Qual è il senso di una storia se non c’é nessuno ad ascoltarla?

Comunemente tendiamo a pensare che la storia abbia solo bisogno di qualcuno che la racconti. Pensiamo alla storia come una freccia che per essere scoccata abbia bisogno del braccio dell’arciere che tende l’arco. Eppure se togli il bersaglio, non esiste arciere. E se togli chi ascolta, la storia perde di senso parimenti.

Tutto è una storia, la nostra vita è una storia. La necessità di avere qualcuno ad ascoltarla è un moto che non risparmia nessuno, un orrore del vuoto che va riempito. Un vuoto che non è silenzio: alcuni silenzi riempiono più delle risposte che rimpiazzano. Raccontare la storia non è infatti una questione di parole, ma anche di gesti, sguardi, odori, ritmi. Tutto parla, tutto racconta.

Il vuoto è l’assenza di qualcuno ad ascoltare la storia. Cosa uccide la storia non è un’altra storia che gli viene opposta. E’ l’assenza di ascolto.

Perché è così orribile? Perché non riusciamo a cogliere l’esistenza senza qualcosa a cui rapportarla. Non posso sapere chi sono senza sapere cosa non sono. Non posso esistere se qualcuno non conosce la mia storia. La vita di ciascuno senza la possibilità di essere raccontata ci libera in uno spazio immenso dove vaghiamo senza punti di riferimento come un astronauta senza nave nell’arcipelago di luci dell’universo, la fuori.

Non esisto se non posso condividere la mia storia con qualcuno. Qualcuno che inevitabilmente la contesterà, o la amplierà. Qualcuno che scrive con me in tutto o in parte, consapevolmente o meno, per breve o lungo tempo. Non esisto se non posso condividere. Ma neppure posso decidere io con chi sia meglio condividere.

Le storie si incontrano contro controllo, contrastano con convinzione ogni costrizione.

La storia trascina il nostro volere come un cane al guinzaglio: pur essendo un tutt’uno e pur essendo la volontà il padrone, non è mai chiaro chi sia a condurre chi.

La stanchezza pesante è il volgere al punto di un capitolo della storia che ha fame di giungere a riposare alla riva di uno spazio vergine di foglio da cui osservare sognante l’incipit sull’altra riva.

Assaporo la mia pesantezza, consapevole che ciò che diventa pesante cade, e lasciandoci, libera ciò che di più leggero v’é nell’uomo: il sogno, incipit del nuovo capitolo.

Una storia va avanti anche se nessuno la ascolta. Una storia va raccontata anche se nessuno ne ha voglia. Perché domani potrebbe arrivare chi vuole ascoltarla tutta, dall’inizio. E che ti fa venire voglia di raccontarla tutta.

Forse quindi non ha senso oggi, ma potrebbe averlo domani. Se la Storia si fa pesante, allora anziché tirarla o spingerla, forse è meglio farla rotolare.