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Come ho più volte scritto in passato sono un grande fan delle discussioni sull’utilità marginale. Perché credo fermamente che spieghino la grande maggioranza dei comportamenti umani, soprattutto quelli più paradossali.
Secondo questa teoria economica l’essere razionale non ha a che fare solo con il perseguire l’ottimizzazione dell’utilità assoluta (o la minimizzazione del danno) ma anche con la massimizzazione dell’utilità marginale, cioè dell’incremento dell’utilità. L’esempio arcinoto è quello dell’aria e del diamante: la prima è utile in senso assoluto. Il secondo è superfluo (rispetto alla sopravvivenza). Ma dal punto di vista dell’incremento di utilità la prima offre un incremento piccolo (è abbondante) il secondo essendo scarso (raro) offre un incremento notevole. Da cui la differenza di prezzo.
Ho visto tante persone avere molto e dare quel molto per scontato. Acquisito. Abbondante. Un indispensabile diventato superfluo perché una volta acquisito è meno appetibile di ciò che non abbiamo ancora. La trappola dell’utilità marginale. La chiamo trappola perché è facilmente verificabile come questa condotta generi un loop: appagato (incremento di piacere 0), orienti il tuo appetito verso qualcosa di nuovo (che non hai e quindi ha un incremento di piacere maggiore di zero), ma una volta acquisito anche qui l’incremento di piacere tenderà a zero. E così via. All’infinito. Tralasciando tendenzialmente ogni considerazione circa l’utilità (piacere) in assoluto. Cioè il beneficio globale (rendita media).
Forse l’uomo non è fatto per la media. Del resto accetta l’onere di una scommessa all-in solo per sentire il prurito seducente del rischio. Uno sguardo nuovo che ti desidera vale più i tutti quelli che hai già appagato. Le labbra a cui non ti sei mai unito tentano più di quelle su cui ti sdrai ogni notte.
Ci sono i furbi: quelli che leggono in questa ambivalenza la necessità di essere ambivalenti, che vestono di consapevole sfida l’incoerenza o che almeno non pretendono di convincere gli altri e se stessi di balle ripulisci coscienza. E poi ci sono i fessi: quelli che pensano di avere le idee chiare, ma non si conoscono e sono vittima di appetiti non appagati che li portano sempre sul limite della contraddizione, ma sempre con una giustificazione, prima che per gli altri per se stessi. Anche per i repentini sconfinamenti. I ligi, quelli che non sembra soffrano del problema, esistano pure. Ma li conosco poco: mi risultano così noiosi che investo poco tempo nella loro compagnia.
La vita è un mercato. Ognuno ha una sua idea di buon affare. Inevitabilmente modellata sulle cantonate. Adoro chi investe nel superfluo. A patto che sappia cosa sta facendo. Perché puoi anche spendere tanti soldi per un diamante ma se credi davvero che ti possa riempire i polmoni quando finisce l’aria allora è meglio che al mercato tu vada in compagnia.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 08 dell'anno 2011.
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Calia. Marinare la scuola. Un gesto connesso ad interrogazioni fastidiose e difficili.
Ma a ben pensarci è più di questo. In fondo l’interrogazione saltata sai benissimo che è una palla di neve schivata che rotolando si trasforma in una valanga: impari presto che certe cose è poco saggio procrastinarle, perché diventano impossibili da schivare. E più violente all’impatto.
La calia è un atto di liberazione. Liberazione da un destino prefissato. Da una risposta a scelta multipla, ma pur sempre chiusa. E’ la ribellione contro il tentativo di ridurre la libertà alla probabilità anziché esprimerla nella possibilità. La calia è un atto di protesta, è rovesciare la scacchiera quando ormai la cattura del re è inevitabile.
Non è una soluzione. E non lo vuole essere. E’ una sospensione. Un fottersene. Un appropriarsi del tempo fragile come una bolla di sapone assediata dall’aria.
In fondo non ho mai perso l’abitudine della calia. Non perché ami fuggire, tutt’altro. Ma perché amo quella sensazione, simile ad eseguire con concentrazione il tuo ultimo ragtime mentre il Titanic affonda. La sensazione di interrompere quel flusso consequenziale di causa-effetto a cui siamo assuefatti. Mi piace l’idea di fare qualcosa perché mi va smettendo di pensare per un momento al resto: il prima, il dopo e il contorno.
