolo in eredità a noi nei nostri tratti socio-culturali storicamente condivisi.

Il punto è che il senso non esiste. E’ una convenzione (e quindi) relativa. Questo non vuol dire che non sia importante! E’ sommamente importante per almeno due ragioni: la prima è che noi e solo noi siamo gli unici responsabili della realtà che ci circonda. Noi siamo titolari di un potere di scelta pressoché infinito2. Il secondo motivo per cui questo senso relativo che viviamo è importante è proprio perché è solo uno fra i tantissimi possibili. Se siamo liberi di scegliere la nostra scelta assume un significato, solo allora! Arrivare primi in una gara con un solo partecipante non è certo lo stesso che vincere in una competizione di un milione di concorrenti.

Tutto questo per dire che le nostre scelte sono enormemente importanti. Anche quando le compiamo in modo inconsapevole. Gli effetti di ogni singolo nostro respiro3, non sono mai neutri. Ma per bilanciare questa terribile responsabilità abbiamo in dono la possibilità di scegliere un senso. In definitiva siamo gli unici4 responsabili della nostra vita.

Il problema può anche essere fuori di noi, ma se la realtà esiste solo in funzione del senso che noi — consapevolmente o meno — gli diamo, ciò equivale a dire che la soluzione è sempre e solo, dentro di noi.

  1. Cioé a prescindere dalla soggettività in rapporto a cui li consideriamo, cioé il punto di vista di chi scala []
  2. E’ chiaro che se la mia infinità di scelta coesiste nella pratica con altrettanta infinità di scelta altrui, possono esserci dei conflitti. Ma nella realtà il meccanismo è come quello dei numeri: la nostra possibilità di scelta non è infinita in ogni direzione/situazione, ma contemporaneamente non è mai limitata in tutto, ha sempre almeno una direzione in cui esprimersi. Esattamente come i numeri, la possibilità di scegliere si costruisce con elementi limitati. Eppure esattamente come i numeri, con 9 cifre si può raggiungere l’infinito []
  3. The Butterfly Effect []
  4. Nel senso di conditio sine qua non []
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 19 del mese 02 dell'anno 2009. 4 commenti — .

Importare Emozioni in una Simulazione

Cosa vorreste sperimentare in un gioco che non potete sperimentare nella realtà? Ci sono emozioni che vorreste fossero esplorate nei giochi?

Questa domanda mi è stata girata da Max, ed io rispondo. Ma temo di non riuscire a dargli soddisfazione.

La mia risposta infatti è strigliata e tagliente: nessuna.

Non uso i giochi, almeno quelli ad alti livelli di simulazione, i videogiochi poi, mi annoiano. La mia risposta è motivata dal fatto che la domanda mi sembra riflettere la logica che sta alla base dei giochi ad alto potenziale di simulazione: duplicare la realtà in modo da poter vivere esperienze che nella realtà sono precluse per diversi motivi. Soltanto però che tale duplicazione della realtà è peculiare: esattamente come l’Architetto di Matrix, l’inventore di una simulazione si rende conto che dare ai giocatori una realtà che non possono vivere, sia essa fantastica, fantascientifica o verosimile, non fa di una simulazione una simulazione di successo.

Il successo di una simulazione consiste nel far accedere i giocatori ad esperienze, emozioni, sensazioni che conoscono anche se non possono viverle liberamente nella vita di tutti i giorni (restrizioni economiche, culturali, etiche), ma nel farli accedere con un percorso di difficioltà incrementali che riproduce (anche se a volte li reinventa) i meccanismi della vita reale. Dunque ti costringe ad applicarti in una realtà duplicata che è altra rispetto alla realtà quotidiana (non amo i termini "reale" e "virtuale") ma che tende a mettersi sullo stesso piano (l’esempio attualmente più completo del processo è Second Life).

Dunque hai una simulazione (sia essa gioco o altro) che tende a darti quello che trovi nella realtà condito dalla possibilità di determinare da te punti di arrivo e partenza dello sviluppo del tuo alter ego nel gioco (avatar). Anche se i punti di partenza di un gioco non è sempre possibile sceglierli, di certo non ti è precluso a priori un punto di partenza: tutti possono virtualmente vincere. Insomma, una simulazione tende ad essere democratica nel senso di darti la possibilità di scegliere qualcosa che nella vita reale non hai potuto scegliere. Da qui il senso della domanda: cosa vorresti importare nella simulazione della vita reale? E da qui la risposta: nulla. Perché un’emozione dentro una simulazione è una esperienza inutile per due motivi. Il primo è che non può competere con quelle su cui inciampi o che costruisci nella vita "non simulata". Il secondo è che se arrivano a competere con quelle della vita non simulata, vuol dire che non esiste più confine fra vita reale e simulazione: hanno lo stesso grado di realtà (scusando il gioco di parole).

Da cui la mia preferenza: preferisco sempre e comunque procacciarmi ed aprirmi ad emozioni nella vita, che per me è il "gioco primo". Le simulazioni della vita, elaborate a sua immagine, non mi piacciono perché è come vedere lo schizzo che ricopia un quadro che tenta di catturare un tramonto. Io preferisco il tramonto originale. Ogni passaggio di riproduzione è una realtà a sé stante, per cui non posso trovarci le emozioni dell’originale. Non trovi nel quadro le emozioni e sensazioni del tramonto, ne puoi trovare altre che non troveresti nel tramonto. Anche se il quadro vuole essere riproduzione di qualcos’altro. Non mi piacciono le brutte copie prima di dedicarsi alla bella copia, non mi interessa ritagliare le cose belle del gioco-vita per importarle in un gioco-vita-simulato dove posso tenere lontano le cose che non mi piacciono. Trovo che sarebbe come cogliere una rosa perché ti piace. Se la stacchi per toglierla dal rovo, vedrai la sua bellezza appassire minuto dopo minuto.

E’ il motivo per cui quando amo una persona divento particolarmente sensibile a tutto quello che (mi) fa. Sensibile a tante piccole cose che possono ferirmi anche se prima (di amarla) non mi avrebbero sfiorato. Eppure, lo trovo grandioso.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 11 del mese 12 dell'anno 2007. Nessun commento — .