Ieri ho ascoltato una canzone che mi ha stupito, perché recita: “dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare“. Mi ha stupito perché era un messaggio per me. Coelho dice che l’Universo interno ti parla ogni giorno in tante piccole cose quotidiane.

Se la canzone di Fossati – che riprende il pensiero del cristiano Charles de Foucauld – fosse finita con un ‘c’é un tempo per seminare e uno per raccogliere’, allora avrebbe perfettamente espresso questo mio periodo. Semino e raccolgo incessantemente. E quello che mi manca è l’attesa.

Mi manca il riposo della semina che è attesa del raccolto, mi manca il silenzio che separa due parole, lo spazio tra le righe, la separazione che unisce lettere e parole. Mi manca il mare che crea distanze riempiendo vuoti. E’ come ballare incessantemente su un’unica continua melodia.

Mi manca l’armonia, mi ci arrovello da mesi e l’ho capito in un attimo, ascoltando l’ultima frase di una canzone in un punto imprecisato dell’Universo fra Parma e Milano.

C’é un tempo per seminare e un tempo per aspettare. Forse non c’é il tempo di raccogliere, ma il tempo dell’attesa ha in sé la fatica della semina e la promessa della raccolta. E’ quindi entrambi pur non essendo alcuno dei due. E’ un tempo magico, di speranza.

Questa è la spemuta: un momento in cui concentri (spremi) la tua speranza (speme) fino all’ultima goccia. E aspetti, in silenzio, perché non è ancora il momento.

La strada scorre veloce davanti a te, tieni l’auto in carreggiata, attenzione massima davanti e dietro, focalizzato sulla direzione. E poi magari accetti di dare un passaggio a qualcuno che non conosci, e questo ti cambia la giornata, la meta e forse anche…