Spesso accade che le ragioni dell’essere in un determinato modo di qualcosa, siano da cercare fuori da quel qualcosa. Un po’ quello che intendeva Laozi con il rapporto tra vuoto e pieno. In questo, continuare a percepire un dentro-fuori, essere-nonessere diventa una distinzione fuorviante.
La morte struttura la vita. Il modo in cui ci poniamo la domanda sulla morte e diamo la risposta (in parte già strutturata a partire dalla domanda) determina in gran parte il nostro approccio alla vita. La paura della morte guida molte delle scelte che crediamo di fare per amore della vita.
Il primo polo che influenza queste scelte è il blocco: la paura di fare per via del fallimento o di conseguenze negative che sono in esse stesse assaggio di morte in vita. Il secondo polo è quello dell’ansia: la paura di non fare per via del tentativo illusorio di estendere la vita percorrendola di fretta, mascherando con la velocità i buchi, le pause, la lentezza che anche qui è prefigurazione di morte come assenza di meta, di senso. In questa forma di paura il fallimento non è morte, ma solo un effetto collaterale positivo, in quanto riempitivo del tempo.
Un po’ come scalare una montagna, il primo tipo di paura è dello spazio: non essere nel posto in cui si voleva essere. Il secondo tipo di paura assomiglia invece all’incertezza della pausa nel cammino. Quindi è la paura del tempo.
Camminando hai lo sguardo naturalmente rivolto in avanti, e vedi le cose crescere, arrivare, il futuro che diventa presente. A volte però è come se ti avessero ruotato la testa e vedi solo il passato, le cose che si allontanano.
In realtà è tutta una storia dentro cui viviamo e dentro cui ci raccontiamo altre storie. E ci sono volte che sono scarico e non riesco a colorare il mio foglietto bianco. E quel bianco mi risucchia e io mi lascio naufragare.
La morte e la vita sono in fondo solo due facce dello stesso foglio: il vuoto e il non-senso sono il foglio. E ci vuole forza e violenza per riempire il foglio di linee senza lasciarsi prendere dalla frenesia di scarabbocchiarlo giusto per cancellare dalla vista quel bianco.

Hai mai sognato di viaggiare nel tempo? Di avere una macchina del tempo personale? Come sarebbe?
Il sogno dell’uomo sembra essere quello di piegare il tempo: tornare indietro sapendo cosa succederà è un’altro modo di prevedere il futuro, è un altro modo di cercare di barare, di eliminare le difficoltà che inevitabilmente dobbiamo affrontare e che spesso ci battono. E’ un modo per arrivare ad un risultato senza capire che ciò che conta è il processo non l’output.
Da bambino sognavo la mia macchina del tempo, non per azzerare le difficoltà e gli imprevisti, ma per aumentarli: per vivere avventure e conoscere mondi ed epoche diverse dalla mia. Ma una macchina del tempo non si può ancora avere. O no?
E’ possibile viaggiare nel tempo? Si. E quello che serve per costruire la propria macchina del tempo personale non è neppure così fantascientifico: possono bastare due occhi ed un sorriso, ti ci immergi dentro e la realtà diventa per un attimo meno solida, dietro la crosta sbiadita del presente intravvedi il passato e un futuro che poteva essere, viaggiando in un tempo che per un attimo smette di scorrere in un solo senso anche se non diventa palindromo.
Il presente che hai imboccato non è la rinuncia a migliaia di altri futuri paralleli mai nati, ma è il respiro di una libertà reale che si costruisce scelta dopo scelta modellando la sua forma in conseguenza a ciò che scartiamo.
Stasera brindo a quello che poteva essere e non è stato, ma che vive proprio in virtù della propria assenza in quello che sono.
Metabolizzare è una parola che usiamo spesso. Più che nel suo significato proprio, viene ormai associata alla digestione – o meglio alla assimilazione – di eventi e/o persone. Il richiamo al processo di digestione è molto appropiato: se ci pensi quando devi superare un momento difficile o quantomeno non indifferente, fatto di persone od eventi molto significativi, non si fa altro che digerirli. Nel senso che vengono interiorizzati e diventano parte di noi ad un livello così profondo da trascendere spesso la consapevolezza. Pezzi di quelle persone e di quegli eventi sono lì con noi ogni giorno, nel nostro modo di parlare, di vivere le cose, di muoverci. Sono metabolizzati, in un modo che ci piaccia o meno, ma sono diventati parte di noi, sono noi.
Una cosa su cui però si tende secondo me ad essere fuorviati, è che il metabolismo non riguarda soltanto lo spezzettare qualcosa per assimilarla. Operazione che noi spesso sottointendiamo con il termine di metabolismo. Il metabolismo è formato da due categorie di processi.
Uno di questi è il catabolismo, che è in senso proprio la degradazione di molecole complesse in molecole più semplici. La nostra concezione di metabolismo è fuorviante perché spesso si riduce a questo. Metabolizzare una persona o un’esperienza significa scomporla in frammenti minuscoli, in istanti, in gesti, in emozioni, sconnettendole dal complesso e "digerendole" una per una. Se è difficile dare un senso ad una cosa grande e complessa, diventa più semplice sezionarla, seguendo i confini di quello che ci ha fatto stare bene o male. Le cose belle metabolizzate in un modo, le altre in un modo differente. Una cosa molto cartesiana.
Eppure quello su cui non ci concentriamo troppo secondo me, è il secondo insieme di processi: l’anabolismo. L’anabolismo è l’inverso del catabolismo: costruisce molecole complesse a partire dalle più semplici. Pensaci un attimo. In un universo in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma (proposizione che mette d’accordo oriente ed occidente, misticismo e scienza), quello che tu sei e quello che tu costruisci, si produce a partire da quello che esiste già. Se il risultato è qualcosa di nuovo, un approccio nuovo, un’emozione nuova, questo non vuol dire che i suoi componenti siano nuovi. Sono riciclati.
Questo è un bene. L’anabolismo è una fase creativa tanto importante quanto la fase distruttiva. Distruggere serve ad assorbire, così come non puoi digerire un anguria intera. Ma se ci limitassimo a questo, saremmo costretti a vivere in un mondo in cui i nostri sogni e le le nostre esperienze non potrebbero eccedere la misura della nostra capacità di assorbirle di colpo. Un po’ come essere costretti a nutrirsi solo di quello che riesce a passare per intero dalla nostra bocca. Mentre con l’anabolismo possiamo costruire sogni e vivere eventi ben più grandi di quelli che possiamo immaginare.
Anabolismo e catabolismo se ne fregano di te. Esistono e basta, tanto nella digestione quanto nel tuo modo di assimilare le cose. Il punto è esserne consapevoli. Aiuta a evitare l’errore di pensare che quando qualcosa che credi solido e gigantesco crolli, sia la fine. Sia impossibile da metabolizzare. Tutto può essere catabolizzato è solo questione di tempo. E di volontà, che accorcia i tempi.
Ma non limitarti a catabolizzarlo: anabolizzalo. La merda della tua vita non è fatta di cose che ti hanno fatto soffrire, ma di cose che non sei riuscito a digerire. Le hai catabolizzate certo, ma non anabolizzate. Non le hai usate per costruirti un futuro migliore. O almeno per tentare.