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Prototipi

Una formica può volare?

Cosa c’é di così sconvolgente nel pensiero che il destino di ciascuno di noi sia abbozzato nei nostri geni? Che quello che siamo, le risposte che diamo, le strade che prendiamo dipendano dalla forma che abbiamo.

Ma se anche così fosse non sappiamo nulla di noi. Partiamo da una totale inconsapevolezza. E acquistiamo consapevolezza solo vivendo. Agendo. Sbagliando. Un po’ come il faro della bici che illumina solo se ti muovi. E in questo movimento impariamo che forma abbiamo, ma contemporaneamente la modifichiamo, perché siamo esposti ai fallimenti e ai desideri. E’ lo stato di proto-tipo. Sul prototipo agisci continuamente per migliorarlo, perché sarà l’elemento su cui produci la serie. Siamo abituati a pensarlo come una prova, una sorta di stato ibrido fra il nulla e la perfezione, un equilibrio sub-ottimale.

E invece un proto-tipo non viene mai finito: è sempre in fieri. E’ sempre alla ricerca di sé stesso. Ha la sua identità riconoscibile ma può essere nuovo ogni giorno. Diventa proto nel senso originario del termine: è il primo. Primo non perché migliore degli altri. Primo perché è nuovo. E’ diverso e unico. Forse dopo ne verranno altri simili. Ma la prima alba è sorta per lui. Non è una versione incompleta di qualcos’altro. E’ sempre sé stesso ed è incompleto solo perché sta diventato sé stesso. Non è una tautologia, ma più autopoiesi. Il prototipo è il primo ad affondare l’impronta sulla nevicata immacolata.

Alla formica in sorte è negato il volo. E anche all’uomo.

Ma l’uomo non accettando il suo destino si è fabbricato ali, polmoni d’acciaio e ruote, per andare lontano. Per capire di più di sé. E della sua forma. E solo questo divieto della natura, questo costante e frustante scoraggiarlo, ne ha temprato carattere e sogni, portandolo lontano. Gli aristoi non sono tali per nascita, ma per cittadinanza. Non sono quelli che hanno scampato la rupe alla nascita. Sono quelli buttati giù dalla rupe e risaliti centimetro dopo centimetro, unghia spezzata su unghia spezzata. Gli aristoi sono quelli che si oppongono agli ostacoli, anche se non sanno ancora dove questo li porterà. Sono Prototipi. Si muovono e si muoveranno sempre, perché sanno che l’importante non è la meta ma il viaggio. E sanno essere grati all’odio, edificando cattedrali con i sassi che vengono loro tirati.

I prototipi hanno una forma, che è il loro destino. Ma è una forma che non esclude altre forme. E’ una barca che se non c’é vento viaggia a remi. Ma viaggia sempre.

Forse il destino di tutti noi è scritto. Ma se è così per i prototipi ne esiste più d’uno.

Auguro ai prototipi di non raggiungere mai una forma definitiva. Ma anche di non rifiutare di assumerne una. Auguro ai prototipi di non smarrire mai la passione per questo gioco e la fame di nuove frontiere da conquistare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Senso

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Una delle cose che mi sembra più importante è dare un senso alle cose. Le cose che ci accadono sono come dei punti su un foglio, farne un disegno collegandoli con le linee è dare un senso. Ma perché farlo? Non lo so.

Credo che sia una pulsione profonda, una cosa che colpiva i primi uomini sul pianeta che si dettero superstizioni e tradizioni, così come quelli che più tardi abbandonarono la sicurezza della terraferma per avventurarsi nel vasto blu del mare, senza riferimenti. Fu allora che nacquero le costellazioni: dare un senso e quindi un ordine, darsi dei riferimenti, cercando di fare dell’ignoto una casa. A distanza di millenni il mare non è più così misterioso, ma nuove frontiere, fuori di noi come dentro, ci impongono ogni giorno la sfida della ricerca di senso. Dare un senso per gestire gli eventi, per metabolizzare i dolorosi e ricordare i piacevoli.

La cosa che mi risulta più difficile è riuscire a muovermi in questi eventi non perché non so bene dove sto andando, ma perché non ho ben chiaro dove voglio andare. La differenza fra un viaggiatore e un senza-casa sta in questo: il primo anche vagando senza meta è a casa nel mondo, il secondo si muove senza un senso.

