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Tutti gli articoli su neologismi

C’é un Tempo per Seminare e uno per Raccogliere. E uno per la Spemuta.

Ieri ho ascoltato una canzone che mi ha stupito, perché recita: “dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare“. Mi ha stupito perché era un messaggio per me. Coelho dice che l’Universo interno ti parla ogni giorno in tante piccole cose quotidiane.

Se la canzone di Fossati – che riprende il pensiero del cristiano Charles de Foucauld – fosse finita con un ‘c’é un tempo per seminare e uno per raccogliere’, allora avrebbe perfettamente espresso questo mio periodo. Semino e raccolgo incessantemente. E quello che mi manca è l’attesa.

Mi manca il riposo della semina che è attesa del raccolto, mi manca il silenzio che separa due parole, lo spazio tra le righe, la separazione che unisce lettere e parole. Mi manca il mare che crea distanze riempiendo vuoti. E’ come ballare incessantemente su un’unica continua melodia.

Mi manca l’armonia, mi ci arrovello da mesi e l’ho capito in un attimo, ascoltando l’ultima frase di una canzone in un punto imprecisato dell’Universo fra Parma e Milano.

C’é un tempo per seminare e un tempo per aspettare. Forse non c’é il tempo di raccogliere, ma il tempo dell’attesa ha in sé la fatica della semina e la promessa della raccolta. E’ quindi entrambi pur non essendo alcuno dei due. E’ un tempo magico, di speranza.

Questa è la spemuta: un momento in cui concentri (spremi) la tua speranza (speme) fino all’ultima goccia. E aspetti, in silenzio, perché non è ancora il momento.

La strada scorre veloce davanti a te, tieni l’auto in carreggiata, attenzione massima davanti e dietro, focalizzato sulla direzione. E poi magari accetti di dare un passaggio a qualcuno che non conosci, e questo ti cambia la giornata, la meta e forse anche…

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 02 dell'anno 2010. 12 commenti — .

Wonderfoolicity

Ci sono volte in cui mi sento felice, senza una ragione ben precisa. Sicuramente avrete provato anche voi una sensazione simile. E’ come starnutire: ti prende d’improvviso e senza una ragione particolare. Ti contagia anche se non hai motivi specifici di essere soddisfatto o allegro. Ma è una felicità particolare, aggressiva e contagiosa. Ti fa cantare a squarciagola, ti fa sentire ebbro di meraviglia. Una felicità non radicata in nulla e quindi infondata, inspiegata, disinteressata, irrazionale: felicità meravigliosamente folle.

Wonderfoolicity.

Preservare questa meravigliosa follicità contro gli assalti della realtà ragionata e razionale. Preservare il fecondo seme del caos che si nasconde nel fertile terreno della follia. Preservare la possibilità di regalare al mondo qualcosa che non sia la controprestazione di nulla, che magari non interessa a nessuno perché nessuno la richiede, che magari è spreco nel senso che nessuno la vuole, la utilizza o la collega ad un bisogno. Ma non è spreco, è traboccare. E’ essere pieni e oltre. E’ sentirsi vivi, e oltre. E’ essere senza che ce ne sia necessità. E’ vita allo stato puro.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 12 dell'anno 2008. 4 commenti — .

Meredulo

Occorrerebbe qui uno di quei post-marmellata, in cui si ficcano dentro più giorni e si frullano esperienze diverse in un’unica pappina. Dovrei parlare di cose che avevo in mente di scrivere. Dell’utilità dei libri regalati anche se doppioni. Di Sweeney Todd. Di come ci si sente ad importare 6000+ foto in iPhoto, solleticando i neuroni più remoti che rivangano passati lontani.

Ma non amo i post-marmellata.

Piuttosto mi soffermo su una impressione, ancora una volta neologismo alla mano: Meredulo. Meravigliato ed incredulo osservo il mio presente, nel bene e nel male, con il cuore che palpita e il cervello che dice: ma tutto questo sta succedendo a me? Se mi fermo un attimo mi rendo conto di quanta strada ho fatto, spesso alla velocità di chi fugge. Mi sento come d’autunno dalle parti del monte Santa Maria sull’Etna, mentre attraverso una enorme colata solidificata che fluisce solida dalla vetta fino a valle tagliando in due boschi e sentieri. Uno scuro fiume roccioso circondato da arancio-violetto fogliame. Piccolo, sorpreso, eccitato. Meredulo.