E’ difficile da spiegare, ma pur dentro una vita che mi piace ritaglio quei momenti che non esistono. Che non sono più autentici degli altri, ma la cui meraviglia dipende dalla loro caducità anziché dalla loro longevità: sono Mandala di sabbia in cui metti la stessa cura di un Caravaggio.
Quello che vorrei riuscire a dire è che sono quelli i momenti in cui vorrei portarti. In quelle piccole cose senza motivo che insieme sono gocce abbracciate di un mare che ti accoglie solo se abbandoni i vestiti a riva. Forse uscendo da quei momenti non succederà nulla. O forse un piede incontrerà la pece per caso, sulla riva, mentre ci si riveste.
Come ad uno sguardo che barca senza albero e timone si arena pigra sulla sabbia di altri occhi, anche a quella pece basterà un momento fortuito per appiccicarsi e non una vita per sbiadirsi. Non è un Caravaggio che rende eterno un istante fermandolo su una tela. E’ un Mandala che viene distrutto in un istante, ma la cui geometria si appiccica tenace alla mente che incauto occhio ha portato in secca su simile sabbia.
Gli istanti spontanei sono spesso quelli che piantano radici più profonde nel fertile terreno dei nostri ricordi. I dettagli di un sorriso, i tempi di una battuta, il profumo della pelle: queste piccole cose sono i colori dei ritratti che vincono il tempo.
Queste piccole cose voglio coltivare.
Ma non sono figlie di volontà di avere. Ma solo di volontà di sospensione. Che è come quando da bambino mi siedevo sulla soglia di casa di mia nonna. Non era attesa e non era agire. Era calia.
E le migliori calie erano quelle che non ti coglievano solo.
Per questo ti tengo un posto, accanto a me, davanti l’uscio di qualcosa che non si sa cos’è, ma che se non ci coglie insieme non m’importa di conoscere.
O di caliare.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 02 dell'anno 2011.
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Nonostante io scriva solo per me, a volte capita che dedichi i miei pensieri a qualcuno, come nel caso di Sofia. Il post che segue vorrei pure dedicarlo a qualcuno, alcune persone che in questi ultimi due mesi ho conosciuto, o che conoscevo da tempo. Persone la cui vicinanza simultanea, così differente e così densa di sfide molto diverse, mi ha fatto scoprire cose nuove di me e della storia che sono. Spesso, anche se inconsapevolmente, siamo specchio per gli altri. Queste specchi sono (stati) per me G. A. e F. a loro va la mia gratitudine, pur essendo io una macchia di inchiostro nelle loro, di storie. E proprio per questo.
Tutti noi viviamo storie, tutti noi siamo storie. Ci innamoriamo delle storie, cerchiamo la poesia e la troviamo in una storia raccontata bene, di bell’aspetto o con una trama originale. Viviamo assuefazioni da storie, che ci spingono fra le braccia di altre storie, diverse dalle prime.
Ci sono storie belle e brutte, storie di successo e storie stereotipate. Ci sono storie uguali a tante altre e storie che rifulgono nell’omogeneità come stelle di notte. Ci sono storie immobili come astri per una vita che poi si accendono in modo repentino e spettacolare per regalare un ultimo istante colmo di quell’intensità che ha riposato quieta per troppo tempo.
Il problema non è che ci innamoriamo delle storie, ma che qualcuno non sa che l’essere umano è una storia. Il dramma è quando non riusciamo a vedere che una storia si prende o si lascia, non si cambia. Una storia piace o non piace, ma non si riscrive.
Forse ci sono storie scritte a quattro mani, ma di certo non esistono storie scritte in brutta copia prima di essere vissute.
Ci sono storie dentro le storie, alcune le sto vivendo adesso e non so che finale avranno. Sono episodi della trama principale. Sono esse stesse trama. Alcune di queste storie sono storie avventurose, attive, non scontate e che nascondono misteri dietro apparenze semplici. Mi piacciono queste storie, ma il tempo per viverle giunge al termine, e presto mi troverò immerso in altre storie. Resterà la gratitudine ed il piacere per averle sfiorate con gli occhi.
Resterà forse il rimpianto di aver desiderato un pagina in più, più a fondo nel libro. Ma in fondo le storie, esattamente come le persone, non vanno forzate. Se il tuo ruolo è quello della comparsa, è saggio onorare la storia senza cercare di essere protagonista, accentando il finale che la storia ha in serbo per te. Che è poi l’incipit di una nuova storia, diversa.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 08 dell'anno 2009.