Mi sono sentito vagabondo in questi giorni. Oggi, andando in giro per l’ennesima casa, nell’ennesima giornata di incontri, ho compreso. Non so se in effetti quando ti compare una chiave di lettura, un senso, per le cose che ti succedono, sia in realtà il prodotto della voglia di trovare un senso. Però quando questo compare, sembra che tutto si incastri, e alla fine non credo abbia poi importanza se si tratti de il senso delle cose. L’importante è l’effetto che produce: non rende le cose più facili, ma aiuta a stringere i denti. Dare un senso alle cose aiuta a viverle.

Il senso che ho trovato è una grande lezione che avevo bisogno di tatuare a fuoco sulla pelle. Il dolore è sempre dolore, quello di una pianta che buca la terra non è differente da quello del seme che muore. Ogni differenza è un’illusione. Ma apprendere questo insegnamento è differente dal capirlo.

Quello che per il bruco è morte, per il resto del mondo è una farfalla.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 3 del mese 05 dell'anno 2009. Un commento — .

Assenza di Certezze = Libertà di Darsele.

Avevo scritto un post pieno di quello che ho dentro. Ma successivamente ho deciso che fosse più giusto che andasse ad ingrossare le fila delle parole non dette. E’ un tempo che mi pone sfide molto grandi, un tempo dal quale sto apprendendo molto.

Io sono fermamente convinto che nella vita, le uniche certezze siano che nasci e che muori. L’ignoto che sta nel mezzo è come un foglio di carta completamente bianco, su cui puoi dipingere un Caravaggio, un Haring, scrivere una Bibbia o anche solo il tuo nome. Tutti noi scegliamo cosa fare, siamo completamente liberi.

Forse non tutti riceviamo in dono una tavolozza cromaticamente ricca. Alcuni di noi hanno tutto, altri solo una matita. Ma per diventare grandi, per riempire il foglio con cose straordinarie ed appaganti, può bastare anche una semplice matita. Perché la felicità è l’unica cosa realmente democratica: dipende da noi ed è fatta per noi, su misura.

Eppure la maggior parte di noi preferisce usare dei modelli prestampati, con una traccia già definita e con qualche piccola possibilità di personalizzazione. Alcuni di noi non riescono a fissare il bianco intenso del vuoto senza provare un terrore paralizzante, senza annegare con lo sguardo in un’oceano di ignoto. Per loro sono state costruite società, modelli, religioni, teorie e categorie. Per loro esistono maestri e padri, giusto e sbagliato, certezze e riferimenti.

E così, la piccola parte di noi che invece ama follemente il bianco del foglio, nasce pensando di essere sbagliata, anomala, malata. Quella piccola parte di noi che trova stupenda una vita in perenne mutamento, ricca e viva, che respira d’infinito in ogni attimo ma che non ha davanti l’eternità, bensì un capolinea ignoto. Perché dovrei desiderare una certezza? Perché dovrei volere solo pianura davanti a me?  Tutto è in mutamento, continuo, che piaccia o meno questa è l’unica certezza: non ci sono certezze. Non riesco ad immaginare qualcosa di più bello! La possibilità di darsi ogni giorno un senso, di cercare sempre qualcosa in più, di vedere morire col sole del giorno qualcosa di acquisito, che come il sole rinascera domani: uguale eppure nuova.

Oltre giusto e sbagliato, nuovo e vecchio, odio e amore, c’é una terza dimensione. Che da’ volume alle cose.

Ma non tutti la vedono. Questo non vuol dire che chi non la vede sia sbagliato. Ma solo che chi la vede, non deve fare finta di non vederla per piacere o per cercare conforto nel tiepido calore del gregge. Per vivere dentro vestiti non suoi, che per quanto belli non riesce ad indossare comodamente.

Morire e non perire, questa è la vera longevità.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 04 dell'anno 2009. 4 commenti — .

Dare Senso alle Cose

Guardando una statua di Canova o di Michelangelo, risulta difficile credere che l’autore non abbia amato profondamente ogni singolo centimetro quadrato della sua opera. Risulta impossibile credere che non abbia amato il marmo dal quale, come una lunga gestazione, ha partorito la statua.

Eppure, per un simile capolavoro è la violenza lo strumento indispensabile: quella roccia è aggredita con impeto e forza, e quello che emerge dopo ogni colpo di scalpello è qualcosa che prima non c’era ma che nasce da una privazione: nasce dall’annichilimento del superfluo che scopre la vera natura delle cose.  Dare forma significa aggredire violentemente qualcosa per modellarla. Non è violenza fine a sé stessa, né incontrollata: è un colpo feroce ed un secondo dopo una tenera carezza, è il freddo acciaio che penetra ma anche l’impercettibile lima che ritocca.