Tanta strada dietro, tantissima ancora davanti. Felice per la compagnia, estasiato dai colori del presente.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 3 del mese 03 dell'anno 2008. Nessun commento — .

Frenequenziale

Frenequenziale. Frenesia sequenziale.

Apriamo gli occhi la mattina e siamo bombardati di stimoli. Sulle sinapsi iniziano a viaggiare veloci i pensieri, che portano a desideri, che a volte si esprimono in azioni, coerenti o meno, tentativi di esprimere noi stessi senza neppure sapere precisamente cosa siamo né cosa vogliamo essere.

Cosa sei? Cosa vuoi? Perché sei qui?

Semplici domande, difficili risposte. Forse vivere dovrebbe significare (anche) trovare le risposte.

Ma ecco che invece i nostri giorni sono frenetici: risolvi un paio di problemi, fai il tuo dovere di studente/lavoratore, curi le tue relazioni sociali, procacci cibo e sesso e… è finita la giornata. Poco male, ti dici, ci pensiamo domani. Ma inevitabilmente ogni sera ti accorgi che le giornate sono tutte terribilmente sequenziali.

Il paradosso è che iniziamo a vivere – inconsapevolmente o per necessità – la nostra lista di priorità dalle meno importanti. Quindi frenequenzialmente facciamo cose che ci servono, senza neppure sapere di cosa abbiamo realmente bisogno, perché non c’é il tempo di fermarsi a pensare. Per fortuna a volte piovono persone che sono in grado di svegliarci dal torpore di una vita camminata seguendo strade larghe tracciate da altri passati prima di noi con la stessa inconsapevolezza. E allora ti nasce l’ardire di nuove mete, così terribilmente ignote. E la frenequenzialità diventa solo un vestito che indossi in mezzo agli altri per celare la tua sana follicità, che ti rende felice di correre verso l’ignoto a cavallo di un sogno.

Il mio sogno è rosa maiale, e ci vado contro a cavallo di una vacca.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 25 del mese 02 dell'anno 2008. Nessun commento — .

Incredupenda

Sorella IV: Sofia

Qualcosa che è incredibilmente stupenda.

Ho sempre pensato che le cose "grandi", incredibili e stupende, fossero quelle eclatanti. Sotto, sotto ho creduto che i grandi sentimenti e le sensazioni importanti si misurassero col cl-amore, più che con l’amore. Ho agito come se l’importanza delle persone da amare fosse direttamente proporzionale al sensazionalismo con cui ti esaltano. Ho vissuto scambiando il sentimento con l’entusiasmo. Sono morto confondendo i miei limiti personali per incompatibilità oggettive.

E scopro, meno adolescenzialmente, che le cose piccole e semplici della quotidianità sono banali solo se le assaggi con un palato grezzo, che è in grado solo di percepire il gusto delle cose forti. Non sono le piccole parole della quotidianità a non avere sapore. Era il cervello che mi spingeva all’anoressia concettuale di una vita fatta di continui sapori forti che deliziano la bocca ma non riempiono la pancia.

Una persona incredupenda mi ha fatto cambiare idea. Una persona prassente. Cioè presente anche se assente.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 02 dell'anno 2008. Nessun commento — .

Stupitità

Stupitità.

Una nuova parola coniata per esprimere uno stupore che ti fa sentire stupido. Stupito, perché mai immaginavi tanto benessere. Stupido, perché ti viene da cose che deridevi. E così l’89 dei propri limiti concettuali diventa il ’68 delle cose mai tentate, e che inaspettatamente riescono. In realtà la stupitità è qualcosa da maneggiare con cura: non dipende infatti dalle cose in sé, ma piuttosto sono le persone in grado di stupitirti. Queste sono persone preziose, perché riescono a tirare fuori da te qualcosa che neppure sospettavi di avere dentro.

Lo stilnovo celebrava la donna angelicata, salvifico accesso al trascendente, l’amore per qualcuno in grado quasi di cancellare e trasfigurare il tuo passato, che inevitabilmente è la carta d’intentità di quello che sei.

Stupitità. Essere trasformati da quello che si prova per qualcuno (stupore) scoprendosi dentro qualcosa che non si era mai riusciti ad essere (stupidità).

Post dedicato all’elfo merenda.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 3 del mese 01 dell'anno 2008. Nessun commento — .