Spesso accade che le ragioni dell’essere in un determinato modo di qualcosa, siano da cercare fuori da quel qualcosa. Un po’ quello che intendeva Laozi con il rapporto tra vuoto e pieno. In questo, continuare a percepire un dentro-fuori, essere-nonessere diventa una distinzione fuorviante.
La morte struttura la vita. Il modo in cui ci poniamo la domanda sulla morte e diamo la risposta (in parte già strutturata a partire dalla domanda) determina in gran parte il nostro approccio alla vita. La paura della morte guida molte delle scelte che crediamo di fare per amore della vita.
Il primo polo che influenza queste scelte è il blocco: la paura di fare per via del fallimento o di conseguenze negative che sono in esse stesse assaggio di morte in vita. Il secondo polo è quello dell’ansia: la paura di non fare per via del tentativo illusorio di estendere la vita percorrendola di fretta, mascherando con la velocità i buchi, le pause, la lentezza che anche qui è prefigurazione di morte come assenza di meta, di senso. In questa forma di paura il fallimento non è morte, ma solo un effetto collaterale positivo, in quanto riempitivo del tempo.
Un po’ come scalare una montagna, il primo tipo di paura è dello spazio: non essere nel posto in cui si voleva essere. Il secondo tipo di paura assomiglia invece all’incertezza della pausa nel cammino. Quindi è la paura del tempo.
Camminando hai lo sguardo naturalmente rivolto in avanti, e vedi le cose crescere, arrivare, il futuro che diventa presente. A volte però è come se ti avessero ruotato la testa e vedi solo il passato, le cose che si allontanano.
In realtà è tutta una storia dentro cui viviamo e dentro cui ci raccontiamo altre storie. E ci sono volte che sono scarico e non riesco a colorare il mio foglietto bianco. E quel bianco mi risucchia e io mi lascio naufragare.
La morte e la vita sono in fondo solo due facce dello stesso foglio: il vuoto e il non-senso sono il foglio. E ci vuole forza e violenza per riempire il foglio di linee senza lasciarsi prendere dalla frenesia di scarabbocchiarlo giusto per cancellare dalla vista quel bianco.

Una metafora che ho usato altre volte per spiegare la mia idea di amore è quella del fiore. Mi resi conto in passato di come io interpretassi l’amore per una persona come fosse un fiore: fragile, andava protetto, colorato, era sempre accarezzato con lo sguardo, tenero, andava nutrito e curato, profumato, non doveva mai stai lontano dal dalle mie nari.
Lo curavo come se dovesse vivere in eterno, lo vivevo come se fosse stato creato per me. Il mio amore.
Ho perso molti fiori in questo modo, ed ogni volta mi sono sentito profondamente sbagliato. Mi rimproveravo di aver fallito, di aver sbagliato tutto, di non aver fatto abbastanza. Ho pianto, perché rivolevo indietro il mio fiore. Ho sofferto, perché se lui era appassito allora avevo perso il mio tempo.
Poi ho scoperto che l’amore non è il fiore: il fiore è solo il suo frutto. L’amore è il campo, è la terra che custodisce quel nulla per la vista che racchiude già un miracolo di fragilità e profumata bellezza pronto a inondare di colore il mondo: il seme. L’amore è immortale come la terra, il modo in cui si manifesta è caduco come un fiore.
Se la manifestazione dell’amore è così fragile e mortale che nonostante richieda infinite cure ed attenzioni, muore comunque come un fiore, ha senso cercare e vivere l’amore? Perché dargli importanza? Se è una sofferenza così inevitabile, per quale perverso motivo dovremmo gioire se sappiamo che che la nostra gioia di oggi sarà il dolore di domani?
L’amore è. Non si può impedire all’amore di manifestarsi, così come non si può impedire ad un campo di far germogliare i fiori. Il dolore e la paura che viviamo sono solo il nostro attaccamento alla manifestazione dell’amore: persone, luoghi, esperienze. Fermare la naturale morte delle esperienze è come cercare di far cambiare il corso di un fiume chiedendogli di scorrere al contrario, oppure piangere perché non siamo riusciti ad impedire al sole di tramontare.
Ma i fiori poi muoiono davvero? Ogni petalo perso così come ogni lacrima pianta, ogni fiore appassito così come ogni persona che è uscita dalla nostra vita, ha lasciato un segno. Invisibile ma solido. Ogni fiore che muore così come ogni fallimento che viviamo fertilizza il terreno del nostro amore rendendolo più ricettivo, meno sterile. I fiori di domani vivono dei loro fratelli appassiti così come le esperienze che viviamo oggi sono condizionate da quello che abbiamo già vissuto. L’unico modo per imparare ad amare è amare incondizionatamente.
Non è stupendo? Quello che rende immortale l’amore non è una persona che ti sta sempre accanto, ma la tua capacità di non identificare in lei il tuo amore. Non significa che il tuo amore sia per tutti come ogni campo cresce fiori differenti. Né che il tuo amore si possa dare a tutti, perché un campo per mantenere un fiore si impegna, lavora, e crescere un fiore bellissimo spesso significa dedicarsi solo a quello.
Se hai amato non hai sbagliato. Se hai fallito hai solo imparato a crescere meglio un fiore. Se ti senti in colpa è solo perché non hai accettato che i fiori non muoiono e non nascono: si trasformano.
Quindi se di recente hai perso un fiore ci sono due cose che ti consiglio di fare: la prima è non rimuoverne i resti dal tuo campo, al contrario devi farli abbracciare alla terra, il più in fondo possibile affinché diventando per sempre parte di te quel dolore possa fertilizzarti. La seconda cosa che ti consiglio è di avere pazienza e sorridere: è il modo migliore per aspettare la prossima primavera.
Il miglior modo di superare una sofferenza non è quello di evitarla o resistergli, ma di abbracciarla stretta correndole incontro. Prima il fiore morto è abbracciato dalla terra, prima la fertilizza aiutandola a crescerne uno nuovo e più bello.
“Per arrivare al giorno non c’é altra via che la notte” (Gibran).