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Eppure ne avrei mangiate 100 di cuccagne insipide, ma non ti posso dire il motivo. Anche se, in fondo, secondo me lo sai. Perché mi hai sempre letto con estrema facilità, e questo mi ha sempre fatto sentire nudo ieri e invisibile oggi.
Sento che ho un tappo dentro. Forse lo ignoro da un po’ ed è per questo che la pressione sale. Da un lato ho voglia di parlare, di tirare fuori la delusione degli ultimi mesi, la rabbia che mi ha dato la grinta per andare avanti.
Vorrei soprattutto abbattere questo muro invisibile che mi sta impedendo da un po’ di riuscire a dire alle persone quello che penso di loro, vorrei superare questa impotenza sentimentale che mi fa morire dentro tutte le belle sensazioni che provo, anche se sono di passaggio.
Vorrei riuscire ad esprimere la gratitudine per aver trovato un sorriso che mi scalda e mi tiene impegnato nell’esercizio di accenderlo. Vorrei essere in grado di recuperare un’intimità persa, forse oggi tanto inopportuna quanto desiderata.
Vorrei tornare a sentire le piccole cose, ad ascoltare con attenzione i ritmi più lenti, vorrei tornare a sentirmi quieto dentro. Invece sono bloccato in un viaggio a folle velocità dove l’oggi è solo il passato di domani. E dove l’importante è andare avanti perché dopo un passo falso l’unico modo per restare in piedi è sforzarsi di poggiare ancora i piedi, non importa dove, al costo di una danza butoh. Chi si ferma crolla.
In estrema sintesi per una volta vorrei che qualcuno fosse in grado di rassicurarmi, di farmi penetrare fin dentro le ossa il calore di un abbraccio, e di dirmi “non preoccuparti, per una volta ci penso io e non ti costerà altre cicatrici”. Vorrei sentire davvero l’insostenibile leggerezza dell’essere, invece di trascinarmi il peso altrettanto insostenibile di quello che vorrei evitare di essere per paura di sbagliare o di essere giudicato perdendo le persone che amo.
Non è da me tutto questo. Eppure sono io a farlo. Quindi è da me. Forse ho solo bisogno di abbracciare senza esitare questa sana rivoluzione che mi ha strappato al vecchio. Ho forse ho solo bisogno di tempo per digerire questo nuovo.
Oppure ho semplicemente necessità di scrivere forse, senza sforzarmi per una volta di dare e darmi certezze, di essere responsabile, quello affidabile, quello che sceglie.
Forse è solo il caso di fottermene un po’. Ma non ci riesco ancora.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 07 dell'anno 2009.
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Mentre leggete queste righe è molto probabile che io sia in fase di trasferimento a Catania. Nonostante non sia una vacanza non è difficile capire come ne possa essere contento: riabbraccerò persone a cui tengo molto e mi godrò un po’ di mare a parità di caldo.
In fondo Catania è la mia città, il mio ambiente.
Eppure scopro con stupore che non è solo gioia quella che mi si agita in petto. Non l’avrei mai detto ma un po’ mi dispiace partire. Non tanto per la città di Milano ma per le persone che lascio qua e che in questi mesi hanno condiviso con me la mia quotidianità.
Ho vissuto momenti molto difficili qui, ma in questa difficoltà ho trovato (e ritrovato) persone speciali che mi hanno trasformato la vita, a cui ho imparato in così poco tempo a voler bene, perché mi fanno sentire a casa. Mi sento come Giobbe: ho perso tanto e ho ricevuto tantissimo.
E scopro la profonda validità di un luogo comune legato al viaggio: sei a casa dove ti senti a casa. E questo dipende sempre dalle persone.
Grazie.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 07 dell'anno 2009.
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Oggi ho fatto la mia prima pausa post.cena birra in mano a fare quattro passi lungo il naviglio. Meditavo di farlo da quando ho messo piede nella nuova casa qualche giorno addietro. Trasferito il liquido dalla bottiglia allo stomaco, ho iniziato a soffiare dentro il collo della bottiglia, in un modo noto a tutti o quasi.
In qualche momento mi nasce un pensiero: le persone sono come le bottiglie, occorre che siano nella giusta posizione per farle “suonare”. In effetti sento che è da un po’ che “non suono più”. E questo pensiero mi ha illuminato un secondo: forse è tutta una questione di “posizione”.
“Essere in pace anche se non si è dove ci piace” – Nesli docet.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 05 dell'anno 2009.
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