Non basta martellare la pietra per essere un Michelangelo: la differenza sta nel senso delle cose, nella capacità di vedere oltre il visibile, di dare forma con la mente a qualcosa che ancora non ce l’ha. Michelangelo vedeva il David prima che esistesse.

Senza sapere cosa si vuole, le martellate sono solo vuoto riempire il tempo che passa, cieco vagare sulla pelle bianca del marmo. Se non sai quale statua vuoi scolpire, se non hai le idee chiare, non sei tu a guidare il marmo, ma è il marmo ad importi la sua ermetica casualità.

Le ultime 24 ore sono state 24 rapidi colpi di martello. Violenti e impietosi. Hanno tolto via roba, ma non so ancora se tutto questo prenderà una forma piuttosto che un’altra. Non so cosa emergerà. Non so cosa affonderà. So però che questo cieco cozzare del martello mi arriva dentro, agitando la mia passione per il caos e il nichilismo, che sonnecchiava sazia.

L’odore dell’appiccicoso rosso suscita appetiti silenziosi.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 25 del mese 03 dell'anno 2009. 2 commenti — .

Conati Post-Vacanzieri

Non ho mai creduto alla vacanza di coppia. Ne avevo fatta una (molto) tempo fa giusto perché non mi sono mai reputato un apriorista, e l’esperienza ha confermato i miei (pre)sentimenti verso la cosa. Sono reduce da una vacanza di coppia. Eppure è andata molto bene.

Questo mi insegna due cose: la prima è che (vivaiddio!) le persone non sono tutte uguali. Anche se i ruoli tendono ad appiattire le differenze – perché spesso agiamo seguendo le "costrizioni" che il nostro ruolo (di fidanzato, padre, figlio, capo, ecc) ci impone e non quelle che la nostra persona presenta – le generalizzazioni sono (perfortuna!) sempre approssimative e superficiali perché è possibile saggiare la differenza di persone uniche.

La seconda cosa che ho imparato è che o mi sono rincoglionito con l’età – e non lo escludo – per cui mi iniziano a piacere certe cose (oddio!) oppure le persone (in fondo) cambiano davvero perché in fondo diverse sono le situazioni. Questo ci espone ai cambiamenti in peggio, ma è il "prezzo" per l’esistenza dei cambiamenti in meglio (nella vita bisogna pur sempre scegliere da che parte stare: ottimisti vs. pessimisti).

E qui fiorisce un’altra considerazione: le cose cambiano. Il contesto (natura, società, ecosistema, come volete chiamarlo…) muta di per sé. Il rapporto fra due persone muta di per sé. In questo mutare spesso vengono meno piccoli riti, attenzioni e manifestazioni che misuravano il rapporto. Che prima c’erano ed adesso non ci sono più. Vittime della routine? Pericoloso segno di curva discendente verso l’assuefazione all’abitudine di dare per scontato tutto?

Può essere che davvero siano spalmate dal camion della routine sull’asfalto della tangenziale dell’assuefazione sentimentale. Ma anche no. E’ qui che sei costretto a dichiarare in che squadra giochi (sempre pessimisti vs. ottimisti). Perché il mutamento di per sé non significa nulla. Perché è naturale, fisiologico. Perdere caratteristiche essenziali del rapporto significa solo che questo sta mutando. Ma anche la maturazione è un processo di cambiamento.

E allora per ogni parola desueta se ne inventa una nuova. Per ogni rito scaduto se ne tirano fuori due. Per ogni attenzione sfiorita se ne piantano tre. Ne vale la pena? Si per due motivi. Il primo oggettivo: questo si chiama vivere. Il secondo soggettivo: quello che senti quando stringi una persona, la "tua" persona, è il vero indice di un rapporto. Il resto sono solo segni esteriori da cambiare e trasformare a piacimento come il guardaroba che segue le stagioni.

Insomma l’importante è sentire la voglia dentro di andare a recuperare i poccellini anche se non sono ancora tornati dal meccato. L’importante è sentire che la mia mano con dentro la tua pesa meno dell’altra, vuota.

(PS questo post non costituisce pubblicità o recensione del prodotto "la mia ragazza", ha solo fine approssimativamente illustrativo e soprattutto non vuole essere un maldestro tentativo di farmi regalare un’altra vacanza. Anche se…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 05 dell'anno 2008. Nessun commento